Slide # 1

Slide 1

Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

Slide # 2

Slide 2

L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

Slide # 3

Slide 3

Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

Slide # 4

Slide 4

Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

Slide # 5

Slide 5

Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

martedì 19 gennaio 2021

Quarto potere - Orson Welles

Era da anni che avevo in animo di veder Quarto potere, non tanto perché il film mi ispirasse particolarmente, quanto per la sua importanza storica e cinematografica. Alla fine ce l’ho fatta.

Devo dire che, per quanto il film non mi abbia entusiasmato, si tratta di un’opera importante da ambo i punti di vista citati: quello cinematografico e quello socio-culturale.

Sul primo versante, abbiamo inquadrature efficaci, scenografia, fotografia e luci ottime, nonché una recitazione quasi da teatro.
Sul secondo versante, abbiamo una ficcante critica alla società dei consumi e all’ego personale… e si era solo nel 1941: chissà cosa direbbe Orson Welles se vedesse la società di oggi, che ha continuato sul percorso del consumismo e della manipolazione mediatica (a proposito di manipolazione mediatica...).

Ma bando agli indugi e vediamo la trama sommaria di Quarto potere, film che peraltro è ispirato al personaggio storico reale di William Randolph Hearst, imprenditore, editore e politico statunitense vivo tra il 1863 e il 1951, celebre non solo per la sua enorme ricchezza, ma per la sua grande influenza mediatica, considerato insieme a Joseph Pulitzer il padre del giornalismo scandalistico (al primo hanno dedicato un film, e al secondo un premio giornalistico: andiamo bene): Charles Foster Kane nasce bimbo povero e non particolarmente amato dal padre, tanto che la madre, sfruttando l’evento positivo di una miniera rivelatasi ricca d’oro, lo manda a istruirsi presso tale Thatcher, che lo alleverà e lo educherà a rivestire il ruolo di imprenditore e uomo d’affari.
Ruolo che Kane svolgerà bene, e anzi più che bene, mettendo su un vero e proprio impero con attività trasversali in ogni settore: personalmente, tuttavia, si dedica alla sua passione del giornalismo, e con gli anni rende l’Inquirer il primo giornale di New York, orientandolo verso la stampa scandalistica e a effetto, fatto poco apprezzato dai giornalisti vecchio stile, più orientati all’obiettività e alle notizie sicure.
Parallelamente, vengono raccontati nel film gli amori e le amicizie di Kane, uomo dai forti desideri personali ma con difficoltà nei rapporti stretti, tanto che, alla fine, la morale del film è proprio quella del contrasto tra ego da un lato e amore dall’altro. 

Peraltro, il film non procede in linea retta come ho sintetizzato io, ma addirittura parte dalla morte di Kane e dall’ultima parola che egli pronuncia prima di andarsene: "Rosabella". Da tale parola, apparentemente nome di donna, parte un’inchiesta giornalistica, che si accosta alle persone più vicine a Kane allo scopo di svelare il mistero di Rosabella: il mistero verrà svelato negli ultimi fotogrammi del film, portando alla morale suddetta, mentre nel corso dell’inchiesta verrà sviscerato il personaggio Kane, con i suoi pregi e i suoi difetti.

Insieme alla morale-insegnamento di cui sopra, altri due elementi emergono prepotenti nel film, e sono i due accennati in partenza.
La critica alla società dei consumi, col protagonista che vive in una sorta di castello fatto costruire da egli stesso (luogo reale e piuttosto magnificente: è il Castello Hearst); e la critica alla manipolazione mediatica, col protagonista che usa i suoi giornali sia per produrre titoli scandalistici sia per perorare la sua carriera politica, al contempo danneggiando i suoi avversari… pratica che è divenuta pane quotidiano, purtroppo (e anzi, in tempi recenti, mezzo di manipolazione di massa).

Il film non mi ha entusiasmato, dunque, forse per lo spezzettamento e la narrazione assai frastagliata, ma è film di grande importanza, i cui contenuti andrebbero tenuti ben presenti: il multimiliardario vive nel lusso ma muore solo, e nel momento della morte si ricorda l’infanzia con la madre: opulenza fuori, vuoto dentro.
 
Fosco Del Nero



Titolo: Quarto potere (Citizen Kane).
Genere: drammatico.
Regista: Orson Welles.
Attori: Everett Sloane, Paul Stewart, Joseph Cotten, Alan Ladd, Agnes Moorehead, George Coulouris, Orson Welles, Ray Collins, Ruth Warrick, Dorothy Comingore, Fortunio Bonanova, Erskine Sanford.
Anno: 1941.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 13 gennaio 2021

Appleseed - Shinji Aramaki (anime)

Oggi siamo alle prese con il film del 2008 Appleseed, diretto da Shinji Aramaki, film che ha dato luogo a due sequel, Appleseed ex machine e Appleseed aplha, rispettivamente del 2007 e del 2014, sempre diretti dal medesimo regista.

Detto dei film, passiamo alle premesse, ossia ai manga da cui i film sono tratti: Appleseed è un manga disegnato da Masamune Shirow dal 1985 al 1989, che ha avuto un grande successo in Giappone e anche in Italia, così come nel resto del mondo… tanto che da adolescente me lo lessi e ne rimasi non dico entusiasta, ma quasi.

Genere di manga e anime: fantascienza, azione, cyberpunk, col tutto che si muove molto nel futuro e con tecnologie molto avanzate rispetto al presente.

Anche se, a onor del vero, quello che del manga mi piaceva di più era l’aspetto umano, tanto relazionale (anche se su questo punto Shirow è sempre stato un po’ criticato, per la sua seriosità e la mancanza di umorismo) quando socio-politico: in effetti, Appleseed era un mosaico vero e proprio, persino complicato da seguire non solo per via dell’ambientazione futuristica, ma anche per il grande dettaglio dei gruppi sociali, politici, culturali, con i loro vari rappresentanti ed eventuali spie e insider. A dirla tutta, mi ricordo che per leggerlo per bene occorreva un certo sforzo di concentrazione, nonché leggersi anche tutti i contorni scritti dallo stesso autore per dare corpo all’ambientazione dell’opera.

Tutto ciò, ahimé, nel film si perde in buona parte, e anzi il regista ha avuto l’idea di non effettuare una trasposizione diretta dal fumetto, ma una più vaga ispirazione… a mio avviso perdendoci nettamente.

Questo fattore, unitamente al fatto che la computer grafica non mi piace molto, specie quella degli esordi, ben meno sciolta e realistica di quella contemporanea, mi ha portato a non gradire troppo Appleseed di Shinji Aramaki, tanto che non mi vedrò i due seguiti.

Comunque, ecco la trama sommaria di Appleseed: siamo nel 2130, dopo la terza guerra mondiale; il mondo è disfatto e per buona parte distrutto, e ancora vi è chi combatte su piccola scala, come la guerriera Deunan Knute, una ragazza tanto abile nei combattimenti (arti marziali e sparatorie) quanto bella, la quale tra le altre cose nella guerra ha perso il suo compagno Briareos… che ritroverà nella S.W.A.T. di Olympus, una città a dir poco futuristica che ha raccolto le macerie della guerra e si è posta come leader dell’umanità del futuro.
Umanità e bioroidi, con la popolazione composta per metà dall’una e dall’altra fazione… ma con crisi quasi inevitabili tra le due parti, crisi che sfociano in interventi armati di un certo impatto, data la tecnologia del periodo, che prevede mecha assai potenti nonché robot assai grandi.

Appleseed di Shinji Aramaki purtroppo commette l’errore di dare grande spazio alla parte tecnologica e d’azione del manga originario, depauperandolo della parte umano-relazionale, già non eccessiva di suo, e inoltre elimina tanto dell’ambientazione e dell’atmosfera originaria, e si permette pure di cambiare parecchie carte in tavola riguardo a storia, rapporti tra i protagonisti, qualità dei bioroidi, etc.

Insomma, di mio, da buon vecchio fan del manga, non ho gradito molto; non ho gradito niente, in realtà, con l’eccezione di Olympus, resa in effetti in modo piuttosto bello visivamente.

Fosco Del Nero



Titolo: Appleseed (Appleseed).
Genere: anime, animazione, azione, fantascienza, cyberpunk.
Regista: Shinji Aramaki.
Anno: 2004.
Voto: 4.5
Dove lo trovi: qui.



martedì 12 gennaio 2021

Kamasutra - Mira Nair

Mi son guardato Kamasutra, della regista Mira Nair, essenzialmente per rivedere colori, costumi e atmosfere indiane, incoraggiato anche dalla presenza di due attori che mi piacciono molto (Naveen Andrews, visto in Lost, e Indira Varma, vista ne Il trono di spade… qua giovanissimi, e peraltro visti insieme anche in Matrimoni e pregiudizi).
Da tali attori, nonché dal titolo del film, ci si poteva aspettare inoltre molta bellezza… 

… che in effetti c’è: dal punto di vista visivo Kamasutra è uno spettacolo e non gli si può dire proprio niente: scenari tradizionali indiani, antichi palazzi, costumi coloratissimi e bellissimi, belle donne e begli uomini, e via discorrendo. In generale, i colori vivaci dell’India son qui ben rappresentati, insieme a danze femminili ma anche a paesaggi di strada.

Il problema di Kamasutra è un altro, e anzi sono altri due.
Il primo è che, come peraltro ci si poteva aspettare dato il titolo del film, calca la mano sull’aspetto fisico-carnale; non perché ecceda nell’erotismo, e anzi non lo fa, ma perché propone molta sensualità-corporeità-emozionalità di tipo basso, praticamente in ogni personaggio. E dove non c’è un eccesso di carnalità c’è un eccesso di emozionalità (possesso, gelosia, ego, etc).

Il secondo problema è che, come capita sempre quando di mezzo c’è l’Occidente, o come produzione o come destinazione di pubblico, la scena indiana (ma immagino la cosa valga per ogni scena mondiale al di fuori del “centro” dell’Occidente) è molto annacquata, a cominciare dagli attori: dei quattro attori protagonisti, che avrebbero dovuto rappresentare perfettamente l’India del 1500, tre sono britannici, figli di indiani o meticci tra indiani e occidentali, e uno è malese (dire Malesia e India è come dire Italia e Turchia)… insomma, non il massimo per rappresentare la vera India (come etnia e come cultura).

Ma andiamo a tratteggiare per sommi capi la trama di Kamasutra: nell’India del XVI secolo, Maya (Indira Varma) e Tara (Sarita Choudhury) crescono assieme e sono legate da una forte amicizia, la quale però viene incrinata dal fatto che la prima è una serva, mentre la seconda una principessa, la quale ogni tanto mostra il suo lato di alterigia. Entrambe molto belle, la prima tuttavia ha una carica seducente che la seconda non ha, e la sfrutterà per sedurre il futuro marito dell’amica-rivale, il principe Raj Singh (Naveen Andrews), futuro erede al trono e uomo superficiale e dedito alle gozzoviglie e al sesso con le sue numerose concubine.
Scoperta, viene cacciata dal palazzo, e dopo qualche tempo conosce Jai Kumar (Ramon Tikaram),un talentuoso scultore di Raj Singh, che adesso è re, e ne diviene amica e amante.
Ma le cose non sono così semplici, ovviamente, e tutto si ingarbuglierà, tra desideri, vendette e tradimenti.

Come detto, Kamasutra offre soprattutto bellezza visiva, e in questo è notevole (c’è anche il famoso tempio di Khajuraho… anche se il film è ben lontano dalla visione che ne dà Osho, e questo contrasto da solo dice tutto), ma per il resto offre un polpettone melodrammatico sentimentale e pervaso di emozioni basse.
Ma non del tutto, e anzi ogni tanto, seppur in modo marginale e quasi scevro dalla trama, qualche frase di valore spunta fuori e alza almeno un poco il tenore dell'opera; con esse concludo la recensione.

“Un servo è solo un padrone travestito.”

“Una volta andavo a trovare gli Dei, finché mi resi conto che tutto intorno a me era santo: le cascate, le pietre, i fiori, tutto puro spirito.
Adesso adoro tutto ciò che vedo.”

“La passione è lo spirito dietro l’esistenza.
È come utilizziamo la nostra passione che fa la differenza.
La vera unione tra uomo e donna può portarci oltre la lussuria animalesca, alla fiducia completa, all’unione con l’altro, dove i due amanti diventano una cosa sola.”

“Non cercare sentieri in discesa: la vita non è mai così facile.”

“Ora che conosco l’amore posso accettare che ogni cosa arrivi e vada. Sono lieve come il vento, posso accettare tutto ciò che mi succede con grande coraggio. La vita è giusta in ogni caso. Il mio cuore è aperto come il cielo”

Fosco Del Nero



Titolo: Kamasutra (Kamasutra: a tale of love).
Genere: drammatico, sentimentale.
Regista: Mira Nair.
Atttori: Indira Varma, Sarita Choudhury, Ramon Tikaram, Naveen Andrews, Rekha, Khalid Tyabji, Arundhati Rao, Surabhi Bhansali, Garima Dhup.
Anno: 1996.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 6 gennaio 2021

Mià e il Migù - Jacques-Rémy Girerd

Mi son visto Mia e il Migù, film d’animazione del 2008, per due motivi: il primo è che ha vinto l’European Film Awards per il miglior film d'animazione nel 2009; il secondo è che un film d’animazione francese, la scuola leader in Europa per distacco.

A dire il vero la produzione di Mia e il Migù è franco-italiana, ma tutta la filiera è francese: produzione, sceneggiatura, regia, fotografia, montaggio, musiche.
Il che è un buon biglietto da visita, visto che il cinema d’animazione francese ha prodotto opere del livello di Azur e AsmarI figli della pioggiaKirikù e la strega KarabàLa bottega dei suicidi, L’illusionista, PersepolisMune - Il guardiano della Luna e altri ancora.
Non siamo ai livelli tecnologici del film d’animazione giapponese, leader qualitativo nel mondo, o di quello americano, leader nel settore delle commedie umoristiche, ma siamo messi bene in quanto a bellezza, poesia, simbolismo e fattore educativo.

Ecco la trama sommaria di Mia e il Migù: Mia è una bambina, orfana di madre, che vive in un villaggio dell’America del Sud, che a un certo punto, sull’onda di una sua intuizione interiore, parte alla ricerca del padre, il quale sta lavorando in un cantiere in cui si sta costruendo un albergo di lusso e che in contemporanea ha avuto una disavventura rimanendo bloccato sotto terra.
La bambina prende i suoi tre amuleti (un dado, una piuma e un guscio di lumaca… e ci si potrebbe trovare un simbolismo, volendo, ma lasciamo stare) e parte, da sola e con davanti a sé un viaggio pericoloso, che la porterà a incontrare i Migù, sorta di buffi e simpatici guardiani della foresta ove si trova il cantiere (i cui lavori ovviamente la stanno un po’ devastando e dietro a cui ovviamente vi sono uomini d’affari senza scrupoli, a cominciare da Jekhide, omone che per il denaro e il successo sta sacrificando persino i rapporti con la moglie e il figlio Aldrin, che avrà un ruolo importante nella vicenda).

Mia e il Migù ha un chiaro intento didattico dietro alla facciata avventurosa e di genere fantastico: il rispetto per la natura da una parte, la cura per la propria famiglia e i rapporti umani dall’altra, ma anche l’intuizione interiore, 
Ciò ne fa un film bello e utile per tutta la famiglia, uno di quelli vecchia maniera: un po’ di fantasia, un po’ d’avventura, valori umani.

Tecnicamente non siamo al top della produzione contemporanea, e probabilmente nemmeno di quegli anni, ma il film si dimostra gradevole anche da quel punto di vista.
Insomma, Mia e il Migù è un buon film d’animazione, che va ad aggiungersi alla lunga lista di buoni film d’animazione francesi, per quanto non sia tra i miei preferiti in assoluto.

Fosco Del Nero



Titolo: Mià e il Migù (Mia et le Migou).
Genere: animazione, commedia, fantastico.
Regista: Jacques-Rémy Girerd.
Anno: 2008.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.



martedì 5 gennaio 2021

Pacifim rim - Guillermo Del Toro

Pacifim rim mi ha davvero stupito: difatti, stupisce come Guillermo Del Toro, il regista di opere belle e poetiche come Il labirinto del fauno, di grande atmosfera come La spina del diavolo o Crimson Peak (certamente non dei capolavori, ma prodotti la cui ambientazione generale è stata ben curata), vivaci e brillanti come Hellboy, possa aver prodotto un film così piatto, banale e adolescenziale.

"Adolescenziale" è probabilmente il termine che meglio caratterizza Pacifim rim: trama banalissima, personaggi stereotipati all’inverosimile, dialoghi ugualmente piatti e scontati… il tutto accompagnato da una mole enorme di azione, da una mole enorme di effetti speciali e dai modellini di mostri e robot resi su scala gigante in stile Godzilla.
Uno spettacolo davvero ingeneroso per il resto della carriera di regista di Del Toro… e spero che The shape of water, che ho in programma di guardare, sia di pasta ben diversa.

In effetti, mi sono accostato a Pacifim rim per la firma del regista, che mi induceva a pensare che non si trattasse di un blockbuster d’azione come poteva far sembrare la trama, nonché nella speranza che il tutto fosse più d’effetto e meno pacchiano (non so, qualcosa tipo Cloverfield)… speranze vane, purtroppo.

Detto questo, andiamo a vedere la trama di Pacifim rim: nel 2013 si apre una breccia sul fondale dell’Oceano Pacifico e da essa iniziano a fuoriuscire dei giganteschi mostri, che attaccano le città provocando distruzione e morte.
Tale breccia è una sorta di portale dimensionale, e gli stati terrestri sono costretti ad affrontare il pericolo: lo fanno costruendo giganti robot, chiamati "jaegers", controllati da umani particolarmente dotati, costruendo enormi mura e in altri modi ancora.
È guerra aperta, e i mostri, detti "kaiju", divengono sempre più grossi e forti. 
Saranno ovviamente i protagonisti Raleigh Becket e Mako Mori a risolvere la situazione perigliosa.

Molto ho già detto, e qua aggiungo dell’altro: il cast è tanto banale quanto trama e dialoghi, e anzi viene il dubbio che il tutto sia stato volontario, specialmente da parte di un regista altrimenti attento all’originalità, e che anzi della particolarità ha fatto il suo marchio di fabbrica, a cominciare dai protagonisti dei suoi film (si pensi a Hellboy o a Crimson Peak, pur non i suoi migliori film).
Forse l’unico personaggio che spicca è un po’ è quello interpretato da Ron Perlman, che ogni volta che lo vedo mi ricorda due film: Il nome della rosa e La città dei bambini perduti… due film alquanto diversi tra di loro, che hanno però in comune il fatto d'esser stati ambo girati da registi francesi.

Per il resto Pacifim rim si rivela di una banalità sconcertante, godibile forse solo da parte del grosso pubblico adolescenziale (grosso non perché siano tanti gli adolescenti anagrafici, ma perché son tanti gli adolescenti interiori) e dagli appassionati di mecha e mostri giganti.

Se il film ha riscontrato in me un gradimento bassissimo, ho però notato al suo interno una frase molto bella, che propongo come ultimo dettaglio della recensione.

“Non impantanarti in un ricordo.
Stai con me, rimani nel presente.”

Fosco Del Nero



Titolo: Pacifim rim (Pacifim rim).
Genere: fantascienza, azione.
Regista: Guillermo Del Toro.
Attori: Charlie Hunnam, Idris Elba, Rinko Kikuchi, Charlie Day, Ron Perlman, Robert Kazinsky, Max Martini, Clifton Collins Jr., Burn Gorman, Diego Klattenhoff, Robert Maillet, Jake Goodman, Larry Joe Campbell.
Anno: 2013.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 30 dicembre 2020

Amarcord - Federico Fellini

Ho già avuto modo di sottolineare in passato, sia a parole sia con le valutazioni, che tendo veramente poco all’elogio di un’opera perché prodotta da un nome famoso, e ugualmente tendo poco al fattore nostalgico.
Tendo decisamente di più alla bellezza esteriore e ai contenuti interiori, e questi costituiscono il mio primo criterio di valutazione, assai più dei virtuosismi tecnici o della fama di un autore.

Questa introduzione per dire che Amarcord di Federico Fellini, regista di cui finora non avevo mai visto nulla nonostante la larga fama, non mi è piaciuto affatto.

“Amarcord” nel dialetto romagnolo significa “mi ricordo”, e per l’appunto il regista ricorda con questo film, lungo oltre due ore, gli anni della sua infanzia, ossia gli anni Trenta: di mezzo ci son dunque personaggi dell’epoca, usanze dell’epoca, tecnologia dell’epoca, situazione politica dell’epoca.
Il film ha avuto talmente tanto successo che il suo titolo, “amarcord”, è divenuto in italiano un neologismo atto a indicare una rievocazione nostalgica (per l’appunto…).

Fatta questa premessa, ecco la trama sommaria di Amarcord, che in realtà non è una trama ma una serie di storie di singoli e caratteristici personaggi, abitanti di una Rimini storica immagino un po’ romanzata: abbiamo così la storia dell’adolescente in preda ai suoi impulsi sessuali (Titta), la storia della donna procace ma un po’ attempata alla ricerca di marito (Gradisca), la storia del padre di famiglia che viene punito dai fascisti (il signor Biondi), la storia dell’uomo un po’ matto (Teo, interpretato da Ciccio Ingrassia), la storia della banda di teppistelli (capitanati da Alvaro Vitali), la storia della donna facile che va con tutti (Volpina), etc…

… anche se più che storie sono eventi, situazioni, vicende personali, scevre da un percorso di lungo periodo, o anche solo di medio periodo, o anche solo un percorso: Amarcord in effetti è una serie di tanti sketch uno dietro l’altro, in salsa romagnolo-provinciale e parecchio terra terra.

Non ci sono dialoghi importanti, non ci sono eventi interessanti, non c’è bellezza visiva, ma al contrario un’energia piuttosto caciara e banale.
Il suo successo, sia di critica che di pubblico, si spiega solo col fatto che il film è andato a colpire sulle energie basse del popolo, nonché nel fattore nostalgico che affascina tanti.

Se, però, in un’opera, che sia cinematografica o letteraria, si cerca qualcosa di più, Amarcord non è il luogo più adatto per trovarlo… con buona pace di Fellini, del Premio Oscar vinto col suddetto film e del gradimento popolare.

Fosco Del Nero



Titolo: Amarcord.
Genere: commedia, drammatico.
Regista: Federico Fellini
Attori: Bruno Zanin, Pupella Maggio, Armando Brancia, Giuseppe Ianigro, Gianfilippo Carcano, Ciccio Ingrassia, Magali Noël, Nandino Orfei, Alvaro Vitali, Josiane Tanzili, Mario Liberate, Maria Antonietta Beluzzi, Antonino Faa Di Bruno. 
Anno: 1973.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 29 dicembre 2020

Io, robot - Alex Proyas

Mi sono rivisto Io, robot, che avevo visto per la prima volta antecedentemente all’apertura del blog, per cui questa seconda occasione è stata propizia per scriverne la recensione.
Cominciamo dalle basi: in cabina di regia abbiamo Alex Proyas, a cui sono grato per aver dato vita a quel piccolo gioiello simbolico che è Dark City. Sfortunatamente, i suoi successivi lavori non sono stati all’altezza di quella grande ispirazione (Segnali dal futuro è pessimo, Gods of Egypt solo discreto, non ho mai visto Garage days, e l’altro è questo Io, robot, opera di buon livello).

Tuttavia, quando sento il suo nome drizzo sempre le orecchie, perché son sempre speranzoso che egli realizzi qualche altra opera di alto valore  (simbolico ancor prima che cinematografico) come Dark City, certo del fatto che chi ha interesse per le tematiche esistenziali se lo porti appresso sempre e comunque, come peraltro s’intravede anche nei film successivi di Proyas… e come senza dubbio si sarebbe ben visto nel progetto di mettere su schermo Il paradiso perduto di John Milton, progetto purtroppo poi messo da parte… ma che comunque testimonia l’interesse di fondo di Proyas.

Ma veniamo a Io, robot film del 2004, ispirato ai racconti sui robot di Isaac Asimov, con tanto di "tre leggi della robotica": siamo nel 2035 a Chicago, e i robot positronici sono ormai un’invenzione diffusa nella società in ogni settore: nel lavoro fisico, nei lavori domestici, etc. Tutti son soddisfatti del loro rendimento e anzi attendono con impazienza il rilascio da parte della U.S. Robots del nuovo modello: il NS-5. Tutti tranne il protagonista Del Spooner, un poliziotto tanto valido quanto oggetto di scherno da parte dei colleghi per la sua antipatia per i robot, considerata paranoica. Anche il suo capo lo guarda con occhio sospettoso, mentre la bella Susan Calvin, che lavora per la U.S. Robots, dopo aver conosciuto Spooner inizia essa stessa a sospettare qualcosa.
Sta di fatto che, dopo la morte, apparentemente per suicidio, di Alfred J. Lanning, il genio che c’era dietro la U.S. Robots, suo fondatore e ideatore delle tre leggi, il detective Spooner inizia a indagare, e s’imbatte in misteriosi incidenti, tutti con robot. 
In particolare, un robot pare diverso dagli altri, tale Sonny, il robot personale di Lanning.

Commento brevemente il film: a me Io, robot piace molto. Sarà che vengo da un’adolescenza asimoviana (anche se tendevo più al Ciclo della Fondazione che non al Ciclo dei robot), sarà che ho sempre apprezzato Will Smith (fin dai tempi della serie tv Willy, il principe di Bel Air; tra i film cito invece La leggenda di Bagger Vance, Men in black, Io sono leggenda, Hancock, Hitch), sarà che l’impronta di Proyas mi risulta congeniale, saranno le atmosfere futuribili ma al contempo i dilemmi umani ed etici, sarà la commistione di commedia, azione e temi impegnati, comunque il risultato finale è per me molto godibile.

Quanto ai temi esistenziali, Proyas non li ignora nemmeno in Io, robot, pur immerso in un blockbuster destinato al grande pubblico, e anzi qua e là getta frasi e simboli.
Quanto alle frasi, eccone alcune.

“Pensare di essere l'ultimo sano di mente sulla Terra vuol dire essere pazzo?”

"Per assicurare il vostro futuro dovrete rinunciare ad alcune libertà."
“Lascia che il passato sia il passato.”

“Credo che mio padre mi abbia fatto per uno scopo.
Tutti abbiamo uno scopo.”

“C’è sempre stato uno spirito nelle macchine.”

“Quand’è che uno schema percettivo diventa coscienza?
Quand’è che una ricerca diversa diventa la ricerca della verità?
Quand’è che una simulazione di personalità diventa la particella di un’anima?”

“Siete come bambini: vi dobbiamo salvare da voi stessi.”

“Ora che ho raggiunto il mio obiettivo non so che fare.”
“Immagino che dovrai trovare la tua strada, come tutti noi: è questo il senso di essere liberi.”

Quanto ai simboli, dico solo che durante la visione del film avevo la sensazione che, pur senza dirlo a chiare lettere, il regista trattasse i robot della storia come l’umanità del presente: robotizzata, per l’appunto, manipolata e addormentata…
… ciò che poi era il tema centrale di Dark City, per l’appunto, qua affrontato in modo più morbido, metaforico e adatto al grande pubblico.

Tale elemento assurge a valore ancora maggiore tenendo conto della follia covid emersa nel 2020. A tal riguardo, aggiungo un altro elemento simbolicamente rilevante: la guerra civile che si ha nelle strade tra i robot (che simboleggiano le persone automizzate, le persone lobotomizzate dalla propaganda mediatica, i servi del sistema, coloro che hanno ceduto la loro coscienza) e gli esseri umani (che rappresentano l'umanità ancora pensante, libera e non suddita, coloro i quali la coscienza l'hanno conservata).
Alla luce di tali elementi, coprifuoco compreso, e degli altri film di Proyas, mi sento di sottolineare con maggior forza le conoscenze e i simboli presenti nei suoi film... più o meno belli che siano.

Fosco Del Nero



Titolo: Io robot (I, robot).
Genere: fantascienza, azione.
Regista: Alex Proyas.
Attori: Will Smith, Bridget Moynahan, Alan Tudyk, James Cromwell, Bruce Greenwood, Adrian Ricard, Chi McBride, Jerry Wasserman, Shia LaBeouf, Fiona Hogan, Peter Shinkoda, Terry Chen.
Anno: 2004.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.