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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

mercoledì 17 aprile 2019

Anomalisa - Charlie Kaufman, Duke Johnson

Anomalisa è un film difficile da valutare, per i motivi che poi vi dirò.
Per il momento, inizio a dirvi che è un film d’animazione del 2015 girato da  Charlie Kaufman e Duke Johnson con la tecnica dello stop motion.

Commento sui registi: il secondo mi è sconosciuto, mentre del primo conosco qualcosa, per quanto come sceneggiatura e non come regia: Il ladro di orchideeEssere John Malkovich, Se mi lasci ti cancello… tutti film particolari e con contenuti psicologico-interiori piuttosto marcati, tanto da sfiorare il genere esistenziale.

Regola rispettata per Anomalisa, film decisamente poco gradevole come energia di fondo, dato il suo carattere fortemente drammatico e psicologico, tanto da sfiorare la psichiatria, ma utile come contenuti, per chi si dà pena di vederli.

Partiamo dalla trama sommaria: Michael Stone è un uomo celebre e benestante, autore di successo e conferenziere motivazionale, autore del best seller “Come posso aiutarti ad aiutarli?”, giunto a Cincinnati proprio per una conferenza. 
Egli però è essenzialmente una persona triste, ben oltre il limite di soglia della solitudine e della depressione, tanto che cerca rifugio prima in una vecchia fiamma che vive in quella città, e poi in una donna appena conosciuta in albergo, Lisa Hesselman, che ha attratto la sua attenzione per via del fatto che essa è l’unica con una voce diversa da quella di tutti gli altri.
Già, perché Michael vive in un mondo in cui tutti hanno lo stesso volto, modificato solo dalla capigliatura, nonché la stessa voce: donne incluse, le quali hanno tutti la medesima voce maschile… ad eccezione di Lisa, per l’appunto. 

Che si fosse in un mondo fittizio si era notato fin dall’inizio, dal momento che tutti i visi, oltre che semi-uguali tra di loro, mostrano una linea divisoria tra parte superiore del volto e parte inferiore, ossia la mandibola… e infatti in un incubo notturno l’uomo sognerà proprio di perdere la mandibola.
Insomma, sono tutti pupazzi, tutti più o meno uguali, e Michael è egli stesso un pupazzo, per quanto se ne accorga solo inconsciamente, ed è un pupazzo che si sente talmente tanto solo da cercare di continuo distrazioni esteriori… le quali, una volta trovate dopo tanta pena, poi rivelano la loro natura illusoria, e tutto torna come prima.

A conferma di tale interpretazione psicologico-psichiatrico-diagnostica, l’hotel in cui l’uomo sta e conosce Lisa si chiama Fregoli Hotel: la sindrome di Fregoli è una malattia psicologica tanto rara quanto invadente per cui la persona mostra paranoia e delirio di persecuzione: vede tutte le persone come uguali, come fossero la stessa persona che ce l’ha con lei. Proprio come accade nella “veglia” di Michael (tutti sono uguali) e nel suo incubo (sono tutti la stessa persona e lo hanno preso di mira).

Insomma, il film ha natura psicologico-esistenziale, e oscilla tra dramma, paranoia, solitudine, depressione e vuoto interiore. 

Per curiosità, la sindrome di Fregoli deve il suo nome all’attore italiano Leopoldo Fregoli, famoso per i suoi trasformismi scenici.

Il film è tecnicamente ben realizzato, ma la valutazione su di esso non si basa soprattutto sul lato tecnico, che diviene assolutamente secondario, ma sui suoi contenuti.
Da questo punto di vista, Anomalisa è poco piacevole e un po' pesante da vedere, tanto che è probabile che non lo guarderò più.
Tuttavia, a livello di contenuti, può essere una visione valida, giacché ricorda lo stato di addormentamento e di separazione dualistica dell’essere umano… che dovrebbe condurlo non alla ricerca di distrazioni esteriori, come fa Michael, che difatti non risolve niente, ma alla ricerca della pienezza interiore, come difatti hanno indicato tutte le tradizioni spiritual-esistenzial-esoteriche della storia. 

Ultimi due appunti: Anomalisa ha ricevuto svariate nomination per premi prestigiosi.
Fuori luogo ed essenzialmente superflue le scene di nudo e di sesso semi-pornografico. 

Fosco Del Nero



Titolo: Anomalisa (Anomalisa).
Genere: animazione, drammatico, psicologico.
Regista: Charlie Kaufman, Duke Johnson.
Anno: 1976.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


martedì 16 aprile 2019

Una lettera per Momo - Hiroyuki Okiura

Sono da ormai tanti anni un appassionato di animazione giapponese, per cui non appena vengo a conoscere un titolo che ha buona fama, vado a guardarmelo.
Lo Studio Ghibli viene naturalmente al primo posto, ma un’occasione la si concede a tutti, e stavolta è toccato alla casa di animazione Production I.G, al regista Hiroyuki Okiura e al film Una lettera per Momo.

Non è Studio Ghibli, ma poco ci manca, almeno nelle intenzioni dei produttori: la protagonista ricorda la bambina de La città incantata, gli spiriti-mostri che compaiono nel film ricordano anch’essi il mondo Ghibli, e il generale tutta l’opera vorrebbe inserirsi in quel filone.

La suddetta casa di produzione, peraltro, ha collaborato con lo stesso Studio Ghibli in alcuni titoli, tra cui La città incantataIl castello errante di Howl, cosa che spiega alcune somiglianze di stile.

Il problema, detto molto semplicemente, è che l’intento non è stato raggiunto, e anzi la differenza di energia, di qualità, è enorme.
Non è un discorso tecnico, giacché l’opera è stata eseguita bene sia negli sfondi sia nell’animazione, ma è una questione di direzione dietro le quinte: è l’anima che sta dietro alla storia che è molto diversa.

Andiamo con ordine, partendo dalla trama di Una lettera per Momo (persino il nome della protagonista è preso da un’altra opera, ossia Momo di Michael Ende): Momo ha undici anni, e sta attraversando un periodo difficile. Ha da poco perso il padre, e si è appena trasferita da Tokyo all’isoletta di Shio, tra campagna e mare, dove la madre Ikuko aveva passato parte dell’infanzia per curare la sua asma.
Alle difficoltà di ambientamento si aggiunge un problema non da poco: la bambina d’improvviso inizia a intravedere quelli che sembrano degli spiriti, che poi vede man mano più chiaramente… mentre le altre persone non li vedono e non li sentono.
Tali spiriti-demoni-mostri, di chiara impronta ghibliana, sono peraltro i responsabili dei numerosi furti di frutta e ortaggi che stanno avvenendo nell’isola, e di cui invece sono incolpati dei poveri cinghiali.

I tre spiriti, di nome Iwa, Kawa e Mame, sarebbero l’elemento vivacizzante, immaginifico e scombussolante della storia, ma purtroppo non riescono ad incidere, e fanno il paio con il personaggio di Momo, davvero poco interessante e anzi un po’ troppo melodrammatico… come è piuttosto melodrammatica l’intera storia, che punta a far leva su emozioni basse come pietà e tristezza… e sta proprio qui la differenza con i film di Hayao Miyazaki: questi ultimi ispirano e veicolano forza e coraggio, mentre Una lettera per Momo punta più banalmente al coinvolgimento emotivo basso (pietà, tristezza, compassione, etc).

Il fatto che il film abbia ricevuto numerosi premi e il consenso di pubblico, anche quello italiano, mi conferma il fatto che il grosso delle persone non sa distinguere le cose della vita, che siano film o libri o altro.
O, semplicemente, ha bisogno ancora di “cibo” un po’ denso e grossolano, e in tal senso va bene così.

Per conto mio, Una lettera per Momo e il regista Hiroyuki Okiura sono promossi nella tecnica, ma bocciati nella sostanza, che poi è ciò che importa di più.

Fosco Del Nero



Titolo: Una lettera per Momo (Momo e no tegami).
Genere: anime, animazione, fantastico, commedia.
Regista: Hiroyuki Okiura.
Anno: 2011.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 10 aprile 2019

Io ballo da sola - Bernardo Bertolucci

Non avevo mai visto per intero Io ballo da sola, ma ne avevo scorto solo alcuni spezzoni di quando in quando.
Tuttavia, dopo aver visto e apprezzato molto Piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci, ho deciso di vedermi qualche altro film del regista italiano.

Io ballo da sola parte avvantaggiato, giacché comincia subito con la bellezza delle campagne toscane, di Liv Tyler e di Rachel Weisz, cui aggiungo anche la bravura di Jeremy Irons.
Nel cast anche altri nomi noti come Jason Flemyng, Joseph Fiennes e la nostrana Stefania Sandrelli.

A tale bellezza si aggiunge la bellezza della fotografia e del montaggio… ma, ahimé, il tutto rimane piuttosto vuoto e di maniera, artificiale e dallo spessore ben sottile.

Ma andiamo a vedere la trama sommaria del film: Lucy, una ragazza americana di 19 anni dalla bellezza semplice e fresca, si reca in vacanza dal padre presso una tenuta di campagna nelle colline intorno a Siena presso la quale era già stata da bambina.
In essa la giovane troverà tanti personaggi, di diversa età e di diversa estrazione: dal pittore-scultore che le fa un ritratto al drammaturgo in fin di vita, dal ragazzo di cui si era invaghita da bambina a una coppia assai vivace.
La ragazza, spensierata fuori ma triste dentro (ha appena perso la madre, tra l’altro), è alla ricerca di due cose: un uomo che le faccia perdere la verginità e il vero padre biologico, giacché quello che l’ha cresciuta non lo è.
E siccome sua madre al momento del concepimento si trovava proprio in quel casolare, è possibile che il suo vero padre sia una delle persone di quel giro, una sorta di comunità che si muove tra arte, nudismo, seduzione, vita nella natura.

E questo è anche Io ballo da sola: arte, nudismo, seduzione, paesaggi naturale.

C’è troppa mente in Io ballo da sola e poco cuore. 
Personaggi ed eventi appaiono davvero artefatti, come dipinti, e non personaggi ed eventi veri; sembra di assistere ad uno spettacolo, e in effetti è così, ma un film dovrebbe far dimenticare il fatto che si tratta di uno spettacolo… e purtroppo Io ballo da sola non ci riesce, e alla fine rimane con la bellezza proposta inizialmente, le campagne senesi e Liv Tyler, e basta.

Inoltre, che distanza tra i temi e l’energia di Piccolo Buddha, con tutto che Io ballo da sola è il film che lo segue immediatamente nella filmografia di Bertolucci.
Questo, a dire il vero, mi ha fatto riconsiderare l’eventualità di vedere altri film del regista parmense.

Beh, magari ne vedrò almeno un altro.

Fosco Del Nero



Titolo: Io ballo da sola.
Genere: commedia, sentimentale.
Regista: Bernardo Bertolucci.
Attori: Liv Tyler, Jeremy Irons, Rachel Weisz, Jean Marais, Carlo Cecchi, Stefania Sandrelli, Joan Cusack, Leonardo Treviglio, Francesco Siciliano, Roberto Zibetti, Ignazio Oliva, Sinéad Cusack, Donal McCann,  Joseph Fiennes.
Anno: 1996.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 9 aprile 2019

L’appartamento spagnolo - Cédric Klapisch

Anni fa, prima di aprire il blog, avevo visto il film di produzione franco-spagnola L’appartamento spagnolo: non me lo ricordavo di preciso ma lo avevo ancora sottomano, cosicché ho deciso di rivedermelo per decidere se valeva la pena averlo ancora sottomano.

Ecco la trama sintetica: Xavier (Romain Duris; Arsenio Lupin) è un giovane francese universitario, studente di economia, a cui un caro amico del padre promette in prospettiva futura un buon posto di lavoro, a condizione che egli sappia parlare bene lo spagnolo.

Il ragazzo, così, decide di partire per fare un Erasmus a Barcellona, proprio con l’idea di imparare per bene lo spagnolo. Non tenendo conto di due cose, tuttavia, e anzi tre: primo, da quelle parti si parla più il catalano, università compresa; secondo, la relazione con la sua fidanzata Martine (Audrey Tautou; Il favoloso mondo di Amelie, Una lunga domenica di passioni, Il codice da Vinci) risente molto della distanza; terzo, ciò che imparerà sarà soprattutto una nuova prospettiva di vita, fatta della vita in comune in un appartamento con studenti di tutta Europa, e fatta della vita cittadina e festaiola di Barcellona.
Il primo impatto con la città sarà con la coppia di francesi Jean-Michel e Anne-Sophie, che gli offriranno ospitalità in attesa di trovare una sistemazione, e il secondo impatto sarà con l’appartamento oggetto del titolo del film, in cui egli trova due inglesi, una spagnola, un italiano, un tedesco, cui si aggiungerà lui stesso e in seguito una ragazza belga.
Insomma, un fritto misto con tutte le sue peculiarità e anche le sue criticità.

L’appartamento spagnolo non è malaccio: mostra molte bellezze di Barcellona, a cominciare da Parc Guell di Gaudì fino alla Sagrada Familia, e mostra uno squarcio di esperienza universitaria all’estero, nonché la convivenza tra diverse culture, e anche i desideri e le scelte di vita, professionali e relazionali.

Tuttavia, non può certo definirsi un capolavoro, e difatti ho optato per il non averlo più sottomano.
Al tempo vidi anche il seguito Bambole russe, ma non vidi il terzo “episodio”, Rompicapo a New York, di parecchi anni seguente.

Il ricordo del secondo film tuttavia è simile al primo: non malaccio, ma niente di imperdibile, e probabilmente non è un caso che il regista Cédric Klapisch non abbia avuto una carriera di qualche rilevanza, distinguendosi anzi soprattutto per questa “trilogia”.

Se avete voglia di respirare un po’ di aria leggera, sognatrice e festaiola della vita da Erasmus, potrebbe fare al caso vostro, altrimenti non importa.

Fosco Del Nero


Titolo: L’appartamento spagnolo (L'auberge espagnole).
Genere: commedia, sentimentale.
Regista: Cédric Klapisch.
Attori: Romain Duris, Audrey Tautou, Cécile De France, Judith Godrèche, Wladimir Yordanoff, Kelly Reilly, Cristina Brondo, Federico D'Anna, Barnaby Metschurat, Christian Pagh.
Anno: 2002.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 3 aprile 2019

Il ragazzo invisibile - Gabriele Salvatores

Non sono un grande fan del cinema italiano… e come potrei, dal momento che è precipitato ad un livello qualitativo medio imbarazzante e che è clamorosamente assente proprio nelle nicchie per me più importanti e d'impatto per l'immaginario collettivo, come animazione e in fantastico…

Persino nell’unico genere in cui il cinema italiano di decenni fa aveva un valore, la commedia, è degenerato a livelli inquietanti, specie se si considera che i film prodotti in una nazione la rispecchiano come cultura e consapevolezza.

Se poi uno dei più importanti registi italiani, Gabriele Salvatores, propone un film come Il ragazzo invisibile, allora questa è la prova che possiamo solo risalire.

Andiamo subito a parlare della trama sommaria de Il ragazzo invisibile, film del 2014: siamo a Trieste, dove Michele Silenzi vive con sua madre Giovanna. Lui è un adolescente timido, impacciato e preso di mira dai bulli della scuola, tali Ivan e Brando. Lei è un commissario di polizia.
Altri protagonisti degni di nota: Stella, la ragazza di cui Michele è infatuato; lo psicologo Basili, che giunge nella scuola di Michele in seguito ad alcune sparizioni di bambini per aiutare a livello mentale i ragazzi; Andreij, un misterioso uomo non vedente.
Il titolo del film si riferisce al fatto che Michele un bel giorno scopre di possedere il dono dell’invisibilità… e di non essere l’unico ragazzino dotato di talenti di tal fatta, tanto che vi è qualcuno che si interessa ad essi per sfruttarli in qualche modo.

Bene, passo subito al dunque: la storia è davvero scontata, e peraltro prende le mosse da un elemento affatto originale; i dialoghi del film sono penosi (occorre essere sinceri); la recitazione è di bassa qualità; gli effetti speciali sono pochi e certamente non notevoli; trama e finale sono telefonati. 

Come se tali difetti non bastassero, la cosa peggiore del film è un’altra: la poca credibilità-coerenza interna. E non mi riferisco ovviamente al discorso dei poteri speciali, ma proprio alla coerenza e al buon senso. Ad esempio: abbiamo dei bulli che sparano proiettili di vernice dentro la scuola e nessuno dice niente e nessuno li sospende (già il fatto che andassero in giro con dei fucili  di discrete dimensioni avrebbe dovuto portare quantomeno al sequestro degli oggetti in questione); sempre i suddetti bulli picchiano compagni di scuola di fronte a tutti, con centinaia di testimoni, e nessuno dice niente e nessuno prende provvedimenti; abbiamo dei bulli che se la prendono proprio col figlio di un commissario di polizia, cosa alquanto stupida; superata in stupidità solo dal fatto che il suddetto figlio non dice niente al genitore commissario.

E questo senza contare la banalità del fatto che la persona divenuta invisibile procede a compiere tutte quelle azioni da luogo comune che più banali non potrebbero essere (e peraltro danno bene l’idea della cultura che c’è dietro): la vendetta contro i propri nemici (dimostrando peraltro di essere della loro stessa pasta, e questo è forse l’unico insegnamento utile del film, anche se per converso), andare a guardare le ragazze nude nello spogliatoio femminile, etc.

E non è tutto: la madre che sta cercando il figlio raccoglie i suoi vestiti da terra senza accorgersi che sono ancora caldi perché appena tolti; il ragazzino in questione va in giro sempre nudo, pure dopo che viene sorpreso nel suddetto spogliatoio femminile dopo essere improvvisamente tornato visibile… sa che gli risuccederà, eppure va di nuovo in giro nudo; senza contare scene ridicole come quella dell’asciugamano in testa o di come il giovane si fa mettere nel sacco dalla sorella bambina, o del fatto che Stella non si accorge dell’uguaglianza dell’evento dell’uomo invisibile con un telo sulla testa nello spogliatoio femminile e in camera sua.

L’unica parte bella e ben fatta del film è quella relativa al racconto flashback sui ragazzi speciali e sugli esperimenti, che poi dà il la alla seconda parte del film, tutta azione e movimento.

Globalmente parlando, Il ragazzo invisibile è un film di livello men che mediocre, triste rappresentante del livello medio del cinema italiano.
Costato abbastanza, per essere un film di nostra produzione, negli incassi non ha raggiunto i costi di produzione… cosa che però non ha scoraggiato i produttori dal programmare il suo seguito, Il ragazzo invisibile 2. Santa pazienza.

Fosco Del Nero



Titolo: Il ragazzo invisibile.
Genere: fantastico, commedia, sentimentale.
Regista: Gabriele Salvatores.
Attori: Ludovico Girardello, Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio, Christo Jivkov, Noa Zatta, Assil Kandil, Filippo Valese, Enea Barozzi.
Anno: 2014.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.


martedì 2 aprile 2019

Your name - Makoto Shinkai

Avevo già visto due film di Makoto Shinkai, regista giapponese di animazione, ed ero rimasto letteralmente impressionato per la bellezza visiva: ambientazioni spesso cittadine, ma anche tanto verde, cielo, pioggia, animazioni dei personaggi fluide e convincenti, giochi di luce incredibilmente belli.

Non avevo giudicato dei capolavori 5 centimeters per second e Il giardino delle parole, i due film in questione, per mere questioni di sceneggiatura, giacché mancava loro una profondità importante, si rimaneva su temi un po’ sentimentaloidi e banalotti, che a mio avviso abbassavano un po’ il tono del lavoro di Shinkai.

Finalmente, con Kimi no nawa - Your name, ho iniziato a vedere quella profondità e quell’originalità che mancava ai film visti in precedenza, unite alla solita bellezza dei lavori di Shinkai, e difatti il risultato finale è decisamente più notevole.

Ecco la trama sintetica di Kimi no nawa - Your name (film non ancora importato in Italia, e infatti l’ho visto in lingua originale e con i sottotitoli in inglese): siamo nel Giappone del 2010, e seguiamo la vita di  Mitsuha Miyamizu, una ragazza che vive in una piccola cittadina di montagna di Itomori, non lontano da Tokyo, e che sogna proprio Tokyo, e magari di vivere la vita di qualcun altro, visto che la sua non le piace.
Sarà accontentata, e un giorno si sveglierà nel corpo di Taki Tachibana, un ragazzo che vive e lavora proprio a Tokyo, il quale a sua volta si sveglierà nel corpo di Mitsuha.
Ma non per sempre, bensì secondo flash: vanno e vengono casualmente, ma ormai tanto spesso che i due prendono a lasciarsi l’un l’altro appunti su quello che hanno fatto, sugli impegni del giorno dopo, e ovviamente iniziano a influenzare le rispettive vite a seconda delle loro personalità.
Un giorno Taki prova a chiamare al cellulare Mitsuha (e perché non lo abbiano fatto subito è un’enorme crepa nella storia), e scopre che non risponde, e che anzi la ragazza risulta essere… non dico altro, se non che si parla di diversi livelli di esistenza.

Ho già detto che Your name è visivamente stupendo.
I due personaggi principali sono simpatici e gradevoli, ed è molto gradevole anche l’alternarsi dell’ambientazione tra la città, con le sue luci e il suo movimento, e la campagna, con il suo ritmo più lento e immerso nella natura.
La storia è fortemente fantastica e per certi versi poco credibile, e peraltro chiama in ballo non solo il trasferimento corporeo, ma anche diversi livelli temporali, comete che si schiantano sulla Terra (producendo effetti ben poco consistenti, ad occhio), e altro ancora.
Questo è forse il suo punto debole, ma chiudendo un occhio su tale fattore ne esce fuori un film che è un’esperienza visiva notevole, finalmente gradevole anche nei contenuti. 

Ma la bellezza visiva delle opere di Makoto Shinkai, a mio avviso, è un motivo sufficiente per vederli, e infatti, dopo aver già visto 5 cm per second, Il giardino delle parole e Your name (due mediometraggi e un lungometraggio), ho già in programma di vedere anche gli altri lavori da lui realizzati: Oltre le nuvole, il luogo promessoci, Viaggio verso Agartha, Someone's gaze (due lungometraggi e un corto).

E anzi, pur ognuno con le sue specificità nel campo dell’animazione, Makoto Shintai è ora uno dei miei tre registi giapponesi preferiti: il primo è ovviamente Hayao Miyazaki, e l’altro è Mamoru Hosoda.
Vedremo chi dei tre continuerà a produrre più opere belle… o se qualcuno sarà scalzato sul podio da qualcun altro.

Buona visione a chi vorrà.

Fosco Del Nero



Titolo: Your name (Kimi no nawa).
Genere: animazione, fantastico, sentimentale.
Regista: Makoto Shinkai.
Anno: 2015.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 27 marzo 2019

The holiday - L’amore non va in vacanza - Nancy Meyers

Sono arrivato a The holiday - L’amore non va in vacanza dalla filmografia di Jack Black, il vivacissimo musicista-cantante-attore statunitense, in cui si lodava il fatto che egli si sapesse disimpegnare bene anche in commedie romantiche come per l’appunto The holiday - L’amore non va in vacanza.

Film che completava il suo cast con Cameron Diaz, Kate Winslet Jude Law; le prime due a dire il vero non mi hanno mai entusiasmato (la prima, ogni volta che la vedo, mi fa pensare alla rana dalla bocca larga e la seconda è troppo legata a film e figure melodrammatiche e melense per entusiasmarmi anche solo come presenza), mentre al contrario ho sempre ritenuto Jude Law un grande attore, peraltro legato a film che ho apprezzato molto come Existenz, Sleuth - Gli insospettabili, Alfie, Gattaca - La porta dell'universo, Closer, I heart huckabees - Le strane coincidenze della vita, Sherlock Holmes
… in effetti, vi sono certi attori che la cui presenza va a coincidere in modo importante con film di valore, e senza dubbio sono attori che si scelgono molto bene i copioni cui partecipare.

Così è a quanto pare per Jude Law…
… anche se a dire il vero proprio The holiday - L’amore non va in vacanza è l’unico suo film che ho visto a non essermi piaciuto granché.

Per carità, il film è caruccio, tenero, a tratti divertente, ma essenzialmente è un film sentimentale che si sa già come finisce fin dal suo inizio, e anzi fin dalla copertina a dirla tutta, e che oscilla tra la prevedibilità assoluta e sconfortante all’improbabilità degli eventi, se cogliete l’apparente paradosso: da un lato il tutto è assai improbabile, mentre dall’altro è tutto scontato. 

Il film non è migliorato, devo dire, dai due personaggi femminili protagonisti: uno è melenso e un po’ patetico (indovinate chi lo interpreta?) e uno è nevrotico.

Ad ogni modo, ecco in grande sintesi la trama di The holiday - L’amore non va in vacanza: Amanda Woods, ricca donna di successo che vive a Los Angeles, e Iris Simpkins, giornalista inglese di cronaca rosa (anche il lavoro è melenso), hanno entrambe dei problemi, nati in ambito sentimentale: la prima vive l’ennesima separazione da un uomo che l’ha pure tradita, mentre la seconda è stata tradita in passato da quello che è rimasto come suo amico, ma di cui lei è ancora invaghita. All’improvviso, esse decideranno di fare una vacanza per allontanarsi dai loro problemi, e si scambieranno la casa per le due settimane del periodo natalizio.
Amanda dunque andrà in un borgo inglese, mentre Iris si recherà nella più vivace Los Angeles… e i due avranno a che fare anche con i rispettivi amici e/o parenti.

The holiday - L’amore non va in vacanza non è del tutto un disastro: ha qualche dialogo valido e qualche spunto divertente, ma tutto qui, per il resto è il trionfo della banalità e del sentimentalismo… e infatti è diretto da una donna, che peraltro in passato si è distinta per un paio di buoni film come Genitori in trappola e What women want - Quello che le donne vogliono.

Ma, stringi stringi, The holiday - L’amore non va in vacanza è una commedia natalizia sentimentale priva di spessore.

Fosco Del Nero



Titolo: The holiday - L’amore non va in vacanza (The holiday).
Genere: commedia, sentimentale.
Regista: Nancy Meyers.
Attori: Cameron Diaz, Kate Winslet, Jude Law, Jack Black, Eli Wallach, Rufus Sewell, Edward Burns, Shannyn Sossamon, John Krasinski.
Anno: 2006.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.