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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

martedì 18 dicembre 2018

Un'estate con Coo - Keiichi Hara

Qualche tempo fa mi sono fatto un giro su internet alla ricerca di film d’animazione di valore, giacché negli ultimissimi anni li avevo un po’ snobbati, pur essendo io un grande fan dei prodotti d’animazione, e tra gli altri mi sono imbattuto in Un'estate con Coo.

Il fatto che si trattava di un anime, ossia di un’animazione giapponese, era un  ulteriore incentivo, giacché la scuola d’animazione giapponese è maestra nel mondo.

Tuttavia, devo dire che ne sono rimasto in buona parte deluso, e su diversi versanti.

Il primo è quello meramente visivo: semplicemente, il film, pur recente, visivamente non è bellissimo, rimanendo sul semplice per quanto riguarda i paesaggi e precipitando addirittura nello scarso per quanto riguarda le animazioni, soprattutto le animazioni dei visi, ossia le espressioni dei personaggi (raramente ho visto un film d’animazione così carente nell’espressività dei personaggi).

Il secondo punto negativo è la scarsa originalità: sostanzialmente Un'estate con Coo è una storia banale, nonostante a prima vista sembri il contrario, e senza l’“anomalia” del kappa come protagonista (chi non sa cosa sia un kappa attenda qualche riga per scoprirlo) sarebbe stata una storia insulsa… ma in realtà lo è anche col kappa.

Ancora: si mantiene sempre piuttosto melenso e drammatico, puntando su emozioni grossolane: violenza, cattiveria (ovviamente cattiveria umana, mentre animali e altri esseri son sempre buoni… solito copione da prodotto di serie B), tristezza, paura.

Ultimo punto: dura moltissimo, quasi due ore e venti… troppo per un film non originale che la tira molto per le lunghe e che propone sentimentalismo di livello basso.

Detto ciò, ossia smontato tutto il film, passiamo alla trama sommaria di Un'estate con Coo: Koichi, un ragazzino che vive a Tokyo, un bel giorno trova per caso, accanto a un fiumiciattolo di città, una pietra che contiene il fossile di una creatura…
… ma rimane stupefatto quando si rende conto che non è un fossile, ma una creatura ancora viva, o che comunque torna alla vita una volta bagnata con l’acqua. Si tratta di un kappa, un essere magrolino e con dei capelli a forma di cappello, che nella mitologia giapponese vive nei contesti di campagna, tra stagni, risaie, fiumi.
Essi, in passato facili da incontrare, si sono estinti, tanto che Coo, questo il suo nome, è probabilmente l’ultimo esemplare, fatto che susciterà un certo scalpore quando la notizia si diffonderà.
I protagonisti della storia sono Coo, Koichi e la sua famiglia, e il cane Boss, che si scopre essere essere intelligente come gli uomini, e anzi forse di più (dotato di poteri telepatici, peraltro).

Pochi protagonisti, poca storia e poca roba, nonostante le apparenze, ripeto: ci si muove tra Tokyo, campagna, Toono (zona famosa proprio per il mito dei kappa, come scoprii ani fa leggendo Ushio e Tora), si va in piscina, a scuola, e pure in tv, ma sempre senza troppo interesse e nerbo… e sempre con emozioni negative e basse (dai bulli piccoli ai bulli grandi, dai padroni che picchiano i loro cani, agli uomini che maltrattano i kappa).

Insomma, Un'estate con Coo vorrebbe forse essere un film di denuncia della cattiveria umana, o forse un film sui kappa… o forse voleva solo utilizzare un elemento fantastico per cambiare un poco un copione altrimenti scontato.

Fosco Del Nero



Titolo: Un'estate con Coo (Kappa no Coo to natsuyasumi).
Genere: anime, animazione, fantastico, drammatico.
Regista: Keiichi Hara.
Anno: 2007.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 12 dicembre 2018

Luther - Eric Till

Luther mi era stato consigliato come film dai contenuti esistenziali, e per tale motivo l’ho guardato, laddove altrimenti molto probabilmente lo avrei  ignorato, giacché non amo molto i film biografici o comunque descrittivi di un certo evento.

Il motivo è semplice: quando una certa persona o un certo evento sono accompagnati da punti di vista e convinzioni di fondo è molto facile, per non dire quasi scontato, che venga persa per strada l’obiettività e che l’opera risulti fortemente faziosa.

Ad esempio, parlando di Luther, dubito che il versante cristiano-cattolico concordi molto con la ricostruzione fatta dal regista Eric Till, che dipinge Martin Lutero come un vero e proprio eroe, limpido e senza macchia, e tutto l’apparato ecclesiale romano come una vera e propria sentina di nefandezze.
Il che può anche corrispondere a verità storica, beninteso: il punto è sempre l’oggettività, il punto di vista, le fonti, e via discorrendo.

Fatta questa premessa legata a una mia preferenza individuale, passiamo a commentare Luther come film in se stesso, lasciando da parte le questioni storico-dottrinali e anche le questioni esistenziali, giacché il film in realtà ne è praticamente sprovvisto, a parte generici richiami alla bontà, alla non violenza, alla fede pura scevra da vendita di indulgenze, riti e strutture sociali portate avanti da uomini, etc.

Siamo nel 1505, ed è un periodo turbolento, politicamente e culturalmente: da una parte abbiamo l’imperatore, dall’altra i vari regnanti, e poi c’è il Papato, che è un regno esso stesso.
La storia segue la formazione personale di Martin Lutero, giovane uomo che si fa sacerdote dopo una promessa fatta durante un temporale in cui ha temuto di morire; la cosa fa sorridere, ma uno dei più grandi scismi culturali e religiosi nasce proprio da un evento accidentale di questo tipo. Sta di fatto che Lutero tiene fede alla promessa e va avanti nel suo percorso personale, pur con una fede vacillante… che vacilla ancora di più quando vede il marciume che c’è a Roma e in generale nella Chiesa Cattolica.
Tanto vede, e tanto al contrario sente dentro di sé, che, nel suo predicare, incorre proprio nell’ira di Roma, e il suo rifiuto di rinnegare le sue opere e le sue convinzioni porterà per l’appunto allo scontro e alla separazione dal Papato.

Detto che il film non propone tematiche esistenziali vere e proprie, o perlomeno di una certa profondità, oltre a semplici questioni di morale e di buon comportamento, del film rimane solo il film in senso stretto, ossia il prodotto d’intrattenimento. 
Che è buono, occorre dire: la ricostruzione generale tiene e interessa, scenografie e costumi fanno la loro parte, ed è ben recitato.

Paga un po’ il fatto che lo spettatore inizia a guardarlo sapendo già come andrà a finire, ma nel complesso Luther si lascia seguire bene e, al netto delle criticità esposte nella recensione, è un discreto film.
Che non rivedrò una seconda volta, con tutta probabilità, ma che può valer la pena vedere almeno una prima.

Fosco Del Nero




Titolo: Luther (Luther).
Genere: drammatico.
Regista: Eric Till.
Attori: Joseph Fiennes, Peter Ustinov, Alfred Molina, Bruno Ganz, Claire Cox, Jonathan Firth.
Anno: 2003.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 11 dicembre 2018

The prophet - Roger Allers

Non sapevo che fosse stata realizzata una conversione cinematografica, e animata per di più, de Il profeta, l’immortale capolavoro di Kahlil Gibran, altrimenti me la sarei vista subito; la guardo ora con un paio d’anni di ritardo, rimanendone assai felice.

Premessa: il regista di fondo è Roger Allers, a cui però si affiancano altri registi, ciascuno dei quali ha curato un pezzo di animazione, segnatamente i momenti del film in cui si citano pari pari le parole del libro di Gibran, a cui ogni regista ha dato dunque un’impronta visiva particolare.
La lista complessiva dei registi coinvolti è la seguente: Gaetan Brizzi, Paul Brizzi (deve essere tutta una famiglia interessata a tematiche esistenziali), Joan Gratz, Mohammed Saeed Harib, Tom Moore, Nina Paley, Bill Plympton, Joann Sfar, Michael Socha.

Nomi che personalmente non mi dicevano niente, con l’eccezione di Tom Moore, il creatore di due meraviglie animate come The secret of Kells e Song of the sea.

Tra i doppiatori inglesi, invece, abbiamo Liam Neeson, Salma Hayek e Alfred Molina: il primo lo ricordo soprattutto per il primo episodio di Star wars, e gli  ultimi due per il film Frida, di cui erano i due protagonisti.

Peraltro, che dietro tale progetto vi sia l’impronta di Salma Hayek si evince subito, non appena viene inquadrata una dei protagonisti del film, la bambina Almitra, che sembra per l’appunto una versione animata e infantile di Salma Hayek, come peraltro la ricorda, stavolta da adulta, la madre, Kamila.
La Hayek, peraltro, è anche una dei produttori del film, il che spiega ancora di più tali somiglianze.

Veniamo ora alla trama del film, libero adattamento del libro di Gibran: Almitra è una bambina assai vivace, per non dire scalmanata e pure ladruncola, che però ha qualche problema, oltre che di comportamento, anche di comunicazione, e infatti non parla, per la disperazione della madre Kamila, donna ancora abbastanza giovane, ma già vedova, la quale lavora facendo le pulizie in un appartamentino in cui vive Mustafa, poeta e mistico talmente amato dalla popolazione di Orfalese che è stato imprigionato dai governanti, ed è sorvegliato a vista perché considerato potenzialmente sovversivo.
Un bel dì egli viene prelevato dal sergente con la promessa di esser rimandato a casa via mare, ma sia Kamila, che Almitra, che la guardia Halim hanno dei sospetti…

Si tratta come evidente di un riadattamento del libro di Kahlil Gibran, al quale è fornita una sorta di trama e dei personaggi accessori, ma in modo intelligente, devo dire, tanto che la bellezza delle parole del poeta libanese ne risulta inalterata, così come l’atmosfera in generale.
Certo, nel film non è contenuto tutto il libro, ma quanto basta per essere fortemente educativo.

Il film peraltro ha una struttura particolare, come accennato in apertura: vi è uno stile animato che è quello narrativo, al quale poi si affiancano vari spezzoni, quelli in cui si citano le parole de Il profeta, ognuno con uno stile visivo particolare, e assai diverso l’uno dall’altro, tanto da conferire all’opera una grande varietà e una bellezza su più fronti (alcuni spezzoni sono davvero magnifici, e tutti tendono all’astratto e al surreale).

Il film, inoltre, è in parte anche un film musicale, con musiche che sembrano uscite dagli anni “60-“70, devo dire ben inserire nel contesto, e anch’esse basate sulle parole del libro di Gibran.

Alcune scene son davvero incantevoli, come quella in cui il profeta Mustafa parla dei figli, o quella in cui parla dell’amore.
Ma l’opera è bella nel suo complesso, e le frasi che seguono, estratte dal film che a sua volta le ha estratte dal libro, daranno un chiaro esempio del suo valore, che è dunque sia cinematografico che educativo-esistenziale.

“Lascia che ti sveli un segreto.
Non siamo imprigionati in case, o nei nostri corpi. Nemmeno da altre persone.
Siamo spiriti.
Liberi come il vento.”

“Come potete innalzarvi se non rompendo le catene che vi siete stretti attorno?
In verità, ciò che chiamate libertà è la più resistente di tali catene, benché i suoi anelli brillino al sole.
E cosa volete eliminare, per essere liberi, se no brandelli di voi stessi?

“Se volete fugare un timore, la sua sede è nell’animo vostro, e non nella mano di chi temete.”

“È completamente fuori dal mio controllo!”
“Ma certo che lo è?”
“Cosa?”
“Lei non ti appartiene.”
“Ah no, no, no, ricordo chiaramente di essere stata io a metterla al mondo.”
“Sì, è vero: è venuta attraverso di te, ma non da te. I vostri figli non sono vostri fili. Sono i figli dell’ardore che la vita ha di se stessa. E sebbene essi siano con voi, non vi appartengono.”

“Potete tentare di essere come i vostri figli, ma non di renderli come voi siete.
Giacché la vita non indietreggia, né indugia sul passato.”

“Vi siano spazi nella vostra unione, così che i venti celesti possano danzare tra di voi.
Amatevi l’un l’altro, ma non rendete l’amore una catena d’amore.
Sia piuttosto un mare che si muove tra le rive delle vostre anime.
Riempitevi l’un l’altro le coppe ma non bevete da una coppa soltanto.
Cantate e danzate insieme e siate lieti, ma che ognuno di voi sia solo.
State vicini, ma non troppo vicini, perché le colonne del tempio s’ergono separate tra di loro, e la quercia e il cipresso non crescono l’uno nell’ombra dell’altro.”

“Tutti i lavori sono nobili.
Voi lavorate per assecondare i ritmi della terra, e l’anima della terra.
Poiché oziare è straniarsi dalle stagioni, è uscire dal corso della vita, che avanza in solenne e fiera sottomissione verso l’infinito.
Quando lavorate, siete un flauto attraverso il quale il sussurro del tempo si trasforma in musica.
E quando lavorate con amore, voi stabilite un legame con voi stessi, con gli altri e con Dio.
E cos’è lavorare con amore? È tessere un abito con i fili del cuore, come se dovesse indossarlo il vostro amato.
È costruire una casa con dedizione, come se dovesse abitarla il vostro amato.
È spargere teneramente i semi e mietere il raccolto con gioia, come se dovesse goderne il frutto il vostro amato.
È diffondere in tutto ciò che fate il soffio del vostro spirito.”

“Spesso vi ho udito dire, come se parlaste nel sonno, che chi lavora il marmo e scopre la propria anima configurata nella pietra è più nobile di chi ara la terra. E che chi afferra l’arcobaleno e lo stende sulla tela in immagine umana è più di chi fabbrica sandali per i nostri piedi.
Ma io vi dico, non nel sonno ma nel vigile e pieno mezzogiorno, che il vento parla dolcemente alla quercia gigante come al più piccolo filo d’erba. E che è grande soltanto chi trasforma la voce del vento in un canto raso più dolce dal proprio amore.
Il lavoro è amore rivelato.”

“Vorrei che poteste vivere della fragranza della terra, e che la luce vi nutrisse in libertà come una pianta.
Ma poiché per mangiare uccidete, sia allora il vostro un atto di adorazione.
E quando addentate una mela, ditele nel vostro cuore: i tuoi semi vivranno nel mio corpo, e i tuoi germogli futuri sbocceranno nel mio cuore.”

“Quando l’amore vi chiama, seguitelo, sebbene le sue vie siano difficili ed erte.
E quando vi parla, credetegli.”

“L’amore nulla dona se non se stesso.
L’amore non possiede, né vuol essere posseduto.
Poiché l’amore basta all’amore.”

“Dovreste dire: io sono nel cuore di Dio.
E non pensate di poter dirigere il corso dell’amore, giacché se vi trova degni è l’amore che dirige il vostro corso.”

“Non affrettiamoci a chiamare gli altri cattivi, poiché il cattivo non è che il buono torturato dalla fame e dalla sete.
In verità, quando il buono è affamato cerca il cibo anche in una caverna buia.
E quando è assetato beve anche acqua morta.
Siete buoni quando siete in armonia con voi stessi. Tuttavia, quando non siete una cosa sola con voi stessi, non siete cattivi.
Una nave senza timone può errare senza meta tra isole pericolose.
Siete buoni quando procedete verso la meta decisi e con passo sicuro. Tuttavia, non siete cattivi quando vagate qua e là zoppicando.
Anche chi zoppica procede in avanti.”

“Non dobbiamo avere paura della morte, poiché la vita e la morte sono una cosa sola, come una sola cosa sono il fiume e il mare.
Come potremo scoprire il segreto della morte se non cercandolo nel cuore della vita?
Che cos’è morire se non stare nudi nel vento e disciogliersi al sole?
Solo quando berrete al fiume del silenzio potrete davvero cantare.”

“Addio, popolo di Orfalese.
Paziente è il capitano della mia nave, e le vele sono inquiete.
I marinai udiranno il coro del mare e non aspetteranno più a lungo.
Tornerò a voi, non dimenticatemi. Tra breve, il mio anelito raccoglierà polvere e saliva per un altro corpo. Tra breve, un attimo di calma nel vento, e un’altra donna mi partorirà.
Addio a voi e alla giovinezza trascorsa con voi. Appena ieri ci incontrammo, ma ora è volato via il sonno. Il nostro sogno è finito e dobbiamo separarci.
Se ancora una volta ci incontreremo nel crepuscolo della memoria, parleremo nuovamente insieme, e il canto che voi intonerete sarà allora più profondo.”

In conclusione, The prophet è un'opera cinematografica se non imperdibile quasi, e che ha il vantaggio di poter essere proposta anche ai bambini, per la sua bellezza sia visiva sia educativa.

Fosco Del Nero



Titolo: The prophet (The prophet - Kahlil Gibran's the prophet.).
Genere: animazione, fantastico, commedia, drammatico, esistenziale.
Regista:  Roger Allers.
Anno: 2014.
Voto: 8.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 5 dicembre 2018

School of rock - Richard Linklater

Personalmente adoro School of rock, il film del 2003 con protagonista Jack Black, tanto che l’ho visto svariate volte, tre o quattro.
Questa però è la prima da che il blog è stato aperto, per cui ecco qua la recensione.

Partiamo proprio da Jack Black, il vivace e talentuoso comico statunitense, davvero esperto di rock, e anzi protagonista anche con una sua rock band.
La sua partecipazione in film rockeggianti non è dunque casuale, e vedasi anche l’altrettanto valido Tenacious D e il destino del rock (e poi l’ho visto nei meno brillanti Tropic thunder, Be kind rewind - Gli acchiappafilm e Margot at the wedding - Il matrimonio di mia sorella).

Una nota anche sul regista, Richard Linklater, parecchio elastico se passa da film introspettivi-esistenziale come Waking life - Risvegliare la vita e A scanner darkly - Un oscuro scrutare a film come School of rock (di lui ho recensito anche il vecchio La vita è un sogno)…

… anche se va detto che il film è stato scritto da Mike White, che poi è uno dei protagonisti del film.

Di cui diciamo in sintesi la trama: Dewey Finn (Jack Black) è uno squattrinato scapestrato, che vive in affitto presso l’amico Ned Schneebly (Mike White) salvo il leggero dettaglio che non gli paga l’affitto da molto tempo e gli deve svariate migliaia di dollari, cosa che la fidanzata di Mike, la bella ma rigida Patty (Sarah Silverman) non manca di notare a ogni piè sospinto.
Il fatto è che Dewey insiste con l’aspirazione adolescenziale di voler sfondare nel rock con la sua band… salvo essere liquidato dalla stessa band per via dei suoi atteggiamenti estremi.
Il suo nuovo piano, dunque, è avviare una nuova band con cui vincere la prestigiosa “Battaglia delle band”. Per il momento, però, si accontenta di raggranellare un po’ di soldi fingendosi Ned presso una prestigiosa scuola privata, la Horace Green, nella quale l’amico era stato chiamato a fare delle supplenze: Dewey ha risposto al telefono, ha fatto due più due e ha dato avvio alla finzione, non sapendo che quella sarebbe stata una decisione che avrebbe cambiato la vita di molte persone, non solo la sua.

School of rock, semplicemente, è una scarica di energia, e non avrebbe probabilmente potuto essere interpretato da qualcun altro con la stessa efficacia di Jack Black.
Notevoli anche parecchi dei bambini, peraltro tutti musicalmente talentuosi.

Sì, il canovaccio è abbastanza classico: lo scapestrato un po’ fuori di testa che squilibra gli assetti umani di persone ben più “equilibrate” e standardizzate, e anche il concetto del talento nascosto che viene fuori è piuttosto classico, ma è il come viene realizzato tale canovaccio a fare di School of rock un gran film, che avrebbe meritato ben più successo al botteghino e come fama in generale.

Ma la storia fa (quasi) sempre giustizia, per cui do per scontato che il film di Mike White e Richard Linklater rimarrà ricordato nel tempo come un film di buona qualità, vivace, divertente, certo non molto credibile, ma assolutamente gustoso… e senza usare volgarità, sessualità o scorciatoie, fattore ulteriormente meritorio.

Fosco Del Nero



Titolo: School of rock (School of rock).
Genere: commedia, musicale.
Regista: Richard Linklater.
Attori: Jack Black, Mike White, Joan Cusack, Sarah Silverman, Joey Gaydos Jr., Kevin Alexander Clark, Adam Pascal, Lucas Papaelias, Chris Stack, Lucas Babin, Jordan-Claire Green, Veronica Afflerbach, Miranda Cosgrove,
Anno: 2003.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


martedì 4 dicembre 2018

Un piede in paradiso - E.B. Clucher

Finita la visione dell’intera filmografia dei film di Bud Spencer e Terence Hill (idea venutami la notte prima della morte del buon Bud), mi espando un poco vedendo anche uno dei film in solitaria proprio di Bud Spencer: Un piede in paradiso.

Come vi erano film in coppia che non avevo mai visto, e segnatamente quelli dell’esordio western, genere che mi interessa poco, vi erano a maggior ragione dei film “da solisti” che ugualmente non avevi mai visto, pur conoscendoli di nome.
Uno di questi era proprio Un piede in paradiso, che si caratterizza per la presenza in esso non solo di Bud Spencer, ma anche di Thierry Lhermitte, a dargli brio e comicità, e di Carol Alt, a dargli bellezza e sensualità.

La premessa è che ho sempre teso a ignorare i film da solisti della coppia, per i semplice fatto che hanno una qualità media bassa, imparagonabile a quelli storici del duo italiano…
… ma ho fatto un’eccezione per Un piede in paradiso considerando il regista, quell'E.B. Clucher che ha firmato i migliori film del duo Spencer-Hill (I due superpiedi quasi piattiNati con la camiciaLo chiamavano Trinità, Non c’è due senza quattro).

Peraltro, curiosamente il film è stato scritto dai due figli dei suoi protagonisti maggiori: il figlio di Bud Spencer, Giuseppe Pedersoli, e il filo di E.B. Clucher-Enzo Barboni, Marco Tullio Barboni.
E, peraltro, nel film recita anche la figlia di Bud Spencer, ossia Diamy Spencer (che evidentemente dal padre ha preso anche il cognome d’arte).
E citerei anche quel Riccardo Pizzuti nemico di tanti film… e difatti “nemico” anche in questo, seppur pure lui piuttosto invecchiato (al tempo avevano 62 anni Bud e 57 Riccardo).

Riguardo a Un piede in paradiso, occorre però dire che nel mentre Bud Spencer era assai invecchiato, tanto fa fargli perdere buona parte della sua energia e forza da omone (a proposito, anche in questo film a un certo punto è chiamato “onorevole omone”, come ne I due superpiedi quasi piatti)… e che probabilmente era invecchiato anche Clucher a livello di idee e di esecuzione.
La commedia infatti non funziona totalmente, risultando a volte godibile e divertente, a volte sciatta e a volte stonata, e le due cose forse si bilanciano come numero, elemento affatto positivo.

Curioso il triangolo con la bella Carol Alt e con il bravo Lhermitte (indimenticabile ne (La cena dei cretini), rivali rispettivamente provenienti dall’Inferno e dal Paradiso, il primo demone che deve trascinare Bud verso egoismo e cattiveria, e il secondo angelo che deve portarlo sulla retta via….

… trama che essenzialmente è la stessa di un film spagnolo che mi piace molto, Nessuna notizia da Dio; film con Penelope Cruz di qualche anno successivo, il che vuol dire che la Spagna ha copiato l’Italia. Ma con risultati migliori, e molto, va detto: meno scazzottate e scene umoristiche ma più sostanza e ispirazione e bellezza.

Ecco nel dettaglio la trama sintetica di Un piede in paradiso: Bull Webster è un tassista che lavora all’interno di una piccola agenzia di trenta taxi sull’orlo del fallimento, insidiata da una corporazione che guarda caso possiede la compagnia di taxi rivale, ben più grande ed efficiente.
Ed essendo egli, a quanto si diceva in cielo, l’ago della bilancia di un futuro evento mediatico, va conquistato alla propria causa, lui che ha un passato burrascoso, si è poi sistemato mettendo su famiglia (con una donna che avrei preferito non vedere accostata al mitico Bud e che gli rovina l’intera reputazione della filmografia), rimanendo però mezzo e mezzo: abbastanza buono, ma irascibile e pronto alla violenza.
Dal Paradiso gli inviano allora l’angelo Victor, e dall’inferno il demone Veronica (Flame di cognome), i quali, pur rispettando il libero arbitrio, hanno il compito di spingerlo dal loro lato.

Nel complesso, Un piede in paradiso è molto stiracchiato: non è un film completamente da buttare, ma non raggiunge la sufficienza. Ed essenzialmente i motivi per guardarlo solo i tre attori protagonisti, ognuno per un suo motivo.

Fosco Del Nero



Titolo: Un piede in paradiso.
Genere: fantastico, commedia.
Regista: E.B. Clucher (Enzo Barboni).
Attori: Bud Spencer, Carol Alt, Thierry Lhermitte, Ian Bannen, Jean Sorel, Diamy Spencer, Riccardo Pizzuti, Sean Arnold, Sharon Madden.
Anno: 1991.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 28 novembre 2018

La collina degli stivali - Giuseppe Colizzi

Con La collina degli stivali termino finalmente la visione dell’intera filmografia del duo Bud Spencer-Terence Hill… che, nonostante la mia grande passione per il suddetto duo, si era finora limitata ai film più recenti, quelli metropolitani ed esotici, tralasciando invece il genere western, ossia i primordi cinematografici della coppia.

Primordi ben diversi da ciò per cui Bud e Terence sarebbero divenuti celebri in seguito, ossia le commedie leggere e ironiche, con tanta azione e tanti buoni sentimenti; ma anche elementi non propriamente educativi, dall'alcol alle scommesse, dalle risse alle rapine, per quanto tutto di genere umoristico.

Invece, nella trilogia curata da Giuseppe Colizzi, ossia il regia che ha proposto i due sullo schermo per primo, dominano serietà e pistolettate, con sangue e morti ad ogni piè sospinto, così come cavalli, saloon, partite di carte, gioco d’azzardo, intrighi, alleanze e tradimenti, sceriffi, signorotti locali… il tutto per l’appunto in omaggio al genere western, qua rivisto in salsa italiana…
… e che in seguito sarà rivisto ancora di più l’introduzione del genere comico, avvenuta con Lo chiamavano Trinità, film di un anno successivo nel quale Bud e Terence si reincontreranno quasi per caso, e sotto la guida dell’ottimo E.B. Clucher (alias Enzo Barboni) inizieranno a mietere successi.

Fino a quel momento, dunque, serietà a tutto spiano, con Giuseppe Colizzi, regista di Dio perdona... io no! (decente), I quattro dell'Ave Maria (buono) e per l’appunto questo La collina degli stivali (mediocre), il quale regista avrebbe in seguito provato ad adattarsi anche al nuovo genere più leggero, con Più forte ragazzi!, ma senza ottenere un eccessivo riscontro (evidentemente era più propenso al genere drammatico).

Ma veniamo a La collina degli stivali, e vediamone la trama sommaria: Cat (un Terence Hill anche qui in veste di pistolero bello cattivo) è inseguito da un gruppo di banditi, viene ferito, ma riesce a sfuggire nascondendosi nel carrozzone di un circo itinerante, guidato dal brontolone Mamy (Lionel Stander). Il quale vorrebbe scaricarlo subito, mentre il trapezista Thomas (Woody Strode) si prenderà cura di lui, fino a ripresa avvenuta.
Accade poi che gli stessi banditi causino la morte del collega di Thomas, un giovane ragazzo di colore, e dunque Thomas affiancherà Cat nella ricerca di vendetta, nella quale si inserirà anche Hutch (Bud Spencer), comparso dopo parecchio dall’inizio.
Il “bestione”, ossia Bud Spencer-Hutch, non ha la minima intenzione di seguire ancora una volta Cat nelle sue missioni e vendette, non dopo le disavventure dei due precedenti film della trilogia, ma cambierà idea quando saprà che Sharp, un vecchio amico di entrambi, li ha nominati eredi di alcune concessioni di valore, di cui un tale Finch si sta impossessando in modo truffaldino.

Del genere ho già detto, e del mio gradimento basso pure.
In particolare, segnalo la grande distanza qualitativa tra I quattro dell'Ave Maria e La collina degli stivali, rispettivamente secondo e terzo film della trilogia, mentre il primo, Dio perdona… io no!, sta un po’ a metà strada, sulla sufficienza.

Da sottolineare alcune cose che caratterizzano il film: di gioco d’azzardo, sparatorie e violenza abbiamo già detto, e dunque ci rimane da dire di circo e personaggi circensi, ballerine e nani compresi, della musica assai vivace, spesso essa stessa circense ma a volte curiosamente simile e una della canzoni di Mary Poppins, della presenza nel film di “Geronimo” de I due superpiedi quasi piatti, nonché del fatto che nel film vi sono personaggi persino più grossi di Bud Spencer, con tutto che al tempo egli era giovane e forte.

In conclusione, credo che non vedrò mai più il primo e il terzo film della trilogia spaghetti western di Giuseppe Colizzi, mentre probabilmente mi rivedrò più avanti I quattro dell’Ave Maria, l’unico film della trilogia ispirato.

Fosco Del Nero



Titolo: La collina degli stivali.
Genere: western, azione, drammatico.
Regista: Giuseppe Colizzi.
Attori: Terence Hill, Woody Strode, Lionel Stander, Bud Spencer, Glauco Onorato, Enzo Fiermonte, Gaetano Imbrò, Alberto Dell'Acqua, Victor Buono, Romano Puppo, Luciano Rossi.
Anno: 1969.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 27 novembre 2018

Le avventure del Principe Achmed - Lotte Reiniger

Ieri mi son guardato un film d’animazione di breve durata, intendendo con breve durata un’ora circa.
Parlo de Le avventure del Principe Achmed, film d’animazione tanto anziano quanto particolare.

È anziano perché è una produzione del 1926, il che lo rende di diritto uno dei film più vecchi recensiti su Cinema e film (i competitor in tal senso sono Metropolis Faust), e il film d’animazione più vecchio in assoluto, fatto affatto trascurabile.
Ed è particolare perché in pratica è un film muto, accompagnato giusto ogni tanto da qualche frase scritta… in tedesco, nella versione che ho visto io, doppiata a voce in inglese, il che per quanto riguarda la mia comprensione è già meglio del tedesco.

Quanto al genere, siamo tra l’avventura e il fantastico, con l’ambientazione che spazia tra il Vicino Oriente e il Lontano Oriente, ossia tra mondo arabo (Asia dell’ovest) e mondo cinese (Asia dell’est), col tutto che s’iscrive nell’atmosfera de Le mille e una notte… e non a caso la storia è una di quelle raccontate nella celebre raccolta, con tanto di Aladino come uno dei protagonisti.

Da sottolineare che originariamente il film era in bianco e nero, pur con alcuni viraggi di colore, e che in seguito esso è stato restaurato e colorato in modo assai vivace, ciò che per l’appunto è la versione che circola oggidì.

Ecco in grande sintesi la trama del film: Achmed è un principe, il quale, suo malgrado, si trova trasportato da un cavallo alato presso altri reami e isole. Tutto è nato da un diverbio con uno stregone che ambiva alla mano della principessa sorella, in aiuto della quale il fratello è corso, per poi essere in qualche modo allontanato grazie all’ausilio di un cavallo volante.
Il giovane però è intelligente, e dopo un po’ di tempo capisce come si guida il cavallo; in tal modo riesce ad arrivare in svariati posti, e in uno di essi conosce la bellissima Peri Banu, principessa delle isole Wak Wak… la quale però viene insidiata proprio dallo stregone contro cui Achmed aveva alzato il braccio, determinando una sfida che si risolverà grazie all’aiuto di alleati… e qua entra in gioco anche Aladino.

Le avventure del Principe Achmed, che utilizza la tecnica delle silhouette e si rifà al teatro cinese delle ombre, è diviso in cinque atti, come fosse una commedia teatrale… e peraltro si era quasi perso dopo un bombardamento a Berlino, dove era conservato.
Ritrovato nel 1954, fu poi restaurato e colorato fino alla versione odierna, che ci consegna non solo il primo film d’animazione di cui si ha notizia, ma anche un bel prodotto, fantasioso e vivace… per quanto ovviamente assai distante dai gusti e dalle abitudini cinematografiche dello spettatore odierno.

Ad ogni modo, un po’ per il cimelio storico, un po’ per l’opera in sé, val la pena di vedersi almeno una volta questo Le avventure del Principe Achmed.

Fosco Del Nero



Titolo: Le avventure del Principe Achmed (Die abenteur des Prinzen Achmed).
Genere: animazione, avventura, fantastico.
Regista: Lotte Reiniger.
Anno: 1926.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.