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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare.

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te.

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno.

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Se vuoi che il mondo cambi, inizia a darti da fare tu stesso.

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

mercoledì 10 agosto 2022

Your lie in april - Kyohei Ishiguro

Da qualche parte, online, veniva consigliato l’anime Your lie in april, diretto da tale Kyohei Ishiguro: ambo i nomi mi erano sconosciuti, cosa peraltro normale, dal momento che non sono molto aggiornato né sul mondo dei manga né su quello degli anime.

Ho tuttavia dato seguito al consiglio, dal momento che la descrizione sommaria del prodotto m’ispirava… e ho fatto molto bene.
Per certi versi, Your lie in april è una storia deliziosa.

Essa è la trasposizione in video dell’omonimo fumetto elaborato tra il 2011 e il 2015, con la serie animata, composta di ventidue episodi, che ha seguito a breve la conclusione dell’opera disegnata.

Ecco la trama sommaria di Your lie in april: Kosei Arima era un bambino prodigio del pianoforte, educato severamente da sua madre, ex pianista che aveva dovuto smettere per problemi di salute, ma ha egli stesso smesso di suonare, ancora giovanissimo, subito dopo la morte della madre, con cui aveva avuto un dissidio. Tra paura, sensi di colpa, eccessi di aspettative, shock durante un’esibizione dal vivo, ha vissuto un blocco che lo ha allontanato dalla musica per vari anni.
I suoi migliori amici Tsubaki e Watari gli sono rimasti sempre vicino, nonostante il suo carattere un po’ scostante: il primo è un bravo giocatore di calcio, mentre la seconda è forte nel softball.
Un giorno, comparirà nella loro vita, e soprattutto in quella di Kosei, Kaori Miyazono, una bravissima violinista, ma soprattutto una ragazza vivace e spigliata, che porterà brio nella vita di tutti quanti, Arima in primis, riavvicinandolo anche alla musica.

Your lie in april è davvero un bel prodotto: è molto bello da vedere, con i suoi colori vivaci, ed è molto bello da sentire, dal momento che propone molta musica classica. I personaggi, inoltre, sono ben caratterizzati e ben doppiati, e la storia si mantiene sempre interessante dall’inizio alla fine.

Unico neo, dal mio punto di vista, è un certo indulgere nella malinconia e nel melenso, caratteristica tipica di molte produzioni nipponiche. C’è proprio una ricerca del melo-drammatico che probabilmente da loro va di moda (beh, anche da noi), e che personalmente non gradisco. Anche il finale si iscrive in questo tipo di “umore”. Peccato.

Your lie in april di Kyohei Ishiguro rimane comunque una ottima serie di animazione, la quale propone molta bellezza visiva, musicale e umana.

Fosco Del Nero



Titolo: Your lie in april (Shigatsu wa kimi no uso).
Genere: commedia, musicale, drammatico. 
Regista: Kyohei Ishiguro.
Anno: 2015.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui



martedì 9 agosto 2022

Suss l’ebreo - Veit Harlan

Sarò molto diretto: mi sono cercato e visto il film Suss l’ebreo in quanto in qualche gruppo online veniva suggerito come testimonianza attuale legata al mondialismo e alla sua agenda totalitaria.

Ufficialmente, Suss l’ebreo è un film del 1940 della propaganda nazista atta a svilire la popolazione ebrea. Il regista Veit Harlan, difatti, fa letteralmente di tutto (e ci riesce assai bene) per rendere odioso il protagonista della storia, il Suss presente nel titolo.

Ma andiamo con ordine e procediamo con la descrizione sommaria della trama: siamo nella regione tedesca del Wurttemberg nel 1737, quando Karl Alexander viene incoronato Duca; il suo è un potere vincolato da quello del Consiglio, oltre che dalla costituzione su cui ha giurato. 
Poco dopo l’incoronazione, il Duca riceve, in deroga al divieto per gli ebrei di entrare a Stoccarda, un gioielliere ebreo, tale Suss Oppenheimer, il quale si propone non solo di vendergli ricchi gioielli a basso costo, ma anche di finanziare alcune attività che il Consiglio si era rifiutato di sovvenzionare. In breve tempo, Oppenheimer diviene un consigliere fidato del Duca, giacché tende a esaudire ogni suo desiderio, ricambiato in ciò da un potere sempre crescente: dapprima diviene proprietario delle strade del Wurttemberg e poi Ministro delle Finanze.
La sua avidità e la sua laidezza sono evidenti a tutti tranne che al Duca, che anzi viene trascinato verso una probabile guerra civile.

È alquanto difficile commentare un prodotto come Suss l’ebreo, ma lo farò comunque. 
In primo luogo, l’opera è tecnicamente di valore: la scenografia è bella, i costumi sono belli, la recitazione buona, la tensione scenica sempre presente; al tempo fu un film molto costoso, ripagato tuttavia dagli enormi successi al botteghino.
Quanto ai contenuti, è chiaro che non ha senso svilire interi popoli: in ogni popolo e in ogni religione vi sono mele buone e mele marce, per quanto è pur evidente che ciascuno popolo (e così ciascuna religione, ciascuna cultura e ciascuna razza) ha la sue tendenze fisiche e psichiche.

Ho tuttavia il sospetto che la propaganda antisemita di quei tempi non fosse legata tanto ai singoli ebrei, quanto al gruppo transnazionale che ai tempi si faceva passare per ebreo, allo scopo di distruggerlo: parlo di coloro che un tempo furono khazari, poi ebrei askhenaziti e che poi si nascosero dietro ai templari, ai gesuiti e ai massoni… fino ad arrivare, sani e salvi, ricchi e potenti, con immutate manie di dominio, ai tempi contemporanei.

Non a caso, leggo in rete che uno degli altri film della propaganda tedesca antisemita si intitola I Rothschild… e non c’è bisogno di dire altro per chi non è totalmente sprovveduto.
Dunque, senza dubbio la propaganda era forzata e indegna nelle azioni versi la gente comune, ma motivata dalla conoscenza di certi movimenti sotterranei.

Se lo troverò, dunque, per amor di sapere mi vedrò anche I Rothschild.

Quanto a Suss l’ebreo, devo dire che chi lo citava come film rivelatore del fenomeno mondialista non si sbagliava: il protagonista della storia agisce esattamente come agisce il mondialismo, tra avidità, inganni, sopraffazioni, manipolazioni, violenze… e i giorni attuali ne sono un chiaro testimone.

Fosco Del Nero



Titolo: Suss l’ebreo (Jud Süss).
Genere: drammatico, storico.
Regista: Veit Harlan.
Attori: Ferdinand Marian, Heinrich George, Werner Krauss, Kristina Soderbaum, Eugen Klopfer, Albert Florath, Theodor Loos.
Anno: 1940.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 3 agosto 2022

Il metodo Kominsky - Chuck Lorre

Il metodo Kominsky merita un’introduzione prima della recensione vera e propria.
Il suo ideatore, Chuck Lorre, con gli anni si è fatto la fama di colui che non sbaglia un colpo: tra serie tv classiche e situation comedy ha infatti inanellato un successo dietro l’altro, oscillando tra buon successo e clamoroso successo.

Ecco alcuni dei titoli da lui ideati e prodotti: Pappa e cicciaDharma & GregDue uomini e mezzo, Mike & MollyMom… ma soprattutto The Big Bang theory, sit-com che ha praticamente ridefinito i termini del successo delle serie tv umoristiche, tanto da aver addirittura dato luogo a una serie tv correlata: Young Sheldon, la quale tuttavia non è una sit-com, basata su battute e risate, ma una serie tv più tradizionale, pur rimanendo nella commedia spigliata.

È un po’ il medesimo genere de Il metodo Kominsky, che infatti è il prodotto immediatamente seguente di Chuck Lorre (il quale attualmente ha in corso le due suddette serie tv, più le due sit-com Mom e Bob hearts Abishola, il suo ultimissimo lavoro), per quanto Il metodo Kominsky sposti nettamente il tiro verso la terza età e i problemi a essa connessi.

Peraltro, Il metodo Kominsky è la prima collaborazione tra Lorre e Netflix, e conoscendo sia l’uno che l’altro mi attendevo un prodotto di un certo tipo, diciamo così…
… non a caso, la prima battuta di genere omo-transgender arriva dopo pochi secondi del primo episodio, e tutta l’opera (non molto lunga, in verità, con i suoi 22 episodi totali) ha le solite fondamenta di “quelle parti” (non a caso, la serie è ambientata a Los Angeles): apparenza, gioventù, divertimento, sessualità bassa se non proprio deviata, squilibri psicologici, droghe, alcol, farmaci, etc. 
È la solita propaganda di quei lidi, applicata stavolta al mondo della terza età, che può pubblicizzare meno sesso e divertimenti giovanili, ma ha campo libero su farmaci e alcol (i farmaci sono droghe autorizzate dalla legge, in fin dei conti).

Ne approfitto così per evidenziare due cose.
La prima è che l’essere umano saggio va verso l’assenza di farmaci, di sieri e di droghe di qualsiasi tipo.
La seconda è che l’essere umano che non ha buttato la sua vita, arrivato a settant’anni, è divenuto un essere umano consapevole, non un adolescente che cerca ancora i divertimenti della gioventù per quanto il suo corpo più o meno decrepito ancora gli consenta (magari "sostenuto" da qualche pastiglia chimica).
Tutti i lavori di Lorre, invece, sembrano esattamente un elogio della scarsa consapevolezza e dell’addormentamento. Tuttavia, sono lavori eccellenti nell’umorismo e nell’esecuzione: è questo il motivo per cui li guardo, non certo quello didattico.
A loro modo, tuttavia, sono anch’essi didattici: basta fare nella propria vita esattamente il contrario di quello che essi pubblicizzano… e si è a posto. Valeva per The Big Bang theory e vale anche per  Il metodo Kominsky.

Veniamo ora alla trama sommaria  de Il metodo Kominsky: Sandy Kominsky (il sempre bravo Michael Douglas) è stato un attore di discreto successo, ma ha ottenuto i suoi più grandi risultati come insegnante di recitazione e porta ancora avanti la sua scuola, assistito dalla figlia Mindy (Sarah Baker, già vista in Young Sheldon). Il suo migliore amico è Norman Newlander (Alan Arkin), il quale ha appena perso la moglie Eileen (Susan Sullivan, già vista in Dharma e Greg), che è stato il suo agente e che è divenuto col tempo il suo migliore amico.
Altri personaggi ricorrenti sono Lisa (Nancy Travis), studente e fiamma di Sandy e Martin (un invecchiatissimo Paul Reiser), fidanzato di Mindy.

La comicità, pur non trattandosi di una sit-com umoristica, è sempre su ottimi livelli: Chuck Lorre in questo è una garanzia assoluta; se non sono battute vere e proprie, è brio e sagacia. Peccato che manchi, come sempre, la vera intelligenza, che non è quella dei farmaci o della tecnologia o del successo economico o del sarcasmo, ma è quella della saggezza e della consapevolezza interiore… ma questo è un altro discorso, e non si può pretendere tutto.

La serie ha messo su appena tre stagioni piuttosto brevi: otto episodi per le prime due e appena sei per la terza e ultima, la quale difatti è terminata in fretta e furia, con un paio di salti temporali. Già nella terza, comunque, la qualità della produzione era calata in modo quasi impressionante: probabilmente si sapeva che sarebbe stata l’ultima e si è finito il lavoro giusto per finirlo. Umorismo di livello più basso, personaggi importanti spariti, caratterizzazione di altri personaggi completamente mutata, molta più pacchianeria. Insomma, Il metodo Kominsky era cominciamo come esperimento interessante, pur se tarato dalla solita propaganda mondialista, ma è finito davvero male.

Viceversa, mi sono letteralmente innamorato di Young Sheldon e di ogni suo protagonista, persino oltre il mio gradimento già altissimo di The Big Bang theory: forse perché Young Sheldon, a differenza di altre opere dello stesso Lorre (probabilmente spinto in un certo modo dal finanziatore di turno), propone valori vecchio stampo, aiutato in ciò anche dall’ambientazione degli anni “70 del Texas (famiglia, chiesa, sport, etc).

Alle prossime opere di Lorre, dunque… ossia Mike & MollyBob hearts Abishola.
Sperando in minori influenze propagandistiche.

Fosco Del Nero



Titolo: Il metodo Kominsky (The Kominsky method).
Genere: serie tv, commedia.
Ideatore: Chuck Lorre.
Attori: Michael Douglas, Alan Arkin, Sarah Baker, Nancy Travis, Jenna Lyng Adams, Casey Thomas Brown, Melody Butiu, Emily Osment, Ashleigh LaThrop, Melissa Tang, Graham Rogers, Susan Sullivan.
Anno: 2018 - 2021.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.



martedì 2 agosto 2022

Final fantasy - The spirits within - Hironobu Sakaguchi

Quando uscì, vidi a suo tempo Final fantasy - The spirits within, il film che portava il nome della celebre saga di videogiochi (in questo stesso blog ho recensito Final Fantasy VIII, probabilmente il più famoso tra tutti), pur non rappresentando nessuno dei suoi episodi. 
A dirigere il film suddetto è stato Hironobu Sakaguchi, il quale era anche il creatore di tanti Final fantasy, nonché di altri videogiochi. 

L’ambito in cui si muoveva non gli era certo insolito, trattandosi di un film interamente in computer grafica, e particolarmente innovativa per l’epoca, tanto che il prodotto è passato alla storia non solo per il livello di dettaglio visivo, ma anche per il suo costo… solo parzialmente recuperato dagli incassi: in tal senso il film è stato un clamoroso insuccesso commerciale e ha quasi portato alla bancarotta la Square, la casa produttrice. 

Forse per questo i successivi film ambientati nell’universo di Final fantasy, ossia Final Fantasy VII – Advent children (2004) e Final fantasy XV - Kingsgslaive (2016), sono stati affidati a un altro regista.
Tuttavia, a mio avviso il Final fantasy di Sakaguchi non è affatto male, e anzi personalmente l’ho nettamente preferito ai suoi successori.

Fatta l’introduzione, veniamo ora alla trama di  Final fantasy - The spirits within: siamo nel 2065 e la Terra è invasa dai cosiddetti “phantom”, creature aliene che sembrano per l’appunto fantasmi e che sono capaci, al contatto con l’essere umano, di estrarne lo spirito, uccidendolo all’istante. Le persone sopravvissute vivono così in piccole città protette da barriere che impediscono ai phantom di entrare.
Gli unici che si avventurano all’esterno, in ciò che ora sono posti selvaggi, decaduti e desolati, sono solamente i militari e i ricercatori scientifici, che cercano una spiegazione e una soluzione al problema.
All’inizio del film si incontrano in un contesto del genere la scienziata Aki Ross, e il Capitano Gray Edwards, i quali peraltro si conoscevano già da prima. Se loro sono le braccia, le menti sono altre, e si danno battaglia nelle sedi ufficiali: il Dottor Cid, mentore di Aki, vuole comprendere e trovare una soluzione scientifica; il Generale Hein, invece, vuole bombardare e distruggere, anche a costo di rovinare il pianeta.

Forse il motivo del mancato successo di Final fantasy - The spirits within sta nel fatto di essere troppo meticcio: per certi versi sa di Alien (con tanto di truppa che viene sacrificata man mano fino a che non si salva la sola eroina donna), per altri ricorda un poco Dune (con enormi vermoni… fantasmi), per altri ancora sa di Blade runner (nelle atmosfere cyberpunk).

Questo “qualunquismo” si nota anche nelle caratterizzazione dei personaggi e nei dialoghi: non c’è nessun errore, e tutta fila liscio, ma non c’è nemmeno brillantezza da questo punto di vista. Il che è un peccato, visto che i temi affrontati da Final fantasy - The spirits within sono di valore: la ricerca scientifica, il conflitto tra ricerca e uso militare-distruttivo, la conoscenza del cosmo e della natura della vita, la natura in generale.

Inoltre, c’è molta bellezza visiva, e infatti il film ha ricevuto dei riconoscimenti per l’eccellente lavoro grafico: i paesaggi, le animazioni, le espressività dei volti dei personaggi. La distanza con la recitazione in carne e ossa è davvero molto bassa, aiutata in ciò anche da un doppiaggio italiano ottimo.

Nel complesso, premio il film con una discreta valutazione, evidenziando per l’appunto ciò che di bello propone, pur se sarebbe servito qualcosa in più a livello di caratterizzazione e di dialoghi. 
Più nel dettaglio, l’incipit è accattivante, ma nella seconda parte il film perde un po’ di mordente e si adagia su effetti speciali, esplosioni e simili.

Fosco Del Nero



Titolo: Final fantasy - The spirits within (Final fantasy - The spirits within).
Genere: fantascienza, animazione.
Regista: Hironobu Sakaguchi.
Anno: 2001.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 27 luglio 2022

The leftovers - Svaniti nel nulla - Damon Lindelof, Tom Perrotta

Avevo trovato la serie televisiva The leftovers - Svaniti nel nulla in diversi elenchi online, sovente consigliata come serie originale e ben fatta, avente inoltre tematiche profonde, altro elemento che mi aveva attratto.

Purtroppo, le speranze iniziali son andate via via deluse.

Partiamo dalle basi: dietro a The leftovers c’è il nome di Damon Lindelof, noto per esser stato uno degli autori della celeberrima serie Lost; a lui si affianca Tom Perrotta, scrittore.
La serie ha avuto tre stagioni, ma la mia recensione si basa solo sulle prime due; di seguito, ho visto il primo episodio della terza stagione e ho poi alzato bandiera bianca per evidente mancanza di qualità, non eccellente sin dall’inizio e poi ulteriormente discendente.

Tratteggiamo in sintesi la trama di The leftovers - Svaniti nel nulla: un giorno, all’improvviso, circa il 2% della popolazione mondiale sparisce… senza motivazione e senza che si sappia dove sia andato. Si tratta grossomodo di 140 milioni di persone, e l’evento ha colpito indifferentemente tutto il mondo; su perché alcuni siano stati presi e altri lasciati (ciò che evidentemente riecheggia la famosa frase di Gesù) non se ne ha idea, ma solo molte confuse opinioni.
Non è finita qui: dopo l’evento, si forma ovunque un nutrito gruppo di persone, i cosiddetti “Colpevoli Sopravvissuti”, i quali si riuniscono in congreghe assai simili a sette, smettono di parlare e iniziano tutti a fumare… nonché a dar fastidio alla popolazione che cerca di riprendere a vivere. Il loro obiettivo è impedire che la gente dimentichi. Perché smettano di parlare e inizino a fumare non è chiaro né viene mai detto. Il fatto che tutti fumino è, francamente, ridicolo... ma tant'è.

Il protagonista centrale della storia è Kevin Garvey, un poliziotto che vedrà la sua vita stravolta dagli eventi di cui sopra: la moglie Laurie si unisce ai Colpevoli Sopravvissuti, il figlio (adottivo) Tom se ne va e si mette al servizio di una sorta di profeta che distribuisce abbracci per lenire il dolore delle persone, la figlia (di carne) Jill è un’adolescente problematica e bizzosa… e in tutta la città ci sono notevoli problemi di ordine pubblico. Come se non bastasse, egli inizia ad avere episodi di sonnambulismo e a sparare ai cani (su invito di un uomo misterioso).
Altri personaggi di rilievo sono Patti Levin, la leader della sezione locale dei Colpevoli Sopravvissuti; Meg Abbott, una giovane donna che si unisce al gruppo in questione; Matt Jamison, un reverendo locale con vari problemi personali (economici, familiari e anche psichici, da come si comporta); Nora Durst, sorella del reverendo e futura fidanzata del protagonista.

Ora il mio commento all’opera, almeno fino al punto in cui l’ho vista: intanto, l’abbrivio prende spunto chiaramente dalla precedente serie tv Flashforward (in cui un giorno, all’improvviso, l’umanità intera perde i sensi non si sa bene per quale motivo, e molte persone muoiono sul colpo)… persino i due attori protagonisti si somigliano molto, talmente tanto che la cosa sembra una citazione.
La serie punta tutto su mistero e intrighi vari, nonché su instabilità psicologiche, ma tra mistero-intrighi e profondità-intelligenza-spiritualità c’è una notevole differenza: The leftovers viceversa palesa uno stato di coscienza perennemente basso: violenza, stupidità, mancanza di saggezza, emotività, non-senso, volgarità… sono questi i suoi elementi, al di là di quel che succede nella storia.

Peraltro, l’incipit interessante è presto seguito da eventi e comportamenti poco chiari, se non proprio senza senso.
Non si tratta dunque di una serie “profonda”, su eventuali tematiche esistenziali, ma di una serie “confusa”, viceversa orientata sulla materia e sulla mente… e persino sui disordini mentali ed emotivi.

Peccato, perché evidentemente sono stati investiti tanti sforzi e tanto denaro per la produzione, compreso un cast di buon livello: tra gli altri, segnalo la rediviva Liv Tyler, la più giovane Margaret Qualley, che ho scoperto essere la figlia di Andie MacDowell, e Carrie Coon, già vista nella serie tv Fargo.

In conclusione, The leftovers - Svaniti nel nulla è bocciato senza appello: una buona realizzazione non serve a niente se dietro non c’è un progetto di valore. 

Fosco Del Nero



Titolo: The leftovers - Svaniti nel nulla (The leftovers).
Genere: fantastico, drammatico.
Ideatore: Damon Lindelof, Tom Perrotta.
Attori: Justin Theroux, Carrie Coon, Amy Brenneman, Christopher Eccleston, Margaret Qualley, Chris Zylka, Liv Tyler, Janel Moloney, Kevin Carroll.
Anno: 2014-2017.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.




martedì 26 luglio 2022

Alien 4 - La clonazione - Jean-Pierre Jeunet

Nel blog erano già presenti le recensioni dei primi tre film del ciclo di Alien, ossia: AlienAliens - Scontro finale Alien 3. Con Alien - La clonazione colmo la lacuna del film mancante della quadrilogia originale… per quanto evidenzio che trattasi di una quadrilogia nata sull’onda del successo, non pensata durante la stesura originale, e difatti ben lontana dalla qualità del primo film.
Stesso discorso per i prequel usciti in anni più recenti: Prometheus e Covenant.

Alien - La clonazione segue di ben 18 anni il primo film, cosa molto evidente sia nella tecnologia produttiva del film stesso ma anche nelle fattezze della protagonista, Sigourney Weaver, passata dall’essere una trentenne all’essere una quarantottenne… comunque piuttosto in forma, persino sospettosamente.

Seconda annotazione: si è passati da registi legati all’azione o alla fantascienza a un regista non solo non statunitense, ma orientato alla commedia, persino umoristica: quel Jean-Pierre Jeunet che avrebbe di lì a poco diretto Il favoloso mondo di Amelie e Una lunga domenica di passioni, ma che aveva già diretto DelicatessenLa città dei bambini perduti.
Tale scelta appare piuttosto curiosa e, difatti, il film perde rispetto ai suoi predecessori il tono esclusivamente drammatico e, anzi, propone diversi momenti grotteschi; quasi tutta la recitazione in verità possiede un tono grottesco, aiutata in ciò anche da un cast scelto a bella posta: il fedelissimo di Jeunet Dominique Pinon (L'esplosito piano di Bazil, Oxford murders), il parimenti da lui già diretto Ron Perlman (Il nome della rosa, Hellboy), Winona Ryder (Ragazze interrotteBeetlejuice - Spiritello porcello, Great balls of fireEdward mani di forbiceSireneDraculaA scanner darkly - Un oscuro scrutarePiccole donne), Dan Hedaya (Ragazze a Beverly Hills, Mulholland Drive).

Ma passiamo alla trama sommaria di Alien - La clonazione: siamo nell’anno 2379, circa 250 anni dopo gli eventi della Nostromo e 200 dopo gli eventi del pianeta Fiorina 161. Umani e corporazioni varie non hanno rinunciato all’idea di studiare e sfruttare l’alieno che Ripley in diverse occasioni aveva eliminato, tanto che una società si è data pena di rigenerare, tramite il DNA residuo, la stessa Ripley… compreso l’alieno che aveva dentro, il quale viene fatto crescere e a cui vengono “offerti” dodici esseri umani perché potesse moltiplicarsi.
Nella nave militare in cui accadono questi esperimenti, l’Auriga, approda per questioni commerciali la nave da trasporto Betty, contenente un piccolo e variegato equipaggio.
Succederanno le solite cose: l’alieno verrà sottovalutato, moriranno tutti o quasi, tranne Ripley, in questa storia in versione super-umana, dato che è stata ricostruita con un DNA misto a quello dell’alieno: è fortissima, il suo sangue è corrosivo, gli alieni la riconoscono come loro simile, etc.

In Alien - La clonazione il regista Jeunet ha cercato di introdurre diverse novità, pur rimanendo nel solco tracciato dai predecessori e dal primo film in particolare. La novità principale, tuttavia, non è quella della trama, ma, come detto, il tono generale dell’opera, meno epico e più surreale (certamente anche per la sceneggiatura di Joss Whedon, tendente più al grottesco che non all'orrorifico).
La cosa, tuttavia, stona parecchio, a mio modo di vedere, pur risultando il film globalmente ben fatto e godibile per larghi tratti.
Il primo Alien rimane tuttavia distantissimo, e alla fine va bene così.

Fosco Del Nero



Titolo: Alien 4 - La clonazione (Alien resurrection).
Genere: fantascienza, azione.
Regista: Jean-Pierre Jeunet.
Attori: Sigourney Weaver, Winona Ryder, Dominique Pinon, Ron Perlman, Gary Dourdan, Michael Wincott, Kim Flowers, Dan Hedaya, J.E. Freeman, Brad Dourif, Raymond Cruz, Leland Orser.
Anno: 1997.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 20 luglio 2022

Giovani streghe - Andrew Fleming

Non avevo mai visto Giovani streghe, piccolo film cult degli anni “90 al cui buon successo si deve probabilmente la successiva serie televisiva Streghe, non a caso successiva di appena due anni.

Ecco la trama sommaria del film diretto nel 1996 da Andrew Fleming (regista di cui ho visto solo un altro film, il successivo e altrettanto giovanile, per quanto diverso come genere, Nancy Drew): Sarah Bailey (Robin Tunney; futura protagonista di The mentalist) è una sedicenne con qualche problema, tra allucinazioni, depressione e tentato suicidio, la quale si trasferisce col padre a Los Angeles, per poi iniziare a frequentare una scuola cattolica. 
Dopo le prime schermaglie sociali, si unisce al trio composto da Nancy, Bonnie e Rochelle, ragazze talmente tanto anticonformiste e discostate dal resto degli studenti da avere fama di persone strane, se non vere e proprie streghe.
In effetti, la nomea è meritata e le tre, nel mentre divenute quattro, eseguono veri e propri rituali, che doneranno loro alcuni poteri, di cui abuseranno ben presto, suscitando qualche “incomprensione” tra le stesse ragazze.

Giovani streghe ha un target di pubblico evidentemente giovanile, sia nei temi fantastici, sia nell’inclinazione lievemente psico-orrorifica (sono presenti alcune scene potenzialmente disturbanti), ma anche nell’indole didattica.
Difatti, il film non è privo di insegnamenti; quello più evidente, magia o meno che sia, è che abusare del proprio potere è un male, il quale prima o poi si ritorce contro la persona abusante: vale per i poteri spirituali ma vale anche per il modo in cui si usano denaro, possibilità personali, etc.
Non è tuttavia l’unico concetto d’interesse presente nel film, per cui vado a citare alcune frasi.

“Come sopra, così sotto.”

“Devo annullare un incantesimo.”
“Una volta aperta la diga, come fai a richiuderla? Il tuo incantesimo ha rotto gli argini; non puoi annullarlo. Deve seguire il suo corso.”

“Non sta a te giudicare la sofferenza.”

“Il bene o il male giacciono nel cuore della strega.”

“Qualsiasi cosa inviate, tornerà al mittente triplicata. È una parte della verità spirituale di base, formulata in molti modi, in molte religioni: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.”
La cosiddetta “regola della reciprocità” è davvero presente in tante tradizioni filosofico-spirituale: dagli antichi greci fino all’ebraismo, dal confucianesimo fino al buddhismo, dal cristianesimo all’induismo (il principio del karma si basa su tale legge esistenziale).

“Il serpente è sempre stato una creatura magica e potente: dovresti rispettarlo.”

“Lui è in tutto il Creato.”

“Nella tua anima c’è il potere di sconfiggere chiunque ti sfidi, ma devi arrenderti al potere più grande.”

“Devi cercare dentro te stessa.”

Interessante è anche il riferimento ai quattro elementi della natura, i quali peraltro sono i mattoncini con cui è costituito il cosmo.

Ciò fa di Giovani streghe un film di buon valore, più nella sostanza che nella forma, a dire il vero, giacché né il cast né alcune parti della sceneggiatura mi hanno convinto.
Il film, comunque, all’epoca ebbe un certo riscontro, e come detto è ricordato come film di nicchia.

Fosco Del Nero



Titolo: Giovani streghe (The craft).
Genere: fantastico, drammatico.
Regista: Andrew Fleming.
Attori: Robin Tunney, Fairuza Balk, Neve Campbell, Rachel True,  Breckin Meyer, Skeet Ulrich, Christine Taylor, Assumpta Serna.
Anno: 1996.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



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