Slide # 1

Slide 1

Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

Slide # 2

Slide 2

L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

Slide # 3

Slide 3

Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

Slide # 4

Slide 4

Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

Slide # 5

Slide 5

Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

mercoledì 14 febbraio 2018

Gods of Egypt - Alex Proyas (film fantastico)

Ci sono alcuni registi che seguo con interesse, e Alex Proyas è certamente tra questi.
E non potrebbe essere altrimenti, dopo che ha diretto film come Dark City, Io, robot e Il corvo.

Per cui mi sono deciso di vedere questo suo ultimo lavoro, datato 2016: Gods of Egypt, anche perché il trailer mi aveva incuriosito, parlando di dei e semidei più alti e potenti degli umani…
… il che peraltro riprende alcuni studi storiografici, quelli che danno credito a documenti come il Papiro di Torino e altri, i quali inseriscono presunte divinità come Osiride e Horus nella lista di reali regnanti dell’Egitto, e per tempi lunghissimi, giacché si diceva che tali pseudodivinità avessero anche il dono di una vita assai lunga.

Ma lasciamo perdere le teorie storiografiche, e veniamo al film: Osiride si è deciso ad abdicare in favore del figlio Horus (Nikolaj Coster-Waldau, ossia il Jaime Lannister de Il Trono di Spade), cosa che però non piace affatto a Seth (Gerard Butler; Rocknrolla), fratello di Osiride, che con un vero e proprio colpo di stato prende il potere, uccide il fratello, sconfigge e imprigiona Horus, e gli ruba pure l’amante, la dea Hathor (la bella Elodie Yung).
E non è finita, perché Seth ha progetti ancora più ambiziosi…
A mettersi in mezzo tra lui e i suoi progetti, Horus, privo di occhi e di poteri ma ancora vivo, e soprattutto la coppia umano-terrestre.mortale Bek (Brenton Thwaites; The Giver - Il mondo di Jonas, Oculus - Il riflesso del male) e Zaya (l’ugualmente bella Courtney Eaton).

Ora, a parte l’introduzione intrigante dal punto di vista di ricerche e teorie, il film in realtà non propone niente di particolare (a mi riferisco a Dark City e alla sua costruzione praticamente gnostica), e si limita ad essere un colossal hollywoodiano ricco di effetti speciali, di azione, di sentimenti e di un po’ di umorismo.

In questo senso, non ci si annoia, un po’ per l’enorme bellezza visiva che il film propone, un po’ per la sua grande vivacità.
Anche se il tutto, ad onor del vero, vien ricondotto a una doppia storia d’amore, quella tra i due mortali e quella tra i due dei.

Codeste vicende sono inserite nel contesto dell’Egitto degli dei e della mitologia egizia (ammesso che lo sia), pur con qualche libertà che il regista si è preso, da quel che ho letto.

Ma d’altronde lo scopo del film non credo fosse quello di una fedele riproposizione del mito, tale da soddisfare il più esigente degli egittologi, quanto quello di realizzare un film dinamico, non pesante, visivamente imponente e a tratti divertente… e devo dire che in questo senso il target è stato centrato, da cui la valutazione non esaltante, ma discreta.

Anche se, quando vedo questi film, mi chiedo se dietro non vi sia una ragione ulteriore per la loro realizzazione, come quella di mostrare al pubblico la coesistenza di uomini normali e di superuomini-semidei… cosa di cui hanno parlato praticamente tutte le antiche culture e gli antichi testi storici, per non parlare di impronte e scheletri enormi.
E se dietro la macchina da presa c’è chi ha messo su Dark City, beh, il dubbio viene amplificato.
Difatti, non crediate che ad Hollywood, ossia il settore mediatico più controllato e manipolato tra tutti, le cose succedano a caso.

Chiudo la recensione con una citazione interessante tratta da Gods of Egypt, dal sapore esistenziale:
“Sei stato indolente così a lungo da aver dimenticato che la vita di ogni Dio è un viaggio.
Se ti allontani dal tuo percorso diventi debole”.

Fosco Del Nero



Titolo: Gods of Egypt (Gods of Egypt).
Genere: fantastico, fantasy, mitologico.
Regista: Alex Proyas.
Attori: Nikolaj Coster-Waldau, Gerard Butler, Brenton Thwaites, Chadwick Boseman, Elodie Yung, Courtney Eaton, Geoffrey Rush, John Samaha, Paula Arundell, Alia Seror-O'Neill, Emily Wheaton.
Anno: 2016.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

martedì 13 febbraio 2018

La bottega dei suicidi - Patrice Leconte (film grottesco)

Quest’oggi vi propongo un film d’animazione, il quale peraltro è un film d'animazione assai particolare: La bottega dei suicidi.

Premessa: si tratta di un film d’animazione francese, il che già depone bene il partenza, dato che l’animazione francese è la più brillante in Europa, l’unica in grado di rivaleggiare con quella giapponese (più matura e fantastica) e con quella statunitense (più dinamica e umoristica).
Per cosa si distingue invece l’animazione francese? Per un certo senso del grottesco e dello strano, nonché per un sottofondo spesso educativo ed elevante.
Ripenso in tal senso a piccole opere d’arte come Azur e AsmarI figli della pioggia, Kirikù e la strega Karabà.

Ma veniamo a La bottega dei suicidi, diretto nel 2012 da Patrice Leconte, e partiamo con la trama del film: siamo in una non precisata città francese in un non precisato tempo futuro, allorquando la popolazione è immersa nella tristezza, tanto che il numero dei suicidi è elevatissimo.
Il che non stupisce, contando il livello di grigiore e di depressione di cui tutta la città è permeata.
In tale grigiore collettivo, vi è tuttavia un negozio che prospera, paradossalmente il più colorato di tutto: la Bottega dei suicidi, portata avanti dalla famiglia Tuvache: il padre Mishima (che ricorda da vicino Gomez Addams), la madre Lucrèce (Borgia?), e i due figli Marylin (che da grande diventerà una bionda in carne, forse omaggio alla Marylin per eccellenza) e Vincent (che a sua volta sembra un omaggio al Vincent di Tim Burton).
Essi vendono alla gente strumenti per suicidarsi, offrendo a ciascun cliente quanto è più adatto a lui: "Soddisfatto o rimborsato", è  la loro garanzia, che loro convertono in "Trapassato o rimborsato".
Tutto sembra procedere come sempre, fino a che la signora Tuvache partorisce il terzo nato della famiglia: Alan, bambino che viceversa è l’emblema della gioia, assolutamente fuori posto in quell’atmosfera così lugubre: città in generale e Bottega dei suicidi in particolare.
Egli tuttavia non è solo, e altri bambini, pur in minoranza, sono come lui. Proprio loro si daranno da fare per migliorare le cose in città…

La bottega dei suicidi è un film d’animazione con la classica tecnica bidimensionale, tuttavia i disegni sono assai particolari, e si lasceranno ricordare facilmente.
Altra particolarità del film: non è un musical, ma poco ci manca, visto che sono numerose le scene cantate… alcune davvero memorabili, le quali segnano letteralmente il film: penso per esempio alla canzone in apertura “Contro la crisi e il carovita”, o a quella in chiusura “La ruota del destino”, le quali due peraltro riassumono anche l’essenza del film, dall’apertura un po’ lugubre, ma comunque assai ironica, alla chiusura dolce e amorevole, e quasi in modo commovente, occorre dire.
Non mancano altre scene notevoli, come quella in cui Marylin balla nuda.

Il tutto fa de La bottega dei suicidi è un film in pratica per persone adulte; ragazzi è il minimo, e occorre che siano ragazzi maturi e con una certa sensibilità alla bellezza, altrimenti si perderebbero l’essenza del film; quanto ai bambini, li lascerei da parte, nonostante l’ottusa abitudine occidentale per cui ancora in tanti parificano l’animazione a prodotti per bambini.
Ma sarebbe come dire che i fumetti sono per i grandi e i film per i piccoli, o i libri per i piccoli e gli audiolibri per i grandi; idee del tutto arbitrarie, laddove si tratta semplicemente di differenti strumenti espressivi.

Diciamo qualcos’altro de La bottega dei suicidi: l’incipit è ottimo, per quanto un po’ macabro, giacché proietta subito lo spettatore nel mondo che descrive; se il riferimento al La famiglia Addams è piuttosto facile, lo è anche quello a Tim Burton, perlomeno come genere grottesco e un po’ dark; il progetto è assai originale, ma non vale nemmeno la pena di dirlo da quanto è ovvio; l’ironia è presente in tutta la storia, e la rende gradevole, anche se non tutto il film procede con lo stesso livello di brillantezza… ma d’altronde, sarebbe stato impossibile, giacché alcune scene sono davvero memorabili.

Nel complesso, La bottega dei suicidi è un piccolo gioiello, e nemmeno tanto piccolo, ennesima dimostrazione di quanto il cinema francese sia ora il leader in Europa; e a livello di animazione per lunga distanza.

Fosco Del Nero



Titolo: La bottega dei suicidi (Le magasin des suicides).
Genere: animazione, grottesco, commedia, musicale.
Regista: Patrice Leconte.
Anno: 2012.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.

martedì 6 febbraio 2018

Insurgent - Divergent 2 - Robert Schwentke (film fantastico)

Il primo film della serie, Divergent, non mi era piaciuto: la trama era piuttosto banale e infarcita di luoghi comuni, il cast di attori non mi è parso minimamente all’altezza, a cominciare dalla protagonista, e in generale l’aria di Hunger games aleggiava su tutta la produzione, facendo di Divergent una brutta copia al contempo di Hunger Games e dei buoni film del filone distopico.

Mi sono tuttavia visto il secondo perché il sottogenere della distopia mi interessa molto, e poi per dare un’altra chance al film: dal momento che gli incassi sono stati alti, ho pensato che nel mentre gli autori potevano alzato il tiro, elevando quello che era un mix tra un film distopico e un film adolescenziale al rango di film fantastico di valore.

Speranze vane, e anzi il secondo episodio si dimostra ancora più semplicistico, poco plausibile e infantile del primo… e a dirla tutta ci mette pochissime scene a dimostrarlo.

Il cambio di regia, dunque, sembra non aver giocato al prodotto, e anzi era anticipatore delle intenzioni della produzione: dal creativo Neil Burger (Limitless, The illusionistThe lucky ones - Un viaggio inaspettato) al tiepido Robert Schwentke, regista che ha spaziato tra diversi generi… non facendosi notare in nessuno.
E, come sempre, la classe non è acqua.

Ma veniamo alla trama sommaria di Insurgent: dopo aver sventato miracolosamente la completa esecuzione del piano di Jeanine, che prevedeva lo sterminio degli Abneganti e il dominio sugli Intrepidi, Tris, Quattro, Peter, Caleb e Marcus fuggono via.
Il quattro diventeranno però presto tre e due, e Tris e Quattro (che fantasia nei nomi… almeno su questo potevano sforzarsi) si troveranno da soli a vagare per Chicago alla ricerca di alleati.
Passeranno dai Pacifici e dai Candidi, e pure dagli Esclusi… ma nel mentre una nuova diabolica macchinazione di Jeanine spingerà Tris a consegnarsi.

Allora, il discorso è questo: il film (e suppongo il libro prima di lui, anche se per averne la prova certa dovrei leggerlo) è stato realizzato sulla scia del successo degli altri film di genere fantastico-distopico, come Hunger gamesIn time o Maze runner - Il labirinto… e già questo non depone a suo favore.
Ha qualche idea interessante alla base, come la suddivisione della società in quattro classi rigide, ma svolge male il suo compito… o meglio, lo svolge bene per il target di pubblico che evidentemente il film (Divergent prima e ancor di più Insurgent poi) si è prefissato: gli adolescenti, e anzi probabilmente le adolescenti, dato il tenore fortemente sentimentaloide del film.

I dialoghi sono a dir poco infantili.
La trama è forzata in modo a volte surreale.
La storia è prevedibile per larghi tratti.
Ma la cosa forse più clamorosa è che è stata scelta una protagonista assolutamente fuori parte: senza carisma, senza fascino… completamente inadatta poi a svolgere scene d’azione, fatto a dir poco incredibile in relazione a ciò che le hanno fatto recitare.
Che distanza da Hunger games o da Maze runner (che pure loro non sono capisaldi del cinema, ma almeno sono film ben fatti nel loro genere)!

Per quanto riguarda la partecipazione delle star Kate Winslet e Naomi Wattson: hanno fatto quello che è stato loro chiesto, evidentemente, ma certamente non bastava, e anzi la loro presenza non fa che puntare il dito contro la pochezza della storia.

Insomma, se Divergent è stato un film di basso livello, Insurgent scende ancora più in basso.
L’unico problema, se lo si vuol considerare un problema, è che ha incassato molto, perché ha trovato terreno fertile in una generazione evidentemente poco abituata alla bellezza e spinta verso superficialità e qualunquismo.

Ma per fortuna hanno successo anche altri film, il che prova che c’è terreno fertile anche per altro.

Fosco Del Nero



Titolo: Insurgent (The Divergent series: Insurgent).
Genere: fantascienza, fantastico, drammatico, distopia.
Regista: Robert Schwentke.
Attori: Shailene Woodley, Theo James, Naomi Watts, Kate Winslet, Octavia Spencer, Ansel Elgort, Miles Teller, Maggie Q, Keiynan Lonsdale, Jai Courtney, Zoë Kravitz.
Anno: 2015.
Voto: 3.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 30 gennaio 2018

Io sto con gli ippopotami - Italo Zingarelli (film commedia)

Io sto con gli ippopotami è uno dei diciotto film che hanno visto protagonista la coppia Bud Spencer-Terence Hill, e probabilmente è uno di quelli che ho visto di meno…

… giacché, come ho spesso sottolineato, ho sempre avuto una netta predilezione per i film metropolitani, come Nati con la camiciaI due superpiedi quasi piatti o Pari e dispari (ma anche Altrimenti ci arrabbiamo!Non c’è due senza quattro).

A tale filone si contrapponevano altri due filoni: lo spaghetti western (Lo chiamavano Trinità, Continuavano a chiamarlo Trinità, etc) e i film in zone più o meno esotiche, come per l’appunto Io sto con gli ippopotami (e poi Porgi l’altra guanciaChi trova un amico trova un tesoroPiù forte, ragazzi!).

Ecco subito la trama di Io sto con gli ippopotami: siamo nell’Africa coloniale britannica, nello Swaziland per la precisione, nell’anno 1950. 
Tom e Slim sono una coppia di cugini, cresciuti insieme da una donna nativa, visto che i genitori sono morti quando erano piccoli. I due però hanno due caratteri e due stili di vita molto differenti: Tom è più abitudinario, vive sul posto e organizza dei safari per turisti, cui carica i fucili a salve perché comunque ama gli animali; Slim, al contrario, è un giramondo, ed è appena tornato in paese.
Ciò che i due hanno in comune è una forte antipatia per le persone prepotenti, approfittatrici e violente… compresi coloro che trattano male gli animali, come il potente Jack Ormond, signorotto locale che va avanti a forza di affari loschi, corruzione e violenza per l’appunto.
Va da sé che Ormond, peraltro omone e buon pugile, se la vedrà con i due cugini.

Il copione del film è il solito: umorismo, visivo e verbale, scazzottate e buon cuore… anche se in questo film l’ideale animalista cozza fortemente contro i due protagonisti ripresi a banchettare con le carni di animali che affermavano di amare tanto e di cui si facevano affettuosi protettori.
Ma siamo nel 1979, e la consapevolezza vegetariana era ancora ben lontana, come peraltro lo è anche oggi per la gran parte della popolazione, per cui sorvoliamo.

Oltre al solito copione, c’è la variante dell’ambientazione: non una città americana, non uno scenario western, ma l’Africa, con la sua natura, i suoi animali per l’appunto, e ovviamente le genti locali.

Globalmente parlando, Io sto con gli ippopotami è un film discreto: a mio avviso è abbastanza lontano dai migliori film del duo italiano, ma comunque è gradevole, divertente e sufficientemente vario, tanto da meritarsi una buona valutazione.

Fosco Del Nero 



Titolo: Io sto con gli ippopotami.
Genere: commedia, comico.
Regista: Italo Zingarelli.
Attori: Bud Spencer, Terence Hill, Joe Bugner, May Dlamini, Hugh Rouse, Dawn Jurgens, Ben Masinga, Lee Marcowitz, Malcolm Kirk, Nick Van Rensburg, Sandy Ngkomo,
Anno: 1979.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

martedì 23 gennaio 2018

Miami supercops - Bruno Corbucci (film commedia)

Mi duole assegnare un’insufficienza a un film del duo Bud Spencer e Terence Hill, ma proprio Miami supercops non regge il confronto con i cugini nobili I due superpiedi quasi piatti e Nati con la camicia… nonché con altri film della mitica coppia.

Non a caso, credo che avessi visto Miami supercops - I poliziotti dell’ottava strada solamente una volta, a fronte della decina e oltre dedicata ai due film summenzionati.

Ma andiamo con ordine, partendo dalla trama sommaria del film, che è il penultimo dei film girati insieme dai due attori (il quindicesimo su sedici, per la precisione): lo sveglio Doug Bennet lavora ancora in polizia, mentre il burbero Steve Forrest la ha lasciata perché disgustato da burocrazia e politica.
Tuttavia, rientrerà nei ranghi per risolvere l’unico caso che la coppia non era riuscita a risolvere al tempo: quello della rapina in banca da venti milioni di dollari messa a segno da tre complici, di cui solo uno arrestato, Joe Garret
… il quale muore pochi giorni dopo essere uscito dal carcere, presumibilmente andando alla ricerca del denaro mai ritrovato.
I due uomini si metteranno al lavoro, come sempre in modo poco burocratico e molto alla mano.

Miami supercops per certi versi segue il copione di successo della coppia più fortunata del cinema italiano (e una delle più fortunate in assoluto a livello mondiale): il compare svelto di testa e quello svelto di braccio, un’ingiustizia e un mistero da risolvere, azione e scazzottate, il tutto in un tono generale da commedia e in uno scenario di città americana, stavolta Miami come suggerisce il titolo.

Tuttavia, al film manca la leggiadria e la leggerezza degli altri film del duo, forse perché il regista, Bruno Corbucci, fratello di quel Sergio Corbucci che li aveva diretti con ben migliore esito in Pari e dispari o in Chi trova un amico trova un tesoro, si prende troppo sul serio, e anzi cerca di costruire un giallo poliziesco piuttosto che una commedia umoristica.

Il risultato è che il film non fa quasi mai ridere, nemmeno quando tenta di scimmiottare le gag tipiche di Bud e Terence, e anzi sfugge a una regola non scritta dei due buoni per eccellenza del cinema italiano: si usano pistole invece che pugni… il che stona parecchio, occorre dirlo.
Tra l’altro in questo film Bud e Terence hanno rispettivamente 55 e 45 anni, e iniziano già a risultare un po’ stagionati per scazzottate e scene d’azione, o almeno risulta ancora meno credibile che in due sgominino bande di dozzine di persone, se vogliamo dirla così.

Ma non è questo il punto che mina il film nelle sue fondamenta, quanto quello esposto in precedenza: il regista commette l’errore di metterci più giallo-poliziesco, peraltro un po' artefatto e poco fluido, e meno commedia, tanto che Miami supercops risulta poco divertente, e non è un caso che sia uno dei film meno apprezzati della coppia, e non solo da me, e che abbia in pratica chiuso la carriera dei due... poi definitivamente chiusa a distanza di tempo con Botte di Natale.

Fosco Del Nero




Titolo: Miami supercops - I poliziotti dell’ottava strada (Miami supercops).
Genere: azione, poliziesco, commedia.
Regista: Bruno Corbucci.
Attori: Bud Spencer, Terence Hill, Jackie Castellano, Ken Ceresne, Buffy Dee, William Jim, Richard Liberty.
Anno: 1985.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

domenica 21 gennaio 2018

The congress - Ari Folman (film fantascienza)

Avevo trovato il film The congress in un elenco dei migliori film d’animazione di sempre e, fiducioso, me lo sono in seguito visto.

In realtà, non si tratta di un classico film d’animazione, giacché l’opera parte come un normale film recitato, per poi passare all’animato dopo circa tre quarti d’ora di film (sulle due ore totali).

Tale anomalia è bissata da un’altra forte originalità: l’attrice protagonista, Robin Wright (indimenticabile ne La storia fantastica, ma vista anche in Unbreakable - il predestinato, La leggenda di Beowulf, La vita segreta della signora Lee), impersona la se stessa di un ipotetico futuro in cui la sua carriera è ormai agli sgoccioli, anche a causa del suo carattere bizzoso, e in cui la Miramount (mix tra le reali Paramount e Miramax) le propone un contratto assai innovativo: la cessione totale dei diritti d’immagine di Robin, la quale sarebbe stata renderizzata totalmente e utilizzata in qualsivoglia film futuro, senza che la Wright avrebbe dovuto e potuto mai più recitare.
Insomma, finiva la carriera reale dell’attrice, e cominciava una carriera fittizia, con la donna che avrebbe potuto dedicarsi nel mentre a ciò che più le piaceva… o semplicemente prendersi cura del figlio Aaron, affetto dalla grave sindrome di Usher, che deteriora udito e vista in modo progressivo, fino a sordità e cecità totali.
La donna infine accetta, e passano così i vent’anni di cessione dei diritti previsti dal contratto posto in essere, che in effetti sono molto proficui e fanno di lei una delle attrici più note al mondo.
Dopo tali vent’anni, Robin è invitata a un congresso della Miramount, per entrare nel quale viene costretta a bere una sostanza da una fiala: trattasi di un composto liquido che porterà Robin in una sorta di allucinazione personale ma anche collettiva.
Durante il congresso, all’attrice vien proposto di cedere nuovamente i suoi diritti di immagine, e stavolta in modo ancora più totale: grazie ai progressi della chimica, chiunque berrà certi composti potrà non solo partecipare a un mondo virtuale come già possibile, ma persino divenire chi o cosa vuole… compresi gli attori famosi, elemento che vien proposto di inserire nel nuovo contratto.
Robin rifiuta, e in un modo o nell’altro finisce che passano altri vent’anni, stavolta sotto ibernazione.
Si risveglia, ormai anziana, e deve affrontare la decisione di dove vuole continuare a vivere, se nell’allucinazione fittizia (fittizia, ma comunque riflettente la sua coscienza, quindi per lei molto reale) o nella realtà fisica, nella quale sono rimaste ormai poche persone.

I film sulla dicotomia tra realtà e finzione sono ormai molti, e alcuni di grande valore cinematografico e storico (cito al volo MatrixExistenzIl tredicesimo piano, Dark City), tanto che è difficile farsi notare in questo ambito.
A questo elemento, The congress aggiunge però dell’altra originalità: la parte animata, nonché l’elemento semibiografico, nonché i soliti luoghi comuni sulle società del futuro ipertecnologicizzate e in questo caso anche iperchimicizzate.

Però… non sfonda, semplicemente il tutto non va.
Un po’ perché è fortemente disomogeneo, un po’ perché in taluni punti è poco chiaro e occorre fermarsi per chiedersi cosa è successo, un po’ perché la parte animata non è particolarmente bella, fatto piuttosto grave per un film del 2013, che si fa surclassare da film più vecchi.

Il tutto sa molto di artefatto, di finto, e manca un spessore vero alla storia.
Insomma, The congress non mi ha né entusiasmato né convinto, e son ragionevolmente certo che passerà nel dimenticatoio degli esperimenti falliti abbastanza presto.

Non riescono a risollevarlo nemmeno alcune frasi dal sapore esistenziale, come la seguente:
“È andata via la luce. Tutto questo ha un senso, o è solo nella mia mente?”
“In realtà, tutto ha un senso, e tutto è nella nostra mente.”

Poi bissata da quest’altra:
“Ralph, è buio qui o è solo nella mia mente?”
“Tutto è nella tua mente. Se tu vedi il buio, è perché hai scelto il buio.”

Non basta, però… e forse non è un caso che l’altro film di Ari Folman che avevo visto, Valzer con Bashir, non mi sia piaciuto esso stesso. Evidentemente Folman non è il regista che fa per me.

Fosco Del Nero



Titolo: Il quarto tipo (The fourth kind).
Genere: fantascienza, animazione, drammatico.
Regista: Ari Folman.
Attori: Robin Wright, Harvey Keitel, Sami Gayle, Kodi Smit-McPhee, Danny Huston, Paul Giamatti, Jon Hamm, Michael Stahl-David, Michael Landes, Sarah Shahi, Ed Corbin.
Anno: 2013.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 16 gennaio 2018

Il quarto tipo - Olatunde Osunsanmi (film drammatico)

Il quarto tipo è un film piuttosto strano, per diversi motivi.
Passo a descriverli tutti.

Tanto per cominciare, si propone come film-documentario, e lo fa in modo audace, affiancando le scene girate (in cui l’interprete protagonista è Milla Jovovich) a scene presunte di repertorio (in cui figurerebbe la psicologa che Milla Jovovich interpreta), cui sono annessi anche audio vari, sempre con la presunzione che si tratti degli audio originali di sedute psicologiche e registrazioni varie.

Il tutto è riferito ai fatti accaduti nella cittadina di Nome, in Alaska, laddove anni fa sono sparite numerose persone in circostanze misteriose, senza che tante siano state ritrovate e con l’FBI che ha svolto indagini sul posto.
Il film Il quarto tipo collega tali sparizioni agli alieni e agli incontri ravvicinati, rapimenti compresi, cosa che dà il nome al film.

A tutto ciò si aggiungono anche i filmati in cui il regista, Olatunde Osunsanmi, intervista la presunta protagonista di tali eventi, la dottoressa Abigail Tyler… che però è un’attrice essa stessa, Charlotte Milchard, col tutto che dunque si riduce a un falso documentario.
Che al tempo è stato lanciato dalla casa produttrice anche con siti falsi, documentazioni e testimonianze false, etc, senza contare l’introduzione al film della stessa Milla Jovovich, che annuncia un film basato su fatti veri e accompagnato da immagini reali, probabilmente con l’intenzione di generare una sorta di effetto The Blair witch project.

Cosa riuscita male, come riuscito non troppo bene è il film, che comunque si distingue per l’originalità della sua costruzione: le scene con l’attrice principale (diciamo così) che si alternano alle scene con l’attrice secondaria, le quali peraltro spesso si sovrappongono nell’immagine, in una sorta di continua alternanza.

Ma, se lasciamo da parte il bailamme del contorno, nonché la stravaganza registica, rimane una storia piuttosto banale, giacché il tema delle abduction non è certo nuovo nel cinema, priva di innovazioni, priva di mordente, e anzi con personaggi un po’ ottusi, diciamo così, cosa che non giova alla credibilità del film… a proposito di credibilità.

L’unico elemento di interesse è l’abbinamento tra alieni e abduction e storia sumera, cosa che da un lato ricorda gli elohim di Sitchin e dintorni (alieni semidei che ritengono che l’umanità sia di loro proprietà), e dall’altro i demoni di Malanga (entità aliene che riescono a entrare in un corpo umano, dando luogo ad esigenze di esorcismo-allontanamento)… ed è un abbinamento che probabilmente ha una qualche verità, col film che per l’appunto sembra riguardare più le possessioni demoniche da parte di entità che si autodefiniscono deità rispetto all’uomo, che invece sarebbe una sorta di loro schiavo e proprietà. Anche l’elemento gnostico degli arconti malvagi potrebbe trovare un qualche posto in tale finzione simbolica.

A parte tale elemento di interesse, e a parte la tecnica registica curiosa, Il quarto tipo di Olatunde Osunsanmi rimane un film mediocre, e non ha molto da offrire, e peraltro parte con la pesante tara della menzogna e del tentato inganno ai danni dello spettatore, che certamente non lo rendono meritevole di simpatia.

Fosco Del Nero



Titolo: Il quarto tipo (The fourth kind).
Genere: drammatico, fantascienza.
Regista: Brad Bird.
Attori: Milla Jovovich, Will Patton, Hakeem Kae-Kazim, Corey Johnson, Enzo Cilenti, Elias Koteas, Alisha Seaton, Daphne Alexander, Mia McKenna-Bruce.
Anno: 2009.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.