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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare.

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te.

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno.

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Se vuoi che il mondo cambi, inizia a darti da fare tu stesso.

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

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martedì 16 aprile 2024

Friends - The reunion - Ben Winston

Ho guardato Friends - The reunion esattamente il giorno dopo la morte di Matthew Perry, il famoso Chandler di Friends, avvenuta peraltro in circostanze anomale: diciamo solo che Perry era un noto sostenitore dei sieri sperimentali e che è stato una delle tante vittime dei malori improvvisi (dopo uno sforzo fisico, nello specifico una pratica sportiva).

Peraltro, alcuni giorni prima avevo appena finito di rivedere l’intera serie tv… per l’ennesima volta, giacché amo Friends sin da quando uscì nel 1994, quando ero adolescente. La serie mi ha letteralmente accompagnato nella mia giovinezza, ma anche nell’età adulta, date le continue revisioni dei 236 episodi totali.

Solitamente nel blog Cinema e Film recensisco film, per l’appunto, ma per Friends - The reunion ho fatto un’eccezione. 
Il film-documentario è strutturato in questo modo: nei suoi circa 100 minuti (che volano via in modo rapidissimo) si vede qualcosa degli episodi della serie, si assiste a qualche dialogo tra gli attori adulti, nel 2021, si vedono varie guest star, evidentemente anche loro appassionate di Friends, e si assiste a una sort di show guidato da un presentatore americano che personalmente non conosco.

Nel mezzo, tanti ricordi, tanti retroscena e anche qualche spiegazione, come il feeling evidentissimo tra “Ross e Rachel”… non solo nella serie tv, ma anche nella realtà, tra Jennifer Aniston e David Schwimmer. Quest’ultimo peraltro non solo recitava come attore, ma ha anche diretto numerosi episodi del programma, che avveniva dal vivo, davanti a un pubblico reale, e poi registrato e montato a beneficio del pubblico televisivo.

Personalmente ho gradito molto vedere Friends - The reunion, pur nella tristezza della recente morte di Perry… peraltro, anche gli altri attori non erano più giovanissimi: la più vecchia di loro, Lisa Kudrow, all’epoca del documentario in questione aveva ormai sessanta anni.

Mi riguarderò certamente questo film-documentario sulla sit-com più importante e divertente di tutti i tempi (il cui primato è minacciato solamente da The Big Bang Theory, ugualmente divertente ma a cui manca tremendamente la profondità emotiva di Friends, i cui attori erano amici stretti anche nella vita reale, come fossero una famiglia, elemento che traspirava con chiarezza anche nello show televisivo).

Va da sé che mi rivedrò ancora anche la serie tv vera e propria… nonostante, ogni volta che termina, mi fa sentire la mancanza di quei sei “amici”.

Ne approfitto per evidenziare che, come ogni buon prodotto, Friends è invecchiato molto bene: gli unici che non lo gradiscono sono i giovani abituati a prodotti di qualità inferiore, le persone senza senso dell'umorismo e i cultori della cultura woke (termine che vorrebbe identificare quelli che "stanno all'erta e vigili", ma che di fatto identifica invece i più addormentati e manipolabili).

Fosco Del Nero 



Titolo: Friends - The reunion.
Genere: serie tv, documentario. 
Regista: Ben Winston.
Paetecipanti: James Corden, Marta Kauffman, David Crane, Kevin S. Bright, Jennifer Aniston, Courteney Cox, Lisa Kudrow, Matt LeBlanc, Matthew Perry, David Schwimmer, David Beckham, Justin Bieber, Cindy Crawford, Cara Delevingne, Kit Harington, Lady Gaga, Tom Selleck, Reese Witherspoon.
Anno: 2021.
Voto: 8. 
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 28 giugno 2023

Ancora un giorno - Raúl de la Fuente, Damian Nenow

Ancora un giorno è certamente un prodotto cinematografico innovativo: alterna l’animazione alle interviste dei veri protagonisti della storia, nel frattempo ovviamente invecchiati. Così come alterna una vera e propria narrazione all’elemento documentaristico.

Il risultato finale è un’opera assai spuria, da un certo punto di vista assai frammentata, ma da un altro punto di vista interessante, sia come prodotto in sé, sia come spaccato storico-culturale di un paese di cui in Italia non si sa praticamente niente, e che ha vissuto dei momenti molto difficili (come spesso accaduto ai paesi colonizzati, a causa dell’intervento europeo).

Ecco la trama di Ancora un giorno: nel 1975, mentre infuria la Guerra Fredda tra USA e URSS, i colonizzatori portoghesi lasciano l’Angola, paese molto ricco di materie prime, col risultato che scoppia una vera e propria guerra civile tra il gruppo sostenuto dai sinistrorsi russofili e il gruppo sostenuto dai destrorsi americanofili.
Ryszard Kapuściński è un giornalista polacco che si trova sul posto e che decide di non andar via da Luanda, la capitale della nazione. Anzi, decide di andare a sud e trovare il famoso Generale Farrusco, pur sapendo di attraversare molti pericoli, come infatti succederà.

Ancora un giorno ha ottenuto un discreto successo e anche dei premi… anche se forse più per motivi politici che non per effettivi meriti legati all’animazione e al prodotto in sé.
Il quale è valido, intendiamoci, ma non imperdibile.

Personalmente, l’ho apprezzato più per la testimonianza storica che per l’aspetto tecnico o quello narrativo, rispetto ai quali ho avuto qualche dubbio.
D’altronde, il prodotto va accostato più come un documentario che come un film: nel primo caso, difficilmente deluderà, mentre nel secondo caso potrebbe annoiare o risultare eccessivamente originale.

Anche dal punto di vista narrativo, comunque, non macherà di coinvolgere lo spettatore: per le vicende di Ryszard, per esempio, o per la storia di Carlota, giovane e carismatica guerrigliera angolana.

Nel complesso, per Ancora un giorno la valutazione è sufficiente… e qualcosa in più, se si bada soprattutto all’elemento della testimonianza storica (sempre ammesso che quanto narrato corrisponda a verità).

Fosco Del Nero



Titolo: Ancora un giorno (Another day of life).
Genere: animazione, drammatico, guerra, documentario
Regista: Raúl de la Fuente, Damian Nenow. 
Anno: 2018.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.  



mercoledì 11 agosto 2021

Il grande silenzio - Philip Groning

Il grande silenzio non è un film, e ancor più di un documentario è una sfida: una sfida allo spettatore moderno, e in generale all’uomo contemporaneo, nel restare attento per gli oltre 160 minuti della sua durata… nonostante nelle riprese non succeda assolutamente niente.

Non essendo un film, difatti, Il grande silenzio non offre una trama, né personaggi, se non i monaci del monastero della Grande Chartreuse, che sta sulle Alpi francesi, poco fuori Grenoble.
La pellicola tuttavia non è nemmeno un documentario classico, il quale comunque cerca di intrattenere e interessare lo spettatore proponendo bellezza visiva e descrivendo quanto egli sta guardando.

Viceversa, come suggerisce il titolo, i 160 minuti (e oltre) della pellicola sono muti, senza dialoghi e senza colonna sonora. Fanno brevissima eccezione le orazioni comunitarie dei monaci, ma comunque si tratterà forse di un minuto su 160 (e oltre).

Ad ogni modo, poniamo le basi dell’opera: il regista Philip Groning, conoscendo l’abate del monastero della Grande Certosa, che ospita dei frati certosini (ordine eremitico fondato nel 1804 considerato tra i più estremi del cristianesimo cattolico), gli chiese di poter girare delle riprese nel monastero, cosa mai consentita ad alcuno.
Quattordici anni dopo la sua richiesta, gli fu data risposta positiva, con alcune condizioni: avrebbe girato il solo Groning, senza troupe, non sarebbe stata usata alcuna luce artificiale, né nessuna musica, né alcun commento, e la pellicola non avrebbe potuto concorrere ad alcun premio, ma solamente essere presentata ad un festival (cosa che avvenne a Venezia nel 2005).

Stanti queste condizioni, ne derivano alcuni corollari: l’opera è visivamente incerta, per via di luci e limitazioni varie; l’opera è piuttosto lenta e rischia di annoiare a morte, per via dell’assenza di parole e suoni; l’opera essenzialmente mostra lo stile di vita monacale-eremitico dei certosini, fondato sulla preghiera, sulla solitudine e sul silenzio (non assoluto, ma tendenziale).

Il film è stato girato tra il 2002 e il 2003, in diverse stagioni, e propone così differenti scenari naturali del luogo, paesaggisticamente piuttosto bello.

Ora un mio commento sull’opera: va da sé che Il grande silenzio non ha un grande valore cinematografico; il valore può averlo invece come educazione al silenzio, all’introspezione e all’osservazione (in luogo di partecipazione e automatismo, più consueti nell’uomo moderno).
Tuttavia, non mi sbilancio nel senso opposto al senso comune; come alcuni hanno criticato il film ritenendolo noioso e privo di senso, altri sono andati in direzione opposto elogiandolo come esempio di spiritualità e misticismo. Tuttavia, la spiritualità non è data dal luogo, dalle attività o da qualsivoglia abito talare, ma dalla consapevolezza: questo è il solo e unico parametro. In tal senso, ne Il grande silenzio non ho visto una grande consapevolezza, né in chi girava, né in chi veniva ripreso… anche se gli occhi di qualche monaco avevano in effetti una certa presenza-profondità, mentre quelli dei più no.

Per chi cerca consapevolezza in un video, la soluzione è semplice: guardate un video di Osho o di Papaji; Il grande silenzio rimane tuttavia come documento storico sull’ordine certosino, nonché come esercizio di silenzio, concentrazione e presenza per coloro che lo guardano per cimentarsi in tal senso… e magari anche come ispirazione per alcuni nel distaccarsi dalla frenesia e dagli orpelli della vita consumistica per orientarsi verso un’esistenza più sottile e rarefatta.

Fosco Del Nero



Titolo: Il grande silenzio (Die grosse stille.).
Genere: documentario.
Regista: Philip Groning.
Attori: i monaci del monastero.
Anno: 2005.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 11 settembre 2019

L’immagine mancante - Rithy Panh

Quest’oggi si fa un’eccezione al tipico prodotto di Cinema e film, che per l’appunto è il film, recensendo un suo cugino: un documentario, e precisamente il film-documentario diretto nel 2013 da Rithy Panh e intitolato L’immagine mancante.

Non mi ricordo in che modo fossi arrivato al suddetto titolo, ma immagino che mi sia stato suggerito come film in qualche modo ispirante, giacché di mio non ho una passione per i documentari, e soprattutto per quelli a sfondo storico, e soprattutto per quelli di impronta fortemente triste e drammatica… come è per l’appunto L’immagine mancante.

Pur non amando questo genere di prodotti, devo elogiare L’immagine mancante per due motivi.
Il primo è la tecnica di realizzazione originale e coraggiosa: il regista, non avendo a disposizione che pochissime immagini o filmati, giacché il regime di Pol Pot aveva fatto distruggere tutto, ha ricreato gli scenari tramite statuine di legno realizzate e dipinte e mano, e circondate da scenografie assai semplici, cui si unisce il sonoro per dare quantomeno l’impressione di filmato. 
Il secondo è l’aver raccontato dal punto di vista di un bambino abitante di Phnom Penh, la capitale della Cambogia, ciò che è stata la dittatura dei Khmer Rossi dal 1975 al 1979, periodo relativamente breve ma che bastò ai Khmer per uccidere circa un milione e mezzo di persone, sarebbe a dire un quarto della popolazione cambogiana di quel periodo.  A quel periodo seguì peraltro una sorta di resistenza armata. 

Pesantemente influenzato dal maoismo più estremista, Pol Pot e il suo regime ha cercato di realizzare con la forza una sorta di socialismo reale, col quale si sarebbe dovuta rendere grande e indipendente la nazione: un misto di utopia, violenza, condizionamento e propaganda massiccia, con cui si cercò di “purificare la Cambogia” e con cui si mandarono tutti, bambini compresi, ai lavori forzati nei campi di riso o nelle miniere.
Insieme a ciò, vi furono l'espropriazione totale dei beni (con l’unica eccezione del cucchiaio personale con cui si mangiava la razione giornaliera di riso), la distruzione dei nuclei familiari (ritenuti contrari alla socializzazione globale), una propaganda massiccia, l'eliminazione di intellighenzia e artisti (considerati pericolosi), esecuzioni arbitrarie e torture, e un particolare accanimento nei confronti degli abitanti della capitale (ritenuti “borghesi”), tanto che il regime praticamente svuotò la città…

… e forse la cosa che più rimane impressa di tutto il film è il contrasto tra due filmati di Phnom Penh (questi reali, di repertorio), dapprima piena di vita e di colore e poi letteralmente vuota e morta, cosa peraltro vista per altri paesi che hanno vissuto qualcosa di simile tra guerre o rivoluzioni civili: Afghanistan, Iraq, Siria, Libia… e spesso peraltro in mezzo ci siamo stati noi occidentali, tra Usa, Nato e Italia stessa, il che è ancor più triste.
Al tempo, per dire, Pol Pot ebbe l’appoggio di Usa e Cina in funzione anti-Russia, ed erano molti gli intellettuali europei che guardavano con simpatia al “progetto socialista egualitario” dei Khmer Rossi. 

In sintesi, L’immagine mancante racconta tutto questo, che è noto come il “genocidio cambogiano”, e lo fa a modo suo, tra le poche immagini presenti, i suoni ricreati, e le tante statuine scolpite per l’occasione.

Ripeto: non amo molto gli omaggi ai drammi del passato (che peraltro son pure difficilmente confermabili o smentibili, giacché pure del presente non si ha certezza… nemmeno del proprio, figuriamoci di quello altrui e lontano), ma L’immagine mancante comunque è un buon prodotto, che peraltro non fa l’errore di metterla troppo sul pesante, e che con la sua originalità si è guadagnato una nomination agli Oscar e agli European Film Awards.

Fosco Del Nero



Titolo: L’immagine mancante (L'image manquante.).
Genere: documentario, storia, drammatico.
Regista: Rithy Panh.
Anno: 2013.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 16 agosto 2017

Il sale della terra - Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado

Un amico mi aveva consigliato il film-documentario Il sale della terra, ed eccolo qui recensito dopo appena nove-dieci mesi.

Il film è per metà girato con camera da presa, e per metà costituito dalle fotografie del protagonista della storia Sebastiao Salgado, un uomo che ha viaggiato tutta la vita, fotografando mezzo pianeta… e forse anche qualcosa in più.

Ecco la sua storia in breve: Sebastiao Salgado, brasiliano figlio di un possessore di una tenuta agricola, inizia a studiare economia, ma poi lascia il settore per dedicarsi alla fotografia, di cui si era innamorato nel frattempo. Sostenuto dalla moglie Lelia Wanick, evidentemente anche lei avventurosa, i due investono in costose apparecchiature fotografiche, e poi viaggiano per il mondo.

Anche se a dire il vero è più lui che viaggia, soprattutto dopo la nascita di Juliano Ribeiro Salgado, che peraltro è co-regista del film insieme a Wim Wenders.

Sebastiao viaggia e fotografa, dunque, e in grande stile: reportage, mostre, servizi televisivi, libri, e infine anche film a quanto pare.
E per tutto il mondo: America Latina, Africa, Vicino Oriente e Asia centrale, Siberia e Antartide, dedicandosi dapprima alle condizioni umane, specialmente alle condizioni umane difficili per via della povertà, della fame, dello sfruttamento, della guerra, e poi passando man mano agli animali e alla natura.

Egli stesso diventa una sorta di simbolo della natura e del fatto che ogni territorio, anche quello più maltrattato come era stata la facenda della sua famiglia per via del disboscamento, può tornare a vivere e a rifiorire.

Anzi, a dirla tutta ciò che del film-documentario mi ha maggiormente toccato è proprio questo: il fatto che basta la volontà per ridare vita a intere foreste, come ha fatto Sebastiao, su idea di sua moglie Lelia, con la sua terra di famiglia e il suo Istituto Terra, poi divenuto luogo pubblico e simbolo di come la natura può riprendersi i suoi spazi e la sua vitalità se le si dà il tempo e la possibilità.

Per il resto, documentario interessante, anche se giocoforza un po’ lento e a tratti anche un po’ noioso, un po’ per il ritmo non sostenuto, un po’ per il bianco e nero di tutte le fotografie.

Fosco Del Nero



Titolo: Il sale della terra (The salt of the Earth).
Genere: documentario, naturalistico, geografico, storico.
Regista: Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado.
Attori: Sebastiao Salgado, Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado, Hugo Barbier, Jacques Barthélémy, Lélia Wanick Salgado.
Anno: 2014.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 24 dicembre 2014

La storia del cammello che piange - Luigi Falorni, Byambasuren Davaa

“Questo film è solo una lagna: bambini che si lagnano, pecore che si lagnano, strumenti musicali che lagnano, canti che sono delle lagne, perfino la natura con il suo vento sembra lagnarsi. E i cammelli? Non vi preoccupate, si lagnano anche loro. Si vede proprio che questo film è stato girato con occhi occidentali: alla fine desidererete vivere in una grossa metropoli.”

In rete ho trovato questo commento-recensione al film proposto quest’oggi, ossia La storia del cammello che piange, film documentario che è stato anche la prova di laurea del regista, Luigi Falorni, ad una scuola di cinema tedesco.

Il commento è un po’ ingeneroso, però occorre ammettere due cose: intanto, che è divertente (il commento, non il film), e in secondo luogo che sintetizza abbastanza bene il film, che in effetti è costituito da un’ora e mezza di lamenti e rumori più o meno strazianti.

Persino i dialoghi tra i protagonisti, già rari e poco intensi per conto loro, sono sottotitolati solo in parte, col risultato che allo spettatore rimane solo ciò che vede e ciò che sente.
Sì, giacché il film, che è più un documentario che un film, non ha una trama, se non il poco che segue: siamo nel Deserto del Gobi, nella Mongolia del sud. Una famiglia di allevatori di cammelli aiuta una giovane cammella a partorire il suo primo figlio… che però lei poi non accetterà, negandogli il suo latte, perché albino.

La famiglia cerca allora in tutti i modi di far accettare il figlio alla madre, e alla fine ricorrerà ai servigi di un violinista fatto arrivare da una città lontana, il quale… giustificherà il titolo del film.

Se non c’è quasi trama, e se non ci sono che pochi dialoghi, e privi essenzialmente di significato, e ovviamente senza colonna sonora o altre frivolezze, rimane per l’appunto un prodotto-documentario, che forse interesserà gli appassionati dell’Estremo Oriente, o della vita desertica, ma che rischia di annoiare seriamente lo spettatore medio.

Con tutto che anche il panorama proposto, molto polveroso e monotono, non aiuta lo spettatore per quel poco che era rimasto…

Si dica che, alla fine, la cosa più vivace (e forse più riuscita, ciò che è inquietante) è la carrellata finale dei personaggi… che però dura pochissimo.

Insomma, non me ne voglia il regista, ma La storia del cammello che piange, e lo dico da appassionato del mondo orientale che, giusto per dirne una, si è appena letto un libro sugli ultimi decenni di Cina e dintorni, proprio non mi ha preso per nulla: e forse, pur a parità di trama e ritmo, sarebbe stato meglio rinunciare a un poco dell’aspetto documentaristico per introdurre un po’ di aspetto poetico, quasi del tutto assente anch'esso.

Fosco Del Nero



Titolo: La storia del cammello che piange (Die geschichte vom weinenden kamel).
Genere: documentario.
Regista Luigi Falorni, Byambasuren Davaa.
Attori: Janchiv Ayurzana, Chimed Ohin, Amgaabazar Gonson, Zeveljamz Nyam, Ikhbayar Amgaabazar, Odgerel Ayusch, Enkhbulgan Ikhbayar,Uuganbaatar Ikhbayar.
Anno: 2003.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.

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