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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare.

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te.

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno.

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Se vuoi che il mondo cambi, inizia a darti da fare tu stesso.

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

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martedì 8 marzo 2022

Il Mahabharata - Peter Brook

La recensione di oggi è dedicata a un film particolare per differenti motivi: Il Mahabharata di Peter Brook.

Il primo, ovvio motivo è che si tratta della conversione cinematografica del famoso poema epico-religioso indiano.

Il secondo è che non si tratta, almeno nella versione che ho visto io, di un solo film, ma di tre film… o di un film diviso in tre parti, se preferite. Ciascuna parte è di circa 1 ora e 40 minuti, e dunque ciascuna parte è un film vero e proprio in quanto a lunghezza. So peraltro che l’opera originaria girata da Brook constava di circa 9 ore, poi ridotte a meno di 6 per la programmazione televisiva e infine a 3 per il cinema e il mercato dell’home video.

L’ultimo motivo, collegato al primo, è che non si tratta di un film “normale”, ossia dedito al mero intrattenimento, ma, coerentemente all’opera cui esso si riferisce, contiene al suo interno molti richiami di tipo spiritual-evolutivo, che proporrò, almeno in parte, come citazioni a fine articolo.
In tale vocazione di fondo, il prodotto non si discosta molto da un altro film di Peter Brook che ho già recensito, ossia Incontro con uomini straordinari, dedicato alla vita di G. I. Gurdjieff. Del regista in questione ho recensito anche il classico Il signore delle mosche, anch’esso film discretamente impegnato, ma più sul versante psicologico-sociologico che non su quello spirituale.

Passiamo alla trama de Il Mahabharata, che non potrà essere che sommaria visto che nell’intera storia succedono tante cose, impossibili da riassumere in poche righe: i Pandava e i Kaurava sono le filiazioni dei due fratelli Pandu e Dhritharashra. Esse non sono in buoni rapporti e, anzi, si profila tra di loro una guerra, con fortissimi guerrieri su entrambi i versanti, con tanto di armi magiche, semidivinità, uomini immortali e via discorrendo. I primi son cinque, mentre i secondi sono cento… ma i primi sono affiancati da Krishna, uomo-avatar incarnazione del dio Vishnu, con tutto ciò che ne consegue.
All’interno del primo gruppo, si distingue Arjuna, mentre all’interno del secondo Karna, i quali non a caso sono nemici giurati tra di loro, oltre che fratellastri (pur senza saperlo). 
Anche se, a onor del vero, il titolo più elevato, di potenziale erede al trono, sarebbe da un lato assegnato a Yudhishthira per i Pandava e a Duryodhana per i Kaurava.
La storia parte con il narratore Vyasa, il quale è sia narratore sia protagonista attivo della storia, e si conclude grossomodo come era iniziata, con Vyasa che termina il racconto del suo poema epico, il quale nel mentre è stato trascritto da Ganesha, il dio uomo-elefante figlio di Shiva.

Prima di dedicarmi alla lunga lista di citazioni, alcune parole sull’opera in generale. Il Mahabharata è un modo di fare cinema non troppo popolare, per il semplice fatto che è molto impegnato e impegnativo, e la gente davanti alla tv o davanti allo schermo del cinema tendenzialmente vuole svagarsi, non impegnarsi. Perciò, è per definizione un film per pochi occidentali, o forse per molti orientali, anche se ho il dubbio che gli indiani possano ritenerlo un po’ troppo spurio; d’altronde, il regista è britannico, il cast è multinazionale, e forse persino troppo: da un film sul Mahabharata ti aspetteresti attori tutti indiani, magari delle varie e numerose etnie dell’India, e invece dentro c’è letteralmente di tutto: indiani, mongoli, cinesi, caucasici, africani di diverse zone dell’Africa. Si dica, per esempio, che Arjuna, uno dei protagonisti principali, è interpretato dall’italiano Vittorio Mezzogiorno.
Onestamente, avrei preferito un casting più fedele alla zona geografica di riferimento, ma tant’è: è stato fatto così. Andrebbe pur detto che la storia, già antica di suo, racconterebbe di un'epoca ancora più antica, nella quale in India si sarebbe mossi gli Arii, popolazione indoiranica che invase la valle dell'Indo scendendo dal nord: la presenza di più razze sarebbe così credibile... anche se non nei livelli proposti dal film (mediterranei, africani, britannici, etc).
La lingua originale, in tale casting multinazionale, è ovviamente l’inglese; ho dunque affiancato l’audio inglese (piacevole da sentire) ai sottotitoli in italiano (facili da leggere, anche se a volte non del tutto fedeli all’originale).

Altre due parole sull’opera: scenografia molto bella; costumi anche; ottima caratterizzazione dei personaggi; dialoghi ispirati; senso di sacralità che pervade tutto quanto, anche nei momenti tragici e durante la guerra; pochi ma efficaci effetti speciali; il tutto sa più di teatro che di cinema, e infatti è stato girato interamente in interno, mai in esterno.
La valutazione complessiva de Il Mahabharata è ottima.

Passiamo ora alle citazioni tratte dall’opera, che renderanno bene l’idea, all’occhio capace di coglierle, del suo valore interno.

Ma prima delle citazioni, una curiosità: nella storia si racconta di una donna che rimane incinta e ha un bambino pur essendo vergine (come Maria e Gesù), la quale mette in una cesta il bambino, lasciato andare in un fiume, per poi essere cresciuto da altri e divenire un uomo importante (come Mosè)… a testimonianza che si tratta di topos spirituali precedenti l'ebraismo e il cristianesimo.

“Se mi ascolterai bene, alla fine sarai diverso.” 
(dice il saggio Vyasa a inizio storia a un ragazzino, toccandolo sul cuore e riferendosi al progresso interiore)

“Ecco i nostri due figli, Nakula e Sahadeva, inseparabili come pazienza e saggezza.”

“Mi metto un velo sugli occhi, lo stringo bene, non lo toglierò mai più.”

“Posso rinunciare a ricchezze e piaceri.
Desidero soltanto imparare.”

“Il mondo pullula di infinite creature. 
Quelle che vediamo e quelle che non vediamo.”

“Tre dei governano l’universo.
Tre, che sono anche uno: Brahma il creatore, Shiva il distruttore e il terzo è Vishnu.”

“Resisti a ciò che resiste in te: diventa te stesso.”

“Tutto quello che vidi lì mi fece impazzire: il palazzo, impareggiabile, fu costruito da Maya, il sommo architetto. È il palazzo dell’illusione, dove i pensieri diventano realtà.”

“Io non amo niente, io non sono niente.”

“Che ognuno vada fino ai propri limiti.”

“A volte penso che l’uomo non è niente: la sua natura gli è imposta, nulla viene da lui. Quello che facciamo o pensiamo è solo un gioco. Siamo ombre mobili.”

“Un minimo di coraggio è tutto quello che ti serve: guardati intorno, guarda le cose come sono."

“Ora ti tolgo il velo.”

“È un’arma che può distruggere il mondo: puoi scoccarla con l’arco, ma anche con gli occhi: le tue parole, i tuoi pensieri. È un’arma che non puoi richiamare, senza limiti, senza pietà. Non potrai mai disfartene, mai darla indietro.”

“Chi sei?”
“Il Dio Dharma, tuo padre. Sono la costanza, la ragione, l’ordine del mondo.”
“Hai preso la forma di un lago.”
“Sono tutte le forme.”

“Vyasa, perché inventi questo poema?”
“Per scolpire il dharma nel cuore degli uomini.”

“Nessuna strada è totalmente tracciata: sei tra i vivi, e vivi.”

“Yudhishthira, si dice che siamo entrati nell'era della distruzione: è vero?”
“Vedo sorgere un'altra era, in cui dei re barbari guidano un mondo corrotto e vizioso. Degli uomini malaticci, spaventati, induriti, vivono vite miserabili. Già canuti a sedici anni, si congiungono carnalmente con animali. Le loro donne, prostitute, si vendono con bocche avide. Vacche asciutte, sterili. Alberi rachitici, senza vita. Niente più fiori, niente più purezza. Ambizione, corruzione, commercio. È l'Era di Kali, l'epoca oscura: campagne desertiche, città infestate dal crimine.”

“Ti posso solo assicurare questo: non potrai scegliere tra la pace e la guerra.”
“Cosa potrò scegliere?”
“Tra una guerra e un’altra.”
“L’altra guerra dove si svolgerà? Sopra un campo di battaglia o nel mio cuore?”
“Non c’è una reale differenza.”

“Ho ricevuto un regno sul quale stampai una cifra: uno.
Non lo mutilerò. Non lo dividerò in pezzi. Lo manterrò intatto, come quando mi fu dato.”

“Un cattivo re è un morbo contagioso: insozza la sua epoca.”

“Digli: svegliati, alzati.
Il tuo corpo è bello, e il tuo corpo è nobile, ma se vivi col timore di morire, perché averti dato la vita?
Brucia come una torcia, fosse anche solo per un istante.”

“L’occhio che illumina ogni cosa veglierà su di noi.”

“Una cosa è sicura, Krishna: faremo un lungo viaggio insieme.”
“Sì, e un giorno ci ritroveremo di nuovo.” 
(parlano poco prima della guerra, dando per scontata la loro morte)

“Cosa fa Krishna?”
“Parla ad Arjuna.”
“Cosa gli dice?”
“Gli dice: ‘Sii disinteressato. Combatti senza desiderio. Devi agire ma senza farti sopraffare dall’azione. Nel cuore dell’azione devi sentirti libero da ogni legame’.”

“Come posso mettere in pratica ciò che vuoi da me? La mia mente è mobile, instabile, evasiva, febbrile, agitata, ostinata. Domarla è più difficile che ammansire il vento.”
“Impara a guardare con gli stessi occhi un tumulo di terra e un cumulo d’oro, una vacca e un saggio, un cane e l’uomo che mangia il cane. Esiste un’altra intelligenza al di sopra della mente.”
“La passione ci trascina, la malvagità ci offusca i sensi: come faccio a trovare questa intelligenza, con quale volontà?”
Per rispondere a questa domanda, Krishna guidò Arjuna attraverso la foresta dell’illusione. Cominciò a insegnargli lo yoga antico della saggezza, e la strada misteriosa dell’azione. Gli parlò a lungo, molto a lungo, tra i due eserciti che si preparavano a distruggersi.

“Tutti gli uomini sono nati nell’illusione. Come raggiungere la verità se si è nati nell’illusione?”
Lentamente Krishna guidò Arjuna per i meandri del suo spirito; indicò i movimenti segreti del suo essere e il vero campo di battaglia, dove non servono né guerrieri né frecce, dove ognuno può combattere da solo. È il sapere più segreto. Gli mostrò tutta la verità, gli insegnò come il mondo va rivelandosi.
“Le mie illusioni svaniscono una dopo l’altra. Adesso, se sono capace di contemplarla, mostrami la tua forma universale. Ti vedo, e vedo pure tutto il mondo in un solo punto. Vedo la vita, la morte, il silenzio. Rivelami la tua natura. Sono precipitato giù negli abissi, ho paura.”
“Sono tutto quello che pensi, sono tutto quello che dici: ogni cosa è appena a me come le perle alla collana. Sono il profumo della terra, il calore del fuoco. Sono ciò che appare, sono ciò che scompare. Sono la beffa dell’imbroglione, sono il fulgore di tutto ciò che splende. Sono il tempo invecchiato. Tutti gli esseri precipitano nella notte e vengono poi riportati alla luce.”

“Chi crede di poter uccidere e chi crede di poter essere ucciso sbaglia comunque.”
“Nessun arma può trafiggere la vita che ho infuso in te. Nessun fuoco bruciarla, nessun’acqua allagarla, nessun vento può prosciugarla. Non temere più. Alzati, perché ti amo. Ora puoi dominare il tuo misterioso e incomprensibile spirito.”

“Tu inganni la tua natura, detesti chi ha le qualità che ti mancano. Eppure sei forte e grande.”

“Attraverso un lungo periodo oscuro con te. Questa lotta è assoluta. Tu e i tuoi fratelli siete l’unica luce del mondo. In ogni momento, ricordate questo: se il vostro cuore è affranto, chiuso, se si fa amaro, nero, asciutto, quella luce sarà persa.”

“La morte non esiste. La morte è negligenza, è ignoranza, mentre la vigilanza è immortalità. 
La morte non può divorare chi si scrolla la vita di dosso, non ha più potere di fronte all’eternità.
Il vento, la vita, scorrono partendo dall’infinito. La luna beve il soffio della vita. Il sole beve la luna. L’infinito beve il sole. Il saggio si libra in mezzo ai mondi. Quando il suo corpo viene distrutto e non rimane nessuna traccia di lui, allora la morte stessa è distrutta a sua volta, e l’uomo saggio contempla l’infinito.”

“Non puoi morire con gli occhi chiusi. 
Togliti il velo.”

“Sogno o sono sveglio?”

“Non hai visto né il paradiso né l’inferno. Qua non esiste né felicità, né castigo, né famiglia, né nemici. Alzati e vivi in pace. Qua le parole finiscono, come i pensieri. Questa era la tua ultima illusione.”

A proposito di quest’ultima citazione, è molto bella, simbolicamente parlando, la scena finale, in cui Yudhishthira, uno dei Pandava, il figlio dei Dio Dharma (che rappresenta, in essenza, il percorso evolutivo), è alle prese con la sua prova finale.

Al di là del numero di frasi di valore, comunque, è di valore soprattutto il simbolo e l’insegnamento dell’opera: la guerra interiore piuttosto che esteriore (il campo di battaglia è l'individuo stesso, col suo karma e il suo dharma), la lotta tra i fratellastri inferi dell’ego (i Kaurava) e quelli superiori dell’anima (i Pandava), l’energia kundalini sposa dei vari vortici-chakra, la contrapposizione tra la cecità e la vista con le varie discendenze e conseguenze, la teorica sovranità dell’anima (Yudhishthira), usurpata dalla personalità e dai suoi desideri terreni (Duryodhana), il rapporto tra maestro (Krishna) e allievo (Arjuna), etc. Il film è ovviamente una riduzione, dal momento che il Mahabharata è il poema più lungo di tutti i tempi, ma se si mettessero in fila anche solo gli insegnamenti del film, faremmo notte, per cui mi limito a quanto riportato sinora.

Fosco Del Nero



Titolo: Il Mahabharata (The Mahabharata).
Genere: fantastico, drammatico, religioso, filosofico, esistenziale.
Regista: Peter Brook.
Attori: Bruce Myers, Miriam Goldschmidt, Robert Langdon Lloyd, Vittorio Mezzogiorno, Andrzej Seweryn, Yoshi Oida, Tuncel Kurtiz, Georges Corraface, Sotigui Kouyaté, Antonin Stahly-Vishwanadan, Mamadou Dioume, Jean-Paul Denizon, Mahmoud Tabrizi-Zadeh, Mallika Sarabhai.
Anno: 1989.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.



martedì 20 luglio 2021

Sayat nova - Il colore del melograno - Sergej Iosifovič Paradžanov

Quest’oggi vi propongo un prodotto davvero particolare, perlomeno per la concezione occidentale cinematografica: Sayat nova - Il colore del melograno, film realizzato nel 1968 da Sergej Iosifovic Paradzanov, regista russo di genitori armeni, nato tuttavia in Georgia.

Insomma, la sua cultura d’origine più che russa è caucasica, e difatti il film non sa affatto di Mosca (la quale anzi ostacolò in molti modi l’attività del regista, ritenuto sovversivo e sottoposto persino a processo), ma  delle contrade armene, e difatti Il colore del melograno è una biografia, per quanto non convenzionale, del poeta armeno Sayat Nova, vissuto nel Settecento e passato tra corti regali e monasteri.

Dico che si tratta di una biografia non convenzionale, perché il film stesso è, dal punto di vista classico, non convenzionale e, anzi, non è cinema come lo si concepisce normalmente.
Se tradizionalmente il film è visto come un romanzo, e infatti racconta trame e dialoghi, Il colore del melograno non è in tal senso un romanzo, ma una poesia: non racconta con eventi, personaggi e dialoghi, ma con immagini, colori, forme e suoni.
Il massimo che vi si può trovare, in tal senso, sono i vari ambienti nei quali il poeta ha vissuto: il paese dell'infanzia, le corti, il monastero, etc.

Se non c'è una vera e propria storia, non c'è un vero e proprio cast: si dica solo che l'attrice Sofiko Chiaureli ha interpretato sei ruoli diversi, sia maschili che femminili.

Tutto il film, piuttosto breve con i suoi 74 minuti circa, è composto così da una serie di inquadrature assai curate e studiate, dal sapore immaginifico e surreale, quando non simbolico, intervallate da alcune schermate riportanti delle scritte, o parole recitate a voce, quasi sempre connesse alla Bibbia.

Qua veniamo al motivo per cui ho guardato Sayat nova - Il colore del melograno, che non è quello artistico e nemmeno quello biografico, ma quello esistenziale. In questo senso il film si rivela ricco e interessante, non fosse altro perché propone alcuni passi significativi dei Vangeli, e altro ancora, affiancandovi come detto molte scene suggestive, a metà tra poesia, bellezza e introspezione interiore.
Peraltro, per rimanere in tema evolutivo, molte scene, in cui sono presenti movimenti ritmici ripetuti, ricordano le danze sacre di Gurdjieff: armeno anche lui, e probabilmente la cosa non è un caso.

Chi è interessato dunque a una di queste due cose, contenuti esistenziali e bellezza visiva, ne Il colore del melograno troverà pane per i suoi denti, mentre chi cerca un film tradizionale è meglio che si diriga altrove.

Chiudo la recensione di Sayat nova - Il colore del melograno con le citazioni che mi sono segnato, Vangeli compresi. Vi risparmio invece la descrizione di alcuni riferimenti biblici come l’uomo e la donna che si uniscono in  matrimonio, le cento pecore in una chiesa o l’asino che gira intorno alla mola.

“L’uomo e la sua anima sono sofferenza.”

“Poi Dio disse: ‘Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che si trova su tutta la Terra, e ogni albero in cui è il frutto, che produce il seme. Saranno il vostro cibo’”.

“Dovete conservare con cura i libri e leggere, perché i libri sono la vita e l’anima.
Se non ci fossero i libri, il mondo sarebbe ignoranza.
Leggete ad alta voce al popolo per il suo bene, perché certa gente non può leggere e scrivere.”

“Noi cerchiamo noi stessi l'uno nell'altro.”

“Io cerco un tesoro sempre più grande.”

“In questa vita così bella solo a me è riservata la sofferenza.
Perché deve essere così?”

“Vai e cerca il tuo rifugio dell’amore.”
“Visiterò tutti i monasteri uno ad uno.”

“Salvami, Signore, dagli uomini malvagi. Fanno acuta la loro lingua come quella di un serpente. Veleno di aspide sta sotto le loro labbra.
Proteggimi dagli uomini di violenza. Essi tramano sventura nel loro cuore, scatenano guerre ogni giorno.
Salvami, Signore, dalle mani degli empi, proteggimi dai violenti. Essi tramano per far vacillare i miei piedi.
Hanno teso lacci per me i superbi, hanno teso funi come rete. Hanno collocato insidie per me sul ciglio della strada.
Signore, tu sei il mio Dio, ascolta la mia supplica. Signore, mia forza di salvezza, tu hai coperto il mio capo il giorno della battaglia.”

“Va’, ascoltati dentro. Va’, e conserva sempre la tua vittoria e la tua bontà, che rimanga con te in eterno.
Ascoltati dentro. Vai, vai.”

“Sento il richiamo della speranza e del ritorno, ma sono stanco.
Chi ha ricoperto questa terra antica e stanca di tanta tristezza?”

“Il mondo è una finestra.”

“In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, dimora solo.
Se invece muore produce molto frutto.”

“Chi mi vuol servire mi segua, e dove sono io là sarà anche il mio servo.
Chi mi serve il Padre lo onorerà.”

In conclusione, un ultimo appunto: lo so, in tanti non sono ancora arrivati alla compassione e immagino che decenni e secoli fa la l'umanità fosse messa ancora peggio, ma non posso non evidenziare in negativo le scene in cui vengono sgozzati dei montoni come animali sacrificali… e questo un paio di minuti dopo che si chiedeva al Signore "protezione contro gli uomini malvagi" e subito prima che si consigliasse di “conservare sempre la propria bontà”. La cosa è doppiamente curiosa poiché, tra le altre citazioni bibliche, vi è anche quella in cui Dio impone all'essere umano un'alimentazione vegetale.
Prima o poi ci si arriverà, come si è arrivati a discernere giustizia e ingiustizia su questioni come i genocidi, la schiavitù, l'anima della donna, lo sfruttamento sessuale, etc… in realtà, in tanti stanno ancora lavorando su questi punti, per cui l'amore per gli animali per una certa fetta dell'umanità è una questione ancora prematura.

Fosco Del Nero



Titolo: Il colore del melograno (Sayat nova).
Genere: biografia, religioso, esistenziale.
Regista:  Sergej Iosifovič Paradžanov.
Attori: Sofiko Chiaureli, 
Anno: 1968.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.



martedì 2 ottobre 2018

La via lattea - Luis Bunuel

Non avevo mai visto un film di Luis Bunuel, regista spagnolo famoso per i suoi film surreali e spesso dal contenuto sociale, politico e satirico, per cui La via lattea è stata in tal senso una primizia.

Andiamo a contestualizzare: intanto il film è del 1968, e in secondo luogo il titolo si riferisce non già alla galassia all’interno della quale si trova il sistema solare (anche se alcuni ricercatori non son d’accordo su questo, ho letto tempo fa), bensì a come era definita anticamente la strada che portava i pellegrini europei dalla Francia a Santiago di Compostela.
Insomma, parliamo dell’odierno “Cammino di Santiago”, che termina nel santuario dedicato a San Giacomo, di cui secondo la leggenda i resti riposano proprio in quel luogo, arrivativi in modo semi-miracoloso.

Il film di Luis Bunuel prende le mosse da ciò, e parte proprio dalla Francia, seguendo i passi di due viaggiatori, Pierre e Jean, che partono da Fontainebleau e intendono per l’appunto arrivare a Santiago, un po’ a piedi un po’ ottenendo passaggi in macchina, secondo come capita.

Detto così, La via lattea potrebbe sembrare un film d’avventura, o un film di formazione interiore, ma non lo è, segnalandosi invece come film fortemente surreale, e anche fortemente critico verso la religione cattolica.

Il viaggio dei due viandanti francesi è alternato con scene di varia collocazione storica: i tempi di Gesù, i tempi dell’inquisizione, qualche imprecisata ambientazione medievale, i tempi moderni… abbiamo persino una scena con il Marchese de Sade.
Globalmente parlando, il viaggio di Pierre e Jean diviene una sorta di viaggio nella religione cristiana, tra il cattolicesimo e le varie eresie che gli hanno conteso il primato, con tanto di disquisizione teologiche tra chi la pensava in un modo e chi nell’altro, e con tanto di duelli, roghi, diatribe, etc.

In ciò, ci passa davvero di tutto: ovvi riferimenti ai Vangeli e alla persona di Gesù, riferimenti a Dio Padre, allo Spirito Santo, alla Madonna, ad apparizioni e miracoli, alla transustanziazione.

Alternandosi alle disquisizioni dottrinali sull’esistenza o meno di Dio, sulla natura divina o meno di Gesù, sulla svolgimento dei rituali, etc, non mancano peraltro numerose scene surreali e spesso potentemente simboliche e persino didattiche, come la recita dei bambini indottrinati che scagliano anatemi e maledizioni su chi non si adegua alla dottrina in corso, come le suore che si fanno crocifiggere, come il duello con la spada tra due diversi esponenti della cristianità, ognuno convinto di essere nella ragione e che l’altro sia un eretico (che da solo illustra bene la ridicolaggine di tutti gli scontri religiosi), come lo scontro dialettico tra un vescovo e due osservatori sulla natura trinitaria o unitaria di Dio (idem come sopra), come la scena del sacerdote che incita due ragazzi a non commettere atti impuri secondo la dottrina ufficiale, come la breve scena della lampada e del moggio.

Insomma, ne La via lattea c’è molto da vedere, e ovviamente è un molto che al tempo non è piaciuto alla chiesa cattolica, pur avendo Bunuel solamente recitato a voce testi ufficiali antichi e moderni.
Dapprima il film mi ha lasciato un po’ perplesso, ma poi mi ha conquistato, e anzi devo dire che è da solo è un manifesto della stoltezza della razza umana nel corso dei secoli…
... e nell’indicare la direzione sbagliata, al contempo è utile per intuire la direzione giusta; non propone, dunque, non ha valenza positiva, ma ha comunque una sua utilità nella sua valenza negativa. In questo senso, il film, pur non proponendo principi esistenziali, ha una sua valenza educativa.

Complessivamente, La via lattea mi è piaciuto così tanto che mi vedrò altri film di Bunuel.

Fosco Del Nero



Titolo: La via lattea (La voie lactée).
Genere: drammatico, religioso, surreale.
Regista: Luis Bunuel.
Attori: Christine Simon, Pierre Clémenti, Georges Marchal, Michel Etcheverry, Agnès Capri, Ellen Bahl, Julien Bertheau, Muni, Claude Cerval, François Maistre, Bernard Verley, Edith Scob, Alain Cuny.
Anno: 1968.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 26 luglio 2017

Il Vangelo secondo Matteo - Pier Paolo Pasolini

Io non sono certamente un nostalgico, una di quelle persone che attribuisce lodi a qualcosa solo perché è vecchio, o perché porta una firma prestigiosa, e il film Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini è una testimonianza in tal senso.

Intanto, la collocazione storica: siamo nel 1964, in piena guerra ideologica tra destra-sinistra, tra borghesi e proletari, e all’interno di tale contrapposizione duale ogni cosa era vista in termini di “lotta di classe”. Non a caso, fece scalpore, e non piacque alla sinistra di allora, che un loro cineasta realizzò un film su Gesù, ossia sulla “concorrenza”, come sottolineò allora il giornale L’Unità.

Contrapposizioni infantili, certamente, ma che suggeriscono l’impronta del film. Così come la suggerisce il fatto che il regista Pier Paolo Pasolini per il ruolo di Gesù volle il suo amico intellettuale di sinistra Enrique Irazoqui, il quale peraltro non ne voleva sapere di interpretare il ruolo del “nemico”, e fu convinto tramite il ricco cachet, che avrebbe potuto essere messo a disposizione della “lotta del popolo”, e tramite la prospettiva di realizzare un Gesù “gramsciano”.
Un abbrivio non troppo “spirituale”, diciamo.

Tutto ciò, tra l’altro, come se la cosa fosse innovativa o curiosa: Gesù in realtà è certamente personaggio proletario e popolare, e quindi avrebbe dovuto per forza essere messo a sinistra… questo almeno se tali contrapposizioni dualistiche avessero avuto un senso per lui, ma ovviamente non le avevano (e infatti Gesù invitava al non giudizio, ossia alla non divisione, alla non dualità).
Comunque, come Cristo e cristianesimo siano finiti per essere associati alla destra e non alla sinistra è uno dei misteri della storia.

Ma proseguiamo: date queste premesse, ne esce fuori un film per forza intellettuale, come lo era il suo regista e il suo attore principale. Intellettuale, dunque freddo e cerebrale. Citazionista al massimo, ma privo di forza interiore. Letteralmente privo.

Risultato questo non solo dell’energia motrice del film, ma anche del fatto di aver messo come protagonista il Gesù meno carismatico della storia.
Amico del regista, non un attore di professione, come tanti altri “attori” del film: anche in questo, forse, si voleva evidenziare una natura proletaria del film, visto che quasi tutti non erano attori professionisti, ma conoscenti del regista o gente del popolo.

Ancora sul “popolarismo”: molte scene sono doppiate con pesanti accenti regionali italiani, cosa che abbinata all’ambientazione completamente italiana del film da un lato rende assai difficile una collocazione palestinese della storia, e dall’altro dà a Il Vangelo secondo Matteo un’impronta molto italiana, e italian-popolare.
Lo stesso Enrique Irazoqui, ossia Gesù, se era figlio di padre spagnolo, era figlio anche di madre italiana, così come era italiana la giovane Maria, etc.

A proposito di Maria: la scelta dell’attrice che impersona Maria adulta dà l’idea dell’inaccuratezza del prodotto: ambientazione lontana da quella originale, attori non professionisti e peraltro non del Vicino Oriente, ma tutti italiani… e Maria adulta che sembra un’anziana di 60-65 anni in luogo della 46enne che avrebbe dovuto essere.

Ma tante altre cose del film sono a dir poco opinabili: per esempio, la scelta di piazzare i discorsi più famosi di Gesù uno di seguito all’altro, come fossero una collezione di dipinti, e ciò al di fuori delle scene di vita e di dialogo in cui sono collocati nei Vangeli.

O ancora, la passione è resa in modo frettoloso e ridicolo, come è ugualmente ridicolo il finale.

Ancora: il commento musicale spesso è messo a sproposito. Magari musicalmente bello, ma messo a sproposito, e spesso risulta essere soverchiante rispetto a immagini e parlato.

Ma la cosa peggiore, lo ripeto ancora, è che si vede che è un film fatto da un intellettuale: manca lo spessore spirituale di Gesù, ossia del personaggio spiritualmente evoluto che era, mentre il film è tutta teoria… per non dire che Gesù sembra un represso che non fa altro che mettersi a strillare.

Insomma, ne Il Vangelo secondo Matteo non si salva quasi niente. Appena qualche primo piano e qualche sfondo… e ovviamente i discorsi di Gesù, il cui senso però si perde nelle pieghe da predicatore di strada che ha assunto il film.

Ossia, il film ha perso tutto il senso del cristianesimo… ma d’altronde se lo è perso anche la Chiesa, per cui nulla di strano che se lo sia perso anche la “sinistra” degli anni "60.

Fosco Del Nero



Titolo: Il Vangelo secondo Matteo.
Genere: drammatico, religioso.
Regista: Pier Paolo Pasolini.
Attori: Enrique Irazoqui, Margherita Caruso, Susanna Pasolini, Marcello Morante, Mario Socrate, Settimio Di Porto, Otello Sestili, Ferruccio Nuzzo, Giacomo Morante,Giorgio Agamben, Ninetto Davoli, Paola Tedesco.
Anno: 1964.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.

venerdì 27 marzo 2009

Conversazioni con Dio - Stephen Deutsch

Il film che recensisco oggi è un po’ particolare, e non certo perché sia ispirato a un libro, di cui porta anche il nome, ma per il contenuto del libro stesso, nonché per la vita dell’uomo che lo ha scritto.

Sto parlando di Conversazioni con Dio, film tratto dall'omonimo e vendutissimo libro di Neale Donald Walsch.

Il film, diretto da Stephen Deutsch, ripercorre proprio la vita dello scrittore, nei suoi alti e bassi, nel momento della povertà e dei cassonetti e in quello della fama e del successo.
Fama e successo derivanti, peraltro, proprio dal suddetto libro.

Libro che probabilmente andrebbe letto prima della visione del film, il quale, in mancanza del suo gemello, avrà plausibilmente un sapore mezzano, se non proprio di incompiutezza.

Ad ogni modo, ecco la storia di Conversazioni con Dio: Neale (Henry Czerny) in un lampo perde tutto, lavoro, famiglia e casa, ed è costretto ad arrangiarsi, privo di denaro e di un luogo in cui abitare.
La sua vita da barbone, va da sé, gli sta stretta, ed egli, dopo un primo momento di scoramento, lotta per risollevarsi e risalire la china.
In un successivo e nuovo momento di delusione, giunge l’evento inimmaginabile: Dio gli parla, e lo fa con chiarezza.
Lui prende appunti e poi pubblica un libro con le parole di Dio.

Badate che questa è la vera storia di Neale Donald Walsch, col libro (di cui trovate le recensione qui: Conversazioni con Dio) che inevitabilmente è diventato un caso editoriale e ha fatto molto discutere.

Inevitabile anche che si formino i partiti dei pro e dei contro, tanto per il libro, quanto per questo film. Il quale, peraltro, se visto isolatamente non ha un grande senso, giacché non si distingue per virtuosismi cinematografici e anzi per una sceneggiatura un po' povera.

Tuttavia, come “completamento” del libro, pare avere un suo perché (o magari, al contrario, per indirizzare alcune persone al libro e in generale alla narrativa esistenziale).
Comunque, l'ordine migliore a me pare quello di leggersi prima il libro Conversazioni con Dio e poi, nel caso si desideri, l'omonimo film.

In chiusura di recensione, aggiungo alcune frasi estratte dal film... il quale a sua volta le ha estratte dal libro.

"Non ne hai avuto ancora abbastanza?
Sei pronto adesso?"

"Ogni singola libera scelta che voi fate deriva da un pensiero di amore o da un pensiero di paura.
Non esistono altre scelte."

"Invece di preoccuparvi di quello che la gente pensa di voi, concentratevi invece su quello che voi pensate di voi stessi: è questo che conta."


"Non esiste separazione tra benessere economico e spiritualità: le due cose in realtà possono coesistere. Non trovate strano che viviamo in una società che tende a svalutare le occupazioni più importanti? 
Non abbiamo problemi a dare a un allenatore di football cinque milioni di dollari a stagione o a un attore dieci milioni per un film, ma siamo convinti che chiunque abbia a che fare con la spiritualità debba vivere povero, celibe o in astinenza... o meglio, tutte e tre le cose.
Ora provate a immaginare un mondo in cui il denaro viene dato a tutti quelli che ci dispensano i doni più grandi: insegnanti, artisti, infermieri..."

"L'universo opera a nostro favore continuamente e in ogni modo, nonostante le circostanze e le apparenze."

"Noi siamo esattamente le persone che abbiamo aspettato."

"Sei sveglio o dormi?"

"Io sono qui perché ho perso il mio lavoro."
"Tu sei qui perché hai perso te stesso."

"E' il momento di diventare un uomo. 
Un vero uomo, intendo: non un predatore.
Quanto in basso dovrai cadere per capire che il tuo comportamento è un tentativo di distruggere te stesso?
Guarisci da questo e sarai libero."

"Io parlo con tutti, continuamente.
La domanda è: chi mi ascolta?"

"La risposta è l'amore.
L'amore è tutto ciò che esiste."

"Voi avete creato intorno all'amore una realtà basata sulla paura, e questa realtà basata sulla paura domina la vostra esperienza dell'amore."

"Siete voi a stabilire le vostre regole.
Siete voi a fissare le linee guida."

"Che cosa farebbe ora l'amore?"

"Vivete la vostra vita senza aspettative, senza il bisogno di risultati specifici.
Questa è la libertà."

"Voi siete costantemente nell'atto di creare voi stessi.
In ogni momento voi decidete chi e che cosa siete."

"La sofferenza non ha niente a che fare con gli eventi, ma con la reazione che ciascuno ha verso di essi.
Ciò che accade è solo ciò che accade, ma come noi lo percepiamo è un'altra questione."

"La tua richiesta è una dichiarazione che ti manca qualcosa, e il dichiararlo produce quella precisa esperienza: il senso della mancanza della tua realtà."

"Io sono qui.
Sono proprio qui adesso."

"Siamo tutti una cosa sola; non esiste separazione."

"Non dovete preoccuparvi di come andare avanti.
I veri maestri sono quelli che hanno scelto di vivere, non di sopravvivere."

"Va' avanti, fa' qualsiasi cosa che ami veramente.
Non fare altro.
Hai così poco tempo; come puoi pensare di sprecare anche un solo momento facendo qualcosa che non ti piace? Questo non è vivere, questo è morire."

"Non sentirti abbandonato, perché io sono sempre con te."

Fosco Del Nero



Titolo: Conversazioni con Dio (Conversations with God).
Genere: drammatico, spirituale.
Regista: Stephen Deutsch.
Attori: Henry Czerny, Vilma Silva, T. Bruce Page Zillah Glory, Ingrid Boulting, Jerry McGill, Abdul Salaam El Razzac, Michael A. Goorjian, Michelle Merring.
Anno: 2006.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

giovedì 24 luglio 2008

Dogma - Kevin Smith

Dogma è uno strano mix, sinergia di commedia (spesso, anzi, si va sul film comico-satirico), drammatico, splatter, religioso.

Il perchè di tale miscuglio sarà chiaro non appena si accennerà alla trama: Bartleby e Loki sono due angeli rinnegati da Dio (non gli sono stati fedeli al momento della rivolta di Lucifero), che per punizione sono stati mandati sula Terra in forma umana.

Tuttavia, essi sono immortali (almeno, fino a che non si tagliano le ali), e conservano ancora parte dei loro poteri.
Il loro obiettivo è quello di sfruttare l'indulgenza plenaria proposta da una chiesa cattolica statunitense e di tornare così, una volta mondati dai propri peccati, in Paradiso.

Vi sono però delle complicazioni: se il loro piano riuscisse, tutto il creato sparirebbe... cosa che, peraltro, a qualcuno andrebbe bene...
Ma non ai "buoni" (angeli, serafini e simili), che però sono sprovvisti, in questo momento delicato, della guida di Dio, il quale (la quale!) pare sparito nel nulla.

Ok, è un po' complicato... e mi sto limitando alle cose essenziali della storia, tralasciando le questioni secondarie (l'erede di sangue di Gesù Cristo, gli apostoli, i profeti, demoni di varia caratura, etc).

Il cast di Dogma è eccellente:
- i due ex angeli sono interpretati da Ben Affleck (Pearl Harbor) e Matt Damon (Will hunting - Genio ribelle);
- Bethany, l'erede di Cristo, da Linda Fiorentino (Man in black);
- Metatron, ossia la voce di Dio, da Alan Rickman (niente di meno che Severus Piton di Harry Potter);
- Serendipity, la musa che aiuta i buoni, da Salma Hayek (Frida);
- i due profeti che assisteranno Bethany da Kevin Smith e Jason Mewes (noti al pubblico del passaparola online soprattutto per il film Clerks - Commessi, diretto dallo stesso Kevin Smith, che poi non è altro che Silent Bob, in questa trasposizione italiana rinominato Zittino Bob);
- Dio da Alanis Morrissette (!).

Occorre dire da subito che i personaggi son molto ben caratterizzati, coinvolgenti e convincenti.

Anche molte scene del film sono ottime, e alcune di esse difficili da dimenticare: il mostro golgotiano, per esempio, o l'urlo di Dio, o ancora l'apparizione di Megatron-Piton.

Come detto, Dogma colpisce soprattutto per la sua natura ibrida; in particolare, l'argomento di tipo religioso potrebbe offendere o urtare qualcuno (vi sono molte "rivisitazioni" ai dogmi cattolici), e forse è anche per questo motivo che il film, nonostante la sua elevata qualità e il cast di primo livello, non ha avuto un grande successo.

Per quanto mi riguarda, si tratta di un ottimo prodotto, ben realizzato e divertente (alterna una buona ironia a gag e battute più immediate), che consiglio senza indugio.

Fosco Del Nero

p.s. Tanti complimenti per il tuo linguaggio!



Titolo: Dogma (Dogma).
Genere: commedia, comico, fantastico, religioso, drammatico.
Regista: Kevin Smith.
Attori: Ben Affleck, Matt Damon, Linda Fiorentino, Jason Mewes, Chris Rock, Alan Rickman, Jason Lee, Salma Hayek, Kevin Smith, Janeane Garofalo, George Carlin, Alanis Morissette.
Anno: 1999.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.

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