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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

mercoledì 15 agosto 2018

La storia della principessa splendente - Isao Takahata (film animazione)

In questo periodo sto facendo incetta di film d’animazione, di ogni provenienza: Giappone, Usa, Europa.
Il protagonista della recensione di oggi è La storia della principessa splendente, girato da Isao Takahata nel 2013.

Isao Takahata significa, per i meno appassionati del genere, oltre che Giappone anche Studio Ghibli, di cui è stato socio fondatore insieme ad Hayao Miyazaki, con l’uno che è spesso regista e l’altro produttore, e viceversa.
Se Miyazaki si è fatto notare come il regista dei film d’animazione più belli al mondo (basta citarne un paio a caso senza nemmeno impegnarsi troppo: Principessa MononokeLa città incantataNausicaa della Valle del vento), Takahata si è distinto anch’egli in fase di regia, producendo opere, per quanto assai diverse da quelle del suo collega, comunque a loro modo interessanti.

Di lui, per esempio, ho già recensito il simpaticissimo e ispiratissimo Pom Poko, e i meno brillanti Pioggia di ricordiLa grande avventura di Hols (e non c'è recensito c'è il valido Una tomba per le lucciole).
Diciamo che tra Miyazaki e Takahata a livello di regia non c’è paragone… ma anche il secondo ha buoni elementi dalla sua parte.

Come questo stesso La storia della principessa splendente, film d’animazione d’altri tempi, in ogni senso.

È d’altri tempi perché ci parla del Giappone di qualche secolo fa, ed è d’altri tempi perché, nell’epoca della computer grafica, ci porta una storia completamente disegnata a mano (come peraltro tutti i film dello Studio Ghibli, a parte qualche dettaglio) e in uno stile assai fumettoso.
Gli sfondi sono praticamente acquerelli, mentre le animazioni risultano semplici e grezze, ma non per questo spiacevoli.
È proprio una scelta di stile, che praticamente bissa il precedente film di Takahata, ossia I miei vicini Yamada, del 1999, che però non ho ancora visto (rimedierò quanto prima).

Quanto a La storia della principessa splendente, il film prende le mosse da un racconto popolare giapponese, Taketori monogatari (Il racconto di un tagliabambù), e in grande sintesi propone quanto segue: un giorno un anziano tagliatore di bambù, che vive con la moglie in una foresta, trova all’interno di un fusto di bambù una minuscola creatura che brilla di una luce propria. La porta alla moglie per fargliela vedere, e d’improvviso la creatura diviene un neonato, che i due decidono di allevare.
C’è subito un miracolo, e l’anziana donna inizia a produrre latte dal suo seno. Seguono poi altri miracoli, con la piccola che cresce a un ritmo vertiginoso, letteralmente superando i vari bambini della zona, con cui gioca volentieri tra campi e alberi.
Un altro giorno, il tagliatore di bambù trova un enorme quantità di pepite d’oro, sempre all’interno di fusti di bambù, e capisce che il cielo desidera che la bambina, nel mentre chiamata Principessa, venga allevata nel lusso: compra quindi una lussuosa residenza in città e predispone per la giovane, ormai adolescente, e poi rapidamente ragazza e giovane donna, un futuro luminoso… tanto che la sua figura viene notata dai migliori scapoli dell’Impero: nobili, politici, ministri, e persino dello stesso Mikado (titolo dell’Imperatore del Giappone).
Ma, così come la nascita di Principessa è stata miracolosa, così lo sarà la sua fine.

La storia della principessa splendente è un film davvero curioso: non solo per gli elementi già citati, che già basterebbero (una tecnica d’animazione originalissima e rara a vedersi, un’ambientazione per noi esotica e lontana nel tempo), ma anche per la sua energia interiore, quasi eterea e impalpabile… proprio come i suoi disegni.
Esso però procede a sbalzi, a volte rapido e a volte lento, tanto che lo si segue in modo un poco discontinuo, anche per via della sua lunga durata, oltre le due ore.
Lo dico chiaramente: nel mare magno della splendide opere dello Studio Ghibli, La storia della principessa splendente rischia di passare un po’ inosservato, e difatti non ha fatto gridare al clamoroso, però ha comunque numerosi momenti di bellezza.

E anche alcuni concetti di fondo interessanti: il solito amore per la natura, l’amore per la vita, la dualità tra coscienza e oblio-non ricordo.
Il finale, poi, è di una bellezza incantevole: da un lato pare porre in contrapposizione Terra e Luna, ma dall’altro sa molto di contrapposizione tra questioni mondane e questioni spirituali.

Forse La storia della principessa splendente non sarà la miglior produzione dello Studio Ghibli in assoluto (studio che peraltro rischia di chiudere i battenti, a quanto si dice), ma comunque è una bella opera, che non a caso è stata candidata ai Premi Oscar 2015 per il miglior film d'animazione.

Fosco Del Nero



Titolo: La storia della principessa splendente (Kaguya-hime no monogatari).
Genere: animazione, fantasy.
Regista: Isao Takahata.
Anno: 2013.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

martedì 14 agosto 2018

Amabili resti - Peter Jackson (film fantastico)

Non avevo mai visto nient’altro del regista Peter Jackson se non la saga de Il signore degli anelli: con Amabili resti, film del 2009, ho risolto il problema.

E, peraltro, al contempo mi sono visto un film bello e delicato, nonostante il dramma trattato in esso, e che ha pure un importante insegnamento esistenziale di fondo, nonché qualche accenno di tipo esoterico riguardo alla vita oltre la morte.

Ma andiamo con ordine, e partiamo dalla trama: siamo nel 1973 nella provincia americana, che sembra tranquilla e serena ma che nasconde molte insidie. In una di queste casca l’adolescente la quattordicenne Susie Salmon (la talentuosa Saoirse Ronan; Ember - Il mistero della città di luce, Grand Budapest Hotel, Byzantium), che un giorno viene adescata e uccisa da un vicino di casa, George Harvey (il bravo e poliedrico Stanley Tucci; Il diavolo veste Prada, Hunger games), il quale grazie a una precisa preparazione del delitto, la fa franca.
Nel mentre, la famiglia di Susie va quasi a pezzi: il padre Jack (Mark Wahlberg; Boogie nights - L’altra Hollywood, E venne il giorno, I heart huckabees - Le strane coincidenze della vita) non si dà pace per la morte della figlia, e si fa in quattro per capire chi è il colpevole, convinto che sia stato qualcuno di conosciuto; la madre Abigail (Rachel Weisz; La mummia, Constantine, L’albero della vita, Il grande e potente Oz) va in crisi e lascia la famiglia per un lungo periodo, cercando la pace in una sorta di comunità.
Da segnalare anche il ruolo della giovane nonna Lynn (Susan Sarandon; The Rocky horror picture show, Le streghe di Eastwick, Alfie, Bull Durham - Un gioco a tre mani), che raggiunge i suoi cari dopo la morte della ragazzina per sostenere la famiglia.

Ma questa è solamente la metà del film, perché l’altra metà si svolge, in parallelo con il “mondo reale”, in una specie di luogo di mezzo, in cui si trova l’anima di Susie, sorta di purgatorio in cui ella è parcheggiata in attesa dell’ingresso nel paradiso… a cui potrà accedere solo dopo aver lasciato andare i legami e gli attaccamenti alla vita terrena, in primis il desiderio di vendicarsi dell’uomo che l’ha privata della vita.

Il cast è di livello, dunque, ma ciò per cui il film si fa notare maggiormente è la fotografia, davvero sontuosa, in relazione soprattutto al mondo dell’aldilà, rappresentato con scenari letteralmente fantasy, e dai colori vivacissimi.
In ciò, peraltro, il film ricorda molto il precedente Al di là dei sogni, in cui ugualmente vi erano delle anime “al lavoro” nel mondo astrale, in attesa di sciogliere quanto dovevano sciogliere per poter infine andare oltre.
E in questo, in breve, consta l’insegnamento del film, che corrisponde a quanto descritto da tante tradizioni esoterico-spirituali.

Il tema di Amabili sogni è difatti il distacco: quello dei familiari di Susie in Terra e quello di Susie nel luogo di mezzo in cui si trova. Distacco da quello che è stato, che sia morte o perdita di altro tipo. 
Infatti, quando lasciano andare, ragazzina e familiari, la vita riprende, perché lo spazio che prima era occupato col ricordo, l’attaccamento e la sofferenza ora è di nuovo libero e disponibile.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Alice Sebold, che però non conosco.
Il genere si sarà capito: si tratta di un mix tra commedia (nella sua prima parte), dramma e fantastico… anche se probabilmente non è così fantastico come sembra a prima vista. 

Unica nota stonata, di cui non si comprende la presenza: il personaggio della nonna, un poco fuori contesto in quelle poche e inutili scene dedicatele; forse nel libro aveva una maggiore presenza, ma nel film è risultato un pesce fuor d’acqua.

Nel complesso, comunque, Amabili resti è un bel film: visivamente bello, emotivamente d’impatto, a tratti struggente, e con qualcosa d’importante da comunicare.

Fosco Del Nero



Titolo: Amabili resti (The lovely bones).
Genere: drammatico, fantastico.
Regista: Peter Jackson.
Attori: Saoirse Ronan, Stanley Tucci, Mark Wahlberg, Rachel Weisz, Susan Sarandon, James Michael Imperioli, Jake Abel, Amanda Michalka, Thomas McCarthy.
Anno: 2009.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

martedì 7 agosto 2018

Non lasciarmi - Mark Romanek (film fantastico)

Quest’oggi recensisco un film non facile da recensire e che, a seconda di ciò su cui si pone l’accento, potrebbe meritare valutazioni assai differenti: parlo di Non lasciarmi, film del 2010 conversione cinematografica dell’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro e ambientato in un recente passato e presente alternativo distopico.

Ucronico e distopico, dunque, con i due termini che rispettivamente indicano che si sta sceneggiando una storia diversa da quella effettivamente avuta nella realtà (ad esempio, come se la Germania avesse vinto la Seconda Guerra Mondiale, o come se l’Empoli avesse vinto tredici scudetti di fila) e che si sta sceneggiando una società di tipo dispotico-totalitario, in cui i diritti umani sono sospesi o fortemente limitati.

Il film è raccontato sotto forma di flashback, con la scena iniziale la quale, con i ricordi che man mano vanno avanti nel corso del tempo, diviene anche la finale. Inoltre è suddiviso in tre blocchi, secondo le età dei suoi protagonisti: bambini, ragazzi appena maggiorenni, adulti di circa 28 anni.

Peraltro, è impossibile valutare il film senza accennare almeno in parte alla trama, per cui nella recensione vi sarà qualche accenno ad essa, pur cercando di non svelare tutto quanto.

La storia segue il personaggio di Kathy (Isobel Meikle-Small), che dapprincipio, nell’Inghilterra degli anni "70, è una bambina che frequenta il Collegio di Hailsham, una scuola immersa nella campagna inglese che pare un modello di efficienza, sorta di situazione idilliaca per tutti i suoi allievi.
Tra di essi, vi sono Ruth (Ella Purnell) e Tommy (Charlie Rowe): la  prima è la migliore amica di Kathy, e il secondo è un ragazzino un po’ strano, spesso preso in giro dagli altri, che tuttavia la prima prende in simpatia e con cui la seconda poi si fidanza.
L’idillio però diviene incubo, almeno negli occhi dello spettatore, quando si scopre che tutti quei bambini sono dei cloni umani nati in laboratorio e fatti crescere con l’obiettivo di divenire donatori di organi all’abbisogna, normalmente dai 20 anni in su, quando servirà. Essi dunque sono destinati a morire giovani: dopo una, due o tre donazioni, dipende dal singolo caso…

In seguito essi, a diciotto anni, vengono trasferiti in un cottage, sempre nelle campagne inglesi, dove vivono senza far niente, mantenuti dallo Stato, proprio come animali da allevamento.
Kathy (Carey Mulligan), Ruth (Keira Knightley) e Tommy (Andrew Garfield) sono ancora assieme, e Ruth e Tommy sono ancora una coppia, con la cosa che in qualche modo irriterà la pur comunque serafica Kathy, che chiederà di divenire assistente (ossia assisterà i donatori che stanno per essere sottoposti a donazione obbligatoria), e man mano si allontanerà e perderà di vista i suoi amici d’infanzia.

La terza parte del film segue Kathy da grande, mentre svolge il suo lavoro… e inaspettatamente ritrova sia Ruth che Tommy.

Detto della trama, veniamo al commento del film, cominciando dai pro.
Non lasciarmi, a livello di realizzazione tecnica, è un gioiellino, soprattutto nella sua prima parte: la regia è ottima, e ottima è pure la fotografia. Buona la recitazione, e per me Carey Mulligan meglio di Keira Knightley, meno convincente.
Ancora, tutta la storia è pervasa da un’atmosfera dolce e tenera, a dispetto degli argomenti trattati.

Veniamo ora ai contro… che purtroppo sono pesantissimi.
Primo: l’idea di fondo del film, e ancora prima del romanzo, non è affatto originale, sia nella sua componente di “donazione di organi” (il film The island è di un anno prima del romanzo...), sia nella sua componente di “vita a termine” (cito il più vecchio film La fuga di Logan, che ho recensito anni fa).
Secondo: è totalmente inverosimile che i “donatori” non si ribellino al loro destino imposto da una società evidentemente violenta e insensibile o che numerose frange della società in questione non protestino per quell’evidente mancanza di rispetto dei diritti umani. Di base tutti i film, specie quelli con ambientazioni fantastiche, richiedono la cosiddetta sospensione dell’incredulità, ma qua siamo davvero oltre il limite, persino oltre il limite di film di fantascienza come Alien o Avatar.
Terza cosa: davvero assurdo anche che, per interpretare i ruoli di tre diciottenni, ossia i ragazzini appena trasferiti nel cottage, siano utilizzati tre giovani adulti di rispettivamente 25, 25 e 27 anni. Forse si è voluto evitare tre casting diversi per tutte e tre le fasce di età, ma la scelta è davvero opinabile, e questo al di là della bontà degli attori, che ovviamente è un altro discorso. In tal senso, molto meglio il casting degli attori bambini.

Altro elemento che non mi è piaciuto affatto: il fortissimo senso di rassegnazione dei “donatori”. Sono animali da macello, ma fa niente, e in fin dei conti anche le persone normali vivono meno di quanto vorrebbero: questo è il pensiero della protagonista con cui si chiude il film.

Non lasciarmi  è un film tecnicamente davvero bello, dunque, ma interiormente davvero povero e quasi biasimevole, oltre che, come detto, poco originale nella sua sceneggiatura.
La valutazione è una media tra tali fattori.

Fosco Del Nero



Titolo: Non lasciarmi (Never let me go).
Genere: fantascienza, drammatico, distopia.
Regista: Mark Romanek.
Attori:  Carey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley, Isobel Meikle-Small, Ella Purnell, Charlie Rowe, Charlotte Rampling, Sally Hawkins.
Anno: 2010.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 1 agosto 2018

Volcano High - Tae-gyun Kim (film azione)

La recensione di oggi è dedicata a un film della Corea del Sud dell’ormai lontano 2001: Volcano High.

Piccola premessa.
Quando un popolo è molto irreggimentato e sottoposto a regole precise, tanto a scuola quanto sul lavoro, e più in generale in tutta la società, derivano alcune conseguenze: il vivere sociale è molto ordinato, le persone sono molto rispettose e timorose dell’autorità, serpeggia una certa infelicità-insoddisfazione di fondo, comprensiva di un alto tasso di suicidi, e, per ciò che riguarda il cinema, vengono prodotti molti film fuori di testa, giacché la naturale vitalità e creatività umana trova questo campo per esprimersi.
Il ragionamento peraltro vale per qualunque ambito: la repressione sessuale porterà quindi a stravaganze e devianze sessuali, etc. Ossia: ogni forza-energia che non viene incanalata e fatta uscire in modo naturale corrode le persone dall’interno e produce devianze e stranezze.

Giappone e Corea rispecchiano perfettamente il primo quadro tracciato: società piuttosto irreggimentata, alto tasso di suicidi (in Corea il suicidio è la prima causa di morte per i giovani, mentre è celeberrimo il suicidio giapponese dell’uomo che ritiene di aver fallito nella sua vita; il Giappone è al settimo posto al mondo come tasso di suicidio e la Corea al terzo posto, superata solo dalla poco luminosa Groenlandia e dalla quasi altrettanto fredda Lituania; per chi se lo chiedesse, l’Italia sta al 66esimo posto, tra Mauritius e Costa Rica, e se non fosse per la crisi economica indotta ad arte starebbe messa ancora meglio), e creatività estrema in campo cinematografico.

Lasciamo a chi di dovere il risolvere la questione vitale, e occupiamoci dei film provenienti dall’Estremo Oriente, stavolta inquadrando il suddetto film coreano: Volcano High, un film che rispecchia perfettamente codesto simpatico quadretto, col suo mix di follia, stravaganza, violenza, arti marziali e grottesco.

Per i più curiosi, aggiungo anche che il film più strano che io abbia mai visto è un film giapponese (era ovvio), tale Yaji and Kita - The midnight pilgrims, film che però non esiste in italiano, neppure sottotitolato, e che dovreste dunque guardarvi con i sottotitoli in inglese.

Ma veniamo a Volcano High, con la sua trama sommaria: Kim Kygun-soo è stato espulso da ben nove istituti scolastici, per disobbedienza e per comportamenti violenti, e, giunto alla nuova scuola, è fermamente intenzionato a non farsi espellere di nuovo e a non farsi coinvolgere da nessuno… anche perché vuole far colpo sulla bella Yoo Chae-yi.
Peccato però che la decima scuola, la Volcano High School, sia un ricettacolo di persone violente, professori compresi, e peccato che tutti sembrino fare di tutto per coinvolgere Kim Kygun-soo in qualche rissa.
In primis un gruppo di teppisti del Club di pesi, capitanato dall’esuberante (diciamo così) Jang Ryang, il quale ha fama di essere lo studente più forte della scuola, temuto anche dalla presidenza, e che punta ad impossessarsi del Manoscritto del Maestro, un libro di grande valore che si dice essere nascosto nella scuola e che darebbe potere assoluto a chi lo possedesse.
Egli, e tutto il suo Club di pesi, sfida a più riprese gli altri studenti e gli altri club: il Club di rugby, il Club di tendo e il Club di judo… i quali tutti peraltro invitano caldamente Kim Kygun-soo ad iscriversi da loro… col ragazzo che non ne vuole sapere e si fa i fatti suoi. 
La situazione però cambia quando, messo ko il flemmatico preside attraverso un veleno che lo manda in una specie di stato comatoso (ma il tutto è in salsa umoristica, quindi fa essenzialmente ridere), il vicepreside prende il controllo dell’istituto, rinforzato da cinque nuovi professori, ancora più teppisti dei ragazzi, e che a dirla tutta sembrano usciti da un Matrix orientale.
A questo punto Kim Kygun-soo, provocato pure da loro (!), scende in campo…

Il genere: Volcano High oscilla tra l’azione e le arti marziali, ma ha un’anima da commedia, con numerose incursioni nel grottesco. Ciò che suscita maggiormente è il sorriso, e anzi risulta tenero a più riprese, nonostante tutti i combattimenti e tutti gli sguardi duri dei suoi vari protagonisti, grazie anche al personaggio di Kim Kygun-soo, tenero anch’esso.

Curioso il fatto che, quando vengono utilizzate le varie tecniche, esse vengono enunciate da una voce profonda fuori campo, in stile Ken il guerriero, per chi se lo ricorda. 

Io ho visto l’edizione integrale del film di circa 120 minuti, ma tenete conto che ne è stata diffusa una versione più breve di 20 minuti, e nella tv italiana è stata mandata una versione ancora più breve, di 40 minuti in meno.

Chiudo questa dettagliata recensione con alcune frasi tratte dal film, dal vago sapore esistenziale (d’altronde, le arti marziali prima di degenerarsi al livello attuale di mero combattimento, in passato erano scuole di evoluzione interiore).

“Forza: è raccogliere l’energia che ci circonda e farla propria.
Rivoluzione: divenire tutt’uno con il proprio avversario.”

“Quando yin e yang sono in armonia, si genera il fluire dell’acqua.
Quando sono in conflitto, si genera il fulmine.”

“La divina tecnica del manoscritto del maestro svuoterà le vostre menti dagli inutili pensieri e dal resto della spazzatura che adesso le occupa.
Voi avete l’occasione di iniziare da capo: ora rinascerete a nuova vita.”

Fosco Del Nero



Titolo: Volcano High (WaSanGo).
Genere: arti marziali, azione, commedia, grottesco.
Regista: Tae-gyun Kim.
Attori: Hyuk Jang, Min-a Shin, Su-ro Kim, Hyo-jin Kong, Sang-woo Kwone, Sang-hun Jeong, Jun-ho Heo, Hyeong-jong Kim, Shi-ah Chae.
Anno: 2001.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 31 luglio 2018

Le avventure di Zarafa, giraffa giramondo - Rémi Bezançon, Jean-Christophe Lie (film avventura)

Il film che propongo quest’oggi sul blog è Le avventure di Zarafa, giraffa giramondo, un film d’animazione franco-belga diretto dal duo Rémi Bezançon-Jean-Christophe Lie nel 2012.

Se il duo di nomi non mi dice niente, mi dice molto il fatto che il film sia di produzione francese e belga, giacché parliamo della scuola d’animazione per eccellenza in Europa… e per distanza, nemmeno per poco.

Il titolo del film, inoltre, riconduce a un tema-ambientazione spesso affrontato dall’animazione francese, evidentemente memore degli antichi possedimenti imperialisti e coloniali: l’Africa, con le sue genti, i suoi animali e la sua cultura.

Ne Le avventure di Zarafa, giraffa giramondo abbiamo per l’appunto un mix di tutto ciò: il piccolo Maki, bambino di una tribù africana, il più grande Hassan, berbero al servizio del Pascià di Alessandria d’Egitto, la piratessa greca Bouboulina, lo schiavista francese Moreno… e un lungo viaggio che parte dalla savana africana, passa per il deserto, attraversa il Mediterraneo e arriva in Francia.
Il tutto, raccontato da una voce narrante che è quella di un anziano uomo africano che racconta a un gruppo di bambini la storia di come il loro villaggio è stato fondato dai loro progenitori.

Questa è per sommi capi la trama de Le avventure di Zarafa, giraffa giramondo. Veniamo ora al commento più tecnico e a quello contenutistico.
Tecnicamente, siamo di fronte a un film d’animazione bidimensionale, come da scuola francese, con sfondi in stile pastello molto belli e ben disegnati, tanto nella natura quanto in città. Ad essi si accompagna un’animazione fluida e ben fatta, per quanto semplice e nulla di trascendentale.
Il tutto, pur se non clamoroso, risulta assai gradevole.

Aiutato in ciò anche dalla gradevolezza della storia, che porta con sé una morale positiva, di rispetto delle culture umane e della natura, animali compresi, e ancor più in generale una storia di gran cuore e buone emozioni, che rende il film particolarmente adatto alla visione da parte di bambini.
E ovviamente anche da parte di adulti, giacché ciò che è buono per i primi è buono anche per i secondi.

Insomma, Le avventure di Zarafa, giraffa giramondo è promosso ai pieni voti: l’ennesimo ottimo prodotto da parte dell’animazione d’oltralpe. Tra gli ultimi buoni film che ho visto, L’illusionista, Ernest e CelestineLa bottega dei suicidi, ognuno a suo modo assai affascinante.

Fosco Del Nero



Titolo: Le avventure di Zarafa, giraffa giramondo (Zarafa).
Genere: animazione, avventura.
Regista: Rémi Bezançon, Jean-Christophe Lie.
Anno: 2012.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 24 luglio 2018

Quando c’era Marnie - Hiromasa Yonebayashi (film animazione)

Data la mia semivenerazione per lo Studio Ghibli, era solo questione di tempo prima che vedessi Quando c’era Marnie, l’ultima produzione dello studio…
… e credo la prima in cui non siano coinvolti i due capoccia dello Studio Ghibli, ossia Hayao Miyazaki e Isao Takahata.
E peraltro l’ultima rischia anche di rimanere tale, dal momento che Miyazaki si è ritirato dall’attività cinematografica, e che Takahata è reduce dal risultato non troppo apprezzato de La storia della principessa splendente. Insomma, lo Studio Ghibli rischia di chiudere, e Quando c’era Marnie rischia di essere il suo testamento, il suo lascito finale.

Andiamo a vedere se perlomeno si tratta di un buon lascito, cominciando a tratteggiare la trama per sommi capi… molto sommi onde evitare di svelare come si indirizza il film a coloro che non lo avessero mai visto.

Prima però diciamo che il film è tratto dall’omonimo romanzo per ragazzi di Joan G. Robinson (pur mutato nei nomi dei personaggi e nell’ambientazione), fatto peraltro tutt’altro che insolito per le produzioni Ghibli. Ricordiamo ad esempio che Arrietty (diretto da Hiromasa Yonebayashi, il medesimo regista del film oggetto di questa recensione) fu tratto da Gli sgraffignoli di Mary Norton e che Il castello errante di Howl fu tratto dall’omonimo libro di Diana Wynne Jones (tutte scrittrici donne, peraltro).

Anna è una ragazzina di 12 anni assai fragile, tanto di salute quanto di carattere, che peraltro ha avuto in dote una vita non agevole: i genitori sono morti quando lei era piccolissima, e la stessa nonna è morta quando lei era bambina. Adesso l’alleva una donna con cui non ha parentela di sangue, che lei chiama "Zietta", ma con la quale non vi è un rapporto molto stretto.
Ad ogni modo, la donna, di nome Yoriko, preoccupata dall’asma di Anna, la manda da Sapporo all’isola di Hokkaido, per respirare aria più buona e fare vita di campagna presso alcuni parenti, Kiyomasa e Setsu Oiwa, due persone molto alla mano e premurose.
I problemi psicologici e relazionali di Anna, però, non fanno altro che trasferirsi nel nuovo posto, e lei si rifugia in alcune fantasie, prima tra tutte l’amicizia con Marnie, ragazza d’altri tempi, nei vestiti e nell’educazione, che vive (viveva?) nella villa oltre l’acquitrino, ora disabitata e anzi in cui si dice che compaiano dei fantasmi.
Le due, a cavallo tra realtà e fantasia, sviluppano un rapporto molto stretto e affettuoso, che ha fatto gridare alcuni allo scandalo sembrando quasi omosessuale, ma che in realtà si inserisce in un quadro ben più grande e dai contorni persino fantastico-metafisici.

In effetti, la direzione che prende il film da metà storia in poi è inattesa, e anzi il ritmo, fino a quel punto piuttosto blando e introspettivo, si fa più vivace, pur rimanendo il tutto sempre assai psicologico-interiore.

In effetti, Quando c’era Marnie non fa che proporci il mondo interiore di Anna, nonché quello esteriore, vissuto come riflesso.
A dimostrazione di ciò, gli altri personaggi della storia oltre a lei e Marnie sono assai pochi, e quei pochi son marginali.

Veniamo ora al commento sul film, prima tecnico e poi contenutistico.
Il commento tecnico praticamente non esiste, giacché siamo di fronte a una pura bellezza: animazioni, disegni e colori son meravigliosi, e praticamente ci proiettano dentro a un dipinto in movimento. Non a caso, visto che l’elemento del disegno e del dipinto non è estraneo alla storia tra pittori e tavolozze.

Il commento contenutistico è viceversa più moderato: pur sapendo che prima o poi avrei visto il film, una mia sensazione me ne ha tenuto lontano per un paio d’anni… e non a torto, giacché nel film prevale nettamente l’elemento sentimentale (e anche un po’ sentimentaloide), mentre altri elementi tipici dei lavori dello Studio Ghibli, come l’avventura o la fantasia, sono messi decisamente in secondo piano, se non in terzo o in quarto.

Il personaggio di Anna è inoltre un po’ troppo squilibrato per i miei gusti, anche se comunque la storia si fa seguire e in alcuni tratti commuove anche per le triste condizioni delle protagoniste… ciò che era il suo scopo originario, e qua torniamo al sentimentaloide.

Altri film dello Studio Ghibli, invece, ispirano, entusiasmano e divertono, emozioni e risultati ben più nobili.

Pur con questa tara, ho comunque apprezzato Quando c’era Marnie, film che è un gioiello visivo e che comunque ha una sua delicatezza, pur se immersa nelle difficoltà psicologiche dei protagonisti... e pur se immersa in una sceneggiatura a tratti noiosa e ad altri tratti prevedibile.

Fosco Del Nero



Titolo: Quando c’era Marnie (Omoide no Mani).
Genere: animazione, sentimentale, fantastico.
Regista: Hiromasa Yonebayashi.
Anno: 2014.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 17 luglio 2018

I quattro dell'Ave Maria - Giuseppe Colizzi (film western)

Il giorno prima che morisse Bud Spencer avevo deciso di guardarmi tutta la filmografia del duo Bud Spencer-Terence Hill, e sto tuttora proseguendo con gli ultimi film rimastimi.
Tra questi, i primi film tra i sedici in questione, i film western, genere che non mi è mai piaciuto… ma per Bud e Terence faccio un eccezione e li guardo.
Oggi è la volta de I quattro dell'Ave Maria, film girato nel 1968 da Giuseppe Colizzi, che poi è colui che ha lanciato il duo nel mondo del cinema (con Dio perdona… io no!, I quattro dell’Ave Maria e La collina degli stivali)… anche se il successo vero e proprio a dire il vero verrà poi con i film di E.B. Clucher (Lo chiamavano Trinità, Continuavano a chiamarlo Trinità, I due superpiedi quasi piatti, Nati con la camicia, etc).

Peraltro, de I quattro dell'Ave Maria non si può dire che Bud e Terence siano la coppia protagonista, giacché un altro personaggio si fa notare spesso… e anzi più di loro: l’istrionico Eli Wallach, davvero bravo e pure ben doppiato.

Ma andiamo a tratteggiare per sommi capi la trama: Cat Stevens e Hutch Bessy sono due cacciatori di taglie che si recano nell’ufficio dello sceriffo per intascare una ricompensa, anche se non hanno purtroppo le prove dell’avvenuta “eliminazione” del malvivente. Intuiscono però che egli fosse in combutta col direttore di una banca, per cui vanno da lui e gli estorcono una bella somma di denaro.
L'uomo non la prende bene e, per reazione, libera Cacopoulos, un carcerato atteso a breve dall’impiccagione, dietro la promessa che lui si disfi dei due ricattatori. Cacopoulos, però, ha programmi diversi e riguardano il vendicarsi dei suoi vecchi soci che, a seguito di una rapina, lo abbandonarono agli inseguitori, condannandolo quindi a quindici anni di prigione. Uno era lo stesso direttore della banca, e un paio d’altri seguiranno; al fine di vendicarsi di tutti, proporrà dunque un’alleanza proprio ai due che era stato incaricato di eliminare…

I quattro dell'Ave Maria non rientra nel filone umoristico dello spaghetti western, e si discosta grandemente dal tenore medio dei film di Bud e Terence, tuttavia grazie a Dio non è nemmeno troppo serioso, e anzi, soprattutto grazie al personaggio di Cacopoulos, si fa guardare volentieri.

A fargli da spalla semicomica, il solo Bud, mentre Terence Hill recita un ruolo davvero “western”, e quindi superserio, tra l’altro non doppiato dal solito doppiatore, che verrà in futuro, ma da uno meno gioviale e più tosto.

Per il resto, che dire? Nel film non vi sono tante scazzottate, anzi quasi per niente, ma molte pistolettate, come si conviene a un western. Vi è azione in quantità, ma anche qualche inserto umoristico, nonché qualche scena memorabile: quella della festa ispanica, ad esempio, o la scena finale dei quattro dell’Ave Maria di fronte ai loro cinque avversari, tutti pistole alla mano e con tanto di commento musicale sullo sfondo, scena davvero bella.

Nel complesso, I quattro dell'Ave Maria è davvero un bel film, non lo si può negare: ha qualche passaggio a vuoto, ma regge benissimo e propone molte cose buone.
Era la prima volta che lo vedevo, e ne son rimasto contento, pur non essendo appassionato delle ambientazioni western.

Fosco Del Nero



Titolo: I quattro dell'Ave Maria.
Genere: western, commedia.
Regista: Giuseppe Colizzi.
Attori: Bud Spencer, Terence Hill, Eli Wallach, Livio Lorenzon, Brock Peters, Armando Bandini, Corrado Olmi, Edoardo Torricella, Bruno Corazzari.
Anno: 1968.
Voto: 7.
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