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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare.

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te.

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno.

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Se vuoi che il mondo cambi, inizia a darti da fare tu stesso.

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

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martedì 16 marzo 2021

Serenity - Joss Whedon

Serenity, spin off cinematografico della serie televisiva Firefly, è stata una piacevole sorpresa, almeno a giudicare la qualità media dei film che seguono le serie tv.

Tuttavia, considerando che dietro la macchina da presa c’era il buon nome di Joss Whedon ciò avrebbe dovuto bastare a tranquillizzarmi in partenza… per quanto passare dagli episodi delle serie tv ai lungometraggi non è mai semplice (e viceversa), per cui un punto interrogativo comunque rimaneva.

Partiamo dalle basi: Serenity segue a distanza di un paio d’anni la serie televisiva Firefly, un mix tra fantascienza, western e commedia, terminata in modo brusco dopo appena una stagione, per il disappunto del comunque discreto numero di fan in tutto il mondo.

La serie, pur non particolarmente spettacolare in quanto a effetti speciali o tematiche, si rivelava ben fatta, con personaggi ben caratterizzati, buoni dialoghi, temi di fondo non superficiali e una buona dose di ironia. Ingredienti peraltro già visti, pur se miscelati in modo diverso, in altre serie tv dello stesso Whedon, a cominciare dalla sua più famosa, Buffy l’ammazzavampiri.

Serenity, prodotto col budget limitato di 40 milioni di dollari e pensato sia come conclusione della serie televisiva sia come film a sé stante, ha confermato tutto quanto del suo predecessore: la qualità media buona, i punti forti e quelli deboli, i buoni riscontri presso la critica e il pubblico, ma anche i bassi incassi, tanto che il film ha raggiunto e superato i costi di produzione solo con la vendita dei dvd.

Passiamo alla trama, che nel suo avvio riassume quanto visto in Firefly: la Serenity è una nave mercantile modello Firefly comandata dal capitano Malcom Raynolds, un ex soldato degli Indipendentisti nella guerra civile persa contro l’Alleanza, la struttura politica che domina il grande sistema stellare in cui è andata a vivere l’umanità in un remoto futuro. 

Nel suo equipaggio vi sono il comandante in seconda Zoe, il pilota Wash, il meccanico Kaylee, il mercenario Jayne, il medico Simon e sua sorella River, una ragazza con un passato molto triste: dotata di un intelletto sopraffino, ha subito danni permanenti dopo alcuni esperimenti cui è stata sottoposta… e proprio tali esperimenti la rendono estremamente preziosa per l’Alleanza, che la sta cercando con ogni mezzo.

Quanto all’accompagnatrice Inara, nel mentre ha abbandonato la nave, così come il pastore Book. Ma il passato ritorna: entrambi faranno parte della storia, la quale si concentra, più che sui traffici e le missioni che caratterizzavano gli episodi di Firefly, sulla storia di River… nonché sulla figura dei Reavers (nomi molto simili, curiosamente), sorta di esseri umani regressi allo stato brado-animalesco che infestano i confini del sistema stellare (ma, in modo poco sensato, capaci di gestire astronavi, tecnologia e intere zone dello spazio).

I pro di Firely son tutti confermati, e l’ho già detto; a essi si unisce un’atmosfera più elegante e sofisticata, tanto da far inserire Serenity nel novero dei buoni/ottimi film di fantascienza, e la spiegazione data al fenomeno dei Reavers, mai accennata durante la serie tv.

I contro: il film, pur qualitativamente buono, mantiene un profilo basso a livello tecnologico, spettacolaristico e di sceneggiatura. E soprattutto vede peggiorato il doppiaggio: quasi tutto il cast di doppiatori è cambiato, e purtroppo risulta meno adatto ai personaggi rispetto alla serie di partenza. Colpa non dei doppiatori, io credo, ma di chi li ha scelti per dar voce a quei personaggi. In particolare, le voci di Malcolm e di Inara risultano del tutto sballate e sottraggono carisma e profondità ad ambo i personaggi (Inara peraltro è stata messa ai margini della sceneggiatura, mentre nella serie risultava più importante, quantomeno come presenza). Peccato.

Globalmente, in conclusione, ho gradito Serenity più di quanto mi aspettassi, e anzi son stato contento, doppiaggio a parte, che alla serie tv sia stata data una degna conclusione, cosa che poche serie  interrotte hanno avuto il privilegio di avere,

Fosco Del Nero 



Titolo: Serenity (Serenity).
Genere: fantascienza, western, commedia.
Regista: Joss Whedon.
Attori: Nathan Fillion, Gina Torres, Alan Tudyk, Morena Baccarin, Adam Baldwin, Jewel Staite, Sean Maher, Summer Glau, Ron Glass, Chiwetel Ejiofor.
Anno: 2005.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 27 maggio 2020

Dead man - Jim Jarmusch

Dead man è il secondo film diretto da Jim Jarmusch che vedo,  dopo Broken flowers.
Il primo non mi aveva entusiasmato, così come non mi ha entusiasmato il secondo, pur catturando una stretta sufficienza.

Andiamo subito a leggere la trama sommaria di Dead man, film del 1995 con un giovanissimo Johnny Depp (accompagnato da altri nomi importanti allora oppure oggi come John Hurt, Crispin Glover, Alfred Molina, Gabriel Byrne… e c’è pure Iggy Pop): siamo nell’America di fine 800, tra cowboy, saloon, treni e nativi, quando il giovane William Blake (Johnny DeppLa nona portaI pirati dei Caraibi - La maledizione della prima lunaIl mistero di Sleepy HollowAlice in wonderlandEd WoodDark shadowsLa sposa cadavere, Edward mani di forbice), che si chiama proprio come il noto poeta, arriva nella desolante cittadina di Machine, forte di una lettera d’assunzione presso la ditta di tale John Dickinson, il quale è una sorta di boss del paese. Gli viene però preannunciato che si tratta di un’azienda poco affidabile, e difatti il ragazzo si trova appiedato, senza lavoro, senza soldi e senza sapere dove andare.
Il destino giungerà in suo soccorso, e in qualche modo egli si troverà sì ferito e fuggitivo, ma con una nuova carriera tra le mani, assistito dal grosso nativo indiano Nessuno… ma anche inseguito da tre sicari assassini.
Man mano che passa il tempo, il giovane smette i panni del timido contabile che era stato prima del viaggio, e indossa sempre più quelli del pistolero tutto d’un pezzo e lesto di pistola, fino al finale della storia.

Dead man è considerato un western sui generis, ed è inevitabile che sia così: intanto essendoci protagonista Johnny Depp non avrebbe potuto essere un western normale; ma tutto quanto è particolare, dalla colonna sonora alla sceneggiatura, dall’atmosfera alle battute.
Il tutto vorrebbe forse assumere i connotati di un western onirico, o forse anche “esistenziale”, ma in questo devo dire che non ha troppo successo.
È curioso, sì, e per certi versi interessante, e certamente propone personaggi insoliti, dal killer cannibale al trio di pistoleri omosessuali (oddio, forse ho sbagliato esempi), e inoltre ha ottimo gioco con il suo bianco e nero e la sua fotografia curata, ma non è un film imperdibile, diciamo, che non si distingue per nulla se non per la buona fotografia e lo stile vagamente surreale.
Ah, e anche per i peggiori nativo-americani della storia del cinema, dal momento che è stato scelto di mettere nei loro posti attori non nativi.

In conclusione, ho apprezzato Dead man per alcune cose, mentre per altre no, e in generale mi ha lasciato perplesso che alcuni considerino tale film un capolavoro. Ma forse solo perché è anomalo e alcuni celebrano le cose anomale per il solo fatto che sono tali, dimenticandosi che quella è una questione di differenze orizzontali, mentre occorre badare soprattutto alle differenze di tipo verticale.

Detto che non sono stato folgorato sulla via di Damasco, Jim Jarmusch avrà una terza e ultima occasione con Solo gli amanti sopravvivono; in caso di esito negativo, pazienza e cari saluti.

Chiudo con due frasi del film che mi sono segnato.

“Le cose che sono simili in natura finiscono per assomigliarsi.”

“Con chi stai viaggiando?”
“Con Nessuno.”
“Dove sei diretto?”
“Non lo so.”

Fosco Del Nero



Titolo: Dead man (Dead man).
Genere: avventura, western, commedia.
Regista: Jim Jarmusch.
Attori: Johnny Depp, Lance Henriksen, Gary Farmer, Alfred Molina, Crispin Glover, Michael Wincott, Eugene Byrd, John Hurt, Robert Mitchum, Iggy Pop, Gabriel Byrne, Jared Harris, Mili Avital.
Anno: 1995.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


martedì 19 novembre 2019

Wild wild west - Barry Sonnenfeld

Il film di oggi è Wild wild west, diretto nel 1999 da Barry Sonnenfeld.

Barry Sonnenfeld è un regista che ho apprezzato molto in passato per via della sua verve originale e fantastica: prodotti come Man in blackLa famiglia Addams, ma anche il vivace e tenero Amore con interessi, testimoniano tutto ciò.

Purtroppo, con gli anni, il suo talento sembra essersi assopito, per non dire proprio svanito, tanto da aver prodotto solamente insuccessi clamorosi o seguiti mal riusciti… e tanto da ottenere sempre meno lavori (cinque tra il 1991 e il 1997, ossia quasi uno all’anno; solo sei tra il 1998 e il 2017, ossia meno di uno ogni tre anni).

Wild wild west ha segnato l’inizio del tramonto, per dirla così… e dire che le premesse per fare bene c’erano tutte.
Intanto a livello di cast, con Will Smith, Kevin Kline, Kenneth Branagh e Salma Hayek, tutti all’apice della loro avvenenza, primo e ultima in primis. In secondo luogo, la sceneggiatura pareva assai adatta alla verve immaginifica del regista, con un western pieno di invenzioni meccaniche sull’orlo della fantascienza e un perenne tono da commedia umoristica.

E invece il film si è caratterizzato decisamente in negativo, aggiudicandosi peraltro ben cinque Razzie Awards, i “premi” assegnati ai peggiori film dell’anno… tra cui quello di peggior film e peggior regista.

Intendiamoci, a Wild wild west non manca la vivacità, ma è confusionaria e mal diretta, e fallisce anche al livello dei dialoghi, che avrebbero dovuto essere la parte trascinante del film. Si salvano solo Will Smith, per la sua presenza scenica, e quel po’di bellezza visiva che si intravede ogni tanto.

Detto tutto ciò, passiamo alla trama del film: siamo poco dopo la Guerra di Secessione Americana e due agenti speciali, James West (Will Smith; Io sono leggenda, Hitch - Lui sì che capisce le donne, Hancock, La leggenda di Bagger Vance, After Earth) ed Artemius Gordon (Kevin Kline; Un pesce di nome WandaIn & out) vengono incaricati dal Presidente degli Stati Uniti di catturare il criminale Arliss Loveless (Kenneth Branagh; I love Radio Rock, Harry Potter e la camera dei segreti, Celebrity), un sudista reduce della guerra che con essa ha perso molto, a cominciare dalle gambe, tanto da essere ridotto su una sedia a rotelle… per quanto una sedia a rotelle molto tecnologica, essendo egli una sorta di mago della meccanica, capace di inventare anche un ragno gigante degno di un film d’invasione aliena.
I due agenti, il primo più portato all’azione e il secondo più portato all’ingegno, si scontreranno spesso sul modo di condurre la missione, così come si scontreranno per le grazie della bella Rita Escobar (Salma Hayek; Dogma, Il racconto dei racconti, La grande vita, C'era una volta in Messico, Frida), che si troverà in mezzo alla situazione essendo stata rapita da Loveless.

Detto ciò, credo di aver detto tutto su Wild wild west, film leggero e dinamico, ma privo di mordente e di ironia di qualità.

Fosco Del Nero



Titolo: Wild wild west (Wild wild west)
Genere: western, commedia, fantastico.
Regista: Barry Sonnenfeld.
Attori: Will Smith, Kevin Kline, Kenneth Branagh, Salma Hayek, Ted Levine, M. Emmet Walsh, Bai Ling, Musetta Vander, Sofia Eng, Frederique Van der Wal.
Anno: 1999.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


martedì 1 gennaio 2019

Piccolo grande uomo - Arthur Penn

Mi è stato detto che Piccolo grande uomo è una specie di classico, e me lo sono visto, pur non avendolo mai sentito nominare. Forse aiutato in questo anche dalla mia mancata passione per il genere western…

… anche se occorre dire che di western Piccolo grande uomo ha solo l’ambientazione, ma non tanto il genere, che difatti oscilla tra la commedia e il drammatico, l’avventura e persino il grottesco, data la bizzarria di tutta la storia.

Essa, tratta tra l’altro da un romanzo di Thomas Berger, comincia la sua narrazione con un’intervista al vecchio Jack Crabb, ora anziano di ben 121 anni ospite presso una casa di riposo.
Egli è intervistato da un giornalista interessato alla battaglia di Little Big Horn, a cui l’anziano uomo racconta assai di più con le sue peripezie e militanze varie, tra cittadine americane, villaggi indiani ed esercito americano, in una strana oscillazione tra Custer e Buffalo Bill, tra cultura indiana e cultura americana.

Jack, da bambino, è l’unico sopravvissuto insieme a sua sorella Caroline a un massacro operato da una tribù indiana, ed è poi ritrovato e cresciuto da un’altra tribù indiana, questa più benevola, di cheyenne.
Mentre sua sorella una notte scappa, lui cresce come un indiano, ed è chiamato “Piccolo grande uomo”: piccolo per via della sua statura, e grande per via del suo coraggio.
Tutto scorre placido e felice, fino a che l’uomo bianco non stermina un loro villaggio, donne e bambini compresi, tanto che il capo Cotenna di Bisonte, sorta di padre adottivo per Jack, decide di scendere in guerra contro gli americani… ma sarà una carneficina, e Jack si salverà solo mostrandosi come uomo bianco americano.
Tornerà così a vivere presso i “visi pallidi”, in una sorta di altalena tra una cultura e l’altra, tra uno stile di vita e l’altro, in modo a dir poco instabile.

Piccolo grande uomo è una sorta di smitizzazione del genere western; non una parodia, ma non ci manca molto.
Molto bravo Dustin Hoffman (Tootsie, Ishtar, I heart huckabees, Rainman), come sempre, mentre tutto il resto (tutti gli altri) pare più macchia di contorno di un affresco semi-umoristico.
Quanto ai fatti esposti, non ho conoscenza a sufficienza di quel periodo per affermarli come storici o come mitologici (dai massacri indiani alla figura del generale Custer al passaggio delle donne da una sponda all’altra).

Ad ogni modo, sta di fatto che il film all’epoca presentò un punto di vista nuovo della questione indio-americana, e che riscosse vari premi e buon successo.

Quanto al mio gradimento, è stato appena sufficiente: il film non mi è dispiaciuto del tutto, ed è sicuramente un buon prodotto cinematografico, ma, un po’ per il dubbio sottofondo storico un po’ per l’improbabilità degli eventi di vita di Jack Crabb, sorta di banderuola al vento delle Americhe, non mi ha esaltato.

Fosco Del Nero



Titolo: Piccolo grande uomo (Little big man).
Genere: drammatico, commedia, avventura, western.
Regista: Arthur Penn.
Attori: Dustin Hoffman, Faye Dunaway, Martin Balsam, Richard Mulligan, Jeff Corey, Aimée Eccles, Kelly Jean Peters, Carole Androsky, Chief Dan George, Robert Little Star.
Anno: 1970.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 28 novembre 2018

La collina degli stivali - Giuseppe Colizzi

Con La collina degli stivali termino finalmente la visione dell’intera filmografia del duo Bud Spencer-Terence Hill… che, nonostante la mia grande passione per il suddetto duo, si era finora limitata ai film più recenti, quelli metropolitani ed esotici, tralasciando invece il genere western, ossia i primordi cinematografici della coppia.

Primordi ben diversi da ciò per cui Bud e Terence sarebbero divenuti celebri in seguito, ossia le commedie leggere e ironiche, con tanta azione e tanti buoni sentimenti; ma anche elementi non propriamente educativi, dall'alcol alle scommesse, dalle risse alle rapine, per quanto tutto di genere umoristico.

Invece, nella trilogia curata da Giuseppe Colizzi, ossia il regia che ha proposto i due sullo schermo per primo, dominano serietà e pistolettate, con sangue e morti ad ogni piè sospinto, così come cavalli, saloon, partite di carte, gioco d’azzardo, intrighi, alleanze e tradimenti, sceriffi, signorotti locali… il tutto per l’appunto in omaggio al genere western, qua rivisto in salsa italiana…
… e che in seguito sarà rivisto ancora di più l’introduzione del genere comico, avvenuta con Lo chiamavano Trinità, film di un anno successivo nel quale Bud e Terence si reincontreranno quasi per caso, e sotto la guida dell’ottimo E.B. Clucher (alias Enzo Barboni) inizieranno a mietere successi.

Fino a quel momento, dunque, serietà a tutto spiano, con Giuseppe Colizzi, regista di Dio perdona... io no! (decente), I quattro dell'Ave Maria (buono) e per l’appunto questo La collina degli stivali (mediocre), il quale regista avrebbe in seguito provato ad adattarsi anche al nuovo genere più leggero, con Più forte ragazzi!, ma senza ottenere un eccessivo riscontro (evidentemente era più propenso al genere drammatico).

Ma veniamo a La collina degli stivali, e vediamone la trama sommaria: Cat (un Terence Hill anche qui in veste di pistolero bello cattivo) è inseguito da un gruppo di banditi, viene ferito, ma riesce a sfuggire nascondendosi nel carrozzone di un circo itinerante, guidato dal brontolone Mamy (Lionel Stander). Il quale vorrebbe scaricarlo subito, mentre il trapezista Thomas (Woody Strode) si prenderà cura di lui, fino a ripresa avvenuta.
Accade poi che gli stessi banditi causino la morte del collega di Thomas, un giovane ragazzo di colore, e dunque Thomas affiancherà Cat nella ricerca di vendetta, nella quale si inserirà anche Hutch (Bud Spencer), comparso dopo parecchio dall’inizio.
Il “bestione”, ossia Bud Spencer-Hutch, non ha la minima intenzione di seguire ancora una volta Cat nelle sue missioni e vendette, non dopo le disavventure dei due precedenti film della trilogia, ma cambierà idea quando saprà che Sharp, un vecchio amico di entrambi, li ha nominati eredi di alcune concessioni di valore, di cui un tale Finch si sta impossessando in modo truffaldino.

Del genere ho già detto, e del mio gradimento basso pure.
In particolare, segnalo la grande distanza qualitativa tra I quattro dell'Ave Maria e La collina degli stivali, rispettivamente secondo e terzo film della trilogia, mentre il primo, Dio perdona… io no!, sta un po’ a metà strada, sulla sufficienza.

Da sottolineare alcune cose che caratterizzano il film: di gioco d’azzardo, sparatorie e violenza abbiamo già detto, e dunque ci rimane da dire di circo e personaggi circensi, ballerine e nani compresi, della musica assai vivace, spesso essa stessa circense ma a volte curiosamente simile e una della canzoni di Mary Poppins, della presenza nel film di “Geronimo” de I due superpiedi quasi piatti, nonché del fatto che nel film vi sono personaggi persino più grossi di Bud Spencer, con tutto che al tempo egli era giovane e forte.

In conclusione, credo che non vedrò mai più il primo e il terzo film della trilogia spaghetti western di Giuseppe Colizzi, mentre probabilmente mi rivedrò più avanti I quattro dell’Ave Maria, l’unico film della trilogia ispirato.

Fosco Del Nero



Titolo: La collina degli stivali.
Genere: western, azione, drammatico.
Regista: Giuseppe Colizzi.
Attori: Terence Hill, Woody Strode, Lionel Stander, Bud Spencer, Glauco Onorato, Enzo Fiermonte, Gaetano Imbrò, Alberto Dell'Acqua, Victor Buono, Romano Puppo, Luciano Rossi.
Anno: 1969.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 25 settembre 2018

Dio perdona… io no! - Giuseppe Colizzi

C’erano alcuni film del duo Bud Spencer-Terence Hill che non avevo mai visto, e segnatamente i primi, quelli di genere western, genere che non mi è mai piaciuto.
Tanto che negli anni avevo sempre snobbato anche Lo chiamavano Trinità e seguiti vari.

Tuttavia, di recente ho deciso di vedermi tutta la filmografia della mitica coppia, compresi i primi film, mai visti.

E così, dopo aver visto I quattro dell'Ave Maria, che peraltro mi è piaciuto decisamente, sono approdato a Dio perdona… io no!, rispettivamente il secondo e il primo film della coppia, entrambi diretti da Giuseppe Colizzi, che anni dopo li avrebbe diretti anche in Più forte, ragazzi!, filone del nuovo genere “esotico” (sarebbe seguito poi il filone “metropolitano”, il mio preferito).

Ma veniamo alla trama sommaria di Dio perdona… io no!, film del 1968: il film si apre con la scena di una strage su un treno, i cui passeggeri ed equipaggio sono stati tutti ammazzati, e l’oro che trasportava rubato. Hutch Bessy, detto Earp (Bud Spencer), lavora per un’agenzia di assicurazioni, sta indagando sul caso ed è giunto alla conclusione che dietro alla strage vi può essere una sola mente: quella del vecchio compare Bill Sant’Antonio (Frank Wolff)… il quale però è stato ufficialmente ucciso da Cat Stevens, detto Doc (Terence Hill), circa un anno prima.
I due, consultatisi, si mettono alla ricerca dell’uomo, convinti adesso che sia ancora vivo.

Dio perdona… io no! è un western serio, ancor più de I quattro dell'Ave Maria, che in qualche modo anticipava la verve umoristica che poi avrebbe accompagnato la coppia Spencer-Hill lungo tutto l’arco della sua carriera, e in un certo senso fa specie vedere i due così seri, specialmente Terence Hill, davvero cinico e tosto, doppiato ovviamente in modo diverso dal solito, mentre Bud Spencer, pur in tal film serio, conserva un ruolo da gigante buono, diciamo così, quindi più vicino al suo personaggio standard.

Il film è sufficientemente valido da esser visto in modo scorrevole, anche se si situa anni luce dietro quelli che lo avrebbero seguito (con l’eccezione di Miami supercops, l’unico mediocre), e pure dietro quello che lo avrebbe seguito a breve distanza, I quattro dell'Ave Maria, ben più ispirato.
Tuttavia, ha il grande merito di aver lanciato la coppia Bud Spencer-Terence Hill… e non è certo poco.

Due curiosità.
La prima è che nel film, mentre Bud Spencer si fa chiamare Earp, c’è un altro personaggio di nome Bud.
La seconda è più clamorosa: la parte di Terence Hill era stata assegnata a tale Peter Martell… il quale però, nei primi giorni delle riprese, si ruppe un piede durante un litigio con la fidanzata (?). È stato dunque sostituito con Terence Hill… e proprio tale casualità ha dato vita alla coppia più celebre del cinema italiano.

Fosco Del Nero



Titolo: Dio perdona… io no!.
Genere: western, drammatico.
Regista: Giuseppe Colizzi.
Attori: Terence Hill, Frank Wolff, Bud Spencer, Gina Rovere, Paco Sanz, Giovanna Lenzi, José Canalejas, Frank Brana.
Anno: 1968.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

martedì 17 luglio 2018

I quattro dell'Ave Maria - Giuseppe Colizzi

Il giorno prima che morisse Bud Spencer avevo deciso di guardarmi tutta la filmografia del duo Bud Spencer-Terence Hill, e sto tuttora proseguendo con gli ultimi film rimastimi.
Tra questi, i primi film tra i sedici in questione, i film western, genere che non mi è mai piaciuto… ma per Bud e Terence faccio un eccezione e li guardo.
Oggi è la volta de I quattro dell'Ave Maria, film girato nel 1968 da Giuseppe Colizzi, che poi è colui che ha lanciato il duo nel mondo del cinema (con Dio perdona… io no!, I quattro dell’Ave Maria e La collina degli stivali)… anche se il successo vero e proprio a dire il vero verrà poi con i film di E.B. Clucher (Lo chiamavano Trinità, Continuavano a chiamarlo Trinità, I due superpiedi quasi piatti, Nati con la camicia, etc).

Peraltro, de I quattro dell'Ave Maria non si può dire che Bud e Terence siano la coppia protagonista, giacché un altro personaggio si fa notare spesso… e anzi più di loro: l’istrionico Eli Wallach, davvero bravo e pure ben doppiato.

Ma andiamo a tratteggiare per sommi capi la trama: Cat Stevens e Hutch Bessy sono due cacciatori di taglie che si recano nell’ufficio dello sceriffo per intascare una ricompensa, anche se non hanno purtroppo le prove dell’avvenuta “eliminazione” del malvivente. Intuiscono però che egli fosse in combutta col direttore di una banca, per cui vanno da lui e gli estorcono una bella somma di denaro.
L'uomo non la prende bene e, per reazione, libera Cacopoulos, un carcerato atteso a breve dall’impiccagione, dietro la promessa che lui si disfi dei due ricattatori. Cacopoulos, però, ha programmi diversi e riguardano il vendicarsi dei suoi vecchi soci che, a seguito di una rapina, lo abbandonarono agli inseguitori, condannandolo quindi a quindici anni di prigione. Uno era lo stesso direttore della banca, e un paio d’altri seguiranno; al fine di vendicarsi di tutti, proporrà dunque un’alleanza proprio ai due che era stato incaricato di eliminare…

I quattro dell'Ave Maria non rientra nel filone umoristico dello spaghetti western, e si discosta grandemente dal tenore medio dei film di Bud e Terence, tuttavia grazie a Dio non è nemmeno troppo serioso, e anzi, soprattutto grazie al personaggio di Cacopoulos, si fa guardare volentieri.

A fargli da spalla semicomica, il solo Bud, mentre Terence Hill recita un ruolo davvero “western”, e quindi superserio, tra l’altro non doppiato dal solito doppiatore, che verrà in futuro, ma da uno meno gioviale e più tosto.

Per il resto, che dire? Nel film non vi sono tante scazzottate, anzi quasi per niente, ma molte pistolettate, come si conviene a un western. Vi è azione in quantità, ma anche qualche inserto umoristico, nonché qualche scena memorabile: quella della festa ispanica, ad esempio, o la scena finale dei quattro dell’Ave Maria di fronte ai loro cinque avversari, tutti pistole alla mano e con tanto di commento musicale sullo sfondo, scena davvero bella.

Nel complesso, I quattro dell'Ave Maria è davvero un bel film, non lo si può negare: ha qualche passaggio a vuoto, ma regge benissimo e propone molte cose buone.
Era la prima volta che lo vedevo, e ne son rimasto contento, pur non essendo appassionato delle ambientazioni western.

Fosco Del Nero



Titolo: I quattro dell'Ave Maria.
Genere: western, commedia.
Regista: Giuseppe Colizzi.
Attori: Bud Spencer, Terence Hill, Eli Wallach, Livio Lorenzon, Brock Peters, Armando Bandini, Corrado Olmi, Edoardo Torricella, Bruno Corazzari.
Anno: 1968.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

martedì 15 maggio 2018

E poi lo chiamarono il Magnifico - E.B. Clucher

Ho sempre evitato i film girati in solitaria da Bud Spencer e da Terence Hill, ossia dall’uno senza l’altro, concependoli solo come una coppia, l’uno necessario all’altro… e peraltro credo di non esser stato il solo ad avere tale punto di vista.

Ad ogni modo, tale fattore mi aveva portato a non vedere – e nemmeno a sapere che esisteva – il film E poi lo chiamarono il Magnifico, che dal titolo sembra un seguito de Lo chiamavano Trinità e Continuavano a chiamarlo Trinità, ma che di fatto non lo è.

Non solo perché manca Bud Spencer e vi è il solo Terence Hill, ma proprio perché i film non c’entrano nulla l’uno con l’altro, se non per l’ambientazione western e per il genere comico.

Anzi, in esso vi è persino una sorta di anomalia gigantesca: intanto Terence Hill non è l’unico protagonista, visto che è affiancato da un trio piuttosto ben assortito, e soprattutto non ricopre il ruolo da supereroe più bravo e più forte, qual era stato Trinità, per l’appunto.
Anzi, dirò di più: in tale film rinuncia persino alla figura da macho, da uomo pratico e semplice quale è di solito, e interpreta la parte di una sorta di dandy inglese, del tutto fuori posto nel West americano.

Viceversa, e questa è una sorta di conferma, il film propone buona parte dei “cattivi” di tutti i precedenti e successivi film di Bud Spencer e Terence Hill, tanto che fa sorridere anche solo per questo.
Parlando di ciò, questa è la prima e unica volta in cui Riccardo Pizzuti, volto ben noto di praticamente tutta la produzione del duo, ricopre il ruolo di antagonista principale e non di braccio destro come in tutti gli altri casi (magari nel mentre è stato "promosso").

Ma andiamo a descrivere sommariamente la trama di E poi lo chiamarono il Magnifico, film diretto nel 1972 da E.B. Clucher (pseudonimo di Enzo Barboni, proprio come Terence Hill era pseudonimo di Mario Girotti e Bud Spencer lo era di Carlo Pedersoli… evidentemente a quei tempi il nome anagrafico non andava troppo di moda), il regista a mio avviso più talentuoso della ricca filmografia di Bud Spencer e Terence Hill, regista dei già citati Lo chiamavano Trinità, Continuavano a chiamarlo Trinità ma anche di I due superpiedi quasi piattiNati con la camicia, Non c'è due senza quattro.

Sir Thomas Moore, visconte inglese dalla ricca cultura, si reca in America per prendere possesso di una terra lasciatagli dal padre. Nel far ciò conosce tre vecchi amici del padre, Bull, Holy e Monkey, ai quali in una lettera il vecchio morente aveva chiesto di fare di suo figlio un vero uomo, a colpi di botte, pistole, cavalli e sputi in terra.
In tutto ciò ci scappano ovviamente l’incontro sentimentale con la bella Candida (Yanti Somer; già “fidanzata” di Terence Hill in Continuavano a chiamarlo Trinità), nonché lo scontro con Morton, che ambisce anch’egli alla mano di Candida, ma più che altro per i possedimenti del padre.

Devo dire di aver gradito E poi lo chiamarono il Magnifico: E.B. Clucher ha fatto una cosa intelligente nel rinunciare in partenza a replicare il modello del duo Bud-Terence semplicemente sostituendo l’attore napoletano con qualche altro omone e, anzi, compie l’esperimento del Terence Hill damerino-signorino (che peraltro riproporrà in seguito anche in Non c'è due senza quattro, per quanto lì in modo assolutamente caricaturato e umoristico), affiancandogli un trio di uomini tutti d’un pezzo, che lo “educheranno” alla vita del vecchio West.

Battute e umorismo si sprecano, come sempre con E.B. Clucher, e vi è anche una certa bellezza visiva, tra i paesaggi naturali e la luminosa Yanti Somer, cosa che aiuta anch’essa.
Anche Riccardo Pizzuti come antagonista fa il suo.

Insomma, E poi lo chiamarono il Magnifico è una piacevole variazione sul tema del duo invincibile Bud & Terence, e confeziona un prodotto più ampio e variegato, che per certi versi è superiore allo schema tipico della filmografia “principale”… ma che forse non è stato gradito troppo dal largo pubblico, giacché è un po’ caduto nel dimenticatoio (come detto, io per esempio non lo conoscevo nemmeno).

Ad ogni modo, la valutazione di E poi lo chiamarono il Magnifico è buona… e ancora una volta E.B. Clucher si è confermato ottimo regista.

Fosco Del Nero



Titolo: E poi lo chiamarono il Magnifico.
Genere: commedia, azione, western, sentimentale.
Regista: E.B. Clucher.
Attori: Terence Hill, Yanti Somer, Gregory Walcott, Harry Carey Jr., Dominic Barto, Enzo Fiermonte, Riccardo Pizzuti, Salvatore Borgese, Tony Norton, Claudio Ruffini, Steffen Zacharias,  Fortunato Arena.
Anno: 1972.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

martedì 15 agosto 2017

Rango - Gore Verbinski

Rango è stata una bellissima sorpresa.
Il fatto di averlo trovato in una classifica dei migliori film d’animazione di tutti i tempi non era prova di nulla, giacché nella medesima classifica vi era il mediocre, noioso e infantile Frozen, ma Rango, viceversa, meritava il posto assegnatogli… e forse anche qualcosa in più.

Parto subito con la trama del film: Rango è un camaleonte che vive in una teca, con l’unica compagnia di alcuni elementi decorativi, che ha eletto a suoi amici e colleghi di set cinematografico, giacché sogna di fare l’attore.
Un incidente d’auto però lo catapulta nel Deserto del Mojave, nella zona della California, dove intraprenderà un importante viaggio.
Anzi, "il viaggio".

Il primo personaggio che incontra, l’armadillo Carcassa, dà la chiave di lettura del film, che è un film introspettivo e di ricerca interiore.
Il secondo personaggio, l’iguana Borlotta, lo introdurrà invece nella trama vera e propria della storia, all’interno del villaggio di Dust (“polvere” in italiano).

In tale villaggio, un villaggio western con tutti i crismi, Rango conoscerà una pletora di personaggi, tra tartarughe, aye-aye, topi, serpenti a sonagli, e sauri vari, ovviamente suddivisi in buoni e cattivi.
L'obiettivo di Rango, che diviene presto lo sceriffo del villaggio, è quello di ritrovare l’acqua perduta, dal momento che il villaggio rischia di scomparire per la siccità (l'acqua perduta può facilmente simboleggiare qualcos'altro che ha perduto l'essere umano, e infatti il film sotto traccia si riferisce spesso alla conoscenza, alla coscienza e al percorso individuale di ricerca).

Detto della trama, e del genere cinematografico, un’animazione comica ma anche “sostanziosa”, diciamo due parole sul regista, quel Gore Verbinski capace di girare sia film fantastici, brillanti e avventurosi come I pirati dei Caraibi - La maledizione della prima luna, o come questo stesso Rango, sia horror ben riusciti come The ring… un tipo poliedrico, dunque.

Tornando a Rango, questo è il mio commento sintetico: il film scorre via che è un piacere, la sceneggiatura è interessante, i personaggi sono originali e accattivanti, l’umorismo è brillante e a tratti fulminante, come sono ugualmente brillanti molti dialoghi.
Persino il commento musicale è eccellente, originale esso stesso.

In una parola, Rango è ciò che dovrebbero essere tutti i film di animazione. O meglio, non tutti tutti, ma quelli di genere commedia-comico: non banali, non piatti, e con una certa profondità.
Rango, difatti, mostra alla perfezione come un film, perfino un film d’intrattenimento, perfino un film dalla forte valenza umoristica, possa avere un certo spessore, risultando assai significativo, e quindi anche didattico (per piccoli e grandi, cosa affatto trascurabile). 

Unico neo, a mio avviso: il film risulta meno divertente nella ultima parte, in cui però in compenso c’è più azione.

In chiusura di recensione, faccio seguire alcune frasi prese dal film, che ne mostrano l’aspetto “profondo”, e direi perfino esistenziale, giacché potrebbero essere benissimo tratte da qualche testo di genere spiritual-evolutivo.

“Chi sono io?
Potrei essere chiunque.”

“Devo andare dall’altra parte.
[…] È la mia missione.
Egli mi aspetta. Lui.
[…] Siamo niente senza l'illuminazione.”

“- Il mio posto non è questo.
- Sarà pure vero… però sei qui.”

“Ti aiuterò a trovare quello che cerchi… e forse anche di più.”

“- La ricerca della conoscenza è irta di asperità.
- Ma io voglio solo trovare acqua.
- Se vuoi trovare acqua, devi prima trovare polvere.”

“Tutti dobbiamo compiere il nostro viaggio.
Ci rivedremo dall'altra parte.”

“Il tuo destino ti attende.”

“Certe volte devi scavare a fondo per trovare quello che cerchi.”

“Non so se hai scelta.
Nessuno può tirarsi fuori dalla propria storia.”

“Ognuno vede quello che vuole vedere.”

“Per soddisfare i bisogni della collettività l’eroe deve rinunciare a se stesso.”

“Ricordate che in ognuno di noi alberga il vero spirito.”

“Pronto, c’è nessuno?”

“Chi sei tu?”

“Chi sono io?
Non sono nessuno.”

A proposito dell’ultimo tema, il non essere nessuno, o meglio l’essere il vero spirito, o ancora la rinuncia a se stesso, proprio quando Rango “non è più nessuno”, egli arriva “dall’altra parte”… e poi perde i sensi. Dopo di che, illuminato su alcune cose che non aveva compreso in precedenza, ritorna indietro ad aiutare coloro che si era lasciato alle spalle... un po' come accade ai maestri: dopo il risveglio, tornano indietro ad aiutare il resto dell'umanità.

Aggiungo anche un altro elemento: durante una sorta di rituale "religioso" una ruota viene portata in alto ed elevata al cielo come se fosse l'ostia della comunione; in ciò, il cerchio del sole va a coincidere con essa sullo sfondo del cielo. Il che è giusto: la stessa ostia è un simbolo solare, per cui l'evento sceneggiato è simbolicamente perfetto, tanto più che la stessa ruota è un noto simbolo evolutivo-spirituale-archetipo: la ruota del karma, la ruota dei tarocchi, etc. D'altronde, lo stesso film aveva parlato chiaramente di illuminazione, a proposito di sole e di eventi spirituali.

In conclusione, Rango è un gran film, che ha ottenuto un buon successo e discreti riconoscimenti, ma meno di quanto si sarebbe aspettato: d’altronde, soltanto un mago può riconoscere un altro mago, per dirla con Ursula Le Guin.
A proposito di maghi, bianchi e neri, il rettile protagonista del film somiglia in modo inquietante a un altro rettile di nostra conoscenza, che attualmente detiene un incarico di governo nel nostro amato paese.

Fosco Del Nero



Titolo: Rango (Rango).
Genere: animazione, commedia, comico, avventura, western.
Regista: Gore Verbinski.
Anno: 2011.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.

sabato 14 dicembre 2013

Django unchained - Quentin Tarantino

Ho visto quasi tutti i film di Quentin Tarantino, anche se su Cinema e film finora ho recensito solamente Le iene, Bastardi senza gloria e Kill Bill.
Oltre che Sin City, cui Tarantino ha partecipato come coregista, e Dal tramonto all'alba, cui ha partecipato come attore, diretto dal suo amico Robert Rodriguez.

Ad ogni modo, un paio di giorni fa mi sono visto anche il suo ultimo lavoro: Django unchained, film di ambientazione western con una serie praticamente interminabile di riferimenti, a cominciare dal titolo (Django, film di Sergio Corbucci, regista di svariati film della coppia Bud Spencer e Terence Hill) fino alla sigla finale (Lo chiamavano Trinità).

In mezzo, tante altre citazioni, spesso autocitazioni, nonché molte situazioni tipiche “tarantiniane”, tra violenza, sangue, ironia e legami affettivi. 

Ecco in breve la trama: il dottor King Schultz (Christoph Waltz; Bastardi senza gloria, The zero theorem), un cacciatore di taglie che va in giro con un carretto da dentista ambulante, sta cercando alcuni criminali su cui pende una taglia, e incontra per caso lo schiavo Django, che potrebbe aiutarlo nella sua ricerca.
Lo prende dunque con sé, come uomo libero e collaboratore.

Django (Jamie Foxx; Ray, Collateral), dal canto suo, ha un solo obiettivo: ritrovare la moglie Broomhilda (Kerry Washington; Ray, Lei mi odia), anch’essa schiava e finita chissà dove…

I due lo scopriranno, e inizierà così una sorta di partita a scacchi con Calvin Candie (Leonardo Di CaprioInception, Revolutionary roadThe beachRomeo & GiuliettaTitanic) e il suo capo-schiavo Stephen (Samuel L. Jackson; Pulp fiction, Die hard, Old boy).

La storia di per sé non è nulla di particolarmente originale, specialmente rispetto ai canoni di Tarantino, ma il film è praticamente impeccabile sotto ogni punto di vista: fotografia, colonna sonora, dialoghi, tanto che, nonostante sia il film più lungo del regista americano, con i suoi 165 minuti, comunque si segue più che volentieri fino alla fine.

Pur non essendo un fan sfegatato di Quentin Tarantino, devo dire che ho gradito tutti i suoi film, e così è stato anche per Django unchained, film che ha una sua bellezza, un suo incedere maestoso, e anche più umorismo di molti suoi predecessori.

Anche se, a dirla tutta, sconta una sceneggiatura non troppo brillante, nonché alcuni punti che non mi hanno convinto molto (come la scoperta della copertura dei due cacciataglie presso la fattoria di Calvin Candie), utili a far proseguire la trama in un certo modo ma un po’ forzati.

Nel complesso, comunque, Django unchained mi è piaciuto e, dettagli a parte, se tutti i film fossero così curati, gusti di genere a parte, non avremmo nulla di cui lamentarci…

Fosco Del Nero



Titolo: Django unchained (Django unchained).
Genere: drammatico.
Regista: Quentin Tarantino.
Attori: Jamie Foxx, Christoph Waltz, Samuel L. Jackson, Leonardo Di Caprio, Kerry Washington, Dennis Christopher, Walton Goggins.
Anno: 2012.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

giovedì 22 agosto 2013

Continuavano a chiamarlo Trinità - E.B. Clucher

Da poco ho pubblicato la recensione di Lo chiamavano Trinità, il classico dello spaghetti western umoristico girato nel 1970.
Chiunque abbia visto il primo, saprà che esiste anche un secondo, sarebbe a dire Continuavano a chiamarlo Trinità, girato, sulla scia del successo del precedente, l’anno seguente, e col medesimo trio: il regista E.B. Clucher e gli attori Bud Spencer e Terence Hill.

Superando persino il predecessore, e conquistando il primo posto nella classifica dei film italiani più visti (primo posto conteso con Ultimo tango a Parigi).

Ecco in breve la trama, per coloro che non la conoscessero: mentre nel primo film Bambino (Bud Spencer) si era finto sceriffo per agevolare i suoi propositi di furto di bestiame, in questo secondo lui e il fratello Trinità (Terence Hill) si fingono agenti federali per intascare un’ingente somma di denaro depositata dal signorotto locale, tale Parker, presso una missione di religiosi.
Nel mezzo, tante baruffe, scazzottate, sparatorie, battute, e pure la storia d’amore tra Trinità e la figlia di una coppia di contadini che i due “agenti” un giorno hanno l’occasione di “rapinare”.

Pur con la premessa fatta nella recensione di Lo chiamavano Trinità, ossia che preferisco i film metropolitani della coppia Bud-Terence (per esempio I due superpiedi quasi piattiNati con la camiciaPari e dispari, e così via) a quegli degli altri generi, devo dire che anche questo secondo film mi è piaciuto, nonostante un abbrivio non tanto convincente (e un poco rozzo per i miei gusti).

Per il resto, anche in tale seguito si assiste al binomio tra umorismo/leggerezza da un lato e sparatorie/scazzottate dall'altro lato. 

A me personalmente sparatorie e scazzottate non appassionano molto, ma il tutto è questione di gusti e, se l’uno e l’altro dei Trinità hanno avuto un tale successo, tanto da essere peraltro rimasti nella memoria collettiva del pubblico italiano, un motivo ci sarà.
Continuavano a chiamarlo Trinitàdal canto suo, propone un motivo aggiuntivo, sotto forma di presenza femminile più bella di tutti i film di Bud e Terence: l'allora modella finlandese Yanti Somer.

In conclusione, qualcuno si sarà riguardato una decina di volte I due superpiedi quasi piatti, e qualcun altro viceversa Lo chiamavano Trinità.
Come si dice, a ciascuno il suo.

Fosco Del Nero



Titolo: Lo chiamavano Trinità.
Genere: comico, western.
Regista: E.B. Clucher.
Attori: Bud Spencer, Terence Hill, Enzo Fiermonte, Yanti Somer, Adriano Micantoni, Furio Meniconi, Enzo Tarascio, Gérard Landry, Franco Ressel, Vittorio Fanfoni, Riccardo Pizzuti, Fortunato Arena, Dana Ghia.
Anno: 1971.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.

lunedì 22 luglio 2013

Lo chiamavano Trinità - E.B. Clucher

Ho già recensito parecchi film della coppia Bud Spencer-Terence Hill, visti e rivisti nel corso degli anni sin da quando ero bambino.

Anche se, come preciso in alcuni articoli, ho sempre preferito i film “metropolitani” del duo italiano, piuttosto che quelli esotici in paesi sudamericani o quelli simil-western come il celebre Lo chiamavano Trinità, che peraltro è l’oggetto della recensione di oggi.

Nella mia personale classifica, in cima stanno I due superpiedi quasi piatti e Nati con la camicia, seguiti poi da altre prodezze come è Pari e dispari e Chi trova un amico trova un tesoro.

Mentre gli ultimi due sono stati diretti da Sergio Corbucci, i primi due sono stati diretti da Enzo Barboni, in arte E.B. Clucher, che è anche il regista di Lo chiamavano Trinità… e il grande successo (rispetto ad altri film del duo) in questo senso ai miei occhi non è casuale.

Ecco in breve la trama del film che come detto è una sorta di versione umoristico-italiana del genere western: Trinità (Terence Hill), detto anche "La mano destra del diavolo", è un pistolero sornione e svelto, tanto di mano quanto di parola.
Il suo fratello maggiore, Bambino (Bud Spencer), è al contrario più taciturno e più orientato a farsi gli affari tuoi, ma ugualmente dotato con la pistola, tanto che egli è "La mano sinistra del diavolo".

I due si rincontrano nel villaggio in cui il secondo fa lo sceriffo, per quanto autonominatosi in circostanze alquanto particolari.
Vicino al suddetto villaggio sta una comunità di pacifici mormoni, presi di mira sia da una banda di malditos messicani, sia dal signorotto locale, detto il Maggiore.
Va da sé che “le due mani del diavolo” si schiereranno dalla parte dei più deboli, e alla loro maniera…

Di mio non ho mai amato le ambientazioni western, fatto che riduce il mio gradimento per questa pellicola la quale comunque propone, al di là della scenografia, grossomodo gli stessi meccanismi degli altri film del trio E.B. Clucher-Bud Spencer-Terence Hill, con forse qualche leggerezza e facezia in meno. Beh, e qualche sparatoria in più.

Rimane il fatto che si tratta di un film storico del cinema italiano, che ebbe un grande successo al tempo al cinema e successivamente in televisione, dando ragione a coloro che credettero nel progetto (molti produttori viceversa rifiutarono il film).

Al di là del gusto individuale che fa preferire a uno le città, a un altro il Sud America o a un altro il vecchio West (che poi in realtà è il Lazio), Lo chiamavano Trinità è un film che merita di essere visto… e rivisto a seconda dei gusti.

Fosco Del Nero



Titolo: Lo chiamavano Trinità.
Genere: comico, western.
Regista: E.B. Clucher.
Attori: Bud Spencer, Terence Hill, Steffen Zacharias, Farley Granger, Gisela Hahn, Ugo Sasso, Fortunato Arena, Ezio Marano, Gaetano Imbrò, Riccardo Pizzuti, Michele Cimarosa, Elena Pedemonte.
Anno: 1970.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.

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