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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

martedì 30 agosto 2016

Predestination - Michael Spierig, Peter Spierig (film fantastico)

Prima delle recensione vera e propria di Predestination, film uscito nel 2014, due premesse.

La prima è che il film è la trasposizione cinematografica del racconto All you zombies di Robert Heinlein, autore di fantascienza della cosiddetta “Età dell’oro della fantascienza” (anni “40 e dintorni), collega e amico dei vari Asimov, Van Vogt, Del Rey, etc, che poi sono in pratica gli autori con cui sono cresciuto tra infanzia e adolescenza (beh, nell'infanzia più classici, fantascienza nell'adolescenza, e dopo è giunto il fantasy, per fare la scaletta completa), avendo da sempre avuto una forte predisposizione per la narrativa di genere fantastico.

La seconda è che il film mi era stato segnalato come film interessante per i suoi contenuti esistenzial-spirituali…
… cosa che in effetti pare proprio, a considerare talune frasi, alcune delle quali riporto di seguito:

"Ora sei qui, all'inizio della tua nuova vita."

"Finalmente è arrivato il momento; immagino fosse inevitabile."

"La nostra prima missione è importante esattamente quanto l’ultima: ognuna di esse ci avvicina di più alla nostra destinazione finale."

"Noi non abbiamo altro che noi stessi: noi non abbiamo mai avuto altro."

"Non avevo mai visto il mondo con tanta chiarezza."

"E' più facile odiare che amare.
L'amore non può essere uno scopo?"

"Potrò scegliere?"
"Ma certo: si può sempre fare una scelta."

"Tu fingi che l'amore non abbia valore per te.
Ma la verità è che è l'unica cosa cui pensi."

"Io so da dove vengo.
Ma da dove venite, tutti voi zombie?"

"Certe persone dicono che è il caso.
Ma io e te lo sappiamo: ci sono cose predestinate."

"Il tempo ha un significato molto diverso per quelli come noi."

"Non fare mai ieri ciò che dovrebbe essere fatto domani.
Se infine ti riesce, non farlo ancora."

"Se vuoi spezzare la catena non devi uccidermi, ma devi cercare di volermi bene."

"Non è mai troppo tardi per essere chi potevi essere."

Il titolo del racconto originale, che in italiano sarebbe Tutti voi zombie, allude al fatto che la gran parte delle persone non ha uno scopo nella vita, e quindi vive in modo automatico e reattivo proprio come se fossero degli zombie… e in effetti ciò da solo basterebbe a qualificare quest’opera come “esistenziale”, anche se poi in concreto il racconto, e poi il film che ad esso è molto fedele, si sviluppa in senso prettamente fantascientifico, e tale fattore risulta essere quello prevalente, insieme ovviamente ai turbamenti psicologici della protagonista della storia.

Ed eccola la storia, perlomeno abbozzata per ovvie ragioni, la quale sembra svolgersi su due linee parallele: la prima è quella degli attentati di New York opera di tale Fizzle Bomber, talmente potenti da uccidere ogni volta centinaia e migliaia di persone. Per scovarlo ed eliminarlo è in azione una sorta di polizia temporale, che gli dà la caccia indietro nel tempo; tra i suoi agenti, c’è John (Ethan HawkeDaybreakers - L'ultimo vampiro, Gattaca - La porta dell'universo, Waking life - Risvegliare la vita).
La seconda linea della trama è quella che vede protagonista Jane (Sarah Snook; Oscure presenze), una ragazza assai particolare, molto dotata ma anche molto poco popolare, per non dire odiata, che ha avuto una vita difficile fin dal suo avvio, essendo un’orfana depositata appena nata davanti ad un orfanotrofio.

E praticamente del film non si può dire altro senza svelare la trama, se non che esso riguarda i paradossi temporali.
Avete presente i paradossi sulla linea dello spazio-tempo di Marthy McFly e Doc in Ritorno al futuro? Ecco quello che da loro era un divertissement vivace e divertente qua diventa un dramma di livello professionistico.

Anche se forse il modo migliore per definire questo film è l’Ouroboros, “il serpente che si morde la coda all’infinito”, e non a caso la figura è citata nello stesso film.

Altro tentativo: Predestination è una sorta di palazzo di cui i due registi, i fratelli Michael Spierig e Peter Spierig, ci fanno vedere ora un mattone ora un altro mattone, senza che noi sulle prime siamo consapevoli del fatto che si tratta dello stesso edificio, cosa che ci diventa chiara man mano che il film va avanti e procede con il suo svelamento.

Nel complesso, esce fuori un’opera di grande valore, davvero bella e coinvolgente.
D’altronde, non si può non simpatizzare-solidarizzare con la sfortunata Jane… e quindi poi con tutti gli altri.

L’ennesima prova che la narrativa fantascientifica di quegli anni ha dato molti spunti all’umanità… cosa che, almeno nella mia sensazione, ha poi continuato a fare il genere fantasy, come in una sorta di staffetta immaginaria e immaginifica.

Fosco Del Nero



Titolo: Predestination (Predestination).
Genere: fantastico, fantascienza, drammatico, psicologico.
Regista: Michael Spierig, Peter Spierig.
Attori: Ethan Hawke, Sarah Snook, Noah Taylor, Christopher Kirby, Madeleine West, Freya Stafford, Jim Knobeloch, Elise Jansen, Cate Wolfe.
Anno: 2014.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.

martedì 23 agosto 2016

Salto nel buio - Joe Dante (film fantascienza)

Non mi ricordo perché mi fossi segnato Salto nel buio… né me lo spiego a posteriori: il regista non è tra i miei preferiti, gli attori principali nemmeno, né la trama aveva un qualche interesse ai miei occhi.
Ad ogni modo, sta di fatto che me lo sono visto e che ora lo recensisco.

Salto nel buio è un film del 1987 diretto da Joe Dante, un mediocre regista che nonostante la lunga carriera non è mai addivenuto a un livello qualitativo decente, e che si ricorda solo, paradossalmente, per uno dei suoi primissimi film: Gremlins.
Per il resto, nessun grande titolo, e anzi molta mediocrità.

Come in questo Salto nel buio, ahimé, film che parte da uno spunto concettualmente irragionevole (un’invenzione scientifica grazie alla quale è possibile miniaturizzare una persona all’interno di un veicolo supertecnologico il quale viene iniettato all’interno di un corpo umano… che peraltro la tecnologia in questione riesce a influenzare a livello di emozioni e reazioni fisiche… e persino a modificare a livello di volto) e in seguito ad esso mischia comicità, avventura e sentimenti.

Il problema è che tutto è davvero pacchiano e modesto, sul modello del film di intrattenimento di basso profilo.

A limitare i danni non basta peraltro un cast discreto: la bella Meg Ryan (Harry ti presento Sally, C'è posta per te, La città degli angeli), l’istrionico Dennis Quaid (Great balls of fire, Pandorum - L’universo parallelo) e il folletto Martin Short (In fuga per tre, Merlino, Alice nel paese delle meraviglie). Difatti, quando un prodotto nasce come progetto mediocre, non c’è nulla da fare, e rimarrà mediocre.

Peraltro, va sottolineato che il film in pratica costituisce la versione comica di un precedente film del 1966, intitolato Viaggio allucinante, di cui nientemeno che Isaac Asimov realizzò la trasposizione letteraria.

Insomma, le vicende del tenente Tuck Pendleton, del commesso di supermercato Jack Putter e della giornalista Lydia Maxwell non hanno toccato le mie corde e anzi mi hanno annoiato per larghi tratti (in effetti sono stato vicino a non terminarlo).
Però so che il film ha avuto un discreto gradimento, per cui avrà toccato le corde di qualcun altro, e va bene così.

Fosco Del Nero



Titolo: Salto nel buio (Innerspace).
Genere: fantascienza, commedia, comico, sentimentale.
Regista: Joe Dante.
Attori: Meg Ryan, Dennis Quaid, Martin Short, Kevin McCarthy, Fiona Lewis, Vernon Wells, Robert Picardo, John Hora, William Schallert, Wendy Schaal, Kathleen Freeman,Charles Aidman.
Anno: 1987.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 17 agosto 2016

Gran Torino - Clint Eastwood (film drammatico)

Mi sono sempre tenuto alla larga dai film di Clint Eastwood, sia come attore sia come regista, valutandoli semplicemente inutili per me, al di là poi di quanto erano ben fatti nei loro generi (ma spaziando tra western, azione e drammatico, e non amando io nessuno di questi tre generi, va da sé che c’era poco spazio).
Ho fatto un’eccezione di recente, vedendolo Gran Torino, film girato e interpretato da Clint Eastwood nel 2008.

Passo subito a raccontare per sommi capi la trama: Walt Kowalski è un uomo anziano, un americano tutto d’un pezzo. Per certi versi, anzi, l’uomo americano modello: di carattere tosto, fumatore, bevitore di birra, mangiatore di carne al barbecue, e patriottico fino al midollo, tanto da avere in bella evidenza nel giardino di casa una bandiera degli Stati Uniti e tanto da essere piuttosto razzista.

Anche se forse più che razzista occorrerebbe dire misantropo, visto che quasi qualunque forma di vita umana lo infastidisce: gli asiatici, gli afroamericani, gli ispanici, i sacerdoti… anche i giovani, per il solo fatto di essere giovani e quindi diversi da lui, lo irritano… e peraltro lo stesso vale per i suoi parenti, figli compresi, con cui praticamente non ha alcun rapporto.

La morte della moglie, con cui inizia il film (con lui che ringhia fin dalle prime inquadrature), lo lascia dunque praticamente solo, ad eccezione del suo amato cane.

A dirla tutta, comunque, Walt sembra più infastidito, più che dalla morte della moglie, dal fatto di avere dei vicini di casa asiatici… e precisamente di etnia Hmong (zona della Cina del sud, Vietnam, Laos, Thailandia, Birmania), fatto che per un veterano del Corea come lui, che era stato abituato ad odiare i “musi gialli”, come li chiama ripetutamente, nonché ad ucciderli, non è un fatto gradevole.

Ad ogni modo, il caso vorrà che una sua tipica azione aggressiva venga identificata dai suddetti vicini come un atto eroico, il che avvierà una sorta di rapporto di buon vicinato, per quanto sui generis, soprattutto con i giovanissimi Thao e Sue Lor, fratello e sorella.

Ed ora veniamo al commento del film: Gran Torino è un film drammatico, e pure molto drammatico. Non tanto, o comunque non solo, per gli eventi narrati, che comunque includono teppismo, violenze varie e morte, ma anche e soprattutto per il vuoto interiore del protagonista principale, vuoto che cerca di colmare con sentimenti come rabbia, acredine, e consimili.
In questo senso, nel film vi sono energie davvero basse, fatto che basta a sconsigliarne la visione (beh, a meno che non vi piaccia abbassarvi le energie-emozioni nutrendovi di energie-emozioni basse, ovviamente).

A dire il vero il film lo avevo guardato perché mi era stato segnalato da un mio lettore come film dai contenuti evolutivi-esistenziali… ma il film, come detto, è “abbassante” in luogo di essere “elevante”, per cui proprio non ci siamo.

Anzi, dopo questo consiglio temo che dovrò iniziare a porre un filtro ai consigli filmici ricevuti.

Non che Gran Torino sia un brutto film, intendiamoci, anzi nel suo genere è ben fatto e credibile, e non a caso ha anche ricevuto dei riconoscimenti… ma semplicemente non è un cibo di cui voglio nutrirmi e che consiglio agli altri, giacché per forza o abbasserà o annoierà.

Fosco Del Nero



Titolo: Gran Torino (Gran Torino).
Genere: drammatico.
Regista: Clint Eastwood.
Attori: Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her, Christopher Carley, John Antony, Austin Douglas Smith, John Carroll Lynch, William Hill, Brooke Chia Thao, Chee Thao.
Anno: 2008.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

lunedì 15 agosto 2016

Hunger games 2 - La ragazza di fuoco - Francis Lawrence (fantastico)

Il primo Hunger games non mi aveva entusiasmato: l’idea di fondo di una società distopica-totalitaria e di un’arena di lotta intesa come giochi pubblici era molto intrigante, ma al film a mio avviso mancava una certa solidità, un po’ perché procedeva troppo veloce, un po’ perché risultava poco credibile in alcuni tratti.

Mi sono comunque visto il suo seguito, giacché il genere mi piace molto, e devo dire che con Hunger games 2 - La ragazza di fuoco le cose sono migliorate.

Forse per il cambio alla regia, dal momento che si è passati da Gary Ross (Plaesantville, Seabiscuit) a Francis Lawrence (Constantine, Io sono leggenda)… con il primo che è più un regista di sentimenti e il secondo che è più un regista di azione, e persino di azione forte e intensa, tratto di cui evidentemente si è giovato Hunger games 2.

I cui protagonisti, almeno i principali, sono gli stessi del primo episodio, ossia quelli che non sono morti: i combattenti del Distretto 12 Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence; Il lato positivo) e Peeta Mellark (Josh Hutcherson; Un ponte per Terabithia), il loro mentore Haymitch Abernathy (Woody Harrelson; Benvenuti a Zombieland), il telepresentatore dei giochi Caesar Flickerman (Stanley Tucci, forse il personaggio più efficace dei primi due film, che si ricorda con piacere anche in Il diavolo veste Prada), il cattivo Presidente Snow (Donald Sutherland; I pilastri della Terra).

Cambi forzati nei personaggi secondari, invece: al “dimissionario” Seneca Crane (Wes Bentley, al contrario il personaggio meno convincente del primo episodio, ma memorabile in American beauty) subentra Plutarch Heavensbee (Philip Seymour Hoffman, ben più in parte; recensito anche in I love Radio Rock), e ai vari morti dei precedenti giochi subentrano nuovi personaggi, tra cui spiccano Johanna Mason (Jena Malone, la ragazzina introversa di Donnie Darko, vista anche in Sucker Punch e in Into the wild) e Finnick Odair (Sam Claflin; anche lui presente nella serie I pilastri della Terra).

Nuovi giochi, dunque, perché il Presidente Snow, preoccupato per l’eccessiva popolarità di Katniss, decide l’anno seguente di costringerla a nuovi giochi con un escamotage, onde evitare che la ragazza finisca per diventare un simbolo per i rivoltosi.

Va da sé che la ragazza, sulle prime piegatasi per paura sia personale che di vendette trasversali sulla propria famiglia, finisce per divenire proprio ciò che il Presidente voleva che non divenisse, e tutto in diretta tv a Capitol City e Distretti.

Ricordando che il film è la trasposizione del romanzo di fantascienza distopica La ragazza di fuoco, scritto da Suzanne Collins, ribadisco che esso si rivela a mio avviso più efficace e riuscito del predecessore.
Certo, alla fine sa molto di punto di passaggio, visto che prepara il terreno al suo seguito, poi diviso in due film, ma è un punto di passaggio ben strutturato.

Nel quale, peraltro, si passa dal focus del primo film, ossia i “giochi”, al focus dei seguenti, la ribellione, ciò che per tutto il primo film era rimasto un fattore latente, e anzi quasi invisibile, disegnato come un lieve ma impotente malcontento.

Con Hunger games 2 - La ragazza di fuoco le cose si preparano prendere il volo (a proposito di ghiandaia imitatrice), ed è chiaro dal primo piano finale di Jennifer Lawrence, che parte dalla tristezza ma poi si risolve in determinazione e furia.

Per il resto, che dire?
Al di fuori del contesto fantastico, Hunger games è chiaramente una storia di denuncia e di critica della società dello spettacolo e del consumismo, ciò ancora più che un monito distopico su dittatura e perdita di libertà (peraltro, con un particolare accento sulla figura femminile).
E tutto ciò è riassunto da una frase di uno dei protagonisti, che sintetizza la situazione da panem et circenses: “Dovete essere una distrazione perché la gente dimentichi i problemi reali.”

Le due componenti, oltre a una spiccata patinatura dell’opera, sono bastate a valere ai film in questione incassi eccellenti nonché premi da un po’ tutte le parti, e indirizzati a un po’ tutte le componenti: sceneggiatura, regia, attrice protagonista, attore protagonista, attori secondari, costumi, scenografia… e persino miglior cattivo e miglior bacio.

Non siamo sul capolavoro, livello ben distante a mio avviso, ma perlomeno la saga si rivela vivace e interessante.

Fosco Del Nero



Titolo: Hunger games 2 - La ragazza di fuoco (The hunger games - Catching fire).
Genere: fantascienza, drammatico, sentimentale.
Regista: Francis Lawrence.
Attori: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Lenny Kravitz, Stanley Tucci, Donald Sutherland, Liam Hemsworth, Philip Seymour Hoffman, Jeffrey Wright, Willow Shields, Jena Malone.
Anno: 2013.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 10 agosto 2016

Il cielo sopra Berlino - Win Wenders (film drammatico)

Conoscevo di nome il film di Win Wenders Il cielo sopra Berlino, ma non lo avevo mai visto, se non per qualche spezzone incontrato qui e là.
L’ho fatto ora, incoraggiato in questo anche da qualche suggerimento in tale direzione, giacché il film veniva segnalato anche per i suoi contenuti esistenziali.

Ma andiamo con ordine, raccontando quel poco di trama che ha il film, girato nel 1987, e quindi due anni prima della caduta del muro di Berlino e della riunificazione delle due Germanie: in una Berlino assai desolata, tutta cemento e palazzoni popolari, e filmata tutta in bianco e nero, Damiel (Bruno Ganz, che in seguito ha interpretato Tiziano Terzani in La fine è il mio inizio) e Cassiel (Otto Sander), due angeli, si aggirano tra la popolazione comune, guardando quello che succede e potendo sentire i pensieri delle persone, condivisi dunque con lo spettatore del film.
L’impatto è praticamente scontato, e veniamo messi di fronte ai problemi e alle sofferenze della gente comune: lavoro, soldi, relazioni sentimentali, etc.
I due, ma non solo loro, visto che la città praticamente pullula di angeli, non solo vedono e registrano, raccontandosi poi tra di loro ciò cui hanno assistito, ma leniscono i dolori delle persone con la loro vicinanza ispirante e col contatto fisico, ovviamente non percepito dagli esseri umani… 
… anche se in realtà c’è qualcuno che li percepisce: i bambini li vedono proprio, mentre qualcun altro sente la loro presenza.

Tra i due, Damiel è quello più insofferente, giacché desidera provare ciò che provano gli uomini, e quindi le gioie e i dolori della materia. In ciò è ispirato anche dalla visione della bella trapezista Marion, una giovane donna un po’ malinconica.

Un altro personaggio importante nel film è l’attore Peter Falk (l’attore del Tenente Colombo, per intenderci), che nel film interpreta se stesso.
Altro cameo: il cantante Nick Cave, che allora andava per la maggiore, anche lui interpretante se stesso durante un concerto in un locale della città.

Il cielo sopra Berlino è ispirato alle poesie di Rainer Maria Rilke: ogni tanto una voce fuori campo ne legge qualcuna, e anzi tali brani diventano il motore centrale del film che, si può intuire facilmente, è piuttosto lento e introspettivo.
Ed ha un suo fascino, questo è innegabile… anche se devo dire che mi attendevo qualcosa di più, visto che il film, pur proponendo qualche frase ispirante tra le tante che vengono citate, oscilla tra mente e fascino della personalità (se mi capite) e ispirazione vera e propria, con la prima delle due che è predominante, da cui la mia valutazione non entusiastica.

Sono però praticamente tenuto a proporre alcune tra le frasi più “elevate” del film, che toccano svariati punti esistenziali (in effetti, quelli che non tocca il film con la sua “trama”).

“Quando il bambino era bambino, non sapeva di essere un bambino.
Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime eran tutt’uno.
Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione: non aveva abitudini, e non faceva facce da fotografo.”

“Quando il bambino era bambino era l’epoca di queste domande: perché io sono io e perché non sei tu? Perché sono qui e perché non sono lì? Quando comincia il tempo e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole è forse solo un sogno? Non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo quello che vedo, sento e odoro? Come può essere che io che sono io non c’ero prima di diventare, e che una volta io che sono io non sarò più quello che sono?”

“A ogni passo, a ogni colpo di vento, vorrei poter dire ora, ora, e ora!”

“Come devo vivere?
Ma forse non è questo il problema… come devo pensare?”

“In ogni monte sentiva la nostalgia di una montagna ancora più alta, e in ogni città sentiva la nostalgia di una città ancora più grande.”

“Tutto è possibile: non ho che da alzare gli occhi, e ridivento il mondo.”

“Ora, in questa piazza, ho una sensazione di felicità…
… che potrei avere sempre.”

“Mi sarebbe piaciuto essere solitaria.
Solitudine significa ‘Finalmente sono tutto’.”

“È necessario che tu ti decida.
Deciditi.
Ora il tempo siamo noi.
Decidiamo noi il gioco per tutti.”

In chiusura del film, una segnalazione negativa: gli angeli, pur essendo invisibili e incorporei per i vivi, proiettano ombre in terra e sui muri, e agiscono sulla massa degli oggetti (abbassando i materassi su cui si siedono, spostando pali su cui si appoggiano, etc)… in ciò, ovviamente, senza che i vivi si accorgano di alcuna anomalia. In questo certamente non sarebbe stata male una maggiore cura, e in fin dei conti non sarebbe servita che una certa attenzione selettiva nelle inquadrature.
Altra cosa: il film è assai lento, certamente non adatto a chi pretende un'opera vivace di intrattenimento.

Concludendo, Il cielo sopra Berlino è un film che ha di sicuro un suo valore… che dal punto di vista esistenziale è maggiore nelle voci narranti che non nell’evoluzione degli eventi (la discesa dell’angelo sulla Terra, in buona sostanza, cosa che anzi sa molto di antropocentrismo piuttosto infantile), ma questo elemento lo si può comunque vedere in “modalità intrattenimento”, riservando invece una maggiore attenzione al primo elemento.

Fosco Del Nero



Titolo: Il cielo sopra Berlino (Der himmel über Berlin).
Genere: drammatico, psicologico, esistenziale.
Regista: Win Wenders.
Attori: Bruno Ganz, Peter Falk, Solveig Dommartin, Otto Sander, Didier Flamand, Curt Bois, Lajos Kovács, Teresa Harder.
Anno: 1987.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 2 agosto 2016

Samsara - Pan Nalin (film drammatico)

Conoscevo di fama il film Samsara (e intendo il film di Pan Nalin del 2001, non il film-documentario di Ron Fricke del 2011 che porta il medesimo nome), ma non mi ci ero mai avvicinato, nonostante il mio interesse per le tematiche esistenziali e per il mondo orientale.
L’ho fatto ora giacché il mio mi era stato suggerito come film dai contenuti esistenziali importanti.

Andiamo subito a vedere, cominciando come prima cosa dalla trama del film: Tashi è un giovane monaco che vive in un monastero sui monti dell’Himalaya, e vi vive sin da quando aveva cinque anni, in pratica allevato dai monaci, in primis da Apo.
Da citare anche la sua amicizia con un altro monaco giovane, più o meno suo coetaneo, Sonam.
Tashi peraltro ha appena concluso una prova importante: una sorta di eremitaggio meditativo durato tre anni, tre mesi e tre giorni, alla fine del quale egli ha i capelli lunghissimi, le unghie lunghissime e l’intero corpo debole per via della lunga inattività (ma un fisico ben fatto e anche muscoloso, curiosamente…).

Dopo aver superato tale pesante eremitaggio, il più sembra fatto nella vita monacale di Tashi, ma in realtà lo attende una nuova prova, complice un viaggio fuori dal monastero e la visione della bella Pema, ossia il confrontarsi con la sua sessualità.

Essenzialmente Samsara (parola sanscrita che indica il ciclo delle nascite e delle morti che si ha fino all’illuminazione) racconta il conflitto tra l’aspirazione alla vita monastica di Teshi e l’altra sua aspirazione, la vita mondana e l’amore carnale in particolare.

A contorno di ciò, vi sono i bellissimi panorami dell’Asia centrale, tra montagne, nevi, pianure sconfinate, cavalli, sentieri di viaggio…
… e ovviamente i riti dei monaci, nonché le usanze di vita di quei luoghi, altro elemento di interesse.  

Tuttavia, devo dire che il film vale la visione soprattutto per tali contenuti geografici e culturali, diciamo così, più che per i contenuti esistenziali, che in realtà mancano quasi totalmente. Samsara, a dispetto del nome che porta, non è un film di genere spiritual-esistenziale, ma è un film drammatico-psicologico-sentimentale.

Di contenuti evolutivi ve ne sono ben pochi, e in tutti i 140 minuti del film mi sono segnato appena due frasi, queste:

“Ci sono cose che ognuno di noi deve riuscire a disimparare per poterle imparare. Così come molte altre cose dobbiamo prima possederle per riuscire a rinunciare ad esse.”

“– Bambini, vorrei che voi adesso mi diceste cosa succederà a questo bastoncino.
– Affonderà nell’acqua!
– Si potrebbe incastrare tra i sassi.
– Resterà nell’acqua fino a che non marcirà.
– Verrà risucchiato nel vortice, e dopo essere caduto nella cascata si romperà!
– Mettiamo che non accada. Allora, che succederà? Il bastone finirà il suo cammino raggiungendo il mare. Siamo tutti come bastoni, il nostro mondo è come il fiume. Il percorso è più o meno accidentato, ma prima o poi finiamo nel mare.”

Oltre a queste due frasi, è appena accennata la questione del mangiare carne, ma subito messa da parte, e poi è da citare il nome del piccolo Karma… nome che dunque fa il paio col nome del film: Samsara e Karma.
Peccato però che vi siano solo i nomi, e non energia e insegnamenti retrostanti.

Ma va bene anche così, e comunque Samsara è un film che propone molta bellezza.

Fosco Del Nero



Titolo: Samsara.
Genere: drammatico, psicologico, sentimentale.
Regista: Pan Nalin.
Attori: Shawn Ku, Christy Chung, Neelesha BaVora, Tenzin Tashi, Jamayang Jinpa, Sherab Sangey, Kelsang Tashi, Tsepak Tsangpo, Lhakpa Tsering.
Anno: 2001.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.