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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

mercoledì 17 ottobre 2018

Nothing - Due amici alle porte del nulla - Vincenzo Natali (film surreale)

Vincenzo Natali è un regista i cui lavori possono piacere o meno, ma certamente è un profilo originale.
Lo provano lavori come Cube – Il cubo, Cypher, Splice… e lo stessso Nothing - Due  amici alle porte del nulla recensito quest’oggi.

Il quale, ahimé, se brilla per originalità, non brilla invece per qualità e spessore, tanto che mi ha suggerito di non dedicarmi più al suddetto regista, giacché tre volte su quattro dal mio punto di vista non ne è valsa la pena…
… ma andiamo a vedere con calma.

Ecco la trama sommaria di Nothing - Due  amici alle porte del nulla, film per cui è davvero facile tracciare la trama sommaria: Dave ed Andrew sono due coinquilini con seri problemi psicologici; il primo è un fallito preso in giro dai colleghi e che la ragazza per cui lui aveva un debole ha usato per rubare soldi alla sua azienda utilizzando proprio lui come capro espiatorio, ragion per cui ora egli è ricercato dalla polizia; il secondo ha paura degli spazi aperti e per ciò non esce mai di casa, lavorando paradossalmente come agente di viaggio via internet e telefono.
Entrambi disadattati sociali, si tengono compagnia a vicenda evitando così la solitudine completa.
Se il primo è ricercato per il presunto furto all’azienda, il secondo lo è perché accusato di molestie da una bambina scout, una di quelle che negli Usa passano a vendere biscotti casa per casa… e, come se non bastasse, la casa in cui vivono deve essere demolita perché troppo vicina alle strade che le passano quasi accanto, in modo piuttosto surreale. Ma questa è la cosa meno surreale del film, giacché i due, assaliti da tanti problemi, desiderano che tutto sparisca per non essere più infastiditi, e la cosa succede come per magia.
Dave ed Andrew si trovano così in un enorme nulla: ci sono solo loro e la loro casa… e il loro nuovo potere di far sparire le cose, esterne e interne, cosa che vivacizzerà alquanto il loro rapporto.

L’idea di fondo è originale, e poteva essere sfruttata meglio, sia in termini di bellezza visiva sia in termini di bellezza e profondità interiore.
Per quanto è stato fatto, Nothing - Due  amici alle porte del nulla è un filmetto di scarso valore da ambo i punti di vista, che se la gioca su un campo facile e arriva a una conclusione inverosimile come tutto il film, e ancora oltre: senza senso, senza insegnamento, senza nulla.
E in effetti il nulla è lo stesso titolo del film, per cui quantomeno c’è coerenza in questo senso.

Personalmente, però, il film, basato su sentimenti bassi, su meschinità e su scarsa immaginazione, non mi ha colpito favorevolmente; e tra Splice e Nothing, Vincenzo Natali si è giocato il bonus di attenzione che si era guadagnato originariamente con The cube.

Fosco Del Nero



Titolo: Nothing - Due  amici alle porte del nulla (Nothing).
Genere: fantastico, surreale, drammatico.
Regista: Vincenzo Natali.
Attori: David Hewlett, Andrew Miller, Gordon Pinsent, Marie-Josée Croze, Andrew Lowery, Elana Shilling, Soo Garay, Martin Roach, Angelo Tsarouchas.
Anno: 2003.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.

martedì 16 ottobre 2018

Il fascino discreto della borghesia - Luis Bunuel (film commedia)

Non avevo mai visto un film di Luis Bunuel in vita mia, avendolo solo sentito nominare, ma mai essendogli capitato davanti.

Questo, almeno, fino a La via lattea, che mi è decisamente piaciuto, oltre ogni mia aspettativa, tanto che ho deciso di recuperare alcuni suoi vecchi film, a cominciare da Il fascino discreto della borghesia, una delle sue opere più famose e anche premiate.

In questa, come suggerisce il titolo, il regista spagnolo se la prende non con la religione cattolica e dintorni eretici come ne La via lattea, ma con la classe sociale borghese di allora, vista e descritta come sì affascinante e colta, ma anche come incoerente, truffaldina, votata al potere personale e sostanzialmente dedita al piacere.

Il che, detto così, pare che introduca dei personaggi odiosi… e invece no, Bunuel dipinge i suoi protagonisti in modo comunque gradevole, tanto che si simpatizza per loro, pur avendo in bella evidenza le loro debolezze.

Peraltro, il cast del film mi è piaciuto parecchio, con attori davvero in parte… e con una Milena Vukotic davvero giovane, pur se in una parte secondaria.

Ecco la trama sommaria de Il fascino discreto della borghesia: sei personaggi della borghesia francese, tre uomini e tre donne (uno degli uomini è però un diplomatico dell’immaginaria repubblica sudamericana di Miranda, in pianta stabile in Francia) tentano a più riprese di organizzare una cena, tuttavia il programma non riesce mai a realizzarsi: o vien sbagliata la data dell’invito, o il ristorante in cui si recano è nel bel mezzo di una veglia funebre, o un battaglione dell’esercito francese che si sta esercitando lì vicino chiede ospitalità, o irrompono dei briganti, e così via.
Tra un tentativo e l’altro, conosciamo così i suddetti personaggi: Rafael Acosta, François Thenevot, Simone Thenevot, Henri Sénéchal, Alice Sénéchal, Florence… cui si aggiungono i comprimari Dufour, un monsignore, e Inès, una cameriera.

Una cosa li accomuna, anzi due: i loro modi sono impeccabili, tutti assai educati e cortesissimi; e tutti nascondono un qualche vizio o segreto, tra relazioni clandestine, traffici di droga, abuso di alcol, abuso di potere, etc.

Il film di Bunuel tuttavia non è proprio un film di denuncia, quanto una trattazione ironica e dissacrante, peraltro pervasa dalle tipiche scene surreali e immaginarie che il regista inserisce ogni tanto, e che rendono il film assai poco prevedibile, perché letteralmente può succedere qualunque cosa… salvo poi scoprire che era un sogno di qualcuno, e magari un sogno dentro un sogno.

Insomma, anche Il fascino discreto della borghesia è promosso con una buone valutazione, e dunque mi vedrò qualcos’altro del bravo Luis Bunuel.

Fosco Del Nero



Titolo: Il fascino discreto della borghesia (Le charme discret de la bourgeoisie).
Genere: surreale, commedia.
Regista: Luis Bunuel.
Attori: Fernando Rey, Delphine Seyrig, Bulle Ogier, Michel Piccoli, Stéphane Audran, Jean-Pierre Cassel, Milena Vukotic, Julien Bertheau.
Anno: 1972.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

martedì 9 ottobre 2018

Nat e il segreto di Eleonora - Dominique Monféry (film animazione)

Nella lunga lista di film d’animazione che mi ero segnato c’era anche Nat e il segreto di Eleonora, un film del 2009 che aveva due caratteristiche evidenti: la prima era il target piuttosto infantile, e la seconda l’essere una produzione francese, elemento per me di gran valore, giacché la scuola francese di animazione ha prodotto film come I figli della pioggiaAzur e AsmarLa bottega dei suicidiLe avventure di Zarafa, giraffa giramondoMune - Il guardiano della Luna, etc).

Anche se ad esser più precisi Nat e il segreto di Eleonora è una coproduzione franco-italiana, e al contrario l’Italia nel campo dell’animazione è a dir poco arretrata, anche per la vecchia tendenza nostrana di considerarla chissà per quale motivo, un genere per bambini.

In effetti, Nat e il segreto di Eleonora soffre proprio in tale elemento: è decisamente un prodotto per l’infanzia, che potrà piacere moltissimo ai bambini, per via delle immagini semplici e fumettose, per il tono ugualmente semplice e infantile, per la storia altrettanto semplice e lineare, ma che rischia di annoiare gli adulti.

Come prima cosa, comunque, vediamo in grande sintesi la trama del film, diretto nel 2009 da Dominique Monféry: Nat è un bambino che ha qualche difficoltà nella lettura, e che era al contrario abituato a sentir raccontare le storie dalla zia Eleonora, proprietaria di un’enorme biblioteca, con tutti i classici: da Alice nel paese delle meraviglie a Peter Pan, da Pinocchio a Cappuccetto rosso.
Un dì però la zia Eleonora muore, e lascia in eredità ai genitori di Nat la sua casa al mare, a Nat tutti i suoi libri, e alla sorella di Nat, Angelica, una bambola rossa.
Questi sono essenzialmente i personaggi della storia, cui si uniscono l’infido Ramazzatutto, che vorrebbe appropriarsi dei libri di Eleonora… e tutti i personaggi di fantasia suddetti, che rischiano di sparire se Ramazzatutto avrà successo nel suo intento, con Nat che cercherà dunque di sistemare le cose.

Parlando di Nat e il segreto di Eleonora è obbligatorio citare un altro film, per quanto a prima vista sembrerà strano: Ritorno al futuro. Difatti, il suddetto film d’animazione ne copia pari pari l’elemento-sfida centrale: qualcuno sparirà se entro un certo momento non viene compiuta un’azione. Cambiano ovviamente i personaggi e l’azione da compiere, ma il meccanismo è quello pari pari, e anzi mi meraviglia che sia stato proposto in modo così simile, assai vicino al plagio… o quantomeno alla pochissima originalità.

Ma ciò che non ho gradito troppo del film non è stato tanto questo elemento di copiatura, quanto il fatto, molto semplice, che il film è assai infantile, il che è cosa ben diversa dall’essere rivolto a un pubblico giovanile.
Anzi, Lewis, l’autore delle Cronache di Narnia, diceva che un buon libro per bambini è adatto anche agli adulti… è ovviamente è così, giacché esso conterrà qualità e insegnamenti, utili anche ai grandi.

Viceversa, libri e film per bambini, semplicemente perché sempliciotti e infantili, sono tutto un altro discorso, e di discostano molto da questo principio di “qualità universale”.

Ecco, Nat e il segreto di Eleonora si allontana da questo principio, essendo un’opera di intrattenimento per piccoli e nulla più. Ben fatta, intendiamoci, con bei disegni, ben colorata e animata, e con un pizzico di fantasia, ma nulla più, da cui la mia valutazione mediocre.

Fosco Del Nero



Titolo: Nat e il segreto di Eleonora (Kérity, la maison des contes).
Genere: animazione, fantasy, commedia.
Regista: Dominique Monféry.
Anno: 2009.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 3 ottobre 2018

What we do in the shadows - Taika Waititi, Jemaine Clement (film grottesco)

Quando trovo un film come What we do in the shadows sono contentissimo, giacché film di questo genere dimostrano con i fatti ancor prima che con le parole che la creatività umana può andare avanti all’infinito proponendo cose nuove, interessanti, intelligenti e innovative, persino esplorando tematiche già affrontate in tantissimi altri casi.
In questi caso, da molte decine di film sui vampiri; arriveremmo probabilmente al centinaio contando tutti i film minori sul tema, magari sconosciuti al grande pubblico perché piccole produzione tedesche o slovene.

What we do in the shadows è evidentemente una produzione a basso costo, ma è talmente piena di inventiva da risultare irresistibile.
Nasce da un precedente film corto, e poi diviene un lungometraggio evidentemente sulla scia del buon potenziale che già mostrava e dei buoni riscontri ottenuti dal cortometraggio; il risultato finale è un film di circa 85 minuti senza nemmeno una pausa, che procede dritto filato fino alla fine, e anzi lascia i suoi spettatori con un sorrisone… l’ennesimo del film.

Ma andiamo subito alla trama sommaria di questa audace e brillante produzione neozelandese, in cui i due registi, Jemaine Clement e Taika Waititi sono anche due degli attori protagonisti, e il primo è anche produttore: siamo nella Nuova Zelanda contemporanea, e precisamente nella sua capitale, Wellington, nella quale sono finiti a vivere alcuni vampiri, che condividono come coinquilini un grande appartamento.
Essi sono, in ordine di importanza nel gruppo: Viago (Taika Waititi), un vampiro dandy di circa 380 anni; Vladislav (Jemaine Clement), vampiro in stile Dracula impalatore e torturatore, ma ora un po’ mogio, quasi impotente, mai ripresosi dalla cocente sconfitta con un vampiro chiamato “La Bestia”; Deacon (Jonathan Brugh), il vampiro più giovane del trio con i suoi 180, definito il “bad boy del gruppo”, più moderno e alla mano, ma un po' indisciplinato, tanto che non rispetta il suo turno di lavare i piatti da cinque anni.
A tale trio si aggiunge il decano, Petyr, il più vecchio di tutti con i suoi 8000 anni (nondimeno), lui in stile Nosferatu.
A tali personaggi si aggiungeranno poi Nick, dapprima vittima sacrificale e poi trasformato anche lui in vampiro, e Stu, un umano da tutti benvoluto perché assai tranquillo.

What we do in the shadows è girato tutto in stile mockumentary (ossia un falso documentario), utile a testimoniare lo stile di vita vampiresco e di quel gruppo di vampiri in particolare.

Il film, che pure non risparmia qualche scena splatter, sostanzialmente è una commedia umoristica, che vuol illustrare, in modo per l’appunto comico, come si è evoluto lo stile di vita dei vampiri ai tempi d’oggi, tra Skype e Youtube.

E non c’è molto altro da dire su What we do in the shadows, se non che ha ricevuto, e giustamente, svariati riconoscimenti sparsi per il mondo… e che va visto in lingua originale giacché non è stato importato in Italia.
Incredibile a dirsi, ma è così: uno dei film più originali degli ultimi decenni non è stato portato in Italia, per cui occorre utilizzare la lingua madre e magari usufruire dei sottotitoli.

What we do in the shadows se ne esce dunque con una promozione a pieni voti, pur nell'alveo di una produzione economicamente contenuta: umorismo, leggerezza, creatività e ironia.

Fosco Del Nero



Titolo: What we do in the shadows (What we do in the shadows).
Genere: fantastico, grottesco, commedia.
Regista: Taika Waititi, Jemaine Clement.
Attori: Taika Waititi, Jemaine Clement, Jonathan Brugh, Cori Gonzales-Macuer, Stuart Rutherford, Jackie van Beek, Rhys Darby.
Anno: 2014.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 2 ottobre 2018

La via lattea - Luis Bunuel (film grottesco)

Non avevo mai visto un film di Luis Bunuel, regista spagnolo famoso per i suoi film surreali e spesso dal contenuto sociale, politico e satirico, per cui La via lattea è stata in tal senso una primizia.

Andiamo a contestualizzare: intanto il film è del 1968, e in secondo luogo il titolo si riferisce non già alla galassia all’interno della quale si trova il sistema solare (anche se alcuni ricercatori non son d’accordo su questo, ho letto tempo fa), bensì a come era definita anticamente la strada che portava i pellegrini europei dalla Francia a Santiago di Compostela.
Insomma, parliamo dell’odierno “Cammino di Santiago”, che termina nel santuario dedicato a San Giacomo, di cui secondo la leggenda i resti riposano proprio in quel luogo, arrivativi in modo semi-miracoloso.

Il film di Luis Bunuel prende le mosse da ciò, e parte proprio dalla Francia, seguendo i passi di due viaggiatori, Pierre e Jean, che partono da Fontainebleau e intendono per l’appunto arrivare a Santiago, un po’ a piedi un po’ ottenendo passaggi in macchina, secondo come capita.

Detto così, La via lattea potrebbe sembrare un film d’avventura, o un film di formazione interiore, ma non lo è, segnalandosi invece come film fortemente surreale, e anche fortemente critico verso la religione cattolica.

Il viaggio dei due viandanti francesi è alternato con scene di varia collocazione storica: i tempi di Gesù, i tempi dell’inquisizione, qualche imprecisata ambientazione medievale, i tempi moderni… abbiamo persino una scena con il Marchese de Sade.
Globalmente parlando, il viaggio di Pierre e Jean diviene una sorta di viaggio nella religione cristiana, tra il cattolicesimo e le varie eresie che gli hanno conteso il primato, con tanto di disquisizione teologiche tra chi la pensava in un modo e chi nell’altro, e con tanto di duelli, roghi, diatribe, etc.

In ciò, ci passa davvero di tutto: ovvi riferimenti ai Vangeli e alla persona di Gesù, riferimenti a Dio Padre, allo Spirito Santo, alla Madonna, ad apparizioni e miracoli, alla transustanziazione.

Alternandosi alle disquisizioni dottrinali sull’esistenza o meno di Dio, sulla natura divina o meno di Gesù, sulla svolgimento dei rituali, etc, non mancano peraltro numerose scene surreali e spesso potentemente simboliche e persino didattiche, come la recita dei bambini indottrinati che scagliano anatemi e maledizioni su chi non si adegua alla dottrina in corso, come le suore che si fanno crocifiggere, come il duello con la spada tra due diversi esponenti della cristianità, ognuno convinto di essere nella ragione e che l’altro sia un eretico (che da solo illustra bene la ridicolaggine di tutti gli scontri religiosi), come lo scontro dialettico tra un vescovo e due osservatori sulla natura trinitaria o unitaria di Dio (idem come sopra), come la scena del sacerdote che incita due ragazzi a non commettere atti impuri secondo la dottrina ufficiale, come la breve scena della lampada e del moggio.

Insomma, ne La via lattea c’è molto da vedere, e ovviamente è un molto che al tempo non è piaciuto alla chiesa cattolica, pur avendo Bunuel solamente recitato a voce testi ufficiali antichi e moderni.
Dapprima il film mi ha lasciato un po’ perplesso, ma poi mi ha conquistato, e anzi devo dire che è da solo è un manifesto della stoltezza della razza umana nel corso dei secoli…
... e nell’indicare la direzione sbagliata, al contempo è utile per intuire la direzione giusta; non propone, dunque, non ha valenza positiva, ma ha comunque una sua utilità nella sua valenza negativa. In questo senso, il film, pur non proponendo principi esistenziali, ha una sua valenza educativa.

Complessivamente, La via lattea mi è piaciuto così tanto che mi vedrò altri film di Bunuel.

Fosco Del Nero



Titolo: La via lattea (La voie lactée).
Genere: drammatico, religioso, surreale.
Regista: Luis Bunuel.
Attori: Christine Simon, Pierre Clémenti, Georges Marchal, Michel Etcheverry, Agnès Capri, Ellen Bahl, Julien Bertheau, Muni, Claude Cerval, François Maistre, Bernard Verley, Edith Scob, Alain Cuny.
Anno: 1968.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 26 settembre 2018

La canzone del mare - Tomm Moore (film animazione)

Tempo fa mi ero imbattuto in un film d’animazione che era un vero e proprio gioiello, non a caso candidato agli Oscar nel 2010: parlo di The secret of Kells, che era un meraviglia per gli occhi, per le orecchie, per l’immaginazione e per il cuore.

In maniera quantomeno paradossale, il film non è mai stato importato in Italia, né al cinema né per il mercato dei dvd, per cui me lo ero visto in lingua originale con i sottotitoli…

… e ovviamente mi ero segnato il nome del regista, tale Tomm Moore, e mi ero segnato il titolo dell’altro film che aveva realizzato, Song of the sea (in italiano La canzone del mare).
Anche questo candidato agli Oscar, esso è stato tuttavia doppiato in italiano grazie a una produzione internazionale, ma io comunque me lo sono visto in lingua originale memore del fatto che il regista tendeva ad utilizzare canzoni in stile celtico (parliamo difatti di Irlanda), che non sapevo come sarebbero state rese in italiano, né se gli adattatori avrebbero avuto o meno il coraggio di doppiarle in italiano.

Me lo guarderò anche in italiano, in futuro, ma per ora me lo son visto in inglese, e la valutazione è la medesima del suo fratello maggiore: si tratta anche stavolta di un gioiello da ogni singolo punto di vista, che peraltro ha anche il merito di durare un poco di più rispetto al suo predecessore: solo 75 minuti per The secret of Kells, e 93 per Song of the sea.

Eccone la trama molto sommaria: Ben e la sorellina Saorse vivono insieme al padre in un’isoletta che ospita un faro poco lontano dalla costa irlandese. La madre, sfortunatamente, è morta anni addietro nel dare alla luce Saorse, cosa di cui Ben incolpa alla sorellina, che tratta piuttosto male, riversando il suo affetto decisamente di più sul suo affezionato cane.
Quanto al padre, pur a distanza di sei anni, non ha ancora metabolizzato la scomparsa della moglie, di cui in effetti non vien detto quasi niente a inizio film, e di cui si scoprirà ben di più in seguito, grazie alla piccola Saorse, che è assai più di quanto non sembri.
In mezzo alla storia, vi finiranno creature fatate della natura, le cosiddette “selkie”, alle quali si contrapporranno i gufi capeggiati dalla strega Macha, la quale ha un suo progetto: quello di far sparire le emozioni umane per non dover vivere le sofferenze.

Come detto, Song of the sea - La canzone del mare è un gioiellino, e anzi un gioiello vero e proprio: visivamente è un incanto, proprio come lo era stato il suo predecessore; musicalmente è bellissimo; fa respirare a chi lo guarda sentimenti profondi ma al contempo con una certa lievità e delicatezza, e propone anche un insegnamento importante, ossia che le emozioni basse non vanno represse, nascoste chissà dove, ma vissute ed elaborate, ciò che peraltro è anche la base di ogni percorso di crescita interiore.

Cosa chiedere di più a un film d’animazione, che peraltro è anche molto originale nel suo tratto estetico?
Niente, e infatti Song of the sea - La canzone del mare è un capolavoro.
Tomm Moore entra così nel ristretto novero dei miei registi preferiti di tutti i tempi.

Chiudo la recensione con una bella frase tratta dal film:
 “Nessun’altra verità potrà mai superare la promessa di un tempo che fu.”

Fosco Del Nero



Titolo: La canzone del mare (Song of the sea).
Genere: animazione, fantastico.
Regista: Tomm Moore.
Anno: 2014.
Voto: 8.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 25 settembre 2018

Dio perdona… io no! - Giuseppe Colizzi (film western)

C’erano alcuni film del duo Bud Spencer-Terence Hill che non avevo mai visto, e segnatamente i primi, quelli di genere western, genere che non mi è mai piaciuto.
Tanto che negli anni avevo sempre snobbato anche Lo chiamavano Trinità e seguiti vari.

Tuttavia, di recente ho deciso di vedermi tutta la filmografia della mitica coppia, compresi i primi film, mai visti.

E così, dopo aver visto I quattro dell'Ave Maria, che peraltro mi è piaciuto decisamente, sono approdato a Dio perdona… io no!, rispettivamente il secondo e il primo film della coppia, entrambi diretti da Giuseppe Colizzi, che anni dopo li avrebbe diretti anche in Più forte, ragazzi!, filone del nuovo genere “esotico” (sarebbe seguito poi il filone “metropolitano”, il mio preferito).

Ma veniamo alla trama sommaria di Dio perdona… io no!, film del 1968: il film si apre con la scena di una strage su un treno, i cui passeggeri ed equipaggio sono stati tutti ammazzati, e l’oro che trasportava rubato. Hutch Bessy, detto Earp (Bud Spencer), lavora per un’agenzia di assicurazioni, sta indagando sul caso ed è giunto alla conclusione che dietro alla strage vi può essere una sola mente: quella del vecchio compare Bill Sant’Antonio (Frank Wolff)… il quale però è stato ufficialmente ucciso da Cat Stevens, detto Doc (Terence Hill), circa un anno prima.
I due, consultatisi, si mettono alla ricerca dell’uomo, convinti adesso che sia ancora vivo.

Dio perdona… io no! è un western serio, ancor più de I quattro dell'Ave Maria, che in qualche modo anticipava la verve umoristica che poi avrebbe accompagnato la coppia Spencer-Hill lungo tutto l’arco della sua carriera, e in un certo senso fa specie vedere i due così seri, specialmente Terence Hill, davvero cinico e tosto, doppiato ovviamente in modo diverso dal solito, mentre Bud Spencer, pur in tal film serio, conserva un ruolo da gigante buono, diciamo così, quindi più vicino al suo personaggio standard.

Il film è sufficientemente valido da esser visto in modo scorrevole, anche se si situa anni luce dietro quelli che lo avrebbero seguito (con l’eccezione di Miami supercops, l’unico mediocre), e pure dietro quello che lo avrebbe seguito a breve distanza, I quattro dell'Ave Maria, ben più ispirato.
Tuttavia, ha il grande merito di aver lanciato la coppia Bud Spencer-Terence Hill… e non è certo poco.

Due curiosità.
La prima è che nel film, mentre Bud Spencer si fa chiamare Earp, c’è un altro personaggio di nome Bud.
La seconda è più clamorosa: la parte di Terence Hill era stata assegnata a tale Peter Martell… il quale però, nei primi giorni delle riprese, si ruppe un piede durante un litigio con la fidanzata (?). È stato dunque sostituito con Terence Hill… e proprio tale casualità ha dato vita alla coppia più celebre del cinema italiano.

Fosco Del Nero



Titolo: Dio perdona… io no!.
Genere: western, drammatico.
Regista: Giuseppe Colizzi.
Attori: Terence Hill, Frank Wolff, Bud Spencer, Gina Rovere, Paco Sanz, Giovanna Lenzi, José Canalejas, Frank Brana.
Anno: 1968.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.