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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

mercoledì 24 novembre 2021

Il ritorno di Mary Poppins - Rob Marshall

Era solo questione di tempo prima che mi vedessi Il ritorno di Mary Poppins, data la mia quasi sconfinata stima e ammirazione nei confronti del primo (e unico) Mary Poppins.
Per vederlo tuttavia è occorsa una certa dose di coraggio, dal momento che realizzare il seguito di quello che forse è il film per eccellenza era opera ardita.

Peraltro, Il ritorno di Mary Poppins è una via di mezzo tra un seguito e un rifacimento, per via delle tante somiglianze col primo film, che in alcuni casi sfiorano la riesecuzione delle scene originali. Lo stesso copione di fondo è molto simile, con la bambinaia più famosa di tutti i tempi che giunge nuovamente a soccorrere la famiglia Banks, educando piccoli e grandi al contempo.

Ed ecco per l’appunto la trama sommaria de Il ritorno di Mary Poppins: siamo nel 1935, venticinque anni dopo gli eventi del primo film, e ora nella casa del Viale dei Ciliegi vivono Michael Banks (Ben Whishaw; The zero theorem - Tutto è vanità, Skyfall, Profumo - Storia di un assassino), i tre figli Annabel, John e Georgie, la sorella Jane (Emily Mortimer; Faccia a faccia, Match point, Shutter Island, Le terrificanti avventure di Sabrina), mai sposatasi, la governante Ellen (Julie Walters; Harry Potter e la pietra filosofale, Harry Potter e la camera dei segreti), ora anziana. Quanto alla mogie di Michael, ella è morta anni prima, lasciando il marito affranto e la situazione domestica complicata, tanto che l’uomo rischia di perdere la casa per il pignoramento intentato proprio dalla banca in cui lavorava suo padre, e presso cui lavora egli stesso, pur se con un lavoro a tempo parziale.
Tutto sembra critico, quando ritorna Mary Poppins (Emily BluntI guardiani del destinoIl diavolo veste PradaLooper,  I fantastici viaggi di Gulliver), non invecchiata di un giorno nonostante il quarto di secolo passato. Insieme a lei, compare anche il lampionaio Jack (Lin-Manuel Miranda).
Tra i personaggi secondari, e anzi in taluni casi più camei che personaggi secondari, da citare Topsy (Meryl Streep), lontana cugina di Mary Poppins, il signor Wilkins (Colin Firth), il sig. Dawes Jr. (Dick Van Dyke), la signora dei palloncini (Angela Lansbury)... tutti attori piuttosto "vintage", per non dire che hanno fatto la storia del cinema.

Detto della trama, veniamo alla genesi: la produzione del primo Mary Poppins fu una battaglia tra la scrittrice Pamela L. Travers e Walt Disney, durata svariati anni a quanto viene raccontato; la prima non voleva vedere alterato il suo personaggio e il suo romanzo, mentre il secondo aveva promesso alla figlia di realizzare il film del libro che le era tanto piaciuto.
Alla fine l’ha spuntata il produttore cinematografico, ma con gran pena; alla scrittrice servivano soldi e così si è piegata e ha dovuto vedere la sua educatrice, personaggio tutto d’un pezzo, divenuta dolce, zuccherosa, come zuccheroso era l’intero film, decisamente più adatto alle famiglie americane che non agli studiosi di teosofia, zen e quarta via quale era per l’appunto Pamela L. Travers (allieva diretta di G. I. Gurdjieff, tra le altre cose).

Dopo la produzione del primo film, Walt Disney insistette con l’autrice per poter girare altri film tratti dai romanzi della Travers su Mary Poppins, ma questa volta l’ha avuta vinta l’autrice: o si sarebbe fatto a modo suo o niente… e per l’appunto non si è fatto niente.
Se si è fatto con Il ritorno di Mary Poppins è solo perché gli eredi della Travers hanno concesso i diritti di utilizzo dei romanzi successivi al primo Mary Poppins, tra cui per l’appunto Il ritorno di Mary Poppins.
 
Altra curiosità: se Dick Van Dyke, il più celebre spazzacamino di sempre, è comparso in questo seguito sotto le spoglie di Dawes Junior (lui che nel primo film interpretò oltre allo spazzacamino Bert anche Dawes Senior), Julie Andrews si è rifiutata di comparire in un cameo e il suo ruolo è andato allora ad Angela Lansbury… la quale al tempo fu la principale alternativa a Julie Andrews per il ruolo di Mary Poppins, e che nelle intenzioni della Disney ne sarebbe stata l’erede spirituale in Pomi d’ottone e manici di scopa (in cui non a caso recitava anche David Tomlinson, ossia il signor Banks di Mary Poppins), film che riscosse tuttavia un successo molto minore. Un paio d’anni prima c’era stato un tentativo simile con un altro protagonista di Mary Poppins: Dick Van Dyke aveva recitato in Chitty chitty bang bang, altro film/musical per famiglie, apprezzato tuttavia più per la colonna sonora che per il film in sé. 
Insomma, il “ruolo” è sempre rimasto vacante.

Veniamo ora al commento sul film.
Come si può sperare di realizzare un film all’altezza di un predecessore fenomenale nella sceneggiatura, nel casting, nella recitazione, nei costumi, nei dialoghi, nella colonna sonora? Forse l’unico ambito in cui si partiva favoriti era l’animazione, dati gli enormi progressi tecnologici intercorsi nel frattempo.
La scelta dei produttori è stata dunque molto coraggiosa, anche se senza dubbio spinta dal richiamo commerciale che avrebbe avuto per forza di cose un siffatto seguito (circa 350 milioni di dollari di incasso finora, senza considerare la futura vendita dei video).
Detto che anche solo avvicinarsi al primo Mary Poppins sarebbe stato un'impresa improba, e probabilmente anche anacronistica, Il ritorno di Mary Poppins si è difeso bene; molto bene, occorre dire (gli assegno una valutazione di mezzo punto superiore per il coraggio avuto nell’impresa).

Il casting è buono, anche se a mio avviso si poteva fare qualcosa in più: bene Emily Blunt in codesta difficile interpretazione, anche se all’attrice manca il carisma che aveva allora Julie Andrews. La coppia dei fratelli Banks discreta ma non ottima; bene i bambini. Benino il lampionaio Lin-Manuel Miranda, sostituto dello spazzacamino Dick Van Dyke. Abbastanza ininfluente Julie Walters, la Molly Weasley di Harry Potter.
Simpatici i due camei dei tre attori senior Dick Van Dyke, Angela Lansbury e Meryl Streep (quest’ultima un po’ meno senior e ancora abile e arruolabile).

La colonna sonora ovviamente cede il passo a quella che è la colonna sonora per antonomasia: semplicemente era impossibile realizzare qualcosa all’altezza… purtuttavia le canzoni sono orecchiabili e due momenti di canto e ballo sono notevoli (quello animato all’interno del vaso e quello dei lampionai nel buio di Londra).

La scenografia e i costumi sono all’altezza, e questo era prevedibile in una produzione così importante. 

Anche l’animazione si poteva prevedere come valida, ed era forse il punto in cui il confronto col predecessore sarebbe stato più facile, e così è stato: non si è strafatto ed è stato fatto un buon lavoro.

Nella sceneggiatura e nei dialoghi, forse l’aspetto più pregnante di Mary Poppins, ciò che gli dava il carisma di film di spessore, il seguito concede giocoforza qualcosa, forse anche per una precisa scelta: piuttosto che competere con un rivale così agguerrito, era meglio alzare da subito bandiera bianca; da cui la scelta di proporre un sequel che sa anche di remake.

Vi è poi l’aspetto per me più importante, quello educativo/didattico/evolutivo/interiore. Anche se qualcosa si sarà perso dai libri originali della Travers (che prima o poi leggerò), qualcos’altro sarà rimasto, e tanto il primo film quanto il secondo offrono parecchio... pur se con questa Mary Poppins moderna si è ulteriormente addolcito il personaggio.

Ecco le frasi che mi sono segnato, tratte a volte dai dialoghi e a volte dalle canzoni.
Temi della suddette frasi: la presenza e il momento presente, la ricerca della consapevolezza, l’amore incondizionato, il destino personale, l’effetto speculare dell’esistenza. Non poco, in effetti.

“Io sto sempre attenta”

“Allora resterai?”
“Sì, resterò, finché la porta non si apre.”

“Ora forse capirai, 
e problemi non avrai,
solo se darai importanza
a quello che nel cuore hai.”

“Chi amiamo non è perso se fa parte di noi.”

“Ora o mai più: questo è il mio motto.”

“Quando il mondo si capovolge, la cosa migliore è girare con lui.”

“Tutto è possibile, persino l’impossibile.”

“Semmai perdessi la strada, io cercherei di farmi guidare dalla luce.”

“Il nostro compito sarà
combattere l’oscurità.
La fiamma nel buio accenderemo, 
insieme la custodiremo.”

“Se camminiamo dentro un tunnel,
ed è buio intorno a te,
non sconvolgerti, ricordati,
che un luce in fondo c’è.”

“Ora che facciamo?”
“Seguiamo la luce.”

“Ogni dubbio rabbuiante porta un raggio illuminante.”

“Niente a cui teniamo è perso veramente.”

“Alcune persone non smettono mai di pensare.”

“È un palloncino questa esistenza,
riempito con ciò che gli dai.
Gioie e problemi, amore e esperienza,
fai bene la scelta o non volerai.
Puoi librarti più su
se ti chiedi anche tu
fin dove lui può portarti.
Tu rifletti, però,
poi domandati un po’
fin dove potrà portarti.”

“Molti hanno scelto il palloncino sbagliato. 
Accertatevi di scegliere quello giusto per voi.”

“Se nella scelta che fai 
segui i sogni che hai
ci vedrai il tuo riflesso e nel cuore saprai 
che anche tu volerai.”

“Che bello volare, nel vento oscillare, appesi ad un filo.”

“Ogni sogno è già vero.”

“Il mio cuore è felice e non ha alcun pensiero.”

A tali citazioni aggiungo l’episodio, meraviglioso dal punto di vista metaforico, in cui Mary Poppins blocca la lancetta dell’orologio, e quindi simbolicamente ferma il tempo (che per la cronaca è l’unico modo di raggiungere l’immortalità).

Concludo brevemente: pur con tutte le difficoltà e le criticità del caso, mi sento di congratularmi col regista Rob Marshall (Nine, Memorie di una geisha, ChicagoPirati dei Caraibi - Oltre i confini del mareInto the woods), un regista specializzato in musical chiamato a una difficile prova… superata con buon successo: il primo film di Mary Poppins rimane inarrivabile, ma col secondo film si è fatto un buon lavoro.

Fosco Del Nero



Titolo: Il ritorno di Mary Poppins (The return of Mary Poppins).
Genere: fantasy, commedia, musicale.
Regista: Rob Marshall.
Attori: Emily Blunt, Lin-Manuel Miranda, Ben Whishaw, Emily Mortimer, Julie Walters, Dick Van Dyke, Angela Lansbury, Colin Firth, Meryl Streep, Christian Dixon, Pixie Davies, Jeremy Swift.
Anno: 2018.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.



martedì 23 novembre 2021

Ramayana - The legend of Prince Rama - Yugo Sako

Conosco da molto il Ramayana, l’antico testo indiano a metà tra epica e religione, ma non lo ho mai letto. Quando mi è capitato sottomano il video Ramayana - The legend of Prince Rama ho dunque colto la palla al balzo per assistere quantomeno a una versione ridotta dell’opera indiana… realizzata peraltro in animazione, altra mia passione, per cui ho preso due piccioni con una fava.

Alcuni riferimenti: l’opera è stata realizzata nel 1992, e la distanza, dal punto di vista della tecnica d’animazione, si nota tutta… e anzi forse si nota qualcosa in più, giacché sospetto che anche al tempo dell’uscita il prodotto non rappresentasse l'apice tecnologico per l’epoca.
Tuttavia, nonostante tale distanza temporale e tecnologica, The legend of Prince Rama, diretto da Yogo Sato, si fa vedere ancora bene e propone una certa bellezza visiva.

Ecco la trama sommaria del Ramayana: dopo una parte introduttiva in cui Rama e il fratello Lakshmana, figli del Re di Ayodhya, sconfiggono un potente demone che stava terrorizzando e uccidendo un gruppo di saggi, la narrazione si sposta alla storia principale, quella in cui prima Rama viene esiliato per quattordici anni dal padre, costretto a ciò, nonostante l’amore per il figlio, da una promessa fatta a una delle sue mogli, invidiosa del titolo ereditario di Rama; poi Rama si sposa con la bella Sita, e infine deve affrontare il di lei rapimento ad opera del malvagio Ravana, che dispone di un potente esercito e di formidabili lottatori. 
Rama però è sostenuto dal popolo di Hanuman, gli uomini scimmia, ed è egli stesso un eccezionale lottatore, ispirato da Vishnu in persona, di cui è la settima incarnazione secondo la teologia indù (per la cronaca, l’ottava è Krishna e Buddha è la nona... in attesa di Kalki, che dovrebbe venire a ripristinare l'ordine spirituale in quest'epoca del Kali Yuga).

La battaglia tra Rama e Ravana per il rapimento della bella Sita di cui il secondo si era invaghito (trama che ricorda con grande facilità la guerra di Troia e il ratto di Elena) assume contorni sempre più grandiosi, comprensivi di uomini giganti, magia, macchine volanti che sparano missili, ponti miracolosi tra l’India del sud e l’isola di Sri Lanka (dove si trova il malvagio Ravana).
Sempre per la cronaca, questi due elementi, nonché altri, hanno suscitato numerose ipotesi, giacché un ponte-passaggio di tale tipo potrebbe davvero esserci stato in un lontano passato, e giacché il Ramayana non è certo l’unico testo antico che parla di macchine che volano e che sono in grado di sparare generando devastazione.

Ma rimaniamo sul prodotto The legend of Prince Rama: senza dubbio esso è una sintesi assai stringata del Ramayana originale, testo nel quale c’è molto di più (come eventi narrativi? Come consapevolezza? Come resoconti di qualcosa di reale?). In rete ho letto sia che quel che è trasposto è fedele al testo originale, sia che mancano molte cose, per cui prendo per buone ambo le affermazioni.
Di mio, ho gradito questa collaborazione giappo-indiana, che ho visto in lingua inglese per i dialoghi, coi sottotitoli in italiano e con i canti in sanscrito: melange invero curioso, che comunque consiglio a quei miei lettori che avessero voglia di procurarsi e di vedersi l’opera in questione, la quale peraltro può anche esser vista dai bambini come film d’animazione, visto che, pur contenendo qualcosa di drammatico, non è particolarmente cruento e anzi mantiene un tono dolce.

Fosco Del Nero


The legend of Prince Rama - Yugo Sako
Titolo: The legend of Prince Rama (Ramayana: Rama-oji densetsu).
Genere: animazione, fantasy.
Regista:  Yugo Sako.
Anno: 1992.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.




mercoledì 17 novembre 2021

Steins Gate - Hiroshi Hamasaki, Takuya Sato

Mi sono guardato la serie animata Steins Gate dopo aver giocato al videogioco omonimo, il quale peraltro era l’opera originaria, seguita per l’appunto dall’anime e da altri sottoprodotti in virtù del suo successo.

Perché me la sono guardata dopo aver fatto il videogioco, peraltro molto più lungo come monte ore? Perché il videogioco ha diversi finali e all’ultimo, quello definito come “true ending” (ossia “il vero finale”), ci si può arrivare solamente se nel corso del gioco, il quale è una "visual novel", si sono fatte certe scelte specifiche nell’invio di sms (ciò che è l’unico modo di interazione col gioco, che difatti non è tanto un gioco quanto un romanzo visivo interattivo: un "racconto visivo", per l’appunto).
Se non si sono fatte quelle scelte, magari trenta ore prima, niente da fare, e occorrerebbe riprendere il gioco da capo o dall’ultimo salvataggio utile… sapendo ovviamente con certezza cosa occorre cambiare, a volte tra risposte apparentemente poco significative, cosa per la quale serve anche consultare una guida, altrimenti si sta navigando a vista e per centinaia e centinaia di ore.

Ora, per quanto la storia fosse bella e appassionante, non ne avevo voglia, ed essendomi sfuggito solo l’ultimo finale, ho deciso di accedervi per via animata e non video ludica.

L’adattamento visivo di Steins Gate è molto ridotto rispetto al gioco, che è davvero molto lungo, e si riduce a venticinque episodi di poco più di venti minuti ciascuno, riportanti molto fedelmente la trama del gioco originario… ma in modo tanto fedele quanto sommario: il grosso di eventi e dei dialoghi rimane fuori, e anzi devo dire che, se si vede l’anime senza aver fatto prima il gioco, molto sfugge o sembra frettoloso, come capita spesso quando si assiste a una conversione visiva di un’opera letteraria molto lunga (qua di fatto siamo di fronte a un’opera letteraria, per quanto narrata anche con immagini, che comunque nel gioco sono immagini statiche).

Ecco la trama di Steins Gate, opera di genere fantascientifico: Okabe Rintaro è un giovane scienziato giapponese che, nel quartiere di Tokyo di Akihabara, ha messo su un piccolo laboratorio nel quale progetta brevetti insieme al suo amico e hacker Daru Hashida. Il terzo membro del laboratorio è Mayuri Shiina, la quale non è una scienziata ma l’amica d’infanzia di Okabe, ed è ragazza positiva e allegra.
Il caso vuole che i due ragazzi inventino, praticamente per caso, una specie di rudimentale macchina del tempo, capace di spostare non il corpo ma la consapevolezza delle persone su una differente linea temporale; più che viaggi nel tempo sono dunque spostamenti nel tempo. Il problema che sorge è che la cosa non sfugge a un’importante organizzazione privata, che seguirà a distanza il lavoro dei due ragazzi e di Kurisu Makise, giovane ragazza genio che si unisce al laboratorio di lì a breve.
La cosa inquietante è che Okabe aveva visto la ragazza morta, riversa in una pozza di sangue, in un edificio in cui ci era svolta una conferenza proprio sulla possibilità dei viaggi nel tempo, prima che qualcosa cambiasse e lui si ritrovasse da solo mentre prima era in mezzo a tanta gente… e prima che nel palazzo in cui si è svolta la conferenza comparisse all’improvviso una sorta di navicella che forse è un satellite ma di cui non si sa niente.
La trama è già fitta così, ma si infittirà ancora di più… specie nel gioco, mentre la serie animata offre tutto in modalità "leggera", perdendosi in ciò parecchia roba e anche parecchia qualità.

Per giocare il gioco tuttavia occorre avere non solo uno strumento adatto, ma anche tanta pazienza, una conoscenza almeno buona dell’inglese (non è mai stato localizzato in italiano e il linguaggio è tanto e non basico) e una certa passione per la cultura giapponese, compreso il mondo degli anime, giacché sono tantissime le citazioni e i riferimenti culturali al riguardo (questo nel gioco, mentre la serie animata è stato tagliato quasi tutto).

Nel complesso, non posso non assegnare un voto positivo alla serie Steins Gate, diretta dal duo Hiroshi Hamasaki-Takuya Sato, tenendo presente però che il voto è un pallido riflesso di quello che andrebbe al gioco, che sarebbe assai più alto.

Fosco Del Nero



Titolo Steins Gate (Steins Gate).
Genere: serie tv, anime, animazione, fantascienza.
Ideatore: Hiroshi Hamasaki, Takuya Sato.
Anno: 2011-2012.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 16 novembre 2021

I segreti di Twin Peaks - David Lynch, Mark Frost

La recensione odierna è dedicata a una serie che ha fatto la storia della televisione, ma direi anche del cinema in generale dal momento che ha iniziato un nuovo modo di intendere l’intrattenimento visivo, fatto di un misto di mistero, commedia, dramma, psicologia e anche orrore: parlo ovviamente de I segreti di Twin Peaks, serie ideata da David Lynch e Mark Frost e andata in onda tra il 1990 e il 1991 per due stagioni, di cui la prima molto breve con appena otto episodi e la seconda più lunga, di ventidue episodi… ma che in effetti avrebbero potuto/dovuto essere di meno, e qua c’è l’antico conflitto tra artista e produttore che ci mette i soldi, che in questo caso ha premuto per una certa soluzione che i creatori della serie non volevano e che ipotizzavano fallimentare, come in effetti è stato tenendo conto degli ascolti calanti nella seconda stagione, dopo che l’assassino di Laura Palmer fu identificato (il motivo del contendere era proprio se svelare il mistero portante della serie oppure no).

Ad ogni modo, ecco la trama sommaria de I segreti di Twin Peaks: Twin Peaks è una località di montagna nello stato di Washington, vicina al confine col Canada, e dunque immersa in foreste, montagne, cascate e laghi. Se lo scenario paesaggistico è molto bello, è meno bello l’evento che scuote la tranquillità della comunità: la giovane Laura Palmer, una ragazza particolarmente popolare, viene trovata morta, nuda, avvolta in un telo di plastica. Un’altra ragazza del posto, Ronette Pulaski, è rinvenuta moribonda e in stato confusionale. 
È mandato a investigare l’agente dell’FBI Dale Cooper, che si integra facilmente col corpo di polizia locale, in primis con lo sceriffo Harry Truman, e anche con la popolazione, che conosce man mano.

Ugualmente, lo spettatore della serie conosce man mano la popolazione della ridente Twin Peaks, assai meno tranquilla di quanto si sarebbe detto in apparenza: in effetti, tra droga, prostituzione, violenza, assassini, incendi, affarismo senza scrupoli, scheletri nell’armadio, non c’è quasi nessuno che si salvi, che non abbia un segreto o un lato oscuro. 

In effetti la contrapposizione tra lato chiaro e lato scuro è il tema centrale de I segreti di Twin Peaks, fino al suo epilogo: la scelta tra l’amore e la paura, tra ciò che porta alla Loggia Bianca e ciò che porta alla Loggia Nera.
In ciò, sono assai evidenti le influenze orientaleggianti ed esistenziali degli autori, con i tanti riferimenti allo yoga, alla meditazione, all’intuizione, al percorso interiore (per quanto in modo semplice e alla lontana), come illustrano queste frasi, pochissime tra le tante che avrei potuto proporre.

“Sei sulla strada.
Non hai bisogno di sapere dove porta: seguila e basta.”

“Guarda verso la luce, cerca la luce.”

“Fuggire dinanzi alla paura non aiuta a superarla, anzi la rende più forte.”

“La paura e l’amore aprono le porte.”

L’altro tema centrale di Twin Peaks è la possessione, col demone chiamato Bob che di quando in quando entra nel corpo di qualcuno per fargli fare cose innominabili. In effetti, tra Twin Peaks e L’esorcista non c’è tanta differenza, compreso l’epilogo della serie e il fatto che il demone entra nel sacerdote che lo stava esorcizzando per mandarlo via.

Non a caso, viene detto anche questo, parlando di possessioni, demoni, volador o simili.

“Sapete che cos’è un parassita? È un essere che sfrutta un’altra forma di vita e se ne nutre. 
Ha bisogno di un ospite umano; lui si ciba di paure e a volte di piaceri.”

In effetti, in tutto ciò la serie, pur se molto bella e con molta bellezza su più fronti (la natura, molti spunti, una quantità spropositata di belle ragazze), propone anche molta violenza e depravazione, tanto che all’epoca fece un certo scalpore, e certamente anche questo fattore contribuì agli ascolti clamorosi che ebbe dapprincipio, con tanto di dibattiti televisivi e tra la gente comune su chi era il colpevole e su come sarebbe finita. Fu un successo clamoroso, negli Stati Uniti ma anche nel resto del mondo occidentale, che andò però a scemare quando la produzione si mise in mezzo, alterando la programmazione dei creatori della serie…
… i quali a loro volta sono colpevoli, dal mio punto di vista, per il finale incoerente: il sacerdote può essere invaso dal demone solo se le sue energie sono adatte, e l’agente Cooper aveva palesato energie forti e pulite, per cui il colpo di scena era fine a se stesso e incoerente col resto della storia.

In effetti, I segreti di Twin Peaks è stato innovativo anche in alcune sue parti difettose: un certo eccesso nella violenza e nel grottesco (certo, non come i lavori successivi di David Lynch, alcuni inarrivabili in tal senso), nonché un certo senso dello spettacolarismo fine al mero colpo di scena, pur se incoerente col resto del narrato, difetto che oggi si vede grandemente nel cinema e nelle serie televisive.
A questo riguardo, ne approfitto per dire che un colpo di scena ha senso solo se incastonato in un contesto che lo regge; è coerente con l’impianto narrativo, eppure fino a quel momento era difficilmente prevedibile, e in ciò ha successo. Il colpo di scena che era imprevedibile semplicemente perché incoerente con tutto il resto è un colpo di scena di livello bassissimo, che abbassa il tenore narrativo della storia, anziché elevarlo… e che si rivolge a un pubblico a digiuno di grandi storie narrative, e attratto più che altro, per l’appunto, dai colpi di scena spettacolari.
Nella serie si intravede inoltre, specie nella seconda parte della seconda stagione (dopo che il mistero portante era stato svelato in anticipo), una certa tendenza a tirarla per le lunghe, altra tendenza che in futuro si sarebbe instaurata nella maggior parte delle serie tv.

Pur con questi difetti, è impossibile sottovalutare l’importanza, ma anche la bellezza, che ha proposto I segreti di Twin Peaks, che ho recensito nelle sue due stagioni originali di proposito, lasciando il commento della stagione recente alla una successiva aggiunta.

AGGIUNTA RELATIVA ALLA TERZA STAGIONE: sapevo già in partenza, o almeno lo davo per probabile al 95%, quale sarebbe stato l’andazzo, ma ho voluto comunque vedermi la terza stagione di Twin Peaks, quella uscita nel 2017, e dunque a grande distanza dall’opera vera e propria, che difatti ho recensito in sede separata proprio per non confondere quelle che sono due cose completamente diverse e non solo distanti negli anni.
Bene, la terza stagione de I segreti di Twin Peaks è inqualificabile: la sceneggiatura è ridicola, sono ridicole, nonché inutili, moltissime scene, la recitazione è di basso profilo anch’essa, a metà tra il dilettantismo di alcuni dei soliti attori feticcio di Lynch (è riuscito a metterci dentro anche Laura Dern, come tanti altri dei suoi vecchi attori ormai più di là che di qua) e il professionismo di pochi altri (come Naomi Watts, che infatti spicca in mezzo a tanta scarsezza); il commento sonoro è invadente e fastidioso, quasi sempre inopportuno; la narrazione degli eventi è spezzettata; i dialoghi sono spesso rozzi e praticamente mai ispirati, anch’essi assai lontani da quelli dell’opera originale, la quale viceversa, pur tra drammi e violenza, aveva moltissimi punti di bellezza e ispirazione. Riguardo a drammi, violenza e volgarità: qua sono divenuti parte preponderante, tanto che praticamente si inizia con un nudo, una scena di sesso e un’uccisione efferata.
Un commento sugli attori presenti nel primo Twin Peaks: gli americani invecchiano in media molto male. Certo, sono passati 26 anni tra la fine della serie originale e la messa in onda del suo seguito, ma c’è modo e modo di invecchiare, e qua abbiamo settantenni che non si reggono in piedi e quarantacinquenni diventati bolsi e brutti laddove da giovani erano belli/e. A poco è servito poi aumentare il cast con attori più giovani o magari anche famosi o ex famosi (o magari anche ex attori), come Monica Bellucci o Jim Belushi: a parte che i nomi parlano da soli, ma se la direzione tecnica è scarsa, sarà scarso tutto quanto, al di là dei singoli ingredienti (come la brava Naomi Watts).
La carriera di David Lynch peraltro parlava da sola, e proprio per questo mi aspettavo un disastro generale: il regista statunitense ha avuto un periodo d’oro tra la metà degli anni “80 e l’inizio degli anni “90, dirigendo opere come Dune, Velluto blu e lo stesso I segreti diTwin Peaks. Da lì in poi è stata discesa, passando per film contorti ed approdando a opere squilibrate come la terza stagione di cui si sta parlando, con una forte dominanza di sessualità di basso livello, volgarità, squilibrio mentale, rozzezza, violenza, disturbo psicologico e via discorrendo. E anche scarsità tecnica vera e propria relativamente a regia, montaggio, colonna sonora, recitazione, etc. 
Non so cosa sia successo nel mentre a Lynch, ma questi sono i risultati, purtroppo.
Fa specie constatare che alcuni spettatori abbiano gradito questa terza stagione… ma ormai, nella mediocrità generale, si produce di tutto per andare incontro alla massa, per cui in fin dei conti non è nemmeno così tanto strano che un’opera che punta su sessualità, violenza e problemi psichici trovi dei fan (risonanti con quel tipo di energie).
Un ultimo paio di appunti: ridicolo il personaggio semi-autistico di Kyle MacLachlan, peraltro praticamente copiato da Oltre il giardino; ridicoli gli agenti ultrasettantenni dell’FBI che se ne vanno in giro instabili sulle gambe (son settantenni e settantenni americani, ossia ottantenni italiani) ma teoricamente pronti ad affrontare colluttazioni e violenza, e che peraltro nel tempo libero frequentano avvenenti trentenni (parlo proprio del personaggio interpretato da David Lynch, che peraltro nella serie originale, quando lui era un quarantacinquenne già ingrigito, baciava allegramente bellissime ventenni); ridicoli anche i cambi caratteriali non motivati dei personaggi, nonché il senso del grottesco che decenni fa era presente ma controllato, mentre qui assurge a elemento dominante… insieme alla violenza, abbinamento davvero poco interessante per quanto mi riguarda.
A un certo punto, però, spunta una frase di grande importanza, che ricorda i fasti dell’opera originaria, e almeno quella voglio citarla (nonostante venga fatta dire alla Bellucci): “Siamo come il sognatore che sogna e poi vive dentro il suo sogno. Ma chi è il sognatore?”.
In uno degli  ultimi episodi della stagione inoltre si sente questa frase, pronunciata da una voce fuori campo: “Noi viviamo all’interno di un sogno”.
Peraltro, proprio negli ultimi episodi la serie pare riprendere i fasti di un tempo, ma la tendenza alla violenza, alla rozzezza e allo squilibrio mostrata fino a lì è troppo grave per poterla rimediare solo con un paio di belle cose (tra cui il ritorno tra i vivi dell’agente Cooper).

Fosco Del Nero



Titolo: I segreti di Twin Peaks (Twin Peaks).
Genere: serie tv, drammatico, fantastico.
Ideatore: David Lynch, Mark Frost.
Attori: Kyle MacLachlan, Michael Ontkean, Mädchen Amick, Dana Ashbrook, Richard Beymer, Lara Flynn Boyle, Sherilyn Fenn, Warren Frost, Peggy Lipton, James Marshall, Everett McGill, Jack Nance, Ray Wise, Joan Chen, Piper Laurie, Kimmy Robertson, Eric Da Re, Harry Goaz, Michael Horse, Sheryl Lee, Russ Tamblyn, Kenneth Welsh.
Anno: 1990-1991.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 10 novembre 2021

Pasqualino Settebellezze - Lina Wertmuller

Lo so che Pasqualino Settebellezze, film del 1975 diretto da Lina Wertmuller, è un film famoso e pluripremiato, tra le altre cose per la sceneggiatura e per la regia, ma è l’esempio perfetto di film che io non amo: drammatico, pesante, violento, rozzo… e con l’aggravante, dal mio punto di vista, di cavalcare alcuni luoghi comuni e drammi di quegli anni (e non solo): l’odio per il nazismo e per i tedeschi, la critica alle società fasciste, la povertà, la prostituzione, la guerra, i manicomi (allora ancora aperti).
Tutto trattato in modo pesante, drammatico, volgare… e dunque molto facile.

Ma partiamo dalla trama sommaria di Pasqualino Settebellezze: siamo a Napoli negli anni “30, e Pasqualino Settebellezze (Giancarlo Giannini; Travolti dal destino, New York stories) è un guappo (ossia una sorta di piccolo boss di quartiere) che tenta di farsi strada, di farsi rispettare dagli uomini e amare dalle donne. Il suo soprannome ha un’origine incerta: forse deriva, in modo ironico, dal fatto che ha sette sorelle tutte bruttissime, o forse si riferisce al fatto che, pur non essendo bellissimo, ha un certo fascino e piace alle donne, mature e meno mature.
La sua caratteristica principale tuttavia è un’altra: egli ha un forte istinto di sopravvivenza e, pur di sopravvivere, è disposto a tutto, come dimostrerà nei vari ambienti in cui, per una serie di disavventure, si troverà: carcere, manicomio, fronte russo, diserzione compresa, lager. In essi dà prova di tutto il suo squallore morale, che peraltro si intravvedeva anche prima, quando si dava delle pose in città allo scopo di guadagnare il rispetto degli altri (in quel contesto però la cosa era bilanciata da quello che pareva un certo senso dell’onore… anche se tutto alla fine si riconduceva alla considerazione che gliene veniva o meno).

In effetti, il film sembra una sorta di trattato sulla filosofia della sopravvivenza in contrapposizione alla morale… che tuttavia ben presto soccombe, dando luce a un personaggio che dapprincipio pareva una vittima, ma che poi si è rivelato un carnefice, compreso il collaborazionismo con i nazisti in un campo di concentramento.
Il finale tuttavia pare mostrare una sorta di reazione, di ribellione dell’uomo… anche se anch’essa improntata alla sopravvivenza (in questo caso collettiva, del popolo, e non solo individuale).

L’ho già scritto: Pasqualino Settebellezze può avere vinto tutti i premi che vuole, ed essere stato considerato grandemente (anche se per alcuni addetti ai lavori, ho letto, lo è stato troppo), ma per me rimane un film di basso profilo, triste, violento e volgare… certamente non l’intrattenimento che sceglierei per me o per una persona cui voglio bene.

Ciò non mi ha impedito di apprezzare alcune cose, come certe scene (la scena di Pasqualino il quale, disertore, entra in una casa “nemica” e ruba del cibo davanti all’anziana proprietaria, parlando parte in italiano, parte in napoletano e parte in tedesco, risulta memorabile) o l’eccellente interpretazione di Giancarlo Giannini. 
A proposito di interpretazioni, piccola parte per Fernando Rey, attore feticcio di Luis Bunuel, visto con piacere ne Il fascino discreto della borghesia e Quell’oscuro oggetto del desiderio.

Fosco Del Nero



Titolo: Pasqualino Settebellezze.
Genere: drammatico, grottesco.
Regista: Lina Wertuller.
Attori: Giancarlo Giannini, Fernando Rey, Elena Fiore, Piero Di Iorio, Shirley Stoler, Roberto Herlitzka, Enzo Vitale, Pietro Ceccarelli, Barbara Valmorin, Anna Recchimuzzi, Francesca Marciano.
Anno: 1975.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui



martedì 9 novembre 2021

Young Sheldon - Chuck Lorre, Steven Molaro

Da poco ho terminato di vedere la serie tv The Big Bang theory e come logica conseguenza sono passato a vedermi Young Sheldon, suo spin-off e prequel (ossia rispettivamente “prodotto derivante da un prodotto principale” e “storia che si situa cronologicamente prima della storia precedente”).

Siamo così alle prese, come suggerisce il nome della serie, con il piccolo Sheldon, che all’età di nove anni vive con la sua famiglia nel Texas e ovviamente è già un piccolo genio, con alcune fissazioni già sviluppate e altre in via di formazione… e naturalmente i creatori della serie, tra cui il solito (quasi) infallibile, Chuck Lorre (Pappa e ciccia, Grace under fireDharma & Greg, Due uomini e mezzoThe Big Bang theory, Mom, Bob hearts Abishola), si sono premurati di farci vedere come sono nate le sue bizzarrie principali.

Young Sheldon era un progetto tanto ambizioso quanto rischioso: si trattava di creare una serie quasi parallela a quella che è probabilmente stata la sit-com di maggior successo di tutti i tempi, capace di battere, per longevità e per ascolti, mostri sacri come Friends o Seinfeld. Il rischio di un confronto impietoso con la “serie madre” era dunque notevole, ma gli autori hanno fatto una scelta interessante, e probabilmente decisiva: hanno rinunciato al formato della sit-com, quello con battute e umorismo a ritmi intensi, nonché risate in sottofondo, per passare a quello più canonico della serie tv. Con umorismo e situazioni paradossali in abbondanza, beninteso, ma rimanendo assai più lievi e tranquilli rispetto a The Big Bang theory, che soprattutto nelle sue stagioni di maggior qualità (non le ultime) si proponeva umoristicamente assai serrato.

Altra scelta vincente: il cast. È stato fatto un casting eccellente, ed eccellente a dir poco, comprensivo anche di quel citazionismo che piaceva tanto alla serie originaria: se in The Big Bang theory erano apparsi, in vari episodi, protagonisti di Star wars, di Star trek, de Il signore degli anelli, etc, in Young Sheldon abbiamo come co-protagonista un’attrice di Ghostbusters (Annie Potts), nonché un attore de La storia fantastica (Wallace Shawn), film entrambi menzionati nella serie madre. Ancora, a far la parte della madre di Sheldon c’è la figlia reale della signora Cooper di The Big Bang theory, e la scelta è stata favolosa: non potendo riesumare la giovane Laurie Metcalf di Pappa e ciccia (perché oramai invecchiata), è stata presa sua figlia, che difatti le somiglia parecchio, sia nel viso sia nei movimenti (questi ultimi non so se siano “di famiglia” o se siano studiati a livello interpretativo). Anche il padre di Sheldon è preso dalla serie originale, e stavolta è un attore apparso egli stesso, per quanto più giovane, più leggero, e con un ruolo marginale (in un episodio interpretò un bullo che se la prendeva con Leonard).
Quanto a Sheldon, la scelta di Iain Armitage pare essa stessa mirabile… e che dire della gemellina Melissa, interpretata dall’incantevole Raegan Revord? Solo questi due valgono la visione della serie.

Quanto alla trama, è facile da intuire conoscendo la serie originaria: il piccolo Sheldon è un bambino che, essendo un super-genio, già frequenta il liceo, e anzi pure lì dà parecchie lunghezze di distanza a tutti, professori compresi, i quali difatti hanno qualche problema a trattare con lui, considerando anche il suo carattere poco flessibile.
La cosa curiosa è che il fratello maggiore di Sheldon, Georgie, è suo compagno di classe, mentre la gemella Melissa va regolarmente alle elementari, pur essendo parecchio sveglia, ma in senso più sociale che non logico-matematico. Quanto a Georgie, non è troppo forte neanche nel football, ma in compenso rivelerà un certo talento per il commercio e per la cura dei pneumatici…

Scuola a parte, abbiamo l’ambiente della chiesa cristiano-battista che frequenta la madre Mary, mentre il padre George ci riporta a scuola, giacché è l’insegnante di football della squadra del liceo.
Un tocco di imprevedibilità (casomai ce ne fosse bisogno con Sheldon di mezzo) è dato dalla sua nonnina, Constance, donna ancora piuttosto vivace… ma, devo dire, piuttosto distante sia come fattezze sia come carattere dalla nonna più anziana che si è intravista nella serie madre.

In tale senso, qualcos’atro differisce; per esempio la figura del padre, che in The Big Bang theory è veniva descritto come un semi-alcolizzato che non teneva granché a moglie e figli, mentre in Young Sheldon sembra invece un ottimo padre di famiglia, per quanto coi difetti dell’uomo medio americano (superficialità, tendenza all’obesità, tendenza all’alcol).

Si tratta di peccati veniali, comunque, e in generale Young Sheldon si è rivelata un’ottima serie televisiva, all’altezza della sua serie di riferimento, per quanto molto diversa come genere. Anzi, a dirla tutto io già l’adoro, e son molto contento che, prodotte le prime due stagioni, oggetto di questa recensione, siano state già programmate la terza e la quarta. Ottimo.

Fosco Del Nero



Titolo: Young Sheldon (Young Sheldon).
Genere: serie tv, commedia.
Ideatore: Chuck Lorre, Steven Molaro.
Attori: Iain Armitage, Zoe Perry, Lance Barber, Montana Jordan, Raegan Revord, Annie Potts, Matt Hobby, Wallace Shawn.
Anno: 2017-in corso.
Voto: 8.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 3 novembre 2021

American gods - Bryan Fuller, Michael Green

Ero piuttosto curioso di vedere la serie tv American gods, per la convergenza dei nomi di Neil GaimanBrian Fuller.

Il primo è autore di grande successo e originalità, tra l’altro spesso convertito in film: si pensi a Stardust, Mirrormask, Coraline e la porta magica… e quando non è stato convertito un suo libro, ha scritto la sceneggiatura, come nel caso de La leggenda di Beowulf.

Il secondo invece mi è molto caro per aver firmato alcune serie tv particolarmente originali e brillanti… le quali, ahimé, non hanno avuto grande successo presso il largo pubblico e sono state quindi interrotte abbastanza presto: parlo del meraviglioso Wonderfalls, dell’intrigante Dead like me e del surreale Pushing Daisies. Era originale anche Mockingbird Lane, ma non gli è stato consentito di andare oltre il primo episodio; insomma, si tratta di qualcuno che sforna prodotti originali e tendenzialmente brillanti, ma poco adatti al largo pubblico.

O poco adatti a chi li produce mettendoci i soldi, visto che anche in questo caso a Bryan Fuller (e al suo collega Michael Green) non è stato permesso di continuare e dopo la prima stagione è stato rimpiazzato da Jesse Alexander, il quale è stato a sua volta liquidato alla fine della seconda stagione in favore di Charles Eglee, che condurrà la terza, non ancora uscita nel momento in cui scrivo la recensione, la quale dunque si basa sulle prime due stagioni.

Intanto, i produttori di un’opera di vasto respiro dovrebbero spiegare come ritengono che tale opera possa mantenere un corpo unico e coerente, se cambiano conduttore o regista in corso d’opera. Specialmente se qualche attore se ne va per solidarizzare con Bryan Fuller (Kristin Chenoweth, sua fedelissima dai tempi di Pushing Daisies) e qualcun altro se ne va probabilmente intuendo l’andazzo e preferendo altri progetti (Gillian Anderson, la Dana Scully di X-Files).

Altro punto critico: non ho letto il romanzo di Gaiman da cui è tratta l’opera televisiva, ma ho saputo che, se sulle prime la serie lo riproduce fedelmente, poi inizia a cambiare le carte in tavola, compresi i mutamenti forzati dovuti alla sparizione di certi attori, che si è scelto di eliminare a livello di personaggi piuttosto che farli interpretare da altri attori.

Ad ogni modo, ecco la trama sommaria di American gods: Shadow Moon esce di prigione dopo una condanna di tre anni per una rapina ad un casinò. Il lieto evento è però oscurato dalla notizia del decesso dell’amata moglie Laura, morta in un incidente d’auto. Le brutte notizie non vengono mai sole, e l’uomo scopre anche che la moglie aveva da tempo una relazione col suo migliore amico. Scosso da tutto ciò, e vicino alla deriva, Shadow conosce un misterioso uomo di mezz’età, che si presenta come Wednesday (ossia “mercoledì” in inglese), il quale si rivela tanto misterioso quanto scaltro, nonché sospettosamente troppo informato sulla vita di Shadow. L’uomo gli propone di lavorare come sua guardia del corpo e Shadow, più che altro per mancanza di alternative, accetta…
… scoprendo poi cose che non aveva mai immaginato, compreso il fatto che gli dei esistono, sono in lotta tra loro, e preparano una sorta di battaglia tra gli antichi dei e i nuovi dei, quelli che hanno soppiantato i primi e cancellato o quasi la loro memoria.

American gods è difficile da commentare… o meglio, è facile ma con qualche rammarico: difatti, è palese che se ne sarebbe potuto tirare fuori una serie-capolavoro, un vero e proprio cult, ma la direzione incerta, i cambi di rotta, nonché alcune scelte, fanno in modo che, per ora, si sia realizzato solamente un prodotto discreto, interessante per certi versi ma traballante per altri.

Visivamente, ci siamo: la serie è d’impatto e si difende molto bene.
Anche il casting è ottimo: fantastici nei loro ruoli Ian McShane (che avevo molto apprezzato nel suo pur piccolo ruolo ne Il trono di spade) e Pablo Schreiber (un ottimo leprecauno); menzione d’onore per Crispin Glover, indimenticabile protagonista di Ritorno al futuro.
La sceneggiatura pare avere qualche buco, e procedere a volte velocemente e a volte lentamente.
Un po’ troppo volgare per i miei gusti… ma forse Bryan Fuller, famoso viceversa per le sue opere pulite e ironiche, ha voluto orientarsi maggiormente al largo pubblico, così forse gli avrebbero finalmente fatto finire una serie… speranza vana, come detto.

In conclusione, probabilmente continuerò a vedere American gods quando usciranno le successive stagioni, ma sapendo che avrebbe potuto essere molto meglio.
Anzi, a questo punto mi interessa più il libro di Gaiman che non la serie televisiva di… chissà chi la dirigerà in futuro?

Fosco Del Nero



Titolo: American gods (American gods).
Genere: serie tv, fantastico, drammatico.
Ideatore: Bryan Fuller, Michael Green.
Attori: Ian McShane, Ricky Whittle, Emily Browning, Pablo Schreiber, Crispin Glover, Bruce Langley, Yetide Badaki, Pablo Schreiber, Mousa Kraish, Demore Barnes,  Orlando Jones, Omid Abtahiin, Gillian Anderson, Kristin Chenoweth.
Anno: 2017-in corso.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.




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