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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare.

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te.

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno.

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Se vuoi che il mondo cambi, inizia a darti da fare tu stesso.

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

mercoledì 27 settembre 2017

Inside out - Pete Docter

Parlando di animazione, preferisco nettamente quella orientale a quella occidentale: più matura, più profonda, con maggiore propensione all’arte e meno alla comicità semplice e sovente pacchiana.

Tuttavia, ogni tanto mi guardo anche qualcosa di occidentale (per meglio dire, di statunitense, visto che l’animazione europea, più rara e quasi sempre francese, è ben diversa come stile), e stavolta è toccato a Inside out, film del 2015 vincitore del premio Oscar per l’animazione.

Diretto, va detto, da quel Pete Docter già regista di Monster & Co. e Up, altri film premiati, nonché sceneggiatore di Toy story e Wall-E.
Insomma, uno che nel ramo ci sa fare… e si vede.
Film Pixar distribuito dalla Walt Disney, per la cronaca.

Partiamo subito con la trama di Inside out, film dagli incassi strepitosi: la protagonista del film è Riley, ragazzina di undici anni vivace e appassionata di hockey che sta traslocando con la famiglia dal Minnesota a San Francisco… con tutto ciò che ne consegue a livello di problematiche, di casa nuova, di diverso stile di vita, di diverso clima, di nuova scuola, etc.
Anche se, a dire il vero, le vere protagoniste sono le sue emozioni interiori: Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto, giacché la storia si svolge soprattutto dentro, e non tanto fuori.

Quattro emozioni negative su cinque: una scelta curiosa, ma perlomeno l’unica positiva ha una sorta di ruolo da capitano a reggere la baracca.
Da citare anche il simpatico amico immaginario Bing Bong, oramai dimenticato da Riley e vivente nel suo inconscio.

La baracca in questione va disfacendosi per via delle difficoltà di vita di Riley (fuori) e per via di alcuni problemi delle emozioni (dentro).
Di fatto, il viaggio e la storia è più interiore che esteriore, e anzi quanto avviene nella vita di Riley è dipinto come un riflesso automatico dei meccanismi emotivi interiori… fatto esistenzialmente interessante, tra l’altro, ma non addentriamoci in questo discorso.

Essenzialmente Inside out è una commedia, con venature umoristiche e fantastiche assai spiccate, anche se non mancano momenti di tristezza.
Nel complesso, il film si fa guardare bene, è supersimpatico e supercolorato, e credo si farà ricordare con facilità, data anche la sua sceneggiatura piuttosto innovativa.

Peccato che gli manchi uno sfondo di profondità più spiccato, che ne avrebbe fatto una sorta di film didattico e di formazione, mentre così è solo una storia piacevole, divertente e originale.

Il che comunque non è poco, intendiamoci, da cui la valutazione nettamente positiva.

Fosco Del Nero



Titolo: Inside out (Inside out).
Genere: animazione, fantastico, commedia.
Regista: Pete Docter.
Anno: 2015.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui

martedì 26 settembre 2017

Storia di una ladra di libri - Brian Percival

Non conoscevo Storia di una ladra di libri, film diretto nel 2013 da Brian Percival: me lo ha consigliato niente meno che un ragazzo kashmiro a Srinagar, e io gli ho dato retta e me lo sono visto.

Ho fatto bene, direi, e anzi ho trovato il film molto tenero… anche se a ben vedere tratta di temi assai duri: la morte, la prigionia, l’essere orfani, il tutto come al solito in salsa anti-nazista, unico elemento del film con cui partivo prevenuto un po’ perché la storie anti-naziste e pro-sioniste mi hanno annoiato da tempo, un po’ perché, essendo la storia scritta dai vincitori, c’è il fortissimo rischio che anche questa sia stata distorta, come infatti sostengono in tanti.
Senza parlare di tutti i popoli che sono stati maltrattati nella storia, Europa compresa, cosa per cui non si capisce come mai si vada a parare sempre lì.

Cioè, in realtà si capisce, ma è un altro discorso, e lasciamo perdere questo dettaglio, che alla fine nel film è più che altro sfondo, e vediamo la trama sommaria di Storia di una ladra di libri, film tratto dal libro di Markus Zusak La bambina che salvava i libri: siamo in Germania nel 1939, e Liesel Meminger (la bravissima Sophie Nélisse) è rimasta orfana, senza nessuno.
Il padre è morto, la madre l’ha lasciata poiché è fuggita dalla Germania per le sue idee politiche, e il fratellino è morto. Risultato: la bambina è data in adozione ad Hans (Geoffrey Rush; I pirati dei Caraibi - La maledizione della prima luna, I pirati dei Caraibi - La maledizione del forziere fantasma) e Rosa Hubermann (Emily WatsonEquilibrium), che la alleveranno come una figlia, ricambiati nell’affetto.

I due hanno ugualmente idee anti-hitleriane (ma dai…), tanto da accogliere in casa e proteggere il fuggiasco Max, che svilupperà una tenera amicizia con Lisa, amica anche del coetaneo Rudy Steiner.

Tra l’altro, Lisa è analfabeta, e imparerà a leggere un po’ a scuola, e un po’ a casa con le cure di Hans e di Max.

Il regime nazista, e la guerra mondiale, rimangono sullo sfondo, ma ovviamente influiscono sulla storia: alcuni personaggi vengono prescritti per l’esercito, altri spariscono e non si vedono più, e la gente passa molte serate nei basamenti anti-bombardamenti.

Essenzialmente, Storia di una ladra di libri è una storia di formazione… e non della sola Lisa, ma un po’ di tutti i personaggi, che danno l’idea di crescere durante il narrato: Rudy, Hans, la moglie Rosa, etc.
Persino i libri sembrano crescere insieme a Lisa.

Il tutto assume i contorni di una favola adulta: molti protagonisti sono bambini e ragazzini, ma la storia è grande, e molto tenera, come dicevo.

Film un po’ triste per tanti versi, ma assolutamente promosso.

Fosco Del Nero



Titolo: Storia di una ladra di libri (The book thief).
Genere: drammatico, sentimentale, storico.
Regista: Brian Percival.
Attori: Geoffrey Rush, Emily Watson, Sophie Nélisse, Ben Schnetzer, Nico Liersch, Joachim Paul Assböck, Kirsten Block, Sandra Nedeleff, Rafael Gareisen.
Anno: 2013.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 20 settembre 2017

Zebraman - Takashi Miike

Sin da quando ero adolescente sono appassionato del mondo giapponese, e della sua espressività nelle sue varie forme: fumetti, musica, serie animate, e ovviamente film.

Dunque, mi sono visto tanti film giapponesi, e ogni tanto me ne guardo qualcuno, di solito preso a caso da qualche elenco…

È successo così con Zebraman, film diretto nel 2004 da Takashi Miike, regista nipponico estremamente prolifico, e noto per i suoi contenuti bizzarri, e spesso tendenti allo splatter e alle turbe psicologiche (anche sessuali, leggo online).

Sarà per questo che non lo avevo mai incontrato, anche se non è per questo motivo che Zebraman non mi è piaciuto.

A parte i film sanguinolenti e violenti, guardo sempre con una sorta di affettuosità i film giapponesi, e i loro personaggi protagonisti, essenzialmente perché entrambi agli occhi di noi occidentali sono assai ingenui, tanto che, almeno a me, suscitano tenerezza.
È stato così anche per Zebraman, film tutt’altro che violento, e anzi quasi tendente al sentimentale e al tenero, anche se non disdegna di proporre qualche scena splatter.

Ecco in sintesi la trama del film, che è una sorta di omaggio alle serie televisive di qualche decennio fa (anni "60) sui supereroi, come Ultraman e Megaloman: siamo nel 2010, e in una cittadina del Giappone avvengono episodi e avvistamenti strani, aventi per oggetto creature bizzarre e omicidi.

Shin'ichi Ichikawa è un ometto tutto sommato trascurabile: la moglie lo considera poco, la figlia gli è molto lontana, e il figlioletto non lo ha in grande simpatia perché, in quanto figlio del professore della scuola, viene trattato male da molti bambini.

Unica distrazione-passione di Ichitaka: la realizzazione del costume di Zebraman, un supereroe di una serie tv di molti anni prima… curiosamente, conosciuto anche dal bambino nuovo arrivato nella scuola, Shinpei.
I due ne parlano, e un bel giorno Ichitaka si prova il costume di Zebraman che lui stesso ha fatto… scoprendo man mano di ottenere così i suoi stessi poteri.
Si impegnerà così per salvare la scuola e la città dall’attacco di una razza aliena…

Un po’ mi dispiace dare una valutazione bassa a Zebraman, per quanta tenerezza mi ha fatto: però onestamente occorre dire che il film è mediocre sotto ogni punto di vista, e anzi men che mediocre: sceneggiatura, recitazione, non parliamo poi degli effetti speciali.

Ma d’altronde, il tutto è girato con l’intenzione di fare una copia dei film di serie B di decenni fa: esperimento riuscito in pieno.
Decenni fa, ma in mezzo c’è una parodia di Sadako, la bambina cattiva di Ringu (il nostro The ring).

Ma qualche sorriso ogni tanto non basta a mio avviso, e il mio consiglio è di cercarvi qualche altro film giapponese.

Fosco Del Nero



Titolo: Zebraman (Zeburaman).
Genere: grottesco, drammatico, fantastico.
Regista: Takashi Miike.
Attori: Shô Aikawa, Kyoka Suzuki, Atsuro Watabe, Yui Ichikawa, Koen Kondo, Naoki Yasukôchi, Makiko Watanabe, Keisuke Mishima, Yu Tokui, Yoji Tanaka, Arata Furuta.
Anno: 2004.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 13 settembre 2017

The prestige - Christopher Nolan

Che Christopher Nolan sia un grande regista non ci piove: i suoi film hanno sempre una sceneggiatura di valore e un’esecuzione spesso impeccabile dal punto di vista tecnico.

Tuttavia, qualcosa nei suoi lavori non me lo fa apprezzare appieno, nel senso che in essi manca qualcosa a livello di profondità: c’è tecnica, c’è ingegno, ma manca lo spessore interiore che li renderebbe lavori di spessore.

Perlomeno, parlo dei film che ho visto finora, ossia MementoInception Interstellar.... tutti e tre valutati piuttosto bene, ma senza che nessuno di loro mi abbia entusiasmato.

Con The prestige è andata ancora peggio, nel senso che il film mi è sembrato ancora più sbilanciato sul lato della tecnica realizzativa (ottima) piuttosto che su quello dello spessore.

Ma veniamo alla trama di The prestige, che probabilmente è il film che ha consacrato Nolan come regista di grande livello: siamo a Londra alla fine dell’Ottocento e siamo alle prese con i giochi d’illusione. Si parte con l’illusionista Alfred Borden (l’ottimo Christian Bale; Equilibrium, The new world - Il nuovo mondo) in carcere e in attesa di esecuzione sommaria per l’omicidio dell’altro illusionista e rivale Robert Angier (l’altrettanto ottimo Hugh Jackman; HumandroidL’albero della vita, Scoop).

Il film racconta come si è arrivati a quel punto… e ci si arriva con una trama senza esclusione di colpi e di rivelazioni. Alcune anche di vera e propria fantascienza, occorre dirlo.
Tanto che si tira in ballo il geniale inventore Nikola Tesla (David Bowie; memorabile in Labyrinth, ma intravisto anche in Bandslam).

Da citare anche i personaggi di John Cutter (Michael Caine, ottimo anche lui; Sleuth - Gli insospettabili, Hannah e le sue sorelle, I figli degli uomini) e di Olivia Wenscombe (Scarlett Johansson; Match point, Vicky Cristina Barcelona, The island, Lucy). Non c'è che dire: il cast è di grande valore, come praticamente ogni aspetto tecnico del film, dalla fotografia al montaggio.

The prestige ha una cosa curiosa: tra i due personaggi rivali, ugualmente fissati e per certi versi privi di scrupoli, non vi è un buono ed un cattivo, tali per cui lo spettatore sia portato a simpatizzare naturalmente per il primo, ma sono proposti entrambi con le loro debolezze e le loro ambizioni, e il film, tra un dispetto e l’altro, sovente anche grandi dispetti, assume la valenza di un gioco al rimpiattino…

… per certi versi non troppo gradevole, a livello di cattiverie e di malevolenze, ma per certi versi discretamente appassionante, nel senso che è proprio come seguire una partita di tennis: palla a uno, palla all’altro, palla al primo, palla al secondo… fino alla fine, in cui sembra che l’ultima palla sia vinta da uno, e invece ecco che l’altro ci arriva, ribatte e così via.

In mezzo c’è spazio anche per varie assurdità, che fanno di The prestige un film di fantascienza, per via di Angier, ma anche un film psicologico, e persino psichiatrico, per via di Borden.

Ma questi sono dettagli, e alla fine il film piacerà o meno a seconda di quanto si è affini con il lavoro certosino e cerebrale di Christopher Nolan: io, come detto, ne apprezzo la bravura e l’impegno, ma non mi entusiasma l’energia che c’è dentro.

Peccato, perché un film che inizia con…

“Osserva attentamente.”

… e con…

“Voi state cercando il segreto, ma non lo troverete… perché in realtà non state davvero osservando.
Voi non volete saperlo.”

… meritava probabilmente una maggiore profondità.

Fosco Del Nero



Titolo: The prestige (The prestige).
Genere: drammatico, psicologico, fantastico.
Regista: Christopher Nolan.
Attori: Hugh Jackman, Christian Bale, Scarlett Johansson, Michael Caine, Rebecca Hall, Andy Serkis, Piper Perabo, David Bowie, Ezra Buzzington.
Anno: 2006.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 12 settembre 2017

Zootropolis - Byron Howard, Rich Moore

Zootropolis mi era stato segnalato come film bello e dai contenuti interessanti, e quindi me lo sono guardato, tanto più che si tratta di un film d’animazione, genere per il quale ho un debole.

Partiamo dal titolo originale: Zootopia, gioco di parole tra “zoo” (che in inglese si legge con la "u") e “utopia”.
In inglese la pronuncia rendeva, mentre in italiano no, per cui si è optato per Zootropolis, titolo al quale però manca la componente utopistica della città in questione: in essa, infatti, dopo tanto tempo e molta evoluzione, i predatori e le prede vivono pacificamente insieme, dimenticati i vecchi istinti dei primi di uccidere e dei secondi di scappare.
L'utopia futuristica è data anche dalla vicinanza di grandezze e climi assai diversi, ricreati artificialmente per affiancare i vari habitat delle varie specie.

Secondo alcuni, però, il dna dei predatori è sempre in agguato e non ci si può fidare, e la sparizione di alcuni animali pare confermare questa ipotesi.
Su tale fatto indagherà la coniglietta Judy, appena nominata poliziotto… ma spedita a fare multe per le strade della città, ruolo che la gratifica assai poco e che le impedisce di realizzare il suo sogno di rendere il mondo un posto migliore.
Ad ostacolare il suo sogno ci si mette anche Nick, una volpe assai disincantata e astuta, con la quale Judy intesserà un rapporto di botta e risposta a dir poco gustoso per lo spettatore.

Veniamo ora al commento del film: Zootropolis ha una trama originale e godibilissima, con un’ambientazione visiva fantastica e originale anch’essa: la città non solo ospita animali di ogni tipo, e cambia anche di dimensioni a seconda dei vari quartieri e di chi ci vive, dagli elefanti ai topi, ma è suddivisa in quattro zone, secondo il clima: la zona invernale, la zona primaverile, la zona estiva e la zona autunnale.

I due personaggi principali sono ottimamente caratterizzati, sia nell’aspetto visivo che nell’aspetto caratteriale, e inoltre godono di un doppiaggio italiano veramente eccellente e azzeccato.
Gli altri personaggi di contorno son ottimi anch’essi (alcuni caratterizzati secondo inflessione dialettale nostrana): il prodotto è di livello e curato in ogni aspetto.

In esso c’è un po’ di tutto: aspetto metaforico e didattico, colori e vivacità, azione, dialoghi ficcanti… per non parlare di alcune scene memorabili: quella con i bradipi della motorizzazione, per esempio, o quella dello yak-receptionist dall’accento toscano nel club naturalista.

Il film peraltro non è affatto “vuoto”, un mero prodotto di intrattenimento, ma propone svariati contenuti.
Vi è una morale di fondo positiva: l’accettazione della diversità… e anche la determinazione nel proseguire nella strada della propria vocazione (come la coniglietta che a dispetto del fatto d’esser piccola e debole vuole fare la poliziotta).
Zootropolis, infatti, si dice che ogni cosa è possibile e che ognuno ha diritto di essere com’è (anche se forse si va un po' troppo oltre nel negare le leggi della natura, che viceversa sono innegabili).

E vi è anche una morale di fondo negativa: l’uso della paura per manipolare le masse, secondo il più classico "divide et impera"… elemento che dovrebbe insegnare a tutti gli esseri umani d’oggi, giacché ne sono vittime in modo fortissimo.

Chiudo la recensione con due altri spunti.
Il primo è una citazione del film stesso, che esemplifica quanto detto:
“Provate a rendere il mondo un posto migliore.
Guardatevi dentro per capire che il cambiamento parte da voi.
Parte da me, parte da tutti noi.”

Il secondo è una precisazione all’idea per cui occorre accettare ogni cosa, e per cui la diversità è un valore.
Aggiungo infatti che tale principio vale sul piano orizzontale della diversità umana e naturale, ma non vale affatto su piano verticale dello sviluppo evolutivo di coscienza: in esso c’è una gerarchia, e ogni cosa o persona si muove su un certo piano (Krishnamurti si muoveva su un piano e i serial killer si muovono su un altro piano, per fare un esempio facile): occorre dunque accogliere la diversità degli altri, ma non ogni comportamento e non ogni livello di coscienza... principio che dovrebbe essere tenuto ben presente quando si parla di immigrazione e di commistione tra i popoli (il libero movimento in Europa di popoli diversissimi per cultura e consapevolezza media, così come l'accoglimento di qualunque immigrato, sono pura follia... o meglio, lo sarebbero se non fossero, come sono, comportamenti studiati a tavolino per ottenere certi effetti sociali e le susseguenti reazioni).
Aggiungo un'altra considerazione, relativa alla canzone colonna sonora del film, che a più riprese recita "Try everything", ossia "Prova ogni cosa": l'invito al qualunquismo dei tempi contemporanei è un chiaro sintomo di carenza a livelli di consapevolezza, giacché si pone tutto sullo stesso livello, cosa che ovviamente non è (a livello di salute, per esempio, o a livello di coscienza).

Ma torniamo al film, con una battuta finale: Zootropolis è un gran film, validissimo come intrattenimento, e validissimo come contenuti, e non a caso ha ottenuto ottime critiche e incassi in tutto il mondo.

Altra citazione (questa sul fattore "determinazione-forza-coraggio", ben presente nel film): "Io non mollo proprio mai".

Altra ancora: "L'unica cosa di cui avere paura è la paura stessa".

Ancora sulla paura e sulla sua strumentalizzazione collettiva: "Non possiamo lasciare che la paura ci divida".

Aggiungo anche un brano di cui molti stipendiati pubblici dovrebbero ricordarsi: "Un buon poliziotto dovrebbe servire e proteggere".

C'è posto anche per un brano d'impronta gandhiana: "Il cambiamento comincia da voi".

Un'ultima citazione, anch'essa dal sapore vagamente esistenziale (per il solito dilemma tra dato naturale di fondo e desideri personali): “Puoi essere solo ciò che sei”.

Fosco Del Nero



Titolo: Zootropolis (Zootopia).
Genere: animazione, commedia, comico.
Regista: Byron Howard, Rich Moore.
Anno: 2016.
Voto: 8.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 5 settembre 2017

La zona morta - David Cronenberg

Sin da quando vidi Existenz, divenni immediatamente un fan del regista David Cronenberg… anche se egli, a mio avviso, non ha mai bissato la qualità di quel film con qualche altra produzione.
Bene con Il pasto nudo e Videodrome… così così o proprio male con gli altri, tanto che ormai mi guardo suoi film, antichi o recenti, più speranzoso che convinto di vedere un bel film.

È stato così anche per La zona morta, che pur aveva buone chance di essere un film di valore: era il periodo più prolifico e immaginifico del regista canadese, si trattava di un film tratto da un romanzo di Stephen King, che lo stesso scrittore aveva giudicato come una delle migliori conversioni cinematografiche dai suoi libri, e anche il cast si presentava di discreto livello, con Christopher Walken (Il mistero di Sleepy Hollow, Cambia la tua vita con un click, 2 single a nozze, Il cacciatore, Prova a prendermi), Martin Sheen (Il cammino di Santiago, Qualcosa di speciale, Apocalypse now) e Brooke Adams (I giorni del cielo, Terrore dallo spazio  profondo).

Eppure il film non mi ha catturato, rimanendo sempre in un limbo un po’ tiepido e senza spessore.
Forse al tempo, nei primi anni "80, aveva un significato in quanto uno dei primi film su poteri extrasensoriali e percezioni intuitive, ma guardarlo al giorno d’oggi ha davvero poco senso a mio parere.

Ad ogni modo, ecco la trama de La zona morta: Johnny Smith è un professore e un brav’uomo, in procinto di sposarsi con la fidanzata Sarah, quando un giorno un terribile incidente automobilistico rischia di ucciderlo. Non muore, ma rimane in coma per cinque anni: quando si sveglia, è fisicamente menomato e la sua fidanzata si è risposata, e anzi ha un bambino.

La cosa ovviamente non gli fa piacere, come non gli fa piacere scoprire di avere una specie di dono: semplicemente toccando le persone riesce a vedere eventi del passato o del futuro che le riguardano… e quando la cosa si scopre iniziano ad arrivargli richieste di aiuto da parte di estranei.
Essendo schivo, e non essendosi mai ripreso emotivamente dall’incidente e dalle sue perdite, non ne vuole sapere, ma agirà perlomeno per aiutare la polizia del paese di Castle Rock alle prese con un serial killer.
E agirà anche quando conoscerà Greg Stillson, autorevole candidato al senato Usa…

La zona morta si muove tra poteri esp (poca cosa in effetti), questioni interpersonali (abbastanza), turbe psicologiche (molte) e dramma umano (molto).
Non è un grande mix dal mio punto di vista, anche perché gli mancano bellezza visiva e fascino.

E persino Christopher Walken, che di solito basta che sia davanti a una cinepresa per essere affascinante, è ridotto malissimo, privato del suo carisma naturale.

Le uniche cose per cui mi ha colpito sono due frasi.
Le seguenti:

“Vogliono tutti la stessa cosa: rassicurazioni, aiuto, amore… cose che non posso dargli.”

“Invece di morire, ella cadrà in un profondo sonno, che durerà cento lunghi anni.”

Per il resto, credo che lo dimenticherò in fretta…

Fosco Del Nero



Titolo: La zona morta (The dead zone).
Genere: drammatico, psicologico, fantastico.
Regista: David Cronenberg.
Attori: Christopher Walken, Brooke Adams, Martin Sheen, Herbert Lom, Tom Skerritt, Anthony Zerbe, Colleen Dewhurst, Nicholas Campbell.
Anno: 1986.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.

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