Slide # 1

Slide 1

Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

Slide # 2

Slide 2

L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

Slide # 3

Slide 3

Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

Slide # 4

Slide 4

Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

Slide # 5

Slide 5

Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

mercoledì 14 aprile 2021

Battlestar galactica - Ronald D. Moore

Avevo in animo da tempo di guardarmi Battlestar galactica, la famosa serie tv, e l’ho fatto nella sua versione più famosa, ossia il remake prodotto tra il 2004 e il 2009. Quanto al franchise in generale, esso è ben più ampio: una serie televisiva prodotta nel 1978-1979, una serie televisiva prodotta nel 1980, tre adattamenti cinematografici prodotti tra il 1978 e il 1980, una miniserie televisiva nel 2003, la serie prodotta tra il 2004 e il 2009, tre webserie prodotte per il web tra il  2006 e il 2009, un film per la televisione prodotto nel 2007 e un altro prodotto nel 2009.
Insomma, parecchia roba, col tutto che nella sua globalità è indirizzato soprattutto a un pubblico tecnologico-nerd… e infatti la serie è citata spesso in The Big Bang theory, serie ad ambientazione nerd per eccellenza.

Al di là del profilo storico, rimaniamo sulla sola serie del 2004-2009, creata da Ronald D. Moore e con interpreti principali Edward James Olmos (il Comandante William Adamo), Mary McDonnell (la Presidentessa Laura Roslin), Katee Sackhoff (il pilota Kara Thrace, detta Scorpion), Jamie Bamber (il Capitano Lee Adamo, detto Apollo), James Callis (il Dottor Gaius Baltar), Tricia Helfer (il cylone Numero Sei) e Grace Park (il cylone Numero Otto).

Ecco in grande sintesi la trama di Battlestar galactica: la guerra contro i Cyloni è finita da circa quarant’anni, e da tale data non se n’è visto neanche uno. I Cyloni sono dei robot creati dall’uomo in un lontano futuro, come manodopera, poi ribellatisi all’umanità.
Quarant’anni dopo, tuttavia, e qua comincia la serie televisiva, essi si rifanno vivi, e in modo eclatante: con un devastante attacco sincronizzato alle Dodici Colonie, i pianeti della Federazione in cui vive l’umanità, essi riescono quasi ad estinguere la razza umana, ora ridotta a poco meno di 50.000 persone, che prendono il volo sulla Flotta Coloniale, guidata militarmente dal Comandante Adamo. Politicamente, invece,  Laura Roslin assume la difficile carica di presidente essendo l’unica superstite dell’esecutivo in carica in quel momento.
Da qui comincia la lotta contro i Cyloni, una lotta che è sia ben visibile, basata su astronavi ed esplosioni, sia una lotta meno visibile, dal momento che in quei decenni di assenza, si scoprirà abbastanza presto, i Cyloni son riusciti a migliorare la loro tecnologia, e ora sono praticamente indistinguibili dagli esseri umani. Di più: alcuni di essi in forma umana non sanno di essere degli automi e sono dunque degli agenti dormienti, pronti ad attivarsi in certe condizioni. Non hanno però qualsivoglia aspetto, ma son stati costruiti secondo diversi modelli, otto per la precisione, ciascun modello in numero infinito e con sembianze identiche.
I principali personaggi umani, oltre ai due già elencati, sono Scorpion, donna pilota esuberante e volitiva, il Capitano Apollo, figlio del Comandante della flotta, e Gaius Baltar, geniale scienziato suo malgrado coinvolto nel genocidio perpetrato ai danni dell’umanità. Tra i Cyloni, invece, spiccano Numero Sei, che fu amante di Baltar, e Numero Otto… amante di svariati uomini.

La mia valutazione di Battlestar galactica è tiepida, per i motivi che ora andrò ad elencare.
La prima cosa da evidenziare è che non si tratta di un prodotto molto originale: nella sua componente da space opera deve molto alla fantascienza classica, tanto letteraria quanto cinematografica; nella contrapposizione tra umani e nemici deve molto a Visitors (e anzi il motore centrale della serie si basa proprio su creature aliene che si mimetizzano tra gli esseri umani allo scopo di annientarli); per non parlare di tre cliché fantascientifici che definire classici sarebbe riduttivo, ossia l’umanità che costruisce dei robot, i robot che si ribellano e l’umanità del futuro che cerca il pianeta Terra (tutti elementi presenti nella produzione di Isaac Asimov).
I cliché si sprecano non solo nella sceneggiatura di fondo, ma anche nei personaggi: abbiamo il comandante freddo e tutto d’un pezzo; abbiamo il figlio ribelle che desidera essere approvato dal padre ma trovando una sua strada; abbiamo la donna maschiaccio poco ligia alle regole; abbiamo l’intellettuale doppiogiochista; e via discorrendo.
Anche nei generi narrativi Battlestar galactica prende un po’ dappertutto: l’opera di fantascienza, il dramma sentimentale in stile soap opera, molta azione ma altrettanti spunti metafisico-esistenziali. Quest’ultimo punto è per me di particolare interesse: la serie ha avuto per forza dietro le quinte qualcuno interessato alle tematiche esistenziali… e non poteva essere altrimenti dal momento che come sigla iniziale è stato messo il gayatri mantra.

A questo proposito, propongo qualche citazione interessante che mi sono segnato.

“Io comprendo l’universo, vedo oltre gli schemi, avverto l’esistenza ad ogni attimo della vita.
Ecco il punto: io ne ho coscienza e tu no.
Noi non siamo solo un involucro; la differenza tra di noi è che io so quello che significa mentre tu no.  So che c’è dell’altro oltre al corpo e alla coscienza. Una parte di me fluttua libera ma in realtà è lucida e non si perde mai nella corrente. 
Io sono più di quanto tu potresti immaginare. Io sono Dio. Tutti siamo Dio, tutti noi.
Vedo l’amore che riunisce tutti gli esseri viventi. Nel fiume della vita vedo le verità che tu ignori. La tua vita è la testimonianza del dolore, delle ferite, degli incidenti; alcuni inflitti ad altri, alcuni inflitti a te stesso. Sei come prigioniero di una bolla; ma non è reale, è solo qualcosa di cui ti hanno convinto, qualcosa in cui credi, e quindi sei tu il problema, e non il mondo in cui vivi.
Tutto quello che è successo prima accadrà nuovamente.
Implori gli dei e chiedi loro la via ma non sai capire che il tuo destino è già stato scritto. Ognuno di noi recita un ruolo, ogni volta un ruolo diverso. Le pedine cambiano, la storia resta la stessa.”

“Dio non prende posizione, vuole solo il tuo amore.
Aprigli il cuore e ti mostrerà la strada.
Devi ricordarti di mettere da parte il tuo ego.”

“La vita è una melodia. 
Il susseguirsi delle note è la tua esistenza che entra in armonia con i piani di Dio.
È il momento di fare la tua parte e compiere il tuo destino.”

“Siamo diventati ciò che guardavamo.”

“Così, invece di seguire il nostro destino e cercare la via che ci avrebbe portato all’illuminazione, abbiamo compromesso il vostro.”

“Stiamo tutti cercando di scoprire chi siamo.”

“Io voglio aiutarti.
Voglio che tu veda la verità nella tua vita; la ragione per cui soffri e lotti da così tanto.”

Tale vocazione è certamente meritoria… peccato però che non è la vocazione principale della serie, e che anzi tale fattore si perda nel calderone di ingredienti eterogenei e confusi che è Battlestar galactica, serie che peraltro è piena di incongruenze e di concessioni sceniche davvero pacchiane. Ne cito una tra tutte: per un terzo della storia ci sono scene di persone che bevono alcol, e questo all'interno di astronavi che hanno il problema del cibo e dell’acqua, altro che buttare litri e litri di alcol… peraltro comportandosi il più delle volte come dei bambini troppo cresciuti.

Tale pacchianeria di fondo, diventata via via più evidente nel corso della serie, parallelamente a comportamenti e scelte narrative a dir poco insensate, nonché a episodi davvero frivoli e senza contenuti, mi ha portato a interrompere la visione della serie dopo la terza stagione.
Non ho visto la quarta e ultima stagione, dunque… ma ne ho letto la trama e ho visto che la sceneggiatura è andata peggiorando ulteriormente, fino a scadere nel ridicolo.
Davvero un peccato: fin dall’avvio Battlestar galactica non è mai stata una produzione geniale, innovativa e brillante, ma sulle prime si presentava come un buon lavoro compilativo, arricchito peraltro da qualche spunto di buona profondità… elementi che poi son scaduti, come capita spesso alle serie di successo che pur di prolungare se stesse con fini commerciali abbassano il livello qualitativo, fino a che la chiusura arriva per manifesta decadenza e/o ascolti ridotti.

In questi casi, sarebbe molto meglio chiudere prima, con qualità e bellezza, e consegnare così alla storia un prodotto di valore…
… per poi dedicarsi a qualche nuova idea, senza al contrario trascinare la vecchia idea per più tempo possibile giusto per guadagnare la produzione di qualche episodio in più.

Fosco Del Nero



Titolo: Battlestar galactica (Battlestar galactica).
Genere: serie tv, fantascienza, drammatico, sentimentale, azione.
Creatore: Ronald D. Moore.
Attori: Edward James Olmos, Mary McDonnell, Katee Sackhoff, Jamie Bamber, James Callis, Tricia Helfer, Grace Park, Michael Hogan, Aaron Douglas, Tahmoh Penikett, Kandyse McClure, Alessandro Juliani.
Anno: 2004-2009.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



martedì 13 aprile 2021

L’orso - Jean Jacques Annaud

Devo dire la verità: son rimasto abbastanza deluso da L’orso di Jean Jacques Annaud, dal momento che da un regista così quotato, autore di quel gran film che è Il nome della rosa (cito anche Sette anni in Tibet), mi attendevo qualcosa di più, alla luce anche dei premi e delle nomination conquistate dal film recensito quest’oggi.

Il quale peraltro è tratto da un romanzo di Oliver Curwood, autore che tuttavia non conosco.

Ecco la trama sommaria de L’orso: siamo nel 1885, nella Columbia Britannica, immersi in un paesaggio maestoso, tra montagne e foreste. La prima scena ci fa conoscere il protagonista del film, un cucciolo d’orso che rimane orfano della madre, la quale muore in una piccola frana da lei stessa causata mentre si procurava del miele da un alveare. Il cucciolo, dopo aver atteso a lungo accanto al cadavere della madre, si mette in marcia da solo, messo di fronte all’esigenza sia di trovare del cibo sia di trovare un rifugio. 
Il secondo filone della storia, che poi si congiungerà col primo, riguarda una caccia all’orso che due cacciatori stanno portando avanti: i due sono sulle tracce di un possente grizzly, che uno dei due riesce a ferire ma non a uccidere. Dopo di che l’orso piccolo e l’orso grande si incontrano ed iniziano un’amicizia.

L’orso di Annaud colpisce soprattutto per due cose.
La prima è la bellezza dei paesaggi, affiancati da una colonna sonora adeguata e mai invadente. Davvero molto bello... peraltro, le riprese non sono state fatte in Canada, ma sulle Dolomiti.

La seconda cosa è che L’orso è un film molto “facile”, giacché punta sul melodramma e sulla facile simpatia: al piccolo orso muore la madre, il grande orso viene cacciato e ferito dai cattivi esseri umani, il grande orso prende sotto la sua ala protettrice il cucciolo, l’essere umano infine capisce quanto era stato cattivo, e via discorrendo. 
Davvero un trionfo del melodramma ben pilotato.

Incuriosisce anche che, così come Il nome della rosa era un film assai verboso, L’orso invece presenta una quasi totale mancanza di dialogo: le uniche voci umane che si sentono son quelle dei cacciatori che si fanno grasse risate e mostrano la loro pochezza umana. Anche questo in modo talmente netto da apparire quasi una caricatura. 

L’obiettivo del film è ovviamente scatenare la simpatia dello spettatore di fronte alla persecuzione/cattiveria dell’uomo tecnologico… peccato tuttavia che lo spettatore, o perlomeno quasi tutti gli spettatori, incoraggino con le loro scelte di vita, alimentari e non solo, il massacro indiscriminato di tante specie animali, cosa che rende l’intento di questo film abbastanza paradossale se ci si pensa.

Insomma, de L’orso di J. J. Annaud si salva solo la realizzazione tecnica, molto bella per panorami e montaggio; per il resto è poca cosa.

Fosco Del Nero



Titolo: L’orso (L'ours).
Genere: drammatico, avventura.
Regista: Jean Jacques Annaud.
Attori: Tchéky Karyo, Jack Wallace, André Lacombe.
Anno: 1988.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.




mercoledì 7 aprile 2021

Uomini di Dio - Xavier Beauvois

Uomini di Dio, film del 2010 girato da Xavier Beauvois, è basato su una storia vera, quella dei monaci di Tibhirine, salita agli altari della cronaca nera e inserita nel contesto ideologico del terrorismo islamico e della convivenza più o meno pacifica tra culture e religioni diverse.

Ecco la trama del film: siamo nel 1996, in una comunità montana dell’Algeria, dove nove monaci benedettini hanno fondato un convento e portano umilmente avanti la pratica d’oro dell’ora et labora, prega e lavora. Ognuno di loro ha le sue mansioni, tra campi e commissioni varie, e vi è anche un medico, benché anziano con i suoi ottant’anni.
Un giorno, tuttavia, poco lontano da lì un commando di terroristi islamici assale e sgozza sul posto alcuni europei, ponendo per i monaci del convento il dilemma se rimanere o se andarsene.
Dopo qualche discussione, nonché alcune vedute differenti, i nove rimangono… dando vita per l’appunto al fatto di cronaca di cui è oggetto il film, a cui, a quanto si è scoperto in seguito, non era alieno lo stesso esercito algerino, a sua volta poco entusiasta di quell’enclave cristiano in terra musulmana.

Di base sono diffidente riguardo ai film tratti da eventi reali, specialmente se socialmente, culturalmente, religiosamente o politicamente manipolabili e strumentalizzabili: molto difficile infatti che a dipingerli vi sia un pennello puro e neutro. Non so peraltro come andarono realmente le cose, per cui mi limito a valutare il film in quanto tale, al di là della sua aderenza o meno ai fatti reali.
In tal senso, Uomini di Dio è un film che ha la sua bellezza: la sceneggiatura è semplice e senza fronzoli, e così per larghi tratti la scenografia; tuttavia la fotografia del film è notevole, e a essa si accompagnano sovente anche i bei canti liturgici dei monaci, nonché la loro linda e graziosa cappella. Anche alcuni paesaggi naturali sono di bell’effetto visivo.

I personaggi, anche i principali, non son caratterizzati troppo approfonditamente, e questo se vogliamo è un difetto, e a tratti si ha la sensazione che le persone e gli eventi siano stati un po’ troppo stereotipati.
In generale, tuttavia, il film ha valore, sia come bellezza visiva sia come contenuti: la grande dedizione dei monaci, nonché qualche bella frase che appare ogni tanto, a cominciare da quella che apre il film, la quale, per chi non lo sapesse, è quella cui si è riferito Gesù nei Vangeli quando gli fu chiesto se l’essere umano avesse o meno una natura divina.

“Io ho detto: voi siete Dei. Siete tutti figli dell’Altissimo. Eppure morirete come ogni uomo, cadrete come tutti potenti.” (Bibbia, Salmo 81)

“La debolezza in sé non è una virtù, ma è l’espressione di una realtà fondamentale di un nostro essere, che deve continuamente essere forgiata dalla fede, dalla speranza e dall’amore.”

“Tu sai che io non ho paura dei terroristi, né tantomeno dell’esercito. 
Non ho paura della morte. Sono un uomo libero.”

“La nostra identità di uomini va da una nascita all’altra, e da una nascita all’altra finiremo anche noi per far nascere questo figlio di Dio che siamo noi. Perché l’incarnazione per noi è lasciare che la realtà filiale di Gesù s’incarni nella nostra umanità.”

Al di là della questione politico-sociale, la cosa di maggior valore del film è per l’appunto questa: la tensione all’evoluzione spirituale che vi è nei monaci, che individualmente son tutti uomini con le loro debolezze, ma che, il film è riuscito bene a trasmetterlo, si fanno forza l’un l’altro per portare avanti il loro percorso spirituale, ancor prima di quello mondano (aiuto ai poveri, guarigione, etc).

Fosco Del Nero



Titolo: Uomini di Dio (Des hommes et des dieux).
Genere: drammatico, storico.
Regista: Xavier Beauvois.
Attori: Lambert Wilson, Michael Lonsdale, Olivier Rabourdin, Philippe Laudenbach, Jacques Herlin, Loïc Pichon, Xavier Maly, Jean-Marie Frin, Abdelhafid Metalsi, Sabrina Ouazani.
Anno: 2010.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.



martedì 6 aprile 2021

Solaris - Steven Soderbergh

Il film recensito quest’oggi è Solaris.
Già s’impone una prima precisazione, dal momento che si sta parlando del Solaris del 2002, quello diretto da Steven Soderbergh, che ha seguito il Solaris diretto nel 1972 dal russo Tarkovskij, il quale aveva a sua volta seguito un film del 1968 per la televisione sovietica… il quale a sua volta era la trasposizione dell’omonimo romanzo dello scrittore polacco Stanisław Lem, datato 1961.

Un giro di conversioni piuttosto lungo, che inevitabilmente avrà generato tante differenze da una versione all’altra. 
La mia seconda precisazione è che non conosco il romanzo originale di Lem, che so però essere piuttosto ampio e dal sapore filosofico… 
… cosa che peraltro avevo supposto considerando la più famosa opera di Tarkovskij, ossia Stalker, un altro film di genere fantastico-psicologico-esistenziale che vidi ormai parecchi anni fa.

Quanto al regista di questa versione di Solaris, ossia Soderbergh, posso dire che, pur avendo prodotto qualche film di mio gradimento come Erin Brockovich od Ocean's eleven, non l’ho mai trovato un grande regista, e difatti la sua piuttosto ricca filmografia si è persa dietro numerosi film d’azione, di violenza e di drammi.

Ma veniamo a film in sé e per sé: allo psicanalista Chris Kelvin (George Clooney; Dal tramonto all’alba, L’uomo che fissa le capre, Burn after reading, Fratello, dove sei?, Gravity) vien chiesto se vuole recarsi sulla piattaforma che ruota intorno al pianeta Solaris per indagare. L’equipaggio originale e la pattuglia di soccorso, difatti, non hanno dato più notizie di sé, tanto che si ipotizza di abbandonare la stazione spaziale al suo destino.
Egli accetta di andare sul posto e vi trova due persone vive: lo scienziato Snow (Jeremy Davies, visto in Lost)  e il Dottor Gordon (Viola Davis; The helpMangia, prega, ama). Tutte le altre persone sono morte, alcune di morti violente e alcune suicide. Già dalla prima notte gli sarà chiaro il perché di quei turbamenti: in qualche modo il pianeta ha la capacità di materializzare gli individui più cari agli esseri umani, fossero anche morti nella realtà. Così, Kelvin vede la defunta moglie Rheya (Natascha McElhone; The Truman show, Moonacre - I segreti dell’ultima luna), della cui morte peraltro si sente in colpa.

Lo dico subito senza mezzi termini: Solaris, perlomeno questo Solaris, è stato una mezza delusione, e forse ancor più che mezza. In pratica, il film ignora quasi del tutto l’aspetto esistenzial-filosofico, che so essere assai importante nel romanzo, definito uno dei capolavori della narrativa fantastica europea e mondiale, per concentrarsi su quello melodrammatico della storia d’amore tra l’uomo (vivo) e la donna (morta).  

E con ciò, ahimè, devo confermare la mia valutazione mediocre su Steven Soderbergh, bravo a tessere, ma neanche sempre, film dinamici, ma incapace di dare profondità alle sue opere.
Il film si distingue per una bella atmosfera e una bella colonna sonora, ma manca la sostanza, da cui la valutazione mediocre.

Passerò dunque all’altro Solaris, quello di Tarkovskij, e poi forse anche al romanzo di Lem, il quale peraltro ha criticato fortemente ambo i film.

Chiudo con due frasi del film.

“Sono sveglio?”
“Sì.”
“Come fai ad essere qui?  Dove credi di essere?”

“Studiando Solaris l’aspetto più interessante è che sembra reagire quasi come se sapesse di essere osservato.”

Fosco Del Nero



Titolo: Solaris (Solaris).
Genere: fantascienza, psicologico.
Regista: Steven Soderbergh.
Attori: George Clooney, Natacha McEhone, Jeremy Davies, Ulrich Tukur, Natascha McElhone, Viola Davis, John Cho, Morgan Rusler, Shane Skelton, Donna Kimball.
Anno: 2002.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 31 marzo 2021

Conan, il ragazzo del futuro - Hayao Miyazaki, Keiji Hayakawa

La recensione di oggi riguarda uno dei cartoni animati cui sono più affezionato in assoluto, che guardavo più che volentieri da bambino/ragazzino, che mi son visto volentieri ora da adulto e che ha contribuito a dare il via alla mia passione per l’animazione vera e propria, quella seria e non quella concepita solo per intrattenere/distrarre i bambini: parlo di Conan, il ragazzo del futuro.

Non a caso, dietro la sceneggiatura e la regia di Conan, il ragazzo del futuro c’è Hayao Miyazaki (oltre a Keiji Hayakawa), che nei decenni seguenti sarebbe diventato il regista di film d’animazione più brillante in assoluto, creatore di capolavori come Nausicaa della valle del ventoLaputa - Castello nel cieloPrincipessa MononokeLa città incantataIl castello errante di Howl e altri ancora. 
E non mi metto a parlare dello Studio Ghibli altrimenti non la finiamo più, per cui torniamo a Conan, il ragazzo del futuro, serie animata composta da 26 episodi prodotta nel 1978 sulla base del romanzo The incredible tide di Alexander Key, da cui tuttavia ha preso liberissimo spunto rispettandolo solo parzialmente e ampliandolo.

La serie, dapprincipio prodotta solo per il Giappone, sulle prime non ha ottenuto un grande riscontro, salvo poi riscattarsi nei passaggi televisivi successivi e divenire infine un fenomeno mondiale e una serie televisiva culto.

Ecco la trama sommaria di Conan, il ragazzo del futuro: nel 2008 la Terra subisce una sorta di apocalisse; durante la Terza Guerra Mondiale due nazioni nemiche lanciano varie bombe elettromagnetiche che devastano gravemente il pianeta, alterandone in modo definitivo la morfologia e, più nel dettaglio, facendo sprofondare i grandi continenti. In breve: la gran parte della superficie terrestre è sparita, e così buona parte l’umanità. Si salvano alcune isole, divenute piccole comunità indipendenti, come la bella Hyarbor, sulle quali vuole imporre il proprio giogo Indastria, una sorta di città-stato di stampo sempre più totalitario e distopico che, nonostante l’esempio scellerato della guerra e della distruzione, punta ancora su dominio, tecnologia e armi.
Contro di essa, circa vent’anni più tardi, si batteranno il protagonista Conan, un ragazzino super-forzuto, il suo amico Gimsey, che pure lui non scherza in quanto a forza, la dolce Lana, nipote del Dottor Rao, genio della fisica che si rifiuta di consegnare a Indastria i segreti dell’energia solare onde evitare una nuova ecatombe, e vari altri personaggi. Tra questi, i più significativi, e piuttosto altalenanti nei loro schieramenti, sono il Capitano Dyce e la soldatessa Mosley.
Il cattivo di turno, che oltre ad essere cattivo è anche piuttosto ottuso, è Repka, sorta di despota via via plenipotenziario.

Conan, il ragazzo del futuro semplicemente ha contribuito ad educare alcune generazioni di bambini e ragazzini, e credo bene: i valori che emergono dalla serie animata sono il coraggio, l’amore, la dolcezza, la coerenza, il rispetto per la natura, il rifiuto della guerra, il pericolo della ricerca scientifica priva di coscienza… valori che poi sarebbero stati portati avanti dallo Studio Ghibli in quasi tutte le sue pellicole.
Tutto ciò non è poco, specie se immerso in un’avventura dal taglio epico, in una storia d’amore infantile e pura, in tanta azione (molto fantasiosa e poco realistica invero), in tanti scenari di grande bellezza (su tutti l’isola di Hyarbor) e anche in qualche perla di saggezza espressa espressa anche a parole, oltre che negli eventi, come le citazioni che seguono. 

“La terra e il mare generano flora e fauna grazie al Sole.
Gli esseri umani possono vivere liberamente solo secondo le leggi della natura.”

“Da sempre l’essere umano subisce una selezione naturale quando si presentano dei cambiamenti.
In sostanza la natura ha sempre fatto da giudice nello stabilire chi avrebbe dato origine alla civiltà seguente.”

“Tu devi lasciarli liberi di fare quello che desiderano.
Vedranno partire la civiltà del futuro dalle rovine del loro vecchio mondo.”

Commovente in particolare il rapporto affettuoso/amoroso tra Conan e Lana, sorta di emblema della purezza sentimentale. Peraltro, l’opera possiede tanto l’energia maschile (Conan, forza, coraggio, azione, esplosività) quanto l’energia femminile (Lana, dolcezza, apertura, perdono, intuizione)… e probabilmente non si tratta di un fattore casuale, giacché gli orientali tendono spesso a mettere qualcosa di profondo nelle loro opere, derivante quando dal tao, quando dal buddhismo e quando da altro.
Tale rapporto infantile-adolescenziale si sarebbe poi visto nei successivi film di Miyazaki, per esempio Laputa.

In conclusione, Conan, il ragazzo del futuro è una serie animata di rara bellezza, che merita di esser vista ad ogni età e conserva il suo valore inalterato anche adesso, a distanza di oltre quarant’anni dalla sua produzione; un bell’esempio per tante produzioni contemporanee, sicuramente più tecnologiche ma altrettanto sicuramente meno brillanti e meno educative.

Fosco Del Nero



Titolo: Conan, il ragazzo del futuro (Mirai shonen Konan).
Genere: anime, animazione, commedia, azione, sentimentale.
Regista: Hayao Miyazaki, Keiji Hayakawa.
Anno: 1978.
Voto: 8.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 30 marzo 2021

Il pranzo di Babette - Gabriel Axel

Credo di essere arrivato a Il pranzo di Babette dalla filmografia di Bibi Andersson, protagonista dei bellissimi film Il tempo delle fragole e Il settimo sigillo, entrambi di Ingrid Bergman. Tuttavia, avrei potuto arrivarvi anche dalla filmografia di Stéphane Audran, la quale peraltro è la protagonista del film, e che era stata protagonista anche dell’affascinante Il fascino discreto della borghesia, di Luis Bunuel.

Ad ogni modo, fatto sta che vi sono arrivato, per cui procediamo con la recensione, partendo dalla trama di questo film danese del 1987… che tuttavia sembra assai più vecchio rispetto alla fine degli anni “80: alla fine dell’Ottocento le due sorelle Martina e Philippa (chiamate in tal modo in onore rispettivamente di Martin Lutero e Filippo Melantone), figlie di un pastore protestante, hanno ereditato dal padre, guida sociale e spirituale, l’onore e l’onere di guidare la della comunità del posto, la quale porta avanti il suo stile di vita puritano in coerenza con la guida che fu del decano. Le due sono ormai anziane, ma nel corso della loro vita, giovani e belle com’erano, hanno rifiutato numerosi corteggiatori, tra i quali spiccano le figure del gendarme Lorens Lowenhielm e del cantante d'opera Achille Papin, i quali compariranno nel corso del film, il quale parte per l’appunto dalla giovinezza delle due donne per proseguire con la loro età matura. 
Un bel giorno arriva nella suddetta comunità Babette, una donna francese ricercata in patria e costretta a fuggire dopo che suo marito e suo figlio sono stati uccisi. Essa diviene la donna di servizio delle due sorelle, che le offrono ospitalità su richiesta di Papin. Nel giorno della commemorazione del decano, Babette si offre di cucinare un pranzo per i rappresentanti della comunità, cui si aggiunge anche Lowenhielm, nel frattempo divenuto generale. I suddetti rappresentanti, che nel corso degli anni si erano trascinati dietro dissapori e antipatie, trascinati dalla bontà del cibo e dall'atmosfera affettuosa e premurosa, sciolgono letteralmente la loro reciproca acrimonia, e tornano ad essere gli affettuosi amici e vicini che furono un tempo. Il generale commenta così il pranzo e la situazione creatasi: “Rettitudine e felicità si sono baciate”.

Ecco ora il mio commento: Il pranzo di Babette è un esempio di rara ipocrisia, o comunque di rara cecità, quella che peraltro coinvolge gran parte dell’umanità di oggi, e dunque anche del 1987. Non mi ha sorpreso in tal senso leggere che si tratta del film preferito di Bergoglio, che ha addirittura citato in un’esortazione apostolica. Difatti da un lato il film filosofeggia su amore, condivisione, felicità e rettitudine, mentre dall’altro lato propone un vero e proprio massacro di creature viventi, che evidentemente non rientrano nel disegno di compassione né di Bergoglio né della comunità protestante danese in questione: teste di vitelli, teste di maiali, piccoli uccellini, una bellissima tartaruga di cui si magnifica il brodo e via discorrendo. In breve, Il pranzo di Babette è un inno alla crudeltà e alla mancanza di compassione, altro che cristianesimo o rettitudine.

Per carità, lo so che i tempi erano e son tuttora questi (anche se stanno cambiando, grazie a Dio, in una direzione di maggior empatia e connessione con la natura), però fa specie leggere che un papa, che in teoria dovrebbe essere esempio di compassione e amore, citi questo film come suo preferito, solo perché a parole si dice una cosa… ma nei fatti fa vedere tutt’altro (come peraltro in linea con l'apostolato contemporaneo, parecchio lontano dagli insegnamenti di Cristo).

Il film in sé ha un suo valore, intendiamoci, e son molto belle le canzoni che vengono cantate, e son  molto belli i costumi e la fotografia (elementi valsigli premi e nomine vari), e anche la sceneggiatura ha una sua originalità, e vi è anche qualche bella frase, ma il contrasto paradossale che ho evidenziato lo rende essenzialmente un film vuoto, e anzi ai miei occhi un ottimo esempio di quei “sepolcri imbiancati” di cui parlava Gesù.

Fosco Del Nero



Titolo: Il pranzo di Babette (Babettes gaestebud.).
Genere: commedia.
Regista: Gabriel Axel.
Attori: Stéphane Audran, Jarl Kulle, Lisbeth Movin, Bendt Rothe, Bibi Andersson, Preben Lerdorff Rye, Else Petersen, Vibeke Hastrup, Ebbe Rode, Pouel Kern, Jean-Philippe Lafont.
Anno: 1987.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 24 marzo 2021

Café de flore - Jean-Marc Vallée

Comincio la recensione di Café de flore con una confessione: a un certo punto del film ho pensato che la protagonista avesse i denti come Vanessa Paradis, cantante francese famosa un paio di decenni addietro, anche per la sua relazione giovanile con Jonnhy Depp, all’epoca entrambi bellissimi…
… salvo rendermi poi conto che l’attrice in questione era davvero Vanessa Paradis, invecchiata non troppo bene. Neanche male, intendiamoci, ma sfiorita e intristita, per così dire. Anche se forse il personaggio che stava interpretando ha influito su tale sensazione.

Torniamo alle basi del film: Café de flore è un film francese girato nel 2011 da Jean-Marc Vallée ed essenzialmente è un film drammatico, per quanto non manchino altre venature: quella sentimentale dapprima, e quella esistenziale poi.

Di seguito sintetizzo trama sommaria, che peraltro non solo segue due filoni differenti, ambientati in luoghi ed epoche differenti, ma che procede a rapidi salti avanti e indietro nel tempo, soprattutto in relazione al filone principale, costringendo lo spettatore a stare bene attento, pena il non capire cosa sta succedendo.

Il film parte nel 2011 nel Canada francese, a Montreal, e segue le vicende di Antoine (Kevin Parent), un dj di successo, della sua ragazza Rose (Évelyne Brochu), della sua ex moglie Carole (Hélène Florent) e delle due figlie che la coppia ha avuto insieme, le quali vivono una settimana col padre e una settimana con la madre; l’ex moglie è ancora innamorata di lui e soffre per la situazione (con tanto di sonnambulismo e incubi notturni), la nuova compagna dell’uomo teme la figura della rivale, le figlie hanno mal digerito la nuova situazione e l’uomo stesso, nonostante una vita formalmente di successo, percepisce un certo disagio interiore. Di tale storia vedremo molti spezzoni, a volte anche di pochi secondi, nel passato più o meno lontano, compresa l’adolescenza dei due ragazzi appena conosciutisi.
La seconda storia è ambientata nella Parigi del 1969, e vede come protagonista Jacqueline (Vanessa Paradis) e suo figlio Laurent, un bambino con la sindrome di down. Anche qui ci sposteremo spesso nel tempo, ma in modo sempre lineare, dalla nascita del bambino fino all’epilogo della loro storia.
Tali due vicende sembrano completamente slegate tra loro, tanto nel tempo quanto nello spazio, ma poi si scoprirà che…

Café de flore è un bel film: girato bene, ben recitato, con una buona tensione in ambo i filoni narrativi; è un po’ sempliciotto per come le due vicende vengono collegate (nel senso che la tematica esistenziale della reincarnazione viene usata in modo piuttosto naif), ma pazienza.
Nel film peraltro ha una grande importanza la musica, sia per il mestiere del protagonista maschile, sia per lo stile registico del film, che a tratti sembra un videoclip.

Bella la Parigi di fine anni “60, e molto bello l’amore-dedizione della madre verso il figlio disabile… anche se pure questo è trattato in modo superficiale, giusto per far finire il film in un certo modo, dal momento che l’amore-cura che c’era di base non poteva portare a quella conclusione se non in modo incoerente.

Ne deriva che Café de flore ha valore più come film che come spunti educativi-didattici, casomai avesse inteso fornirne, e che dal primo punto di vista è apprezzabile più che dal secondo.

Fosco Del Nero



Titolo: Café de flore (Café de flore).
Genere: drammatico, sentimentale, surreale.
Regista: Jean-Marc Vallée.
Attori: Vanessa Paradis, Kevin Parent, Hélène Florent, Evelyne Brochu, Joanny Corbeil-Picher, Rosalie Fortier, Evelyne de la Chenelière, Émile Vallée, Chanel Fontaine, Michel Dumont, Linda Smith.
Anno: 2011.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.