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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare.

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te.

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno.

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Se vuoi che il mondo cambi, inizia a darti da fare tu stesso.

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

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martedì 15 ottobre 2024

The place - Paolo Genovese

The place, film girato da Paolo Genovese nel 2017, è stata una bella sorpresa.

Partiamo dalle basi, una generale e una individuale-personale: la prima è che il film è tratto da una serie tv statunitense: The booth at the end.
La seconda è che mi è stato consigliato da un mio lettore per dei contenuti esistenzialmente interessanti… che ci sono, anche se in maniera un po’ traslucida.

Cominciamo con la trama sommaria del film, che in verità pare più un pezzo teatrale che un’opera cinematografica: in un bar-tavola calda di Roma, chiamato The place (realmente esistente) un uomo di mezz’età (interpretato da Valerio Mastandrea) è sempre seduto al medesimo tavolo, alla fine del locale, in praticamente qualsiasi ora del giorno e della notte (non si fa menzione di eventuali orari di chiusura). Sapendo che è sempre lì, ed evidentemente essendo ormai noto per le sue capacità, c’è sempre qualcuno che va a trovarlo per chiedergli di realizzare un suo desiderio.

Così, arriva la donna in crisi col marito, la ragazza che vuole diventare più bella, il padre che vuole ricongiungersi col figlio grande, il padre che vuole salvare la vita al figlio piccolo malato, l’uomo che desidera una certa modella e così via.

Il “genio”, che non si definisce né benigno né maligno, ma rimane misteriosamente sulle sue, si dichiara disponibile a esaudire ogni desiderio, ma più il desiderio è grande più domanda un prezzo elevato da pagare… che non è necessariamente una cattiva azione, come ho letto in qualche recensione del film, ma è un comportamento contrario ai valori, ai desideri o all’immagine che il singolo questuante ha di sé.

Così, a un bravo ragazzo viene chiesto di violentare una donna, al padre di famiglia viene chiesto di uccidere un bambino a sua scelta… perché sono evidentemente comportamenti contrari al loro essere più intimo.
Parallelamente, alla suora viene chiesto di unirsi con qualcuno e concepire un bambino, mentre al meccanico che non vuole dipendenze o prendersi cura di nessuno viene chiesto di difendere una bambina che potrebbe essere aggredita. Queste due ultime azioni non sono cattive (fare l’amore con qualcuno, difendere qualcuno), ma rappresentano comunque qualcosa di opposto agli istinti caratteriali dell’individuo.

La domanda di fondo del film è chiara: fin dove sei disposto a spingerti per veder realizzato un certo desiderio?
Una seconda domanda si aggiunge dopo: sei sicuro che quel desiderio era proprio quello che volevi e che rappresentava il tuo bene?

A fine film, giunge anche una terza considerazione, la quale forse è l’unico elemento veramente interessante in senso esistenziale del film, giacché quanto veniva prima può facilmente essere ricondotto alla morale: se il livello di base è rappresentato dalla genia umana, ossia anime incarnate alle prese con i desideri egoici della personalità, e un livello di sapienza-coscienza superiore è rappresentato dall’uomo che mette alla prova le varie persone, un livello ancora più elevato è rappresentato dal personaggio che non a caso è chiamato Angela (interpretato da Sabrina Ferilli): così come l’uomo-genio del bar dava agli esseri umani la possibilità di conoscere e di evolvere, la donna-cameriera-angelo dà all’uomo-genio la possibilità di evolvere anch’egli, andando oltre la sua condizione…

… ch’era evidentemente una condizione di mezzo, non troppo gradita, come l’uomo mostra sin da subito con la sua stanchezza e come dice apertamente a fine film.
Con ciò, The place mostra apertamente un’esistenza di tipo gerarchico, come effettivamente è.

Il valore esistenziale del film non sta tanto nelle questioni morali, che rappresentano la parte più “popolare” della questione, ma in tale visione gerarchica del creato, che rappresenta la parte più “sapienziale”.
È un po’ la stessa differenza che passa tra il livello essoterico e quello esoterico di una medesima religione, per chi capisce cosa si intende.

Detto questo, The place di Paolo Genovese è un ottino film, che non a caso è stato largamente premiato: come sempre, la qualità, soprattutto la qualità interiore, porta con sé risultati… e senza effetti speciali, inseguimenti, sparatorie, scene di sesso, adrenalina e dintorni, visto che l’intero film si svolge all’interno del bar che gli dà il titolo.

Fosco Del Nero



Titolo: The place.
Genere: fantastico, drammatico.
Regista: Paolo Genovese.
Attori: Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alessandro Borghi, Silvio Muccino, Alba Rohrwacher, Vittoria Puccini, Sabrina Ferilli, Silvia D'Amico, Rocco Papaleo, Giulia Lazzarini, Vinicio Marchioni.
Anno: 2017.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.



martedì 12 settembre 2023

Dov’è il mio corpo? - Jérémy Clapin

Ho guardato Dov’è il mio corpo? in quanto si tratta di un film d’animazione pluripremiato, per diversi motivi e in diversi contesti. Inoltre, si tratta di un film francese, e la scuola d’animazione francese è leader in Europa. Insomma, il pedigree era buono.

Tuttavia, mi son trovato davanti un prodotto a mio avviso davvero poco meritevole: privo di bellezza, di fascino e di motivi per esser visto. Una produzione Netflix, peraltro, con tanto di marchio di fabbrica (666 disegnato ed espressione “squadra e compasso” detta a voce), a cui si aggiunge il tono emotivo generale tendente alla depressione.
Forse l’ampio numero di premi deriva dalla provenienza in questione.

Ecco la trama di Dov’è il mio corpo?: il film comincia con una scena sanguinolenta, e precisamente con un giovane a terra in una pozza di sangue. Dopo di che, il tempo si biforca e mostra da un lato come ha fatto il giovane ad arrivare a quel momento, e dall’altro lato il percorso che segue la sua mano mozzata, partendo da una clinica medica, per ritrovare il suo corpo mancante (di cui al titolo).

Il genere del film, dunque, tecnicamente è fantastico, anche se di fantastico non c’è molto.
Le vicende di Naoufel, ragazzo che consegna le pizze ma non è molto bravo a farlo, sono piuttosto noiose.
Quanto alle vicende della sua “mano”… non è niente che non abbia già visto chiunque conosca La famiglia Addams (serie tv degli anni "60, film degli anni "90, la recente serie Mercoledì).

Il tratto grafico del film è piuttosto grossolano, forse in omaggio a un realismo che tuttavia non convince affatto, e non c’è nulla che convinca: personaggi e dialoghi sono banali, come è banale lo spunto della mano che va in giro da sola. 

Interessante che cerchi di tornare al proprio corpo d’origine, ma questo non basta certamente per trasformare un film modesto in un’opera di valore e apprezzabile.

Dov’è il mio corpo? è uno dei film d’animazione francesi più brutti che abbia mai visto (e ne ho visti tanti ormai)… ma è forse quello più premiato: l’unica spiegazione è che gli siano stati assegnati premi “di diritto”, come lascia supporre la provenienza e i due sigilli ben posti in evidenza (ho visto ormai centinaia di film d’animazione di tutto il mondo… e guarda caso proprio in quello Netflix vi sono il numero della bestia e il simbolo massonico per eccellenza).

A ogni modo, lasciando perdere tali questioni teoriche e passando alla pratica, Dov’è il mio corpo? è, semplicemente, un film men che mediocre, privo di motivi per esser visto, se non forse il rapporto tenero che viene a crearsi tra i due protagonisti, ragazzo e ragazza (coppia mista: anche questa è tematica propagandistica cara a Netflix e al globalismo).

Fosco Del Nero



Titolo: Dov’è il mio corpo? (J'ai perdu mon corps).
Genere: animazione, fantastico, drammatico.
Regista: Jérémy Clapin.
Anno: 2019.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui



martedì 8 agosto 2023

L’organo genocida - Shuko Murase

L’organo genocida è il secondo film d’animazione giapponese che vedo tratto dai romanzi dell’autore giapponese Project Itoh (pseudonimo di Satoshi Ito, peraltro morto ancora giovane): il precedente è stato L’impero dei cadaveri, che mi aveva colpito soprattutto per l’atmosfera e lo sfondo, certamente mutuati dal romanzo omonimo.

Entrambi i film sono ambientati in Europa, ma in modo molto diverso: se L’impero dei cadaveri disegnava un’ucronia fantastica rispetto al diciannovesimo secolo, L’organo genocida affronta le tematiche della guerra e dello spionaggio dei tempi moderni.

Se il primo film partiva da una Londra in stile steampunk, il secondo parte da Sarajevo, città sulla quale (in un 2015 alternativo, che tecnicamente, anche in questo caso, ci porta nel genere dell’ucronia) viene sganciata una bomba nucleare artigianale, evento che fa esplodere ovunque la guerra al terrorismo e che acuisce le tensioni tra le nazioni.

Aumentano largamente anche la sorveglianza e il controllo (solita dicotomia tra la libertà e la sicurezza, per cui si sacrifica la prima in omaggio alla seconda): non siamo ai livello della distopia, ma ci avviciniamo, tratteggiando sofisticate operazioni di spionaggio, gruppi di resistenza altrettanto ben organizzati, con tanto di trapianti di cornee, polpastrelli, etc, al fine di evitare certi controlli.

Molte democrazie sono divenute semi-dittatoriali o comunque fortemente manipolatrici-impositive (come è già ora, peraltro, anche se in molti ancora non se ne sono accorti), e il mondo in generale attraversa una fase di caos, per la quale è imputato soprattutto tale John Paul, il quale avrebbe scoperto delle dinamiche psico-linguistico-neurologiche capaci di scatenare fenomeni individuali e collettivi di violenza e genocidio.

Clavis Shepherd, giovane agente della CIA, viene assegnato il compito di individuare e arrestare Paul, considerato un pericoloso terrorista. Per far ciò, avvicina Lucia Skroupova, ex amante dell’uomo, la quale si guadagna da vivere insegnando il ceco agli stranieri che vanno a vivere nella Repubblica Ceca.
Non per niente, nel film è citato lo scrittore Kafka, come vengono fatte altre citazioni “colte”.

La trama de L’organo genocida è interessante, per quanto a tratti molto cervellotica.
Nella storia vi sono sia dialoghi e rapporti tra esseri umani, sia azione, sparatorie, sangue e scene splatter; non è certamente un cartone animato per bambini.

Nel suo essere maturo e crudo, nonché portatore di tematiche interessanti (collegamento tra linguaggio, neurologia, psiche e comportamento, per quanto con lo spunto semplicistico della “costrizione”), L’organo genocida si rivolge a un pubblico adulto sia come età anagrafica che come età interiore, diciamo così, e in ciò ha il suo valore… per quanto a tratti lo abbia trovato un po’ lento e non molto coinvolgente.

Il livello tecnico-esteriore dell’opera è buono e quello contenutistico-interiore ugualmente buono, anche se si sente la mancanza di un maggiore approfondimento umano, nonché una certa tendenza a tratteggiare scenari cinici.

Fosco Del Nero



Titolo: L’organo genocida (Gyakusatsu kikan).
Genere: anime, animazione, guerra, drammatico, ucronia.
Regista: Shuko Murase.
Anno: 2017.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 19 luglio 2023

Chi ha paura delle streghe? - Nicolas Roeg

Ho guardato Chi ha paura delle streghe? perché online avevo letto di una straordinaria interpretazione di Anjelica Huston, attrice che, pur nella sua particolarità, mi è sempre piaciuta, tra La famiglia Addams, I Tenenbaum, Le nebbie di Avalon, Crimini e misfatti, etc.

Inoltre, le premesse del film erano incoraggianti: tratto da un racconto di Roald Dahl, il film aveva dalla sua anche la collaborazione di Jim Henson, personaggio allora assai famoso sia per i televisivi Muppets, che per prodotti cinematografici come Labyrinth e Dark crystal.

Ecco la trama sommaria di Chi ha paura delle streghe?: il piccolo Luke, in vacanza con i suoi genitori dalla nonna Helga, in Norvegia, ascolta le sue storie sulle streghe… che non son solo storie, ma esperienze dirette, visto che alla donna manca il dito mignolo, proprio a causa di una strega.

La sfortuna vuole che i genitori del piccolo muoiano in un incidente automobilistico, per cui la nonna si trasferisce in Inghilterra, dove viveva il bambino, per prendersi cura di lui.

Una seconda sfortuna vuole che i due, in un albergo, si imbattano in una sorta di convegno di streghe, guidate da Eva Ernst, la Strega Suprema. La loro missione è uccidere tutti i bambini… o quantomeno trasformarli in topi, utilizzando una pozione elaborata proprio dalla grande e venerata strega.
Il primo a diventare un topo è Bruno Jenkins, un bambino goloso che Luke aveva conosciuto il albergo… e poi toccherà anche a Luke.

Chi ha paura delle streghe? è essenzialmente un film per bambini. È infatti tutto molto semplice e naif.
La trama è abbastanza inconsistente, i personaggi e i dialoghi non son mlto ben caratterizzati e il tutto si gioca sulle disavventure del bambino col gruppo di streghe.

All’interno di tale dinamica, la parte più notevole è senza dubbio il momento in cui le streghe, chiuse nel salone dell’albergo, si mettono "in libertà", rivelando il loro vero aspetto: tolgono parrucche, maschere facciali e il resto e si mostrano in tutta la loro bruttezza... una scena effettivamente d'impatto.

A parte questo momento particolare, Chi ha paura delle streghe? è un film mediocre, essendo un prodotto di intrattenimento di fascia bassa, senza intelligenza o carisma.

Fosco Del Nero



Titolo: Chi ha paura delle streghe? (The witches).
Genere: fantastico, commedia.
Regista: Nicolas Roeg.
Attori: Mai Zetterling, Anjelica Huston, Bill Paterson, Brenda Blethyn, Rowan Atkinson, Charlie Potter.
Anno: 1990.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 11 luglio 2023

A te che conosci l’azzurro del cielo - Tatsuyuki Nagai

Non mi ricordo per quale motivo mi fossi segnato A te che conosci l’azzurro del cielo, film d’animazione giapponese del 2019, quindi molto recente.
Forse, banalmente, lo avevo visto da qualche parte online, o consigliato o semplicemente descritto.

Sta di fatto che me lo son visto e che questa è la susseguente recensione.

Partiamo dalla trama, che parte come assai tipica, per poi evolvere in fantastica: siamo a Chichibu, un piccolo paese della prefettura di Saitama, da cui i giovani tendenzialmente vogliono andarsene perché non c’è granché.
Il film parte con una scena di parecchi anni prima, quando la giovane Akane inizia a prendersi cura della sorellina Aoi dopo la morte dei genitori in un incidente stradale… e con ciò rinuncia ad andare a Tokyo col fidanzato di allora Shinnosuke, il quale ci va da solo inseguendo il sogno di diventare un musicista professionista.
La storia riprende tredici anni più tardi, quando Aoi è una ragazza, Akane lavora nel municipio del paese e Shinno ritorna dopo una lunga assenza e un lungo silenzio… e ritorna in due forme differenti!

Una è lo Shinno più che trentenne che effettivamente è diventato un chitarrista di buona fama; l’altra è lo Shinno adolescente, cresciuto di nemmeno un giorno, che compare all’improvviso in un capanno fuori mano, dal quale peraltro non può uscire, come fosse una sorta di spirito relegato in quel posto.

Doppia complicazione: lo Shinno grande è ancora attratto da Akane, mentre lo Shinno piccolo inizia ad affezionarsi ad Aoi.

Lo dico in modo diretto: nonostante la buona realizzazione tecnica (disegni animati, fondali, colonna sonora, voci), A te che conosci l’azzurro del cielo è un prodotto puramente adolescenziale, nel senso che è piuttosto immaturo e che non propone bellezza, se non la bellezza visiva delle animazioni. 
Personaggi e dialoghi sono stereotipati e forzati, e nell’opera non c’è l’ispirazione delle grandi opere animate giapponesi.

A dirla tutta, il film mi ha discretamente annoiato per gli oltre 100 minuti di durata… il che non è certamente il massimo.

Non per niente, non avevo mai visto nulla di Tatsuyuki Nagai, regista per me esordiente e che terrò presente… ma in negativo.

Fosco Del Nero



Titolo: A te che conosci l’azzurro del cielo (Sora no aosa o shiru hito yo).
Genere: anime, fantastico, sentimentale.
Regista: Tatsuyuki Nagai.
Anno: 2019.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.




mercoledì 21 giugno 2023

Anche se il mondo finisse domani - Yuhei Sakuragi

Anche se il mondo finisse domani è un film d’animazione piuttosto interessante, dal momento che parte da una premessa originale e potenzialmente molto stimolante: nel Giappone contemporaneo, nel quale è ambientata la storia essendo per l'appunto un film giapponese, molte persone cadono morte all’improvviso, tanto che il fenomeno delle “morti improvvise” è onnipresente nei giornali e nei discorsi della gente.

A parte la grande attualità della questione (con la differenza che nel film non si conosce la causa delle morti improvvise mentre nella realtà la causa si conosce benissimo), lo spunto di partenza si rivela molto intrigante e potenzialmente assai ampio, anche se poi viene affrontato in modo molto limitato, diciamo così.

Essenzialmente, Anche se il mondo finisse domani rivela un mondo parallelo, nel quale tuttavia succedono cose diverse: nel Giappone “reale” vi è la società che conosciamo, mentre nel Giappone alternativo, dopo una dura guerra civile, si è instaurato il Principato del Giappone, un regime militare con a capo, teoricamente, una principessa, ma di fatto retto da un consiglio che decide da dietro le quinte.
Il problema è che i due mondi son talmente legati, che quando un individuo muore in uno, muore all’istante anche nell’altro… per l’appunto, senza una causa apparente.

I protagonisti della storia sono Shin Hazama e Kotori Izumi, due adolescenti compagni di scuola e amici d’infanzia, nonché segretamente innamorati l’uno dell’altra.
La madre di Shin è mancata, per “morte improvvisa”, quando era bambino, e ora viene a mancare anche il padre; subito dopo, ai due viene spiegata, da persone giunte dal mondo parallelo, la situazione congiunta dei due mondi, con tutto quello che ne consegue anche a livello politico: assassini mirati in un mondo che si riflettono nell’altro e viceversa.

Così, quella che è partita come una storia d’amore adolescenziale si trasforma rapidamente in una sorta di thriller d’azione, fatto di combattimenti e adrenalina… non il massimo, dal mio punto di vista.

Come non è il massimo il disegno, basato sulla computer grafica: assai più brutta dell’animazione tradizionale, basata sui disegni a mano, ma comunque passabile e guardabile.

Il peccato principale di Anche se il mondo finisse domani  è però un altro: lo spunto di partenza, davvero interessante, è stato sprecato per metter su un film di combattimenti tra androidi e tra mondi, laddove avrebbe potuto indagare qualcosa di assai più meritevole.

Fosco Del Nero



Titolo: Anche se il mondo finisse (Ashita sekai ga owaru to shite mo).
Genere: anime, fantastico, sentimentale, azione.
Regista: Yuhei Sakuragi.
Anno: 2018.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



martedì 6 giugno 2023

Fireworks - Vanno visti di lato o dal basso? - Akiyuki Shinbo

Non mi ricordo il motivo per cui mi sono imbattuto in Fireworks - Vanno visti di lato o dal basso?, film d’animazione giapponese girato nel 2017.

Se lo avevo trovato consigliato in qualche lista di film, chi lo consigliava ha preso una discreta cantonata, dal momento che Fireworks è un film piuttosto piatto e mediocre: né originale, né appassionante.

Ma partiamo dalla trama: Norimichi Shimada e Nazuna Oikawa son due compagni di scuola i quali provano una certa attrazione l’uno per l’altra. Vi sono però alcune complicazioni: la prima è che Norimichi è assai timido; la seconda è che Nazuna piace anche a Yusuke, il miglior amico di Norimichi, lui più esuberante di quest’ultimo; la terza è che per la ragazza è in programma un trasferimento altrove, assecondando la nuova relazione della madre, da tempo separata dal padre di Nazuna.
Tuttavia, in quel di Moshimo (questo è il nome del luogo in cui vivono) avvengono cose ancor più complicate, sotto forma di viaggi nel tempo, attivati da una sorta di biglia colorata.
A intrecciarsi con tutto ciò, e anzi a dare il titolo al film, vi sono i fuochi d’artificio programmati per un certo giorno in città.

Fireworks - Vanno visti di lato o dal basso? ha evidenti punti di forza ma, purtroppo, altrettanto evidenti punti deboli.
Tra i primi, l’aspetto visivo: i disegni e le animazioni sono belle… pur se la commisione tra il disegno a mano e la compouter grafica, come al solito, stona (ma meno che in altri prodotti).
Il prodotto è evidentemente curato (anche nella componente sonora, per quanto un po’ tendente al melodrammatico).

Tra i secondi, la poca La ragazza che saltava nel tempo o Your name; il primo per il tema dei viaggi nel tempo “in giornata”, il secondo per il problematico rapporto tra due adolescenti. 

Al di là di tali richiami, Fireworks non ha mordente: i personaggi non son ben caratterizzati e si dimenticano subito, i dialoghi non sono interessanti e il tutto è davvero adolescenziale, nel senso negativo del termine (ossia immaturo e banale).

Peccato, perché si poteva fare certamente di più partendo dalla base visiva (confidando che la smettano di mischiare disegno e computer grafica, perché l’accostamento è davvero poco naturale).

Fosco Del Nero



Titolo: Fireworks - Vanno visti di lato o dal basso? (Fireworks).
Genere: anime, commedia, fantastico, sentimentale.
Regista: Akiyuki Shinbo.
Anno: 2017.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 10 maggio 2023

Wizards - Ralph Bakshi

Wizards è il terzo film di Ralph Bakshi che recensisco: i primi due son stati Fuga dal mondo dei sogniIl signore degli anelli. Stiamo parlando, in tutti e tre i casi, di film d’animazione… per quanto dai risultati assai differenti in termini di qualità.

Se Il signore degli anelli, film del 1978, si difendeva bene, e anzi si rivelava essere un coraggioso tentativo di mettere su schermo parte della trilogia di Tolkien (più o meno metà… e molti hanno rimpianto la metà mancante), Fuga dal mondo dei sogni viceversa si rivelava una sorta di scarso scimmiottamento di Chi ha incastrato Roger Rabbit,.

Ma veniamo a Wizards: il film racconta di un futuro molto lontano, post apocalittico e post nucleare, in cui gran parte del pianeta è inabitabile e in cui le forze della magia e le forze della tecnologia sono in conflitto tra di loro. Tale conflitto è incarnato dai due gemelli Avatar e Montagar, figli della regina delle fate Delia, il primo buono e altruista e il secondo cattivo e dispotico.
Passati molti anni, il secondo ha elaborato un piano per distruggere i suoi nemici e prendere il potere, utilizzando armi a tutto spiano… compresa una tecnologia per la manipolazione mentale. Affinché che il piano non si realizzi, agiscono il gemello Avatar, ormai vecchio, la bella Elinore, il guerriero Weehawk e il robot riprogrammato Peace.

L’impronta di Ralph Bakshi si vede, poiché lo stile visivo è assai simile a quello de Il signore degli anelli, come è simile anche il contesto fantasy, per quanto qua mischiato con la tecnologia e le armi.

Senza dubbio fuori contesto è l’inserimento del film di scene del periodo tedesco nazista: fuori contesto e molto demagogico… anche se è interessante che sia stato inserito l’elemento della manipolazione e della propaganda, che lo stesso cinema, oltre che la televisione, avrebbe in seguito incarnato in pieno.

In generale, i “cartoni animati” di Baskhi son vividi e crudi, certamente più adatti agli adulti che non ai bambini. Wizards non fa eccezione: guerra, uccisioni, violenza, donne (o comunque creature femminili) nude, prostituzione, colori cupi. La stessa tecnica di animazione, il cosiddetto "rotoscope", è cupa e spigolosa piuttosto che colorata e morbida.
In tutto ciò, il film ha comunque i suoi motivi di interesse.

Concludiamo con due citazioni, molto intense e attuali.

“Figli miei, l’unica vera tecnologia è la natura.
Tutte le restanti forme di tecnologia sono perversioni.”

“Gli antichi dittatori usarono la tecnologia per rendere schiave le masse”

Fosco Del Nero



Titolo: Wizards (Wizards).
Genere: animazione, fantastico, fantasy. 
Regista: Ralph Bakshi.
Anno: 1977.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 21 marzo 2023

Jonathan Strange e Mr. Norrell - Peter Harness

Anni fa lessi Jonathan Strange e il signor Norrell, il premiato romanzo di Susanna Clarke da cui è stata tratta la serie televisiva oggetto della recensione odierna. Di più: l’ho riletto in tempi recenti poiché volevo rinfrescare i ricordi prima di guardare la serie in questione.

Il romanzo è piuttosto lungo, con le sue circa 900 pagine, mentre la serie tv se la cava con meno: è composta da sei episodi di una cinquantina di un’ora ciascuna, per un totale quindi di sei ore.
Non poco, ma nemmeno tantissimo, considerando quanto è ponderoso e ricco il testo originario.

Ecco la storia, ambientata in una sorta di Inghilterra alternativa, ove la magia è esistita, con tanto di libri e studenti (tecnicamente, quindi, il genere è fantastico-ucronico): siamo agli inizi del 1800 e l’Inghilterra sta combattendo contro la Francia di Napoleone. Sul suolo inglese la magia era una realtà comunemente accettata da tutti, parte della vita quotidiana, sino a tre secoli prima, allorquando il Re Corvo scomparve, portandosi dietro la magia… rimasta a quel punto una materia di studio esclusivamente teorico.
Sino a che compare Gilbert Norrell, il primo mago praticante da tre secoli a quella parte, il quale si pone come obiettivo di restaurare la magia inglese e di renderla un campo di studi rispettabile, da ciarlataneria di strada com’era diventata nel frattempo.
Dopo aver dato prova delle sue abilità, l’uomo si avvicina al governo inglese, collaborando per la guerra in corso, e prende un allievo, il solo altro mago effettivo che si sia trovato in giro: Jonathan Strange
Tuttavia, col tempo tra i due si creerà una certa distanza, considerata la visione irrimediabilmente differente che i due hanno relativamente alla magia e alla figura del Re Corvo.

Jonathan Strange e Mr. Norrell riesce in un’impresa non semplice: ricreare il mondo abilmente dipinto a colpi di pennello da Susanna Clarke, ch’era stata capace di creare un universo credibile, pur così differente da quello reale. La storia originale, inoltre, era ricca di personaggi memorabili, da Vinculus ad Arabella, dal Gentiluomo dai capelli lanuginosi a Childermass: anche questi sono stati tratteggiati in modo efficace, quale più quale meno, tanto ch’è facile che si impongano nella fantasia del lettore, anche nei riguardi dei personaggi del libro, almeno dal punto di vista visivo.

In tutto ciò, c’è una cosa ridicola: il libro della Clarke in Italia non è molto conosciuto, e la serie tv non è stata localizzata per il mercato italiano. Non è un problema per coloro a cui piace sentire i prodotti in lingua originale… magari facendosi aiutare dai sottotitoli, però dà l’idea del livello piuttosto basso del pubblico nostrano.
La cosa mi ha ricordato la situazione similare della serie tv Il maestro e Margherita: un’opera visiva meravigliosa… mai importata e doppiata in italiano. E in quel caso il romanzo di riferimento era di Bulgakov, ossia un classico russo, e non una donna contemporanea praticamente sconosciuta.

Pazienza: di mio ho segnalato Jonathan Strange e Mr. Norrell come una serie tv davvero bella, nella realizzazione, nell’atmosfera e nella trama.
La parte più bella della storia, forse l’unica non resa appieno, è il finale: l’ex maestro e l’ex allievo, che nel mentre erano diventati nemici, si trovano di nuovo riuniti sotto un obiettivo comune. Il primo rappresenta il sapere, la conoscenza; il secondo incarna l’essere, il fare. Se sapere ed essere son separati, ne derivano guai; quando invece si uniscono, tutto procede per il meglio e si possono ottenere grandi risultati.

Ed ecco che Jonathan Strange e Mr. Norrell fornisce anche un grande insegnamento.

Fosco Del Nero



Titolo: Jonathan Strange e Mr. Norrell.
Genere: serie tv, fantasy, ucronia.
Ideatore: Peter Harness.
Attori: Eddie Marsan, Bertie Carvel, Marc Warren, Ariyon Bakare, Enzo Cilenti, Charlotte Riley, Alice Englert, Vincent Franklin, John Heffernan, Edward Hogg, Paul Kaye, Brian Pettifer, Samuel West, Ronan Vibert.
Anno: 2015.
Voto: 8.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 10 gennaio 2023

Orlando – Sally Potter

Mi sono visto Orlando, film del 1992, in quanto mi era stato descritto come film interessante dal punto di vista esistenziale.
Purtroppo non è stato così, né il film mi è piaciuto troppo dal punto di vista cinematografico: doppio fiasco, dunque.

Ecco la trama, che oscilla tra lo storico, il drammatico e il fantastico: siamo nel 1600 e la Regina d’Inghilterra, avendo un debole per Orlando, un giovane dall’aria piuttosto androgina ed efebica, gli assegna sia un titolo che un compito… non invecchiare mai.
Il giovane non solo esegue il difficile compito, ma vi aggiunge qualcosa di suo: a un certo punto diventa donna. Senza farlo apposta: semplicemente una mattina si alza e ha un corpo da donna. 
Comincia così a vivere da donna, ma le questioni legali (formalmente risultava morto, ora risulta donna, non può dunque avere possedimenti) e il fatto di non invecchiare mai gli/le pongono dei problemi. Il fatto di avere un figlio (che a fine film si vede essere invecchiato sino ai cinque anni circa) aggiunge problemi ai problemi.

Orlando, tratto da un romanzo di Virginia Wolf, non mi è piaciuto granché, anche se ha i suoi punti di valore.
Non ho apprezzato la scelta di porre un vecchio uomo nei panni della Regina d’Inghilterra, né quella di porre quella che è evidentemente una donna, per quanto effettivamente dall’aria androgina, ossia la giovane Tilda Swinton, nei panni di un uomo. Nella seconda parte di donna, in effetti, è largamente più credibile, per androgina che sia (volendo utilizzare un solo attore per ambo le parti, tuttavia, il problema si sarebbe presentato o per l'una o per l'altra parte).
Non ho amato nemmeno i numerosi riferimenti diretti alla telecamera, quando il/la protagonista si gira a commentare qualcosa che è accaduto guardando negli occhi gli spettatori.
La trama e il salti temporali ugualmente non mi hanno conquistato.

Belli invece i costumi, l’ambientazione, a tratti i dialoghi, per quanto un po’ mentali e cerebrali, e ottima la recitazione della Swinton, attrice sempre brava (vista ormai in numerosi film: The beach, Doctor StrangeIl curioso caso di Benjamin Button, Il leone, la strega e l'armadio,  Solo gli amanti sopravvivono).

Se il film non mi entusiasmato come film (ma nemmeno depresso), la parte didattica si restringe alla canzone finale, cantata da un angelo nel cielo: essa riferisce che le differenze terrene, come quelle tra uomo e donna, o tra passato e futuro, sono superate, e che si è avuto accesso al momento presente, alla libertà, all’estasi e all’unità.
Il concetto in effetti è di valore… ma parliamo di pochi secondi, cantati in inglese e non tradotti, e senza sottotitoli a seconda del formato multimediale che si sta utilizzando. Pochino per giustificare la visione di un intero film secondo un’ottica di apprendimento spirituale... anche se poco è comunque meglio di niente.

In verità si potrebbe anche ipotizzare un superamento della dualità maschile-femminile nel corso del film, con la conquista dell’androgino spirituale… ma si starebbe facendo teoria, e piuttosto spinta, anche perché nella storia il personaggio alla fine rimane donna, non sembra aver superato granché e anzi sembra procedere per inerzia, senza che vi sia una sua volontà cosciente e consapevole dietro.

Complessivamente, Orlando si dimostra film non indispensabile, ma quantomeno originale e curioso, e con qualche elemento interessante.

Per dovere di cronaca, riporto l’unica frase esistenzialmente interessante che ho trovato nel film.

“Orlando è cambiata: non è più travolta dal destino, e da quando ha rinunciato al ricercare il passato ha scoperto che la sua vita cominciava.”

Fosco Del Nero



Titolo: Orlando (Orlando).
Genere: storico, fantastico, drammatico.
Regista: Sally Potter.
Attori: Tilda Swinton, Billy Zane, Lothaire Bluteau, John Wood (II), Dudley Sutton, Thom Hoffman, Peter Eyre, Quentin Crisp, Heathcote Williams, Charlotte Valandrey.
Anno: 1992.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



martedì 27 dicembre 2022

Spider-Man - Sam Raimi

Curiosamente, non avevo mai visto il film Spider-Man, nonostante regista e attori protagonisti mi fossero ben noti, e nonostante si tratti di uno dei supereroi più famosi e apprezzati di sempre.
Il punto, banalmente, è che i film sui supereroi non mi hanno mai attirato, né i fumetti che li hanno ispirati; in tale ambito, sono vergine o quasi.

A dirigere la conversione del fumetto di Stan Lee è Sam Raimi, di suo tendenzialmente specializzato in film horror… anche se forse più che film orrorifici bisognerebbe dire film grotteschi: La casa, L’armata delle tenebreDrag me to hell
Non gli mancano tuttavia incursioni in altri generi, come The giftIl grande e potente Oz e questo stesso Spider-Man.

Quanto agli attori protagonisti, abbiamo Tobey Maguire (Pleasantville, Seabiscuit, Le regole della casa del sidro), Kirsten Dunst (Intervista col vampiroPiccole donneElizabethtownMelancholia) e Willem Dafoe (Il luogo delle ombre, L’ombra del vampiro, Cera una volta in Messico).

Per chi non la conoscesse (io e qualcun altro, forse), ecco la trama di Spider-Man: Peter Parker è un ragazzo un po’ imbranato che vive nei sobborghi di New York, tanto imbranato da esser preso di mira dai bulli della sua scuola… ma anche da molti altri, a quanto pare. Una delle poche persone che gli mostra un poco di gentilezza è Mary Jane, sua vicina di casa di cui è invaghito da sempre.
Durante una visita a un museo di aracnidi, il ragazzo viene punto da un ragno “sperimentale” fuggito da una teca e, dopo una notte di trasformazione, acquisisce i poteri dei ragni: agilità, forza, lancio della tela, etc.
Dopo una fase di apprendimento, diviene una sorta di guardiano/supereroe della città… e naturalmente nel mentre si avvicina molto alla sua innamorata, nonostante i generosi tentativi di assassinarlo di Goblin, un uomo, padre del suo migliore amico, divenuto anch’esso superpotente, ma evidentemente inclinato al male e alla distruzione.

Spider-Man non mi ha deluso, ma nemmeno entusiasmato: è un discreto film di svago per famiglie.
Non so quanto fedelmente metta su schermo il fumetto di Stan Lee, ma so che non c’è molto di più che azione, buoni sentimenti ed effetti speciali.
I personaggi sono caratterizzati in modo piuttosto blando e prevedibile e niente colpisce lo spettatore alla ricerca di qualcosa in più del mero cinema da intrattenimento.

Nonostante le buone interpretazioni dei due attori protagonisti, che apprezzo entrambi e che all’epoca erano piuttosto giovani, non credo che mi guarderò i seguiti del film (che a dire il vero non so nemmeno quanti siano).

Alcune frasi del film, che pongono in evidenza l’unico elemento psicologicamente interessante del film: il proprio percorso e verso dove si vuole dirigere il proprio essere.

“Chi sono io?”

“Devi stare attento a quello che diventi”

“Ricorda sempre: da un grande potere derivano grandi responsabilità.”

“Noi siamo quello che scegliamo di essere: ora scegli.”

Fosco Del Nero



Titolo: Spider-Man (Spider-Man).
Genere: fantastico, azione.
Regista: Sam Raimi.
Attori: Tobey Maguire, Kirsten Dunst, Willem Dafoe, James Franco, J.K. Simmons, Bill Nunn, Rosemary Harris, Cliff Robertson, Joe Manganiello, Gerry Becker, Jack Betts, Stanley Anderson. 
Anno: 2002.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui



mercoledì 20 luglio 2022

Giovani streghe - Andrew Fleming

Non avevo mai visto Giovani streghe, piccolo film cult degli anni “90 al cui buon successo si deve probabilmente la successiva serie televisiva Streghe, non a caso successiva di appena due anni.

Ecco la trama sommaria del film diretto nel 1996 da Andrew Fleming (regista di cui ho visto solo un altro film, il successivo e altrettanto giovanile, per quanto diverso come genere, Nancy Drew): Sarah Bailey (Robin Tunney; futura protagonista di The mentalist) è una sedicenne con qualche problema, tra allucinazioni, depressione e tentato suicidio, la quale si trasferisce col padre a Los Angeles, per poi iniziare a frequentare una scuola cattolica. 
Dopo le prime schermaglie sociali, si unisce al trio composto da Nancy, Bonnie e Rochelle, ragazze talmente tanto anticonformiste e discostate dal resto degli studenti da avere fama di persone strane, se non vere e proprie streghe.
In effetti, la nomea è meritata e le tre, nel mentre divenute quattro, eseguono veri e propri rituali, che doneranno loro alcuni poteri, di cui abuseranno ben presto, suscitando qualche “incomprensione” tra le stesse ragazze.

Giovani streghe ha un target di pubblico evidentemente giovanile, sia nei temi fantastici, sia nell’inclinazione lievemente psico-orrorifica (sono presenti alcune scene potenzialmente disturbanti), ma anche nell’indole didattica.
Difatti, il film non è privo di insegnamenti; quello più evidente, magia o meno che sia, è che abusare del proprio potere è un male, il quale prima o poi si ritorce contro la persona abusante: vale per i poteri spirituali ma vale anche per il modo in cui si usano denaro, possibilità personali, etc. Da sottolineare anche il concetto di "gruppo di lavoro energetico": questo vale dalla meditazione di gruppo sino alla ritualistica. 
Non sono tuttavia gli unici concetti d’interesse presente nel film, per cui vado a citare alcune frasi.

“Come sopra, così sotto.”

“Devo annullare un incantesimo.”
“Una volta aperta la diga, come fai a richiuderla? Il tuo incantesimo ha rotto gli argini; non puoi annullarlo. Deve seguire il suo corso.”

“Non sta a te giudicare la sofferenza.”

“Il bene o il male giacciono nel cuore della strega.”

“Qualsiasi cosa inviate, tornerà al mittente triplicata. È una parte della verità spirituale di base, formulata in molti modi, in molte religioni: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.”
La cosiddetta “regola della reciprocità” è davvero presente in tante tradizioni filosofico-spirituale: dagli antichi greci fino all’ebraismo, dal confucianesimo fino al buddhismo, dal cristianesimo all’induismo (il principio del karma si basa su tale legge esistenziale).

“Il serpente è sempre stato una creatura magica e potente: dovresti rispettarlo.”

“Lui è in tutto il Creato.”

“Nella tua anima c’è il potere di sconfiggere chiunque ti sfidi, ma devi arrenderti al potere più grande.”

“Devi cercare dentro te stessa.”

Interessante è anche il riferimento ai quattro elementi della natura, i quali peraltro sono i mattoncini con cui è costituito il cosmo.

Ciò fa di Giovani streghe un film di buon valore, più nella sostanza che nella forma, a dire il vero, giacché né il cast né alcune parti della sceneggiatura mi hanno convinto.
Il film, comunque, all’epoca ebbe un certo riscontro, e come detto è ricordato come film di nicchia.

Fosco Del Nero



Titolo: Giovani streghe (The craft).
Genere: fantastico, drammatico.
Regista: Andrew Fleming.
Attori: Robin Tunney, Fairuza Balk, Neve Campbell, Rachel True,  Breckin Meyer, Skeet Ulrich, Christine Taylor, Assumpta Serna.
Anno: 1996.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 15 marzo 2022

Le jaguar - Francis Veber

Sono divenuto all’istante un fan di Francis Veber quando vidi La cena dei cretini, un capolavoro travolgente di comicità... e questo ancor prima che il film finisse, tanto che col tempo sono andato a vedermi tutti i film diretti dal regista francese. Non molti, ahimé.


In tale elenco, mancava ancora qualcosa da vedere, ed ecco la recensione di Le jaguar, che non ho mai trovato in italiano, giacché non è mai stato localizzato nella nostra lingua e dunque mi sono rassegnato a vedere in lingua originale coi sottotitoli in inglese. Meglio di niente… anche se la dissonanza tra il parlato francese e lo scritto inglese mi ha costretto a un qualche sforzo.

La prima cosa da dire di Le jaguar è che avrei riconosciuto lontano un miglio il marchio di Veber: lo stile, l’umorismo, la scelta dei nomi dei protagonisti, che come noto è ricorrente nelle opere del regista francese. In questo caso, abbiamo Jean Campana e François Perrin… proprio come ne La capra, e l’uguaglianza non è casuale, visto che i due film hanno un evidente parallelismo.
Difatti, i nomi dei due protagonisti sono uguali, in ambo i film uno dei due è più razionale e l’altro più originale (ma i ruoli sono invertiti tra i due film), in ambo i film c’è un personaggio bislacco che spariglia le carte e che chiude il triangolo (ne La capra è Marie, ne Le jaguar è Manu… stesse lettere iniziali, e persino il titolo del film propone sempre un animale), in ambo i film l’ambientazione è esotica (il Messico per La capra e il Brasile per Le jaguar).
 
La stessa scelta degli attori gridava a gran voce “Francis Veber”, giacché abbiamo subito in bella vista Jean Reno (Sta' zitto, non rompere, Due fuggitivi e mezzo, ma anche Wasabi, Subway) e Alexandra Vandernoot (La cena dei cretini, Le placard). Quanto a Patrick Bruel, è una primizia sia per Veber (almeno, che io ricordi) sia per questo blog.
Tra gli altri attori, da citare la bella Patricia Velasquez (la Anck-su-Namun de La mummia) e il duro Danny Trejo (amico di Rodriguez e Tarantino).

Ecco la trama sommaria di Le jaguar: Jean Campana è uno studioso della cultura tribale e sciamanica amazzonica, e sta accompagnando in qualità di interprete e guardia del corpo l’indigeno Manu a Parigi, per un evento ufficiale a sostegno della foresta amazzonica, quando l’uomo sudamericano si imbatte in François Perrin, un giovane uomo affabulatore e scaltro, ma parecchio bugiardo e manipolatore. Manu, tuttavia, vi vedrà un’anima buona, e sosterrà che si tratta del “prescelto”, di colui che dovrà restituirgli l’anima che gli è stata rubata.
"Da chi", "come" e "dove" sono gli interrogativi che si pone Campana, mentre Perrin crede si tratti di un mucchio di sciocchezze… tuttavia si presta a partire per il Brasile perché in città è braccato dagli sgherri di un malavitoso a cui deve dei soldi. Così comincia l’avventura che coinvolgerà i due uomini, ma anche il cattivo Kumaré e la bella Maya, oltre che lo stesso sciamano Manu, seppur a distanza e sopra il letto di un ospedale parigino.

Le jaguar è un bel film, non c’è molto da dire: come tutti i film di Veber di quegli anni (“80 e “90) non è imperdibile, ma è vivace e gradevolissimo. Tuttavia, per quanto mi riguarda, i suoi migliori lavori rimangono La cena dei cretini, Una top model nel mio letto e Le placard… ossia i suoi ultimi lavori, anche se non ho visto il suo ultimissimo film, datato 2008 e che è stato un fiasco al cinema, fatto che con tutta probabilità ne ha interrotto la sua non troppo prolifica ma qualitativamente ottima carriera.
Quanto a La capra, sta una spanna sopra a questo Le jaguar, comunque discreta produzione per umorismo, recitazione e originalità.

Fosco Del Nero 



Titolo: Le jaguar (Le jaguar). 
Genere: commedia, fantastico.
Regista: Francis Veber.
Attori: Jean Reno, Patrick Bruel, Harrison Lowe, 
Patricia Velasquez, Danny Trejo, Roland Blanche, François Perrot, Francis Lemaire, Alexandra Vandernoot, Gil Birmingham.
Anno: 1996.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.




martedì 1 marzo 2022

A quiet place - Un posto tranquillo - John Krasinski

A quiet place - Un posto tranquillo, film diretto da John Krasinski nel 2018, ha avuto un ottimo successo di pubblico e di critica, tanto da aver generato già un seguito. 
Tuttavia, nonostante il largo consenso di cui ha goduto, con tanto di vari premi e nomination, non mi ha convinto per niente.

Cominciamo dalla trama, esposta sommariamente: nel 2020 la popolazione umana e animale del pianeta è decimata, per non dire quasi del tutto scomparsa, a seguito dell’invasione di una potentissima razza aliena, cieca ma dall’udito finissimo. Le creature, che paiono degli alti aracnidi corazzati, giungono correndo non appena viene prodotto un rumore di una certa consistenza, e inevitabilmente uccidono colui che lo ha prodotto.
La razza umana ha appena fatto in tempo a capire di cosa si trattava prima di esser spazzata via, e i sopravvissuti sono pochissimi, anche perché qualunque minimo rumore viene punito nel giro di cinque-sei secondi.
La famiglia Abbott, composta dal padre Lee, dalla madre Evelyn, dalla figlia Regan, e dal figlio Marcus, è sopravvissuta, a circa 470 giorni dall’invasione, facendo silenzio e parlandosi col linguaggio dei segni, che già conosceva poiché la figlia maggiore è sordomuta.
Tuttavia gli errori sono sempre dietro l’angolo, e proprio per via di un errore un anno prima è morto il figlio minore Beau. Peraltro, Evelyn, interpretata dalla brava Emily Blunt (Il diavolo veste PradaLooper - In fuga dal passatoI guardiani del destinoI fantastici viaggi di Gulliver, Il ritorno di Mary Poppins), è incinta e prossima al parto, il che crea parecchi problemi…

Perché non mi è piaciuto molto A quiet place - Un posto tranquillo
Semplicemente perché la sceneggiatura non sta in aria: ha più buchi di uno scolapasta, e per un film non è un difetto di poco conto.

Andiamo ad elencare: come è giunta la razza aliena sul pianeta? Non viene mai detto, anche perché nel film praticamente non si usano dialoghi, visto che parlando ci sarebbe il rischio di essere attaccati da un alieno. Di sicuro non viene dallo spazio, visto che si tratta evidentemente di animali predatori e non di essere senzienti.
Allora non è aliena come prospettato, ma terrestre? Ma allora come ha fatto tale razza a occupare l'intero il pianeta, tutto quanto, nel giro di breve tempo, e senza che l’umanità potesse accorgersi della cosa e opporvisi?

Questo è il secondo punto critico: basta fare un rumore e dopo pochi secondi si è attaccati da uno dei suddetti mostri… il che implica una loro presenza massiccia sull’intero globo.
Se dopo cinque-sei secondi vengo attaccato, vuol dire che, per veloce che sia quell’animale, deve già essere in zona, il che implica una presenza capillare della razza sul pianeta (però se non si fanno rumori e si va in giro non se ne vedono, il che vuol dire che la presenza non è così diffusa).

Inoltre, se ogni essere vivente viene ucciso dopo pochi attimi, allora ogni vita animale dovrebbe esser stata presto estinta sull’intero pianeta… e dunque come si nutrirebbe la razza predatrice, avendo già eliminato tutte le creature viventi (esseri umani compresi), perlomeno quelli da essa identificabili e lontani dalle zone rumorose?

Qua arriva un altro grande non senso del film: si sa che l’alieno ode i rumori che avvengono nelle zone silenziose, ma non può nulla se c’è qualche rumore più forte che copre tutto quanto, come lo scorrere di un fiume o lo scrosciare di una cascata. Infatti, il padre porta il figlio proprio in una zona simile vicino a casa loro, fiume e cascata, e gli spiega che lì sono al sicuro.
D'accordo, mi sta bene... ma allora perché non sono andati a vivere vicino alla cascata?? 
Vi è una legge non scritta per cui i personaggi dei film horror devono essere stupidi… ma qui si esagera.

Ultimo punto, anch’esso sufficiente a invalidare per bene la sceneggiatura e la sua credibilità: il grosso del film avviene a circa 470 giorni dall’attacco degli alieni, ossia quasi 16 mesi dopo.
Evelyn, a quel punto, è incinta da otto mesi e più, e ormai prossima al parto… il che vuol dire che il bambino è stato concepito sette-otto mesi dopo l’attacco. Quale persona sana di mente, che ci tiene a sopravvivere, concepisce un bambino sapendo che nei pressi c’è una razza aliena super-udente che attacca e uccide dopo cinque-sei secondo dall’emissione di un forte rumore? Pensavano forse che il neonato non avrebbe mai pianto, o che la donna non avrebbe emesso neanche un fiato durante il parto?
In effetti, il neonato nasce… e non piange, bontà loro e degli sceneggiatori.

Ancora: la famiglia va in giro a piedi scalzi per evitare di far rumore con le scarpe. A parte che la cosa mi pare eccessiva e poco sensata, visto che le scarpe non fanno rumore e nel film viene detto che le creature sono attirate solo dai rumori forti, non da quelli lievi; peraltro andare in giro nella natura, tra sassolini e spine, non mi pare l’idea migliore del mondo, poiché vi sarebbe il forte rischio di urlare per un qualche dolore. Ma facciamo finta che sia ok: tuttavia, è decisamente meno ok che un gruppo di persone che cammina scalzo non stia bene attento a dove cammina... e che lasci spuntare, in bella evidenza, un grosso chiodo dalle scale.
Sembra "quasi" fatto apposta affinché qualcuno ci metta un piede e poi debba trattenere un urlo... 
Tra l'altro, a Evelyn in quel chiodo si era impigliato un sacco, per cui avrebbe dovuto accorgersene e provvedere all'istante. 

Andiamo avanti: le creature aliene son cieche, vien detto… ma allora dovrebbero essere proprio loro la fonte maggiore di rumori, visto che dovrebbero andare a sbattere dappertutto, specialmente in contesti chiusi e dallo spazio ridotto come case e costruzioni umane. Dovrebbero dunque attirarsi continuamente a vicenda, e invece no: loro sono super-silenziose, sentono rumori a grande distanza e giungono all'istante sul posto!

Altro dettaglio: la madre sta per partorire, il padre e il fratello sono fuori in esplorazione, e cosa fa la figlia maggiore? Se ne va in giro da sola, lasciando nei guai la madre… ma questa incongruenza scompare di fronte a quelle elencate precedentemente.

Peccato, perché l’idea di fondo di A quiet place - Un posto tranquillo era valida, come è valida tutta l’esecuzione del film a livello tecnico: ottimi attori, bella fotografia, buona regia, buoni effetti speciali. Non ci sono dialoghi, come detto, e nemmeno colonna sonora, sostituita spesso da fastidiosi rumori di sottofondo, tesi a creare tensione ma più realisticamente producenti fastidio.

Nel complesso A quiet place - Un posto tranquillo mi è sembrato un film ben diretto, ma diretto soprattutto a un pubblico mediocre, amante della suspence generica e che non si fa troppe domande sulla coerenza di una trama. Peccato.

Fosco Del Nero 



Titolo: A quiet place - Un posto tranquillo (A quiet place). 
Genere: horror, fantastico.
Regista: John Krasinski
Attori: Emily Blunt, John Krasinski, Millicent Simmonds, Noah Jupe, Cade Woodward, Evangelina Cavoli, Ezekiel Cavoli, Doris McCarthy.
Anno: 2018.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 12 gennaio 2022

Snowpiercer - Bong Joon-ho

Dopo Parasite e The host, ecco il terzo e credo ultimo film di Bong Joon-ho recensito nel blog: Snowpiercer.

Dico “terzo e credo ultimo” giacché il regista sudcoreano, nonostante un indubbio talento, soprattutto per la parte visiva delle sue opere, tende, come sovente fa il cinema orientale, al grottesco e al melodrammatico… senza contare che la sceneggiatura ha più buchi di un noto formaggio svizzero.

Andiamo con ordine, partendo dalla genesi: Snowpiercer è tratto da un fumetto francese, Le Transperceneige, di genere fanta-politico-distopico. La vocazione occidentale e internazionale dell’opera è visibile anche nel cast scelto per metterla in scena, fatto di attori hollywoodiani con l’eccezione dei due attori feticcio di Bong Joon-ho, ossia il maturo Song Kang-ho e l’allora piccola Ko Ah-Sung.

Peraltro, la scelta stessa degli attori non può esser stata casuale, giacché, nel ruolo di dissidente anziano del regime distopico si è posto John Hurt, già protagonista di Orwell 1984, nel ruolo di capo del suddetto regime si è posto Ed Harris, l’uomo-Dio nella luna di The Truman show (da ricordare anche A beautiful mind) e come dissidente giovane si è messo Chris Evans, giovane supereroe de I Fantastici 4 e di tanti altri titoli del genere (di mio, l’ho visto anche in London, Sushine e Push).

Anche il resto del cast è composto di attori hollywoodiani di non primissima fascia, ma di buona qualità: la brava e mutevole Tilda Swinton (The beach, Il ladro di orchideeIl curioso caso di Benjamin Button, Doctor Strange), la super-caratterizzata Octavia Spencer (La forma dell'acqua - The shape of water, The help), il vivace Jamie Bell (Billy Elliott, The eagle) e il sempre bizzarro Ewen Bremner (Trainspotting, Perfect sense). Un cast non top, dunque, ma ampio e di buon livello.

Il problema di Snowpiercer, tuttavia, non è il cast, ma proprio la sceneggiatura, che imbarca acqua su più fronti.

Leggiamo la trama sommaria del film: nel 2031 il mondo è preda di un’era glaciale che ha quasi eliminato l’umanità. Gli unici sopravvissuti sono coloro che si trovano a bordo del Snowpiercer, un lungo treno ad alta tecnologia, capace di generare da sé l’energia che gli serve e dunque autosufficiente. Esso si muove in un binario che percorre tutta la Terra, lunghissimi ponti compresi.
Il creatore di tale meraviglia tecnologia è il potente Wilford, il quale, manco a dirlo, vive nella parte agiata del treno, quella davanti, mentre nella coda vivono le classi sociali meno importanti, le quali sono sfruttate e anzi spesso vilipese, allo scopo di farle rimanere al loro posto.
Tale convivenza sfocia inevitabilmente ogni tanto in qualche sommossa… e per l’appunto ne sta preparando una Curtis, il nuovo leader dei rivoltosi, giacché il precedente, Gilliam, è ormai piuttosto anziano, oltre che disabile.
Curtis e i suoi compagni hanno un piano: arrivare fino alle prigioni e liberare Namgoong Minsu, specialista in sistemi di sicurezza, il quale dovrebbe sapere come aprire man mano le porte del treno fino ad arrivare alla sua testa, dove vive Wilford.

Snowpiercer, come gli altri film che ho visto di Bong Joon-ho, alterna molta bellezza visiva, frutto di una fotografia eccellente, e anche alcuni momenti di forte intensità scenica, a molti altri momenti grotteschi, tendenti al sanguinolento o semplicemente insensati. In effetti, tutta la storia è priva di senso, dal treno che da anni gira su binari su cui nessuno fa manutenzione e che in teoria dovrebbero in tanti punti essere divenuti inservibili o invasi da rocce, frane o altro, alla convivenza forzata in ambienti ridotti… senza contare la “soluzione alimentare” che s’è trovata per nutrire tante persone viventi in un ambiente relativamente piccolo.
Pure i passatempi oziosi delle classi agiate non hanno alcun senso, come non ne ha la condotta poliziesca, ovviamente stupida, dei guardiani dei vari settori.

Insomma, globalmente parlando Snowpiercer è piuttosto pacchiano come storia ed eventi. La fotografia è ottima; la recitazione buona, pur nello stile un po’ grottesco che a quanto pare piace al regista; gli effetti speciali dicon la loro; la caratterizzazione dei personaggi è un po’ naif, e parimenti sono un po’ leggeri i dialoghi, i quali peraltro sono ciò che rivela la natura di un film e il progetto che gli sta dietro: l’obiettivo di Snowpiercer era di intrattenere il largo pubblico in modo spettacolaristico e di porre in evidenza alcune tematiche (disuguaglianza sociale, inquinamento, energia), per quanto in modo leggero, un modo per l’appunto adatto al largo pubblico.

A meno che il film non avesse un altro obiettivo, dal momento che, a proposito di narrazioni distopiche, Snowpiecer propone molti degli elementi dell'agenda mondialista.
Per esempio: 
- la sottomissione totale dell'essere umano "comune",
- il dominio da parte dell'élite dominante,
- la visione dell'umanità come di parassiti da diminuire di numero e da controllare a livello psichico,
- un forte senso di autoritarismo/controllo, 
- propaganda e dominio diretti soprattutto alle nuove generazioni,
- bambini e sangue umano considerati come cibo per l'élite,
- scarafaggi e insetti vari dati come cibo al popolo comune,

A proposito del cannibalismo, a un personaggio, a un certo punto, dice: "Sai cosa non sopporto di me? Che conosco il sapore degli uomini... e i bambini sono più buoni".
Siam davvero molto vicini a certi ambienti occulti.

Rimanendo sul prodotto eminentemente cinematografico, con Snowpiercer, Bong Joon-ho è incappato nel terzo strike, per cui credo che da qui in avanti lo ignorerò… a meno che non legga di un suo importante cambio di passo “interiore”, dal momento che a livello visivo-esteriore il regista coreano sa già il fatto suo.

Fosco Del Nero



Titolo: Snowpiercer (Seolgug-yeolcha).
Genere: fantastico, distopico.
Regista: Bong Joon-ho.
Attori: Chris Evans, Song Kang-ho, Ed Harris, John Hurt, Tilda Swinton, Jamie Bell, Octavia Spencer, Ko Ah-Sung, Kenny Doughty, Ewen Bremner.
Anno: 2013.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.



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