Slide # 1

Slide 1

Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

Slide # 2

Slide 2

L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

Slide # 3

Slide 3

Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

Slide # 4

Slide 4

Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

Slide # 5

Slide 5

Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

martedì 19 ottobre 2021

L’uomo che visse nel futuro - George Pal

Di recente ho rivisto il film di fantascienza The time machine, e proprio nel redigere la sua recensione ho scoperto che il libro da cui esso è tratto, scritto da Herbert Wells, aveva già avuto una conversione cinematografica: L’uomo che visse nel futuro, girato nel 1960.
Mi son così deciso a vederlo, ed ecco qui anche la sua recensione.

Partiamo dalla trama del film, che è come ovvio molto simile a quella del suo successore, ma non del tutto, e anzi le differenze tra i due prodotti sono molte.

Il film parte dalla fine, nel giorno del 5 gennaio 1900, ma poi torna alle sue origini tramite un flash-back, che in pratica è lungo tanto quanto il film. Il flash-back comincia il 31 dicembre del 1899, ossia l’ultimo giorno del vecchio secolo e il giorno prima del nuovo secolo, col passaggio in questione che rappresenta anche il progresso della scienza…
… qui giunta a un punto di possibile svolta epocale: George Wells ha costruito una macchina del tempo, e anzi due. Una, piccolissima, viene mandata nel futuro davanti agli occhi di quattro suoi amici, esterrefatti ma increduli nonostante abbiano visto il piccolo congegno sparire davanti a loro. La seconda macchina è a misura d’uomo, e servirà a George per andare egli stesso nel futuro a vedere cosa attende l’umanità. 
Dopo aver visto un manichino femminile per letteralmente sessant’anni (prima cosa poco sensata del film, che ne collezionerà molte, visto che è praticamente inverosimile non solo che il medesimo negozio stia nello stesso posto così a lungo, dedicando lo stesso spazio alla stessa vetrina, mantenendo per decenni e decenni il medesimo manichino, senza peraltro che esso si danneggi), l’uomo si decide a fare quattro passi in giro, nei vari periodi temporali: casualmente scende a terra durante la prima guerra mondiale e poi, sempre casualmente, ridiscende dalla macchina durante la seconda guerra mondiale; ancora casualmente, scende a fare un giro durante la terza guerra mondiale, ipotizzata nel 1966, e casualmente pochi istanti prima che i nemici lancino un satellite nucleare. 
Nonostante l’impatto dell’ordigno nucleare (…), l’uomo riesce a ritornare sulla macchina e a farla avanzare nel tempo, fino a un lontanissimo futuro: siamo ora nell’802.701 e il mondo come da noi conosciuto è scomparso. In una sorta di eden naturale vivono due gruppi: da un lato i pacifici Eloi, tra cui spicca la bella Weena (bellissima, a dire il vero) e dall’altro i malvagi Morlock
George deciderà di aiutare i primi contro i secondi… un po’ perché scopre che i secondi catturano e mangiano i primi, un po’ perché nel mentre si innamora di Weena.

Ci sono varie differenze rispetto al film del 2002, ma nell’analizzarle non sarò nostalgico: per certi versi è migliore il film del 1960 e per certi versi si fa preferire quello del 2002.
In generale, il primo film possiede un’atmosfera e un fascino superiori, a partire dalla Londra di fine Ottocento; a livello di effetti speciali, pur essendo ovviamente datato, si difende sufficientemente bene, per quanto in ciò chiaramente sopravanzato dal film recente, il quale si fa preferire anche per una maggiore “credibilità” (a parte il congegno a forma di poltrona che viaggia nel tempo, poco credibile in generale, ma per questo pazienza): solo in questo secondo film ha un minimo di senso la superiorità tecnologica dei Morlock, che viceversa nel film del 1960 sono rappresentati come bestie, cannibali, privi di parola, ma capaci di utilizzare mezzi tecnologici e di sopravanzare gli Eloi… i quali dal canto loro invece sono presentati come belli, puliti, ben vestiti e capaci di parola e quindi di pensieri, per quanto un po’ indolenti e inebetiti come cultura.
Inoltre, i dialoghi e le situazioni del film del 1960 risultano un po’ vecchi e ingenui, e non per il 1960, ma perché proprio ingenui e grossolani di loro. Tuttavia, il suddetto film risparmia allo spettatore il filone melodrammatico presente invece nel film recente (la perdita dell’innamorata, la nuova innamorata, etc) e che in generale è una tara che hanno quasi tutti i film contemporanei.

In definitiva, a me sono piaciuti sia L’uomo che visse nel futuro, sia The time machine, tanto che assegno loro la medesima, buona valutazione.

Fosco Del Nero



Titolo: L’uomo che visse nel futuro (The time machine).
Genere: fantascienza.
Regista: George Pal .
Attori: Rod Taylor, Alan Young, Yvette Mimieux, Sebastian Cabot, Tom Helmore, Whit Bissell, Doris Lloyd.
Anno: 1960.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui



mercoledì 13 ottobre 2021

In mezzo scorre il fiume - Robert Redford

Non mi ricordo come sia arrivato a In mezzo scorre il fiume: forse per via della filmografia di Joseph Gordon-Levitt, allora bambino, o forse da quella di Brad Pitt, ch'era un ragazzo. O forse scorrendo i film diretti da Robert Redford, giacché qualche anno dopo il regista/attore avrebbe diretto un gran film, uno dei film con i contenuti più importanti che abbia mai visto: La leggenda di Bagger Vance.

In mezzo scorre il fiume, peraltro, partiva con un buon pedigree: l'apprezzamento del pubblico e l'apprezzamento della critica, con anche qualche premio vinto (Oscar per la fotografia). Viceversa, La leggenda di Bagger Vance non ha vinto alcun premio ed è stato anche un flop al botteghino: il solito contrasto tra qualità e target popolare.

Purtroppo, In mezzo scorre il fiume si è rivelato per l’appunto un film dal target popolare: non c’è profondità, non c’è elevazione, e a dirla tutta non c’è nemmeno una grande originalità, dal momento che è la solita storia di una famiglia che vive nella provincia americana da cui nascono due figli molto diversi tra loro per carattere: uno più serio e introverso, il quale è anche il narratore della storia, e uno più vivace e indisciplinato.

Ecco la trama del film: si parte nel Montana del 1910, con i due protagonisti, Normal (Craig ShefferBagliori nel buio, The program) e Paul (Brad PittFuga dal mondo dei sogniFigth ClubIl curioso caso di Benjamin ButtonIntervista col vampiroL'esercito delle dodici scimmie, Sette anni in Tibet), fratello maggiore e minore, bambini, allevati da un padre pastore presbiteriano (Tom Skerritt; Alien, La zona morta), che li cresce col culto della religione e della pesca con la mosca. Il primo dei figli cresce in linea con le aspettative paterne, serio e coscienzioso, mentre il secondo si dimostra ben presto guascone e scavezzacollo. 
Nel corso del film si fanno diversi salti temporali in avanti, fino agli studi e al lavoro dei due ragazzi, che si ritrovano dopo anni nel paese natio. 

La sceneggiatura de In mezzo scorre il fiume non è dunque niente di straordinario, e in verità punta soprattutto sul melodramma, tuttavia, il film è ben girato e si difende assai bene su svariati versanti. La fotografia, la recitazione, la colonna sonora. Il cast di attori, per quanto non stellare, è ottimo. 
Personalmente, poi, ho sempre amato i film con una voce narrante. 

In conclusione, In mezzo scorre il fiume è un prodotto ben girato e ben confezionato, che come bonus offre i bellissimi panorami del Montana, tra foreste, fiumi e montagne. Non è imperdibile, ma nemmeno trascurabile.
La leggenda di Bagger Vance, comunque, come opera gli è anni luce avanti.

Fosco Del Nero



Titolo: In mezzo scorre il fiume (A river runs through it).
Genere: drammatico.
Regista:  Robert Redford.
Attori: Craig Sheffer, Brad Pitt, Tom Skerritt, Brenda Blethyn, Joseph Gordon-Levitt, Emily Lloyd, Edie McClurg, Stephen Shellen, Vann Gravage, Susan Traylor.
Anno: 1992.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



martedì 12 ottobre 2021

How I met your mother - Carter Bays, Craig Thomas

Ci ho messo un po’ a vedere How I met your mother, sit-com piuttosto nota negli Stati Uniti ma meno famosa in Italia, dove si è conquistata una fetta di fan ma non ha sfondato come successo ad esempio a Friends o The Big Bang theory (ma anche Dharma & Greg o Mom, o classici come Willy, il principe di Bel-Air o Seinfeld credo la abbiano nettamente sopravanzata come gradimento nostrano).

Ad ogni modo, i motivi per cui ci ho messo un po’ a vedere tutta la serie sono due: il primo è, banalmente, che la serie è parecchio lunga con le sue nove stagioni e 208 episodi; il secondo è che, nonostante il genere fosse esattamente il mio favorito (sit-com umoristiche brillanti immerse nella vita quotidiana), in realtà la serie non mi ispirava molto… anzi, a dire il vero l’ho sempre percepita come un clone di Friends, tanto nel senso che lo ha seguito cronologicamente (Friends va dal 1994 al 2004, anno in cui si inizia a produrre How I met your mother, che rimane in scena dal 2005 al 2014), quanto che lo ha “seguito” in svariati elementi.

Ne elenco qualcuno:
- entrambe le serie sono ambientate a New York (con tutte le città che ci sono al mondo e tutte le città che ci sono negli Stati Uniti),
- entrambe le serie vedono protagonista un gruppo di amici misti maschi-femmine, con una coppia consolidata al suo interno e gli altri a girare (a girare anche tra di loro),
- entrambe le serie propongono un playboy incallito, che però poi si innamora di una del gruppo, poi torna playboy incallito, etc,
- entrambe le serie vedono un protagonista maschile perdutamente innamorato di una protagonista femminile, che inseguirà a lungo,
- entrambe le serie propongono molte guest star dal mondo dello spettacolo (fatto che nel tempo è divenuto abitudine, ma che in quegli anni non era scontato), anche se in questo Friends riflette la sua classe superiore proponendo star di primissimo livello (il meglio di quegli anni: Brad Pitt, George Clooney, Danny DeVito, Sean Penn, Helen Hunt, Jean Claude Van Damme, Winona Ryder, Gary Oldman, Jeff Goldblum, Susan Sarandon, Ben Stiller, Julia Roberts, Bruce Willis… compare tra gli altri anche Jason Alexander, protagonista di Seinfeld, altra sit-com storica a cui lo stesso Friends deve qualcosa… ambientata anch’essa a New York, tanto per cambiare); mentre le guest star di How I met your mother sono meno rilevanti, e curiosamente quasi più cantanti che attori (Enrique Iglesias, Jennifer Morrison, Kyle MacLachlan, Katy Perry, John Cho, James Van Der Beek, Jennifer Lopez, Morena Baccarin, Britney Spears, Katie Holmes, Rachel Bilson, Jorge Garcia).
- probabilmente sul momento mi dimentico qualche altra similitudine, ma non fa niente, era giusto per dare l’idea.

Ad ogni modo, ecco la trama sommaria di How I met your mother: a New York vivono Ted Mosby, i suoi migliori amici Barney Stinson e Marshall Eriksen, il quale ha sposato Lily Aldrin, anch’essa vecchia amica di Ted, e Robin Scherbatsky, che ben presto si inserisce nel gruppo, su iniziativa di Ted, il quale s’invaghisce di lei.
I cinque sono rispettivamente un architetto, un manager (le cui mansioni effettive sono però misteriose), un avvocato, un’insegnante d’asilo e una giornalista televisiva.

La serie consiste nel seguire, per metà al bar sotto casa e per metà nei vari appartamenti, le avventure sentimentali e lavorative dei cinque protagonisti, affiancati di volta in volta da qualche personaggio secondario, che comunque non rimarrà mai per tutta la serie.

In realtà ci sono altri due personaggi fissi, per quanto trascurabili: i due figli futuri di Ted, a cui il futuro Ted racconta, in un racconto per noi lungo centinaia di episodi, come ha conosciuto la loro madre, ciò che dà il titolo alla serie.

La serie è praticamente come Friends, ma un paio di gradini sotto: umanamente meno profonda, umoristicamente un po’ più terra terra, meno originale giacché ne ricalca molti elementi e persino molti spunti, con personaggi meno carismatici. In effetti, per quanto i vari protagonisti di How I met your mother si difendano discretamente bene, non bucano mai lo schermo, con l’eccezione forse di Neil Patrick Harris, che era l’unico già famoso prima delle serie in questione insieme a Alyson Hannigan, che non a caso pare essere l’altra colonna della sit-com. Fin dall’inizio, invece, mi ha poco convinto Josh Radnor, ossia il protagonista principale.

Ad ogni modo, il mio gradimento per How I met your mother è stato discreto, tanto che alla fine mi son visto tutte le stagioni (le ultime, come spesso accade a serie così lunghe, si trascinano un po’), per quanto la sit-com non sia tra i vertici, e nemmeno nella top-ten, delle mie sit-com preferite. 
Se certi elementi, ossia la struttura, sono piuttosto banali, in altri il prodotto si sforza di essere originale, fatto che ne aumenta il valore a mio avviso fino a un discreto-buono 7.5.

Fosco Del Nero



Titolo: How I met your mother  (How I met your mother).
Genere: serie tv, sitcom, comico, sentimentale.
Ideatore: Carter Bays, Craig Thomas.
Attori: Josh Radnor, Jason Segel, Cobie Smulders, Neil Patrick Harris, Alyson Hannigan, Cristin Milioti.
Anno: 2005-2014.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 6 ottobre 2021

Il mondo sul filo - Rainer Werner Fassbinder

Conosco e apprezzo da molto tempo Il tredicesimo piano, film del 1999, ma non sapevo che fosse tratto da un romanzo né che da tale romanzo fosse stata tratta una precedente un’opera cinematografica.

Il primo, il romanzo, è Simulacron 3 di Daniel F. Galouye, mentre il secondo, il precedente film, è  Il mondo sul filo, diretto da Rainer Werner Fassbinder nell’ormai lontano 1973.

A ciò si aggiunge un’ulteriore sorpresa: nel romanzo originale la simulazione oggetto della storia è chiamata “Simulacron”, esattamente come io stesso ho chiamato una simulazione virtuale oggetto di un mio romanzo, L’Accademia della Guerra. Unica somiglianza, comunque, visto che generi ed eventi sono totalmente differenti.

Veniamo per l'appunto al genere de Il mondo sul filo: siamo nel fantastico/fantascienza, con incursioni (forti) nell’esistenziale.
Non a caso, nel film sono citati i filosofi Zenone e Platone, così come sono mostrate diverse simbologie: soprattutto gli specchi, spesso presenti in scena. Non è un caso che la stessa simulazione al centro del film, il Simulacron, sia al centro di una sala degli specchi, e che uno dei personaggi, nel definire la realtà, a un certo punto parli di “gioco di specchi”.

In effetti, tutto il film, che in realtà non è un film, ma due film realizzati direttamente per la televisione tedesca, non disponibili in italiano se non coi sottotitoli, parla dei diversi livelli di realtà e dei diversi stati di coscienza: così, ogni personaggio può vedere nel livello “inferiore”, quello della simulazione, un’altra versione di se stesso, che vive e agisce ignara di star vivendo in una simulazione e di essere una creazione elettronica…

… oppure che, una volta presa coscienza di ciò, riesce a dire che “Io sono nulla”, e diviene l’unico consapevole in mezzo a tanti inconsapevoli. Infatti nel film stesso è citata la vecchia storia  dell’unico uomo sano di mente, l’unico a conoscere la verità, che è visto come un folle da tutti gli altri.

Esattamente quello che capita al protagonista della storia, Fred Stiller, il quale raccoglie vari indizi, tra cui anche il concetto di “ego” e il concetto di “nessuno” e, infine, durante un simbolico ballo in maschera, arriva a conoscere la verità sulla realtà che lo circonda (altrettanto simbolicamente, gliela svela una donna chiamata Eva). Ciò peraltro poco dopo che il protagonista cammina su un pavimento a scacchi, tradizionalmente utilizzato (non solo a livello massonico) per indicare la dualità e la conoscenza del mondo fenomenico-duale.

Ma ecco la trama sommaria, e più lineare, de Il mondo sul filo: siamo negli anni “70 quando un istituto tecnologico tedesco realizza una super-simulazione, chiamata Simulacron 1, nella quale migliaia di persone-coscienze vivono in una città, ignare di essere delle creazioni elettroniche. Tutte tranne l’unità di contatto, chiamata Einstein, di cui si prende cura Fred Stiller, il quale erediterà la gestione dell’intero progetto quando il suo superiore, il geniale professor Henry Vollmer, sparisce, forse ucciso. E non è l’unico, giacché sparisce anche Guenther Lause… di cui però stranamente non si ricorda nessuno eccetto Fred Stiller: la memoria di Lause sembra cancellata da tutto e tutti.
Stiller, dunque, inizia a indagare, e arriva alla conclusione di essere lui stesso all’interno di una simulazione, i cui parametri-memorie sono stati resettati con l’eccezione della sua memoria. Si mette così alla ricerca dell’unità di contatto della simulazione in questione, e infine la trova…

Dico la verità: non mi aspettavo che Il mondo sul filo avesse dei connotati così simbolici ed esistenziali, altrimenti avrei iniziato a prendere appunti prima. L’opera di Rainer Werner Fassbinder, invece, da questo punto di vista supera il dirimpettaio Il tredicesimo piano, che viceversa la surclassa dal punto di vista tecnico e visivo, grazie anche alla maggiore possibilità tecnologica.

Il mondo sul filo, dal canto suo, ha maggior tempo e spazio per proporre i contenuti del romanzo che ha originato le due trasposizioni cinematografiche, dal momento che è suddiviso in due film. 
Dal canto suo, si intravede la vocazione meno ambiziosa dell’opera, nata non per il cinema ma per la televisione tedesca: esteticamente Il mondo sul filo risulta mediocre, e anche come musiche ed effetti sonori è piuttosto carente, per non dire proprio scarno. Un’altra cosa che dal mio punto di vista stona un po’ è l’ambientazione borghese, la quale forse era una tematica tipica del regista ma che mal si sposa con il genere "realtà virtuale-esistenza-distopia".

Ambo le opere hanno tuttavia la loro ragion d’essere, e anzi son proprio contento d’essermi visto Il mondo sul filo, a cui sono arrivato proprio da Il tredicesimo piano e che altrimenti nessuno probabilmente mi avrebbe consigliato o indicato.

Un ultimo appunto: gli interessati alla tematica della realtà virtuale e dei diversi livelli di realtà non possono farsi mancare Il tredicesimo pianoExistenzDark City e Apri gli occhi (o in alternativa l’americano Vanilla sky), oltre al più famoso Matrix e all’italiano Nirvana.

Fosco Del Nero



Titolo: Il mondo sul filo (Welt am draht).
Genere: fantastico, psicologico, drammatico, esistenziale.
Regista: Rainer Werner Fassbinder.
Attori: Klaus Löwitsch, Mascha Raben, Adrian Hoven, Ivan Desny, Barbara Valentin, Margit Carstensen, Mascha Rabben, Karl Heinz Vosgerau, Wolfgang Schenck. 
Anno: 1973.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.



martedì 5 ottobre 2021

Nancy Drew - Andrew Fleming

Sono arrivato al film Nancy Drew dalla filmografia di Emma Roberts, protagonista in un film che ho visto da poco, Nerve.
Nel cast del film anche Tate Donovan, che mi ricordo dai tempi di O. C.. Essendo loro la punta del casting di Nancy Drew, facile immaginarsi una produzione non in grande stile, e in effetti nel film non c’è nulla di grandioso, spettacolare o notevole. Letteralmente nulla.

Tuttavia, il compito è stato ben svolto, ragion per cui la valutazione è più che sufficiente. 

Ma partiamo dalle basi e andiamo alla trama sommaria di Nancy Drew, film tratto dall’omonima collana per ragazzi scritta da Carolyn Keene (libri che tuttavia on ho mai letto): Nancy Drew è una ragazzina con un talento spiccato per l’investigazione e per la risoluzione dei casi, comprese le trattative con i delinquenti, tanto che nella sua cittadina è piuttosto famosa, nonché apprezzatissima dal capo della polizia.
Tuttavia, un giorno lei e suo padre devono trasferirsi in California, dove è tutto un altro paio di maniche: gli affari sono più seri e i criminali più pericolosi. Il che non sarebbe un problema se la ragazzina riuscisse a mantenere la promessa fatta a suo padre di smettere di investigare e di cacciarsi nei guai… ma il sangue è quello e Nancy si mette a lavorare ad un caso che ha letteralmente sotto mano, dal momento che riguarda a casa in cui i due sono andati ad abitare, ch’era la casa di Dehlia Draycott, una vecchia star di Hollywood morta in circostanze misteriose.
Di mezzo ci sono infatti vecchi amori, vecchie ruggini, testamenti e parentele varie…

Come anticipato, Nancy Drew non ha nulla di clamoroso o di imperdibile, tuttavia è un film ben fatto: il cast per quanto non di spicco è stato ben congeniato, la protagonista Emma Roberts è perfetta nella parte e anzi si merita una menzione particolare in quanto carina, elegante, ben vestita, in forte contrasto (volutamente accentuato) con le sue coetanee, dall’abbigliamento e dall’energia interiore ben più confusi. Questo peraltro è uno spaccato dei giorni nostri in generale, con la femminilità che si è persa per strada (a proposito, il vero femminismo è essere femmine con eleganza esteriore e forza interiore, e non certo scimmiottare i maschi o essere rozze e sguaiate, come i tempi moderni hanno portato tante a pensare): in ciò devo dire che il film ha anche una sua valenza educativa, visto che propone un modello femminile elegante, intelligente, ma anche dolce e premuroso.

Il film si presta ovviamente al lieto fine, data la sua natura di prodotto per giovani e per famiglie, e anzi si dimostra semplicistico nel suo sciogliere così facilmente i nodi di ciò che altrimenti, in una trama più realistica, sarebbe stato l’assassinio di una giovane ficcanaso (ben vestita, ma pur sempre una ficcanaso); non aspettatevi dunque troppo realismo da Nancy Drew, ma solo quello che ho evidenziato in recensione (più il personaggio tarchiato e guascone di Corky).

Fosco Del Nero



Titolo: Nancy Drew (Nancy Drew).
Genere: commedia, giallo.
Regista: Andrew Fleming.
Attori: Emma Roberts, Josh Flitter, Max Thieriot, Rachael Leigh Cook, Tate Donovan, Barry Bostwick.
Anno: 2007.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 29 settembre 2021

Un uomo e una donna - Claude Lelouch

Non mi ricordo come sono arrivato al film del 1966 Un uomo e una donna, ma comunque ci sono arrivato, e dunque ecco qui la sua recensione.

Un uomo e una donna è il primo film che vedo del regista Claude Lelouch, e vale la stessa cosa per la protagonista femminile Anouk Aimée, che per la cronaca mi è piaciuta molto. Viceversa, avevo già visto il protagonista maschile, Jean-Louis Trintignant, in altre due occasioni: l’italiano Il sorpasso e il francese La città dei bambini perduti.

Ecco la trama sommaria di Un uomo e una donna, film di genere drammatico-sentimentale: Anne, giovane e bella donna, ha da poco perso il marito in un incidente su un set cinematografico; una disgrazia simile è capitata all’altrettanto giovane e affascinante Jean-Louis, pilota di formula uno, la cui moglie si è suicidata dopo un grave incidente stradale che aveva coinvolto l’uomo, dato per morto.
I due vedovi si incontrano all’entrata del collegio di Deauville, piccolo paese del nord della Francia, dove studiano i rispettivi figli, e da un passaggio in macchina offerto a causa di un treno perso nasce una relazione sentimentale molto tenera, che sulle prime è solo platonica ma che sulle seconde diventa anche fisica… tuttavia c’è un problema.

Un uomo e una donna è un film alla vecchia maniera: niente budget ampio, niente effetti speciali, nessuna sceneggiatura complessa, e solamente sentimenti e rapporti umani.

Il film è un campione di tenerezza e dolcezza, nonché di una certa difficoltà interiore, tanto che è permeato da una sorta di aria malinconica, e non a caso ha conseguito a suo tempo svariati premi e nomination, tra Oscar, Golden Globe, Bafta, Cannes, Nastro d’argento… 

… non poco, tanto che il film, pur nella sua semplicità, è in qualche modo rimasto nella storia del cinema, grazie anche all’alchimia creatasi tra i due attori protagonisti, i quali a loro volta rappresentano bene una compostezza e una classe d’altri tempi; in realtà, più lontani nella sostanza che non nella cronologia.

Non credo che vedrò ancora Un uomo e una donna di Claude Lelouch, giacché non è proprio il mio genere di film, ma son contento di averlo visto almeno una volta.

Fosco Del Nero



Titolo: Un uomo e una donna (Un homme e une femme).
Genere: sentimentale.
Regista: Claude Lelouch.
Attori: Jean-Louis Trintignant, Anouk Aimée, Pierre Barouh, Valérie Lagrange, Antoine Sire, Souad Amidou, Henri Chemin, Yane Barry, Paul Le Person, Simone Paris, Gérard Sire.
Anno: 1966
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.



martedì 28 settembre 2021

Source code - Duncan Jones

Source code è il secondo film di Duncan Jones che recensisco nel blog, dopo Moon, che era stato il suo esordio alla regia, e Warcraft - L'inizio, più recente e deludente.
Per la cronaca, Duncan Jones è il figlio di David Bowie, ed evidentemente preferisce il cinema alla musica, dimostrando comunque una certa inventiva.

Source code parte da premesse molto originali per il cinema, che in realtà hanno più le caratteristiche di un videogioco: un personaggio si sveglia in una certa situazione e ha otto minuti per ottenere un certo risultato, affatto facile. I suoi primi tentativi saranno esplorativi, per dir così, ma poi, una volta conosciuto meglio il contesto interattivo, egli potrà riuscire nel suo intento.

Ecco la trama sommaria di Source code: in un futuro imprecisato è stata sviluppata una certa tecnologia, il “source code” per l’appunto, in grado di far rivivere all’infinito a una certa coscienza gli ultimi otto minuti della vita di un’altra persona, a patto di avere alcuni parametri di compatibilità non meglio precisati.
Se la teoria non è ben spiegata (e ovviamente non potrebbe esserlo, perché siamo ben oltre la fantascienza, e proprio nel campo dell’impossibile), la situazione è quella per cui tale Colter Stevens (Jake Gyllenhaal; Donnie Darko, Prince of Persia - Le sabbie del tempo, I segreti di Brokeback Mountain), militare dell’esercito statunitense che si trovava in missione in Afghanistan (anche sul tipo di missione si trattasse non viene detto niente nel film…), si risveglia nel corpo di tale Sean Fentress, che viaggiava in un treno diretto a Chicago il quale dopo pochi minuti esploderà per via di una bomba collocata al suo interno. La missione del Capitano Stevens sarà di individuare l’attentatore, in modo che nella realtà al di fuori degli otto minuti egli possa essere arrestato e gli sia impedito di piazzare altri ordigni, salvando così migliaia di vite. 

Source code è un film interessante; ben studiato, ben girato e con un’ottima tensione scenica lungo tutta la sua durata.
Il suo maggior difetto è quello di partire da premesse non solo fantascientifiche, ma del tutto assurde: un uomo è considerato morto (peraltro, senza gambe, senza bacino, senza braccia) ma la sua coscienza viene tenuta in vita (ma allora non era morto) e poi trasferita negli ultimi otto minuti di vita di una persona morta (questa forse morta veramente) allo scopo di scoprire qualcosa per modificare poi la realtà… e non sto nemmeno considerando il finale che comprende il concetto di universi paralleli-linee temporali alternative ma capaci di interagire tra di loro in diversi sensi. Ci sarebbe anche un discorso di preveggenza, ma su questo sorvoliamo.
Con una robusta sospensione dell’incredulità, comunque, ci si può godere lo scenario proposto da Duncan Jones, che propone sia idee, sia azione che emozioni… e anzi soprattutto queste, mettendosi al riparo dal comporre un film intellettuale, ma anche dal portarne avanti uno troppo emotivo e melodrammatico.

Non manca il clamoroso lieto fine tipico del cinema americano; clamoroso non tanto per l’originalità, quanto perché mette a seria prova l’incredulità di cui sopra.

A parte questo dettaglio, Source code di Duncan Jones è un buon film, il quale peraltro è girato, almeno io credo, con non troppi mezzi economici, e anche con un cast ridotto.
A questo riguardo, buone le prove di Jake Gyllenhaal e Michelle Monaghan, protagonisti della scena degli otto minuti.

Fosco Del Nero



Titolo: Source code (Source code).
Genere: fantascienza, drammatico.
Regista: Duncan Jones.
Attori: Jake Gyllenhaal, Michelle Monaghan, Vera Farmiga, Jeffrey Wright, Brent Skagford, Cas Anvar, Michael Arden, Russell Peters, Joe Cobden, Gordon Masten, Neil Napier.
Anno: 2012.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



Il mondo dall'altra parte