Slide # 1

Slide 1

Nella vita bisogna avere il coraggio di volare.

Slide # 2

Slide 2

L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te.

Slide # 3

Slide 3

Ogni tanto ricordati di amare qualcuno.

Slide # 4

Slide 4

Se vuoi che il mondo cambi, inizia a darti da fare tu stesso.

Slide # 5

Slide 5

Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

Visualizzazione post con etichetta Film drammatico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Film drammatico. Mostra tutti i post

martedì 15 ottobre 2024

The place - Paolo Genovese

The place, film girato da Paolo Genovese nel 2017, è stata una bella sorpresa.

Partiamo dalle basi, una generale e una individuale-personale: la prima è che il film è tratto da una serie tv statunitense: The booth at the end.
La seconda è che mi è stato consigliato da un mio lettore per dei contenuti esistenzialmente interessanti… che ci sono, anche se in maniera un po’ traslucida.

Cominciamo con la trama sommaria del film, che in verità pare più un pezzo teatrale che un’opera cinematografica: in un bar-tavola calda di Roma, chiamato The place (realmente esistente) un uomo di mezz’età (interpretato da Valerio Mastandrea) è sempre seduto al medesimo tavolo, alla fine del locale, in praticamente qualsiasi ora del giorno e della notte (non si fa menzione di eventuali orari di chiusura). Sapendo che è sempre lì, ed evidentemente essendo ormai noto per le sue capacità, c’è sempre qualcuno che va a trovarlo per chiedergli di realizzare un suo desiderio.

Così, arriva la donna in crisi col marito, la ragazza che vuole diventare più bella, il padre che vuole ricongiungersi col figlio grande, il padre che vuole salvare la vita al figlio piccolo malato, l’uomo che desidera una certa modella e così via.

Il “genio”, che non si definisce né benigno né maligno, ma rimane misteriosamente sulle sue, si dichiara disponibile a esaudire ogni desiderio, ma più il desiderio è grande più domanda un prezzo elevato da pagare… che non è necessariamente una cattiva azione, come ho letto in qualche recensione del film, ma è un comportamento contrario ai valori, ai desideri o all’immagine che il singolo questuante ha di sé.

Così, a un bravo ragazzo viene chiesto di violentare una donna, al padre di famiglia viene chiesto di uccidere un bambino a sua scelta… perché sono evidentemente comportamenti contrari al loro essere più intimo.
Parallelamente, alla suora viene chiesto di unirsi con qualcuno e concepire un bambino, mentre al meccanico che non vuole dipendenze o prendersi cura di nessuno viene chiesto di difendere una bambina che potrebbe essere aggredita. Queste due ultime azioni non sono cattive (fare l’amore con qualcuno, difendere qualcuno), ma rappresentano comunque qualcosa di opposto agli istinti caratteriali dell’individuo.

La domanda di fondo del film è chiara: fin dove sei disposto a spingerti per veder realizzato un certo desiderio?
Una seconda domanda si aggiunge dopo: sei sicuro che quel desiderio era proprio quello che volevi e che rappresentava il tuo bene?

A fine film, giunge anche una terza considerazione, la quale forse è l’unico elemento veramente interessante in senso esistenziale del film, giacché quanto veniva prima può facilmente essere ricondotto alla morale: se il livello di base è rappresentato dalla genia umana, ossia anime incarnate alle prese con i desideri egoici della personalità, e un livello di sapienza-coscienza superiore è rappresentato dall’uomo che mette alla prova le varie persone, un livello ancora più elevato è rappresentato dal personaggio che non a caso è chiamato Angela (interpretato da Sabrina Ferilli): così come l’uomo-genio del bar dava agli esseri umani la possibilità di conoscere e di evolvere, la donna-cameriera-angelo dà all’uomo-genio la possibilità di evolvere anch’egli, andando oltre la sua condizione…

… ch’era evidentemente una condizione di mezzo, non troppo gradita, come l’uomo mostra sin da subito con la sua stanchezza e come dice apertamente a fine film.
Con ciò, The place mostra apertamente un’esistenza di tipo gerarchico, come effettivamente è.

Il valore esistenziale del film non sta tanto nelle questioni morali, che rappresentano la parte più “popolare” della questione, ma in tale visione gerarchica del creato, che rappresenta la parte più “sapienziale”.
È un po’ la stessa differenza che passa tra il livello essoterico e quello esoterico di una medesima religione, per chi capisce cosa si intende.

Detto questo, The place di Paolo Genovese è un ottino film, che non a caso è stato largamente premiato: come sempre, la qualità, soprattutto la qualità interiore, porta con sé risultati… e senza effetti speciali, inseguimenti, sparatorie, scene di sesso, adrenalina e dintorni, visto che l’intero film si svolge all’interno del bar che gli dà il titolo.

Fosco Del Nero



Titolo: The place.
Genere: fantastico, drammatico.
Regista: Paolo Genovese.
Attori: Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alessandro Borghi, Silvio Muccino, Alba Rohrwacher, Vittoria Puccini, Sabrina Ferilli, Silvia D'Amico, Rocco Papaleo, Giulia Lazzarini, Vinicio Marchioni.
Anno: 2017.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.



martedì 8 ottobre 2024

Agora - Alejandro Amenabar

Agora è il quinto film di Alejandro Amenabar che vedo: dopo The others, Apri gli occhiMare dentro e Tutto su mia madre. Data la qualità media del regista spagnolo, nonché il cast e l’argomento importante e delicato di Agora, ci ho messo molto per accostarmi al film in questione, giacché temevo su vari versanti, tra manipolazione culturale, violenza e dramma.

La storia di Ipazia, almeno per sommi capi, è famosa, ed essendovi di mezzo battaglie di dominio tra pagani, ebrei e cristiani, nonché tematiche maschiliste-femministe, il rischio di un prodotto “poco pulito” era dietro l’angolo, nonostante la buona fama del regista.

Partiamo dalla trama del film e poi lo commentiamo: siamo alla fine del quarto secolo dopo Cristo, ad Alessandria d’Egitto, in un periodo di forti tensioni tra gruppi religiosi. La tradizione pagano-ellenistica è in crisi, mentre sono in forte ascesa i cristiani, con gli ebrei a fare da sfondo e a partecipare, essi stessi, alla contesa.

La lotta “religiosa” si mescola alla tematica sociale del ruolo della donna, ciò che trova in Ipazia un bersaglio perfetto: intelligente, colta, studiosa, insegnante, bella e attraente, restia al matrimonio e alla sottomissione a una figura maschile… tutto ciò che non piace alla cultura maschilista delle emergenti religioni monoteiste di allora.

Il film, della durata di più di due ore, si divide in due parti: la prima mostra lo scontro tra pagani e cristiani che condusse alla confisca del Serapeo (ossia il tempio e la famosa Biblioteca di Alessandria) ai danni dei pagani, per ordine dell’Imperatore Teodosio; la seconda mostra l’emergere del potere del Vescovo Cirillo, di fatto avversario del Prefetto Oreste, ex allievo di Ipazia.

Agora è un film esteticamente bellissimo: come solitamente si usa in questi casi, il passato viene edulcorato di tutte le questioni problematiche e mostrato più splendido di quanto fosse: gli abiti, l’architettura, l’igiene, etc.
Anche l’aspetto dell’insegnamento e della discussione intellettuale, per quanto presentati in modo piuttosto naif, vantano il loro fascino: in effetti, Agora fa venir voglia di vivere quel tempo e quel luogo (disordini e omicidi a parte).

Il problema è che non solo tutto è edulcorato, ma di storico c’è molto poco (a cominciare dal coinvolgimento di Ipazia nella questione del Serapeo, per proseguire sulla sua età al tempo dei fatti): da quel che ho letto online, la lista di inesattezze storiche del film è molto lunga… e qua torniamo all’aspetto potenzialmente manipolatorio. I cristiani sono tutti brutti, sporchi e cattivi; gli ebrei una via di mezzo; i pagani, nonostante qualche punto debole, appaiono come i più intelligenti e meritevoli… anche se poi sono proprio loro ad aver iniziato i disordini e i massacri.

La sensazione generale è quella di un film anticristiano e tendenzialmente femminista… come va di moda nei tempi recenti. 

Togliendo tali questioni di mezzo, Agorà è un film esteticamente bellissimo, con un ottimo cast e un’eccellente Rachel Weisz come protagonista (non una novità: La mummia, La mummia - Il ritornoConstantine, L’albero della vitaIl grande e potente Oz, Amabili resti, Io ballo da sola), godibile per larghi tratti e per molti motivi (fotografia, costumi, etc); parallelamente, Amenabar si conferma regista di ottimo livello… pochi film, ma buoni.

Fosco Del Nero



Titolo: Agora.
Genere: storico, biografico, drammatico.
Regista: Alejandro Amenabar.
Attori: Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac, Ashraf Barhom, Michael Lonsdale, Rupert Evans, Richard Durden, Sami Samir, Manuel Cauchi, Homayoun Ershadi, Oshri Cohen, Harry Borg, Charles Thake, Yousef 'Joe' Sweid, Andre Agius, Paul Barnes.
Anno: 2009.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 20 agosto 2024

Una questione d'onore - Luigi Zampa

Mi pare d’essere arrivato a Una questione d'onore, controverso film del 1966, attraverso la filmografia del regista Luigi Zampa, recensito per via di alcuni suoi classici: Il vigileLadro lui, ladra lei e Anni ruggenti.

Se i film precedenti si presentavano tutti come commedie vivaci e divertenti, Una questione d'onore ha una matrice diversa, che a suo tempo ha fatto scalpore e che ha offeso molte persone, specialmente coloro che abitavano nella terra in cui era ambientato, ossia la Sardegna… tanto che fu sequestrato dal Tribunale di Cagliari. 

Certamente non si trattava della Sardegna di oggi, fatta di villaggi turistici, spiagge e città ormai moderne, ma nemmeno della Sardegna di allora, visto che è stata fatta la scelta di mischiare l’ambientazione sarda con tradizioni e usanze che in Sardegna non ci sono mai state… tanto che viene fuori un curioso misto tra Sardegna e Sicilia, in cui di realistico in verità non c’è praticamente niente, compresi strani rituali femminili con donne a seno nudo.

Fatta tale introduzione, veniamo alla trama del film, che presenta come suo attore principale Ugo Tognazzi (un attore di grido per l’epoca… ma che come sardo è davvero poco realistico a livello vocale): Efisio Mulas è un brav’uomo che vive di lavoretti vari e che non può accostarsi a nessuna donna poiché è stato accusato di aver deflorato Domenicangela Piras e costretto dai suoi quattro nerboruti fratelli ad aspettare ch’essa esca dal carcere in cui era finita proprio per una violenza ai danni di Efisio. 

La storia dei due s’intreccia con la faida familiare tra le due famiglie Sanna e Porcu, le quali si uccidono da generazioni e che vantano tanto omicidi quanto latitanti nel Supramonte, dove sono costretti a nascondersi coloro che vengono condannati per qualche reato.

Abbiamo quindi faide, delitti d’onore, cornuti e tradimenti (veri o presunti), latitanza… e i carabinieri (questi non sardi) a gestire (malamente) il tutto.
In effetti, il film non è molto elogiativo di nessuna delle categorie coinvolte: la popolazione sarda, le usanze siciliane, i carabinieri piemontesi o emiliani.

Messe da parte tali criticità culturali, il film non è malaccio: si fa seguire ed è sufficientemente interessante, per quanto sia davvero molto forzato in vari punti, compreso il finale privo di senso… almeno per chi non vive in una cultura di quel tipo (ma probabilmente lo sarebbe anche per coloro che vi fossero nati). 

Ma la cosa più bizzarra del film, torno a dire, è che è stato messo Ugo Tognazzi a fare la parte di un sardo, senza che sia stato doppiato: l’accento non è neanche lontanamente vicino a quello che sarebbe servito… ma d’altronde, hanno inventato le usanze, per cui nulla di strano che si siano inventati anche l’accento.

Una questione d'onore, alla fine della fiera, è interessante come spaccato storico, più registico che popolare, e non disdegna qualche momento umoristico.

Fosco Del Nero



Titolo: Una questione d'onore.
Genere: drammatico.
Regista: Luigi Zampa.
Attori: Ugo Tognazzi, Franco Fabrizi, Nicoletta Machiavelli, Leopoldo Trieste, Bernard Blier, Sandro Merli, Tecla Scarano, Pasquale Cennamo, Lino Coletta, Lucien Raimbourg, Franco Bucceri, Franco Gulà, Armando Malpede, Giuseppe Grasso, Ermelinda De Felice,
Anno: 1966.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



martedì 23 luglio 2024

Terminator - James Cameron

Con la recensione odierna si fa un tuffo negli anni Ottanta, con uno dei suoi film più rappresentativo: Terminator.

Siamo nel 1984 quando il regista James Cameron, che divenne famoso proprio grazie alla pellicola in questione (già presente nel blog per i film Aliens - Scontro finale e Avatar), fa uscire il primo Terminator, ottenendo tanto successo da generare un vero e proprio franchise, fatto di altri film, serie tv, fumetti e videogiochi.

Ecco la trama del film, che all’epoca era piuttosto originale (oggi sarebbe considerata banale): in una giornata (non proprio) qualunque nella Los Angeles del 1984, due creature arrivano dal 2029, una umana e una robotica.

Quella umana è Kyle Reese, un soldato della Resistenza; quella robotica è il famoso cyborg interpretato da Arnold Schwarzenegger, una macchina inviata dal futuro per uccidere Sarah Connor, la futura madre di John Connor, colui che nel futuro avrebbe portato la resistenza umana alla vittoria contro le macchine che nel frattempo avevano preso il potere, scatenato una guerra nucleare e ridotto di molto il numero degli esseri umani sul pianeta.

Sia l’uomo che la macchina hanno la missione di trovare Sarah Connor: il primo per proteggerla, la seconda per ucciderla. Ne deriva una battaglia senza esclusione di colpi… e con molte sparatorie e inseguimenti.

Forse Terminator ha fatto presa su una parte del pubblico di allora soprattutto per l’aspetto tecnologico e per quello adrenalinico, ma la parte più interessante del film, quella che certamente gli ha dato spessore, è quella umana: il delicato triangolo che si instaura tra il leader del futuro John Connor, il suo fedele soldato Kyle Reese e la futura madre Sarah Connor… la quale, nel 1984, è ovviamente ignara di tutto quello che sta per succedere.

Ben eseguito come lavoro cinematografico, all’epoca innovativo, Terminator, come altri film di genere simile mette in allarme sui pericoli di affidarsi troppo alla tecnologia, oramai giunta a livello di IA piuttosto elaborata. Quello che in passato era uno spunto narrativo, in effetti in un qualche futuro potrebbe diventare un problema vero e proprio, nel momento in cui qualcuno decidesse di affidare a una IA il governo di una città, di una regione o di una nazione (suppongo che si inizierà, come esperimento, con singoli centri abitati, dapprima piccoli).

Si spera con esiti migliori di Terminator, con tutto il rispetto per un film che è stato iconico, all’epoca, e che ha un suo senso ancora oggi.

Fosco Del Nero



Titolo: Terminator.
Genere: fantascienza, drammatico.
Regista: James Cameron.
Attori: Michael Biehn, Arnold Schwarzenegger, Linda Hamilton, Lance Henriksen, Paul Winfield, Bill Paxton, Rick Rossovich, Earl Boen, Dick Miller, Bess Motta, Bruce M. Kerner. 
Anno: 1984.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui



martedì 16 luglio 2024

Un affare di famiglia - Hirokazu Kore'eda

Spesso guardo film che mi ero segnato in passato, senza ricordarmi per quale motivo: è stato così per Un affare di famiglia, di cui non rammentavo né la ragione dell’appunto, né il genere o la provenienza del film.

È stato comunque tutto chiaro una volta visto il film. Il motivo per cui me lo ero segnato era probabilmente il fatto che avesse vinto la Palma d’Oro a Cannes nel 2018, anno di uscita del film.

Il genere oscilla tra la commedia e il drammatico. 
La provenienza è quel Giappone che mi piace tanto… pur se mi piace più nell’animazione che non nella recitazione.

Ad ogni modo, andiamo a tratteggiare la trama di Un affare di famiglia, film diretto da Hirokazu Kore'eda (che non conosco e che leggo essere specializzato nel ritrarre i rapporti familiari): nella grande Tokyo, una famiglia vive in grandi difficoltà economiche, in un piccolo e modesto appartamento, sbarcando il lunario come può, tra lavoretti e furti: c’è la vecchia Hatsue, c’è la coppia composta da Osamu e Nobuyo, c’è la più giovane e disinibita Aki, che lavora in un sex club, c’è il ragazzino Shota… e arriva anche la piccola Yuri, che di fatto viene sottratta a una coppia che la maltrattava.

In tutto ciò, c’è un dettaglio: non si tratta di una famiglia, ma di un’accozzaglia di persone, dal momento che le uniche due con un rapporto di parentela sono la nonna Hatsue e la nipote Aki.

Pur senza essere una famiglia in senso legale, il gruppo è molto unito a livello umano e si sostiene vicendevolmente, pur nelle ristrettezze della sua umile vita, non mancando di apprezzare i bei momenti, come una gita al mare.

L’arrivo della piccola Yuri, ribattezzava Rin e cambiata nell’aspetto per sottrarla alle eventuali attenzioni di conoscenti, poliziotti e assistenti sociali, vivacizza la situazione… come la vivacizza anche un incidente occorso a Shota.

Devo dire la verità: ho apprezzato Un affare di famiglia. Il film non ha alcuna pretesa morale, concettuale o culturale, ma è interessante nel tratteggiare uno scenario umano alternativo, che per quanto ci riguarda è sia quello della “famiglia” in questione, ma anche quello della società giapponese.
Pur con le loro debolezze, assai evidenti e non edulcorate, ci si affeziona ai personaggi, e non si fa fatica a solidarizzare con lo sguardo finale della piccola Yuri/Rin.

Detto questo, se penserò al cinema giapponese continuerò a pensare a Otomo, Miyazaki od Hosoda, non al pur interessante Un affare di famiglia, giacché l’afflato e l’ampiezza sono ben diversi.

Fosco Del Nero



Titolo: Un affare di famiglia (Manbiki kazoku).
Genere: commedia, drammatico.
Regista: Hirokazu Kore'eda.
Attori: Lily Franky, Sakura Andô, Mayu Matsuoka, Kirin Kiki, Jyo Kairi, Miyu Sasaki, Kengo Kora, Chizuru Ikewaki, Naoto Ogata, Sôsuke Ikematsu, Yôko Moriguchi, Moemi Katayama, Yuki Yamada, Akira Emoto
Anno: 2018.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 9 luglio 2024

Weathering with you - La ragazza del tempo - Makoto Shinkai

Weathering with you - La ragazza del tempo è il sesto film di Makoto Shinkai che vedo, dopo Oltre le nuvole, il luogo promessoci5 cm per secondYour nameIl giardino delle paroleViaggio verso Agartha.

Il motivo per cui ho visto quasi tutti i suoi film (mi manca solo l’ultimo: Suzume) è molto semplice: sono bellissimi da vedere, letteralmente una gioia per gli occhi.

Il motivo per cui nessuno di essi ha avuto una valutazione ottima è presto detto: le sceneggiature non sono granché, palesando sempre il medesimo difetto… nonostante il regista non sia più ai suoi primi lavori, il che suggerisce che si tratti di una carenza strutturale mai affrontate. 

Nel dettaglio, i film di Shinkai sono melodrammatici e tendenzialmente infantili-adolescenziali, ben lontani dalle vette di Miyazaki, a cui è stato (indegnamente) accostato. Più di Shinkai, personalmente accosto ad Hayao Miyazaki Mamoru Hosoda… se non proprio il figlio Goro Miyazaki (ma saremmo comunque in ambito Studio Ghibli, come pure per Takahata o per Yonebayashi).

Ma andiamo alla trama di Weathering with you - La ragazza del tempo: Hodaka, un ragazzo sedicenne, va a Tokyo scappando dalla famiglia e s’imbatte subito nelle prime difficoltà… dove dormire, come mantenersi, dove trovare lavoro. Dopo un empasse iniziale, si sistema presso Keisuke e Natsumi, i quali portano avanti una piccola casa editrice, e poi conosce Hine, nonché il di lei fratellino Nagi, la quale ha la capacità di modificare il clima portando il sereno…

… capacità ovviamente molto richiesta sul mercato, che i due cercheranno di sfruttare mettendo su una piccola attività in proprio.
Tuttavia, le donne con tale capacità, si scopre strada facendo, sono attese da un destino infausto.

Shinkai ci mette dentro un po’ di tutto: vita cittadina, amicizie, lavoro, amore, tematiche fantastiche, come peraltro fatto anche nei suoi lavori precedenti… ma il risultato è il solito: un eccellente opera dal punto di vista visivo; una storia piuttosto deludente, per non dire del tutto mediocre, dal punto di vista narrativo.

Il punto dolente è sempre la tendenza melensa che il regista giapponese mette nelle sue storie, a cui vorrebbe dare, forse scimmiottando altri registi suoi colleghi, un afflato epico, senza però riuscirsi e anzi risultando stucchevole.

Probabilmente farebbe meglio a basarsi su sceneggiature altrui, o su romanzi di successo, e attenersi strettamente a quanto vi trova, limitandosi a curare la parte tecnica, in cui viceversa eccelle (specie nei colori e nei giochi di luce).

Mi vedrò anche Suzume, e poi avrò finito, per ora almeno, con i film d’animazione di Makoto Shinkai (a cui farebbe bene probabilmente un po’ di apprendistato allo Studio Ghibli, almeno relativamente alla parte “interiore-emotiva” delle produzioni).
 
Fosco Del Nero



Titolo: Weathering with you - La ragazza del tempo (Tenki no ko).
Genere: animazione, anime, drammatico, sentimentale. 
Regista: Makoto Shinkai.
Anno: 2019.
Voto: 6. 
Dove lo trovi: qui.





mercoledì 5 giugno 2024

Chaos - Coline Serreau

Devo essere onesto: dopo aver letto la trama di Chaos, film francese del 2001, non lo avrei guardato… se non fosse che la regista era quella Coline Serreau che avevo molto apprezzato tra Il pianeta verde (capolavoro del genere) e La crisi! (interessante film serio-umoristico sulla società moderna).

A dire il vero, anche Chaos mischia tragedia e commedia… ma pende decisamente più sul primo versante, dati i temi che affronta, e in modo rude: prostituzione, sfruttamento, violenza fisica e morale, sottomissione delle donne nell’islam, degrado della società contemporanea, materialismo ed edonismo. Il programma è piuttosto ampio, occorre dire.

Passiamo alla trama di Chaos, film che vede come protagonisti Vincent Lindon (La crisi!, Il costo della vita, Il costo della vita), Catherine Frot (Lezioni di felicità, La cena dei cretini) e Rachida Brakni (quest’ultima mai vista): una sera/notte la coppia in crisi Paul-Hélène s’imbatte, in auto, in tre balordi che picchiano in malo modo una prostituta, lasciandola incosciente sul selciato nel momento in cui si sono accorti che vi era qualcuno nei paraggi.

La donna, nei giorni successivi, si sente in colpa per la mancanza di compassione dimostrata e va a trovare la ragazza in ospedale, finendo per assisterla persino più delle infermiere, avendo da un lato il marito e il figlio che si lamentano per il fatto che sta trascurando la casa e dall’altro i protettori della giovane, i quali evidentemente hanno ancora un conto aperto con lei, volendo ucciderla o rapirla.

Le cose andranno in modo imprevedibile su praticamente ogni versante, comprese le varie relazioni sentimentali del figlio Fabrice, sorta di Don Giovanni senza scrupoli (e anche senza ritegno… pur se i suoi colleghi coetanei non è che siano molto meglio).

Perché Chaos non mi è piaciuto molto?

Intanto, perché è davvero pesante.
In secondo luogo, perché in buona sostanza pare dichiarare che tutti gli uomini o sono violentatori o sono sfruttatori, mentre le donne sono buone e vittime… un modo di ragionare propagandistico che sta rovinando gli equilibri tra il maschile e il femminile (esattamente come desiderano certi poteri).
Infine, è davvero molto, molto fantasioso: la prostituta esperta di borsa (ma anche super-seduttrice, investigatrice e poliziotta) è praticamente ai limiti della narrativa fantastica.

Il pianeta verde e La crisi! erano ben più ispirati e puliti, come prodotti, e difatti hanno avuto un esito assai più fortunato, soprattutto il primo, divenuto una sorta di emblema del cinema spirituale.

Altro dettaglio, nemmeno tanto dettaglio: il film non mi è piaciuto nemmeno dal punto di vista meramente registico: la ripresa ravvicinata e manuale forse voleva rappresentare i ritmi frenetici e sconclusionati del grosso della popolazione occidentale moderna, ma, per quanto mi riguarda, è risultata solamente fastidiosa e antiestetica. 

Al prossimo lavoro di Coline Serreau… si spera migliore. 

Fosco Del Nero



Titolo: Chaos.
Genere: drammatico.
Regista: Coline Serreau.
Attori: Vincent Lindon, Catherine Frot, Rachida Brakni, Line Renaud, Aishwarya Rai Bachchan, Aurélien Wiik, Chloé Lambert, Wojciech Pszoniak. 
Anno: 2001.
Voto: 5. 
Dove lo trovi: qui



martedì 28 maggio 2024

Nell’anno del Signore - Luigi Magni

Non avevo mai recensito un film di Luigi Magni, regista italiano che nemmeno conoscevo, nonostante un discreto pedigree, fatto soprattutto di film d’ambientazione storica e poco popolari, per dir così.

La sua prima comparsa avviene con Nell’anno del Signore, il film che gli ha dato fama e su cui ha costruito la sua carriera, che ha compreso anche i due “seguiti concettuali” del film in questione, ossia In nome del Papa Re e In nome del popolo sovrano, con cui ha anche vinto dei premi (e che mi vedrò in seguito, giacché Nell’anno del Signore si è rivelato film intelligente e interessante). 

Passiamo dunque alla trama di Nell’anno del Signore: siamo a Roma nel 1825, nel periodo del pontificato di Leone XII, caratterizzato da una politica reazionaria, comprendente coprifuoco, polizia nelle strade e processi sommari, diretti dal Cardinal Rivarola (Ugo Tognazzi). 
Il protagonista centrale della storia è Cornacchia (Nino Manfredi), un calzolaio dall’aria umile e disincantata, che in realtà è il poeta Pasquino, colui che appende per la città manifesti-poesie dissacranti tesi a criticare e umiliare il potere costituito.

Se Cornacchia agisce dietro le quinte, con l’arma della parola, i carbonari hanno scelto l’arma pubblica dell’azione e degli omicidi mirati: tra questi, Leonida Montanari e Angelo Targhini, i quali entrambi s’invaghiranno di Giuditta Di Castro (Claudia Cardinale), bella giudea che sarebbe in teoria la compagna di Cornacchia, pur all’interno di un rapporto piuttosto elastico.

I due uomini tentano di uccidere il carbonaro traditore Filippo Spada, sul cui tentato maldestro assassinio indagherà il Colonnello Nardoni (Enrico Maria Salerno).
Da citare anche la figura del frate prete confessore (Albero Sordi)… anche se probabilmente è le meno riuscita del film, caciara e invadente.

Il film si basa su una storia reale, pur se modificata, ho letto, in tanti punti.

Nell’anno del Signore è l’esempio di un vecchio cinema all’italiana che, col tempo, è sparito, per far posto a spazzatura popolana di vario tipo: il film, pur senza praticamente alcun mezzo tecnologico, e probabilmente anche un budget risicato, destinato presumibilmente ad attori, costumi e poco altro, riesce a proporre molto: un’ambientazione interessante (la Roma del periodo della Restaurazione), dei personaggi ben tratteggiati e accattivanti, dialoghi interessanti, umorismo garbato. Che differenza con i tempi moderni e la media delle produzioni contemporanee!

Molto bella la coppia Manfredi-Cardinale, pur nel suo essere spuria e particolare. 
Tra gli altri, si è intravisto anche un giovane Pippo Franco, nei panni dell’allievo del poeta Pasquino.

Davvero curioso che, finora, non avessi mai sentito parlare di questo film e che me lo sia cercato dopo averne intercettato alcuni dialoghi per puro caso.
 
Fosco Del Nero



Titolo: Nell’anno del Signore.
Genere: storico, drammatico, sentimentale.  
Regista: Luigi Magni.
Attori: Nino Manfredi, Robert Hossein, Claudia Cardinale, Enrico Maria Salerno, Britt Ekland, Ugo Tognazzi, Alberto Sordi, Pippo Franco, Stelvio Rosi, Renaud Verley, Marco Tulli, Emilio Marchesini, Stefano Oppedisano
Anno: 1969.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.



martedì 21 maggio 2024

Harmony - Michael Arias, Takashi Nakamura

Harmony è il terzo film ispirato alle opere di Project Itoh, dopo L’impero dei cadaveri e L'organo genocida, film che mi erano piaciuti abbastanza, sia nella tecnica che nei contenuti, nonostante una certa tendenza cerebrale…

… che ha anche Harmony, film lungo circa due ore, piuttosto lento e parecchio introspettivo.

Quanto ai due registi, avevo già incontrato Michael Arias per il particolarissimo (e molto simbolico, oltre la facciata del film d'animazione e d'azione fantastico) Tekkonkinkreet - Soli contro tutti.

Cominciamo con la trama sommaria di Harmony: in un futuro post-bellico, dopo l’evento disastroso chiamato Maelstrom, la società si è profondamente frammentata.

La parte dominante della società si è estremamente medicalizzata e socializzata, tramite una forte pressione sociale sul versante psicologico e una medicalizzazione con nanotecnologia (denominata “watch me”) sul versante fisico. In pratica, tutti sono equilibrati, controllati e moderati, salvo avere episodi radicali di vario tipo. 

La protagonista è Tuan Kirie, la quale, tredici anni prima, aveva organizzato una protesta con le amiche Miach Mihie e Cian Reikado che avrebbe dovuto sfociare in un suicidio di gruppo. Però, solamente Miach si uccide, mentre le altre due amiche non hanno il coraggio e proseguono la loro vita in modo molto differente.
Tuan lavora ora per l'Organizzazione Mondiale della Sanità (a proposito di medicalizzazione forzata...), nei corpi di polizia internazionali.
Ma il passato tornerà a farsi sentire, compresa una minaccia alla salute pubblica.

Harmony è molto bello da vedere, nonostante ogni tanto la computer grafica si metta in mezzo ad abbassare la qualità media dell’animazione e degli sfondi disegnati a meno. La cosa non stona molto, comunque, dal momento che l’armonizzazione tra i due tipi di disegni è ottimizzata discretamente bene.
I dialoghi e i temi sono molto seri. Non c’è tuttavia molto divertimento, per usare un eufemismo.
Il ritmo è lento e introspettivo.

Nel film vi è una certa bellezza, nonché argomenti interessanti (società medica, controllo sociale, pressione psicologica, distopia, felicità apparente e reale, etc), anche se il prodotto non convince del tutto, specialmente per uno sviluppo poco coerente e fluido.
Peccato, perché il materiale di partenza c’era ed era buono, forse persino ottimo. Anche lo stile scelto è valido ad esteticamente accattivante. Il tutto però, sia visivamente sia emotivamente, risulta molto freddo e asettico e coinvolge poco.

Harmony rimane comunque un buon film d’animazione, di sufficiente-buon valore, come i suoi due colleghi citati a inizio recensione.

Fosco Del Nero



Titolo: Harmony (Harmony).
Genere: anime, fantascienza, drammatico.   
Regista: Michael Arias, Takashi Nakamura.
Anno: 2015. 
Voto: 6.5. 
Dove lo trovi: qui



martedì 9 aprile 2024

Il sesto senso - M. Night Shyamalan

Non ho visto molte volte Il sesto senso, il film che ha lanciato M. Night Shyamalan alla ribalta cinematografica… forse due, ma entrambe prima di aprire il blog Cinema e film. Questa è la prima volta da quando l'ho aperto, per cui ecco qui la recensione del film in questione, che oramai è discretamente datato, essendo del 1999.

Il genere oscilla tra il drammatico, il thriller, il fantastico e l’horror, ma più che un genere specifico va evidenziata l’atmosfera cupa e desolata, formalmente metropolitana eppure pregna di solitudine e di angoscia esistenziale.

Ecco la trama sommaria de Il sesto senso: Malcolm Crowe (Bruce Willis; L'esercito delle dodici scimmieIl mondo dei replicantiFBI - Protezione testimoniIl quinto elementoLa morte ti fa bella) è uno psicologo infantile che fa del suo meglio per aiutare i bambini con problemi di vario tipo: abusi, schizofrenia, generiche paure, disadattamento sociale, etc.

Nonostante sia molto in gamba, tanto da aver appena ricevuto un prestigioso riconoscimento nel settore, non sempre riesce ad aiutare il bambino affidatogli… com’è stato per esempio con Vincent, il quale da adulto, una sera, penetra nella casa del dottore e gli spara un colpo di pistola nell’addome, prima di togliersi la vita. 

Otto mesi dopo, la scena riprende lo stesso Malcolm Crowe alle prese con un bambino problematico, Cole (Haley Joel Osment; Un sogno per domani), il quale afferma di vedere i morti com’erano al momento della loro morte, cosa che ovviamente lo terrorizza. Né la madre, né i vari assistenti son mai riusciti a confortarlo, ma pensa che potrebbe riuscirci Malcolm, il quale dal canto suo vede in Cole la possibilità di fare ammenda per il fallimento di tanti anni prima con Vincent.

Intorno ai due protagonisti, vari comprimari compongono lo sfondo della storia, pur se posti in secondo piano: la moglie di Malcolm, la madre di Cole e pochi altri. In effetti, Il sesto senso, per l’esiguo numero di protagonisti e di scenari, sembra quasi un’opera teatrale.

Il film non può che essere elogiato per la trovata originalissima che lo caratterizza, che non riporto in recensione per quei pochi che non avessero ancora visto il film di Shyamalan, pur se, a parte l’elemento in questione, non risulta essere altro che una sorta di film psicologico-drammatico con sporadici elementi orrorifici… e con un Bruce Willis particolarmente in parte, dal momento che il suo volto ben si attanagliava con la sceneggiatura del film, pur con i limiti della sua monoespressione.

Più di Willis, al tempo colpì l’interpretazione del giovanissimo Osment, il quale tuttavia non ha poi proseguito con la carriera brillante che ci si aspettava…

… curiosamente, la medesima cosa si può dire anche per il regista M. Night Shyamalan, che, dopo il buon abbrivio preso con Il sesto sensoUnbreakable - Il predestinato, Signs e The village, pare essersi smarrito (o aver finito le buone sceneggiature), producendo uno dopo l’altro buchi nell’acqua come Lady in the water, E venne il giorno, L'ultimo dominatore dell'aria e altri film ancora… che ho smesso di guardare visto che la qualità media era drasticamente calata. Con l’unica eccezione di After Earth, per me interessante sia per l’ambientazione fantascientifica, sia per i contenuti di tipo esistenziale (che in effetti ogni tanto fanno capolino nei film del regista indiano).

In effetti, non ho visto gli ultimi suoi cinque film: magari, su cinque, ce n’è almeno uno buono… indagherò.

Tornando a Il sesto senso, il film ha un suo valore oggettivo, accresciuto dal fatto che, a proposito di contenuti esistenziali, esso potrebbe essere considerato anche una sorta di metafora dell’addormentamento collettivo.
La frase che il bambino dice al dottore pare presa da un testo di genere esistenziale-evolutivo.

“Vanno in giro come persone normali.
Vedono solo quello che vogliono vedere.
Non sanno di essere morti.
Sono dappertutto”

Nei Vangeli si parla a lungo di vegli e di addormentamento, come pure nel Dhammapada di Buddha o praticamente ovunque nel settore: “essere addormentati è essere come morti”, lessi tempo fa in un libro.
Ecco, il film in questione potrebbe essere considerato in tale senso e, considerando gli interessi spirituali del regista indo-statunitense, la cosa non è affatto da escludere.

Interessante anche la frase sul magnetismo energetico tra persone e oggetti.

“Secondo me quando le persone possiedono degli oggetti, una parte di sé stessi viene impressa su quegli oggetti.”

Fosco Del Nero 



Titolo: Il sesto senso (The sixth sense).
Genere: psicologico, drammatico, fantastico, horror.
Regista: M. Night Shyamalan.
Attori: Bruce Willis, Haley Joel Osment, Toni Collette, Olivia Williams, Mischa Barton, Donnie Wahlberg, Peter Anthony Tambakis, Jeffrey Zubernis, Bruce Norris, Glenn Fitzgerald, Greg Wood.
Anno: 1999.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui



martedì 13 febbraio 2024

Anon - Andrew Niccol

Il genere di Anon non è una sorpresa per chi conosce il regista Andrew Niccol, decisamente orientato verso la fantascienza e le tematiche di genere sociale e/o distopico: Anon è il suo quarto film che vedo, dopo GattacaIn time e The host… tutti e tre film inseribili nei filoni suddetti.

Ecco in grande sintesi la trama di Anon: in un futuro prossimo, l’umanità vive in una sorta di realtà informativa estesa dalla tecnologia, in cui ogni persona che si incontra per strada è già “schedata” per nome, età, professione e altro ancora.
Una tale realtà si presta molto al controllo informativo e assai poco alla libertà e alla privecy individuale…

… nonostante vi siano dei ribelli /trasgressori i quali rifiutano tale stile di vita e cercano di vivere nell’anonimato, da cui il titolo del film.

Sal Frieland (Clive OwenCloser, Sin CityI figli degli uomini, Valerian e la città dei mille pianeti) è un detective che un giorno incontra per strada una donna priva di informazioni, la quale si scopre essere uno degli anonimi, una sorta di rete di terroristi mediatici (almeno, loro li definiscono così, ma chiaramente la visione dei ribelli è assai diversa) i quali da un lato cercano di vivere liberi e non identificati, e dall’altro cercano di causare problemi ai loro nemici.

La donna (Amanda SeyfriedMean girls, Cappuccetto rosso sangueIn time) viene attratta in una trappola, ma ne esce bene, e anzi mette decisamente nei guai il detective Frieland (nome che evidentemente occhieggia alla libertà) il quale aveva funto da esca… assai da vicino, occorre dire.

Anon risulta interessante sia nella tematica sociale, sia nell’ambito tecnologico, dal momento che potrebbe anticipare alcuni fenomeni futuri. 

Cinematograficamente parlando, il film è discreto, pur se non imperdibile: molto ristretto come cast e come scenografia, non è del tutto convincente nei dialoghi e in certe scene, ma tutto sommato regge e si guadagna la pagnotta.

Forse sarebbe da 6 e basta, ma alzo il voto di un mezzo punto per le tematiche interessanti.

Fosco Del Nero



Titolo: Anon (Anon).
Genere: fantascienza, drammatico.
Regista: Andrew Niccol.
Attori: Clive Owen, Amanda Seyfried, Colm Feore, Sonya Walger, Mark O'Brien, Joe Pingue, Iddo Goldberg, Sebastian Pigott, Rachel Roberts (II), Ethan Tavares, Marco Grazzini.
Anno: 2018.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 2 gennaio 2024

La fiera delle illusioni - Guillermo del Toro

Ho oramai visto molti film diretti da Guillermo del Toro: La fiera delle illusioni, per la precisione, è l’ottavo dopo, nell’ordine di visione: Il labirinto del faunoLa spina del diavoloHellboy, Hellboy 2Crimson PeakPacific Rim e La forma dell’acqua - The shape of water.
 
Ogni volta spero che il regista ritorni ai fasti qualitativi dei suoi primi film, a cominciare dal bellissimo Il labirinto del fauno, ma è ormai da un po’ che vengo deluso: purtroppo, anche La fiera delle illusioni, nonostante diversi punti a favore, non fa eccezione.

Partiamo dalla trama del film (il quale è il remake di un omonimo film del 1947, anch’esso ispirato al romanzo Nightmare Alley di William Lindsay Gresham): nella prima scena Stanton Carlisle butta il corpo di un uomo in un buco di un pavimento di una casa che poi brucia. Le scene successive seguono lo stesso Stanton nelle sue peripezie, che lo conducono a una fiera di paese, tra attrattive e illusioni varie. L’uomo dapprima dà una mano come tuttofare e poi si specializza come mentalista, apprendendo il mestiere dal vecchio Pete.

Nel frattempo, si innamora della bella e giovane Molly e a un certo punto le chiede di andar via con lui, per metter su un numero da mentalista di maggior profilo e successo rispetto al livello della fiera.
I due vanno così a vivere a Buffalo e, sulle prime, ottengono un discreto successo: il desiderio di strafare di Stan, tuttavia, nonché la sua attrazione per i soldi, creano delle frizioni tra i due.

La fiera delle illusioni si fa notare subito per il cast dall’ottimo pedigree: Bradley Cooper, Cate Blanchett, Willem Dafoe, Ron Perlman… tutti attori piuttosto caratterizzati, diciamo così.
Anche la scenografia fa il suo dovere: su versante tecnico il film va, e probabilmente i più lo apprezzeranno.

Tuttavia, mi duole constatare ancora un vola che quel senso del grottesco-surreale-immaginifico che un tempo aveva Guillermo del Toro è divenuto via via un senso del tragico-pesante-sanguinolento... non so se per una sua tendenza o se per venire incontro alle richieste del pubblico o dei suoi produttori. Nel caso specifico, se la prima parte del film risulta discretamente interessante, la seconda fa parecchio acqua e, di fatto, si regge interamente sul desiderio di vendetta di un personaggio che si sarebbe offeso per un commento (dopo aver provocato esso stesso per primo) e che da lì avrebbe messo su un inganno colossale. Davvero pochino.

Il finale stesso del film, che forse avrebbe voluto essere una sorta di risultato karmico da “contrappasso in vita”, non colpisce affatto e anzi sembra una trovata atta a colpire lo spettatore meno smaliziato e più facile.

Peccato, perché ne La fiera delle illusioni c’era un buon potenziale (non so quanto rispondente e fedele al romanzo originario), il quale però è stato sprecato e mal direzionato strada facendo… almeno, per quanto ho valutato io.

A questo punto, forse lascerò perdere Guillermo del Toro per sempre.

Fosco Del Nero



Titolo: La fiera delle illusioni (Nightmare Alley).
Genere: drammatico, grottesco, sentimentale.
Regista: Guillermo del Toro.
Attori: Bradley Cooper,  Rooney Mara, Cate Blanchett, Toni Collette, Willem Dafoe, Richard Jenkins, Ron Perlman, David Strathairn, Mary Steenburgen, Holt McCallany, Jim Beaver, Romina Power, Paul Anderson.
Anno: 2021.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 5 dicembre 2023

Ladri di biciclette - Vittorio De Sica

Non avevo mai visto il classico Ladri di biciclette, girato da Vittorio De Sica nel 1948 sulla base dell’omonimo romanzo di Luigi Bartolini… per cui ho pensato di rimediare ora, ad appena 75 anni di distanza dall’uscita del film.

De Sica non solo lo diresse, ma lo produsse e lo sceneggiò in parte.

Leggo online che Ladri di biciclette, alla sua uscita, ebbe un pessimo riscontro in Italia, un ottimo successo in Francia e una valutazione da parte della critica internazionale altalenante a seconda della prospettiva con cui il film veniva inquadrato: realismo, miseria e povertà, ingiustizia, amore familiare e poesia e via discorrendo.

Di mio, non ho alcun riferimento politologico-sociale, né alcun obbligo “dottrinale”, per cui valuterò il film, banalmente, secondo il metro della bellezza che propone.

Prima di tutto, accenniamo la trama: nel secondo dopoguerra, Antonio Ricci è un povero disoccupato che ha tuttavia la fortuna di ottenere un lavoro pubblico come “attacchino di manifesti pubblicitari”, lavoro per il quale è obbligatorio il possesso di una bicicletta, al fine di potersi muovere per Roma. L’uomo l’aveva impegnata, per poter dare da mangiare alla sua famiglia, ma la riscatta impegnando a sua volta lenzuola e asciugamani.
Inizia così a lavorare, ma purtroppo la bicicletta gli viene rubata il primo giorno di lavoro, mandando nel panico lui e la sua famiglia. Si rivolge alla polizia e a un compagno di partito, ma senza esito; si mette a cercarla lui stesso, insieme al figlio Bruno, in rioni disagiati dove il ladro potrebbe vivere o venderla in qualche mercatino… ed effettivamente riesce a trovare il ladro.

Essenzialmente, Ladri di biciclette è un film drammatico che mostra la povertà, economica e culturale, dell’Italia successiva alla Seconda Guerra Mondiale, e particolarmente della sua capitale.
Oltre alla povertà e al dramma, abbiamo ingiustizia e dolore: non è propriamente il mio menu preferito, da cui la valutazione insufficiente assegnata al film… che sarà neorealista finché si vuole, ma rimane un prodotto deprimente.

Peraltro, il film è stato girato perlopiù con attori non professionisti, fatto largamente evidente.

Non mi spiego la grande fama del film, se non per il solito finto intellettualismo che elogia mode e tendenze di qualche tipo. Al tempo, evidentemente, erano quelle della miseria e del degrado.
Al degrado di partenza si aggiunge anche il pessimo esempio del padre di famiglia che diventa ladro a sua volta, e di fronte a suo figlio.

Ognuno ha i suoi gusti e a ognuno il suo pane.

Fosco Del Nero



Titolo: Ladri di biciclette.
Genere: drammatico.
Regista: Vittorio De Sica.
Attori: Lamberto Maggiorani, Lianella Carell, Elena Altieri, Enzo Staiola, Vittorio Antonucci, Memmo Carotenuto, Gino Saltamerenda, Giulio Chiari, Mario Meniconi, Ida Bracci Dorati, Fausto Guerzoni, Carlo Jachino, Sergio Leone.
Anno: 1948.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 12 settembre 2023

Dov’è il mio corpo? - Jérémy Clapin

Ho guardato Dov’è il mio corpo? in quanto si tratta di un film d’animazione pluripremiato, per diversi motivi e in diversi contesti. Inoltre, si tratta di un film francese, e la scuola d’animazione francese è leader in Europa. Insomma, il pedigree era buono.

Tuttavia, mi son trovato davanti un prodotto a mio avviso davvero poco meritevole: privo di bellezza, di fascino e di motivi per esser visto. Una produzione Netflix, peraltro, con tanto di marchio di fabbrica (666 disegnato ed espressione “squadra e compasso” detta a voce), a cui si aggiunge il tono emotivo generale tendente alla depressione.
Forse l’ampio numero di premi deriva dalla provenienza in questione.

Ecco la trama di Dov’è il mio corpo?: il film comincia con una scena sanguinolenta, e precisamente con un giovane a terra in una pozza di sangue. Dopo di che, il tempo si biforca e mostra da un lato come ha fatto il giovane ad arrivare a quel momento, e dall’altro lato il percorso che segue la sua mano mozzata, partendo da una clinica medica, per ritrovare il suo corpo mancante (di cui al titolo).

Il genere del film, dunque, tecnicamente è fantastico, anche se di fantastico non c’è molto.
Le vicende di Naoufel, ragazzo che consegna le pizze ma non è molto bravo a farlo, sono piuttosto noiose.
Quanto alle vicende della sua “mano”… non è niente che non abbia già visto chiunque conosca La famiglia Addams (serie tv degli anni "60, film degli anni "90, la recente serie Mercoledì).

Il tratto grafico del film è piuttosto grossolano, forse in omaggio a un realismo che tuttavia non convince affatto, e non c’è nulla che convinca: personaggi e dialoghi sono banali, come è banale lo spunto della mano che va in giro da sola. 

Interessante che cerchi di tornare al proprio corpo d’origine, ma questo non basta certamente per trasformare un film modesto in un’opera di valore e apprezzabile.

Dov’è il mio corpo? è uno dei film d’animazione francesi più brutti che abbia mai visto (e ne ho visti tanti ormai)… ma è forse quello più premiato: l’unica spiegazione è che gli siano stati assegnati premi “di diritto”, come lascia supporre la provenienza e i due sigilli ben posti in evidenza (ho visto ormai centinaia di film d’animazione di tutto il mondo… e guarda caso proprio in quello Netflix vi sono il numero della bestia e il simbolo massonico per eccellenza).

A ogni modo, lasciando perdere tali questioni teoriche e passando alla pratica, Dov’è il mio corpo? è, semplicemente, un film men che mediocre, privo di motivi per esser visto, se non forse il rapporto tenero che viene a crearsi tra i due protagonisti, ragazzo e ragazza (coppia mista: anche questa è tematica propagandistica cara a Netflix e al globalismo).

Fosco Del Nero



Titolo: Dov’è il mio corpo? (J'ai perdu mon corps).
Genere: animazione, fantastico, drammatico.
Regista: Jérémy Clapin.
Anno: 2019.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui



martedì 5 settembre 2023

La notte del giudizio - James DeMonaco

Mi sono accostato a La notte del giudizio per diversi motivi.

Il primo è che la trama pareva interessante: una società del futuro che, per diminuire la violenza generale, aveva istituito una sorta di notte di violenza gratuita, nella quale i repressi andavano in giro a massacrare chi trovavano per strada e le brave persone si rintanavano in casa, protette da sistemi di sicurezza all’avanguardia.

Il secondo è che il primo film aveva dato origine a una saga di buon successo, cosa che solitamente avviene quando c’è, almeno in partenza, una buona qualità.

Il terzo è che il protagonista della pellicola è Ethan Hawke, un attore che apprezzo molto e che solitamente è molto attento ai copioni cui aderisce: personalmente, l’ho visto in Predestination, Daybreakers – L’ultimo vampiro, L'attimo fuggenteWaking life - Risvegliare la vitaGattaca - La porta dell'universo, Valerian e la città dei mille pianeti… film la cui qualità media è altissima, per l’appunto.

Avevo quindi buone speranze anche per La notte del giudizio, ma son rimasto assai deluso.
Il film, in verità, non aveva molti motivi per essere girato.

Intanto, la premessa per cui istituzionalizzando e legalizzando la violenza, per quanto per un solo giorno all’anno, la violenza generale diminuisca è senza senso: quando la violenza viene legalizzata (sugli animali, sugli esseri umani, etc), aumenta a dismisura, non diminuisce.

Alcuni punti della sceneggiatura, inoltre, si rivelano essi stessi insensati: il figlio adolescente che, nella “notte del giudizio” fa entrare in casa un uomo insanguinato, col rischio che questi uccida (legalmente peraltro) tutta la sua famiglia; il padre che tiene il suddetto uomo legato, nonostante i piani siano cambiati e in quel momento sarebbe utile come difesa dell’abitazione contro il nemico invasore; il fidanzato della figlia che nella notte del giudizio cerca di uccidere il di lei padre, colpevole di non averlo accolto bene in famiglia (dopo l’omicidio probabilmente confidava di essere accolto meglio); i vicini di casa che si uccidono senza pensarci due volte, tanto in quella fascia temporale la violenza è legale (e i giorni dopo, come si vive tra conoscenti sapendo che Tizio ha ammazzato la figlia di Caio?).

Detto del non senso dell’intero film, passiamo alla trama: a seguito di un periodo di alta criminalità, alta disoccupazione e alta povertà, negli USA sale al potere il gruppo dei Nuovi Padri Fondatori d'America, i quali istituiscono una sorta di regime, molto severo in linea generale, ma permissivo nell’evento chiamato Sfogo, dodici ore di libertà e impunità assolute, durante i quali i servizi pubblici sono sospesi. Una volta istituito tale sfogo collettivo annuale, la criminalità e la violenza son diminuite, e parimenti la disoccupazione. Inoltre, lo “sfogo” aveva il “merito” di eliminare le fasce della popolazione più deboli e meno produttive: poveri, barboni, anziani, etc.
James Sandin è un padre di famiglia che, insieme alla moglie Mary, si rintana in casa con figlio e figlia in attesa che la notte del giudizio, col relativo sfogo collettivo, passi. Tuttavia, il figlio adolescente fa entrare in casa un uomo insanguinato che corre per il quartiere, mettendo in modo una serie di eventi alquanto inquietanti.

Onestamente, non capisco il motivo per cui questo film ha avuto dei seguiti: addirittura quattro. Al di là della violenza gratuita, e degli errori di concetto evidenziati, non c’è altro.
L’incipit di genere vagamente distopico è solo una scusa per mettere in scena una somma di scene piene di tensione e di violenza, tra sparatorie, sangue, torture e combattimenti… che forse è ciò che desiderano alcuni spettatori.

Una curiosità: come in Daybreakers – L’ultimo vampiro, il personaggio di Ethan Hawke si trova a scegliere tra un’alternativa per lui conveniente ma immorale, e una meno conveniente ma anche assai meno coraggiosa. In ambo i casi, essendo il protagonista della pellicola, sceglie la seconda opzione.

Fosco Del Nero



Titolo: La notte del giudizio (The purge).
Genere: distopico, drammatico.
Regista: James DeMonaco.
Attori:  Lena Headey, Ethan Hawke, Tom Yi, Chester Lockhart, David Basila, Peter Gvozdas, Tyler Jaye, Nathan Clarkson, Dana Bunch, John Weselcouch, Alicia Vela-Bailey, Rhys Wakefield.
Anno: 2013.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.



Il mondo dall'altra parte