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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare.

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te.

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno.

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Se vuoi che il mondo cambi, inizia a darti da fare tu stesso.

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

giovedì 30 ottobre 2014

Il padrone di casa - Rod Daniel

Dopo essermi visto Il padrone di casa, film diretto nel 1991 dallo sconosciuto Rod Daniel, mi sono chiesto come mai me lo ero segnato, giacché normalmente mi segno film di registi che mi hanno colpito il precedenza, oppure film con una trama molto interessante… e non è certo il caso de Il padrone di casa.
Poco dopo, ho capito il perché: omonimia.

Il film difatti portava lo stesso titolo di un precedente film di Hal Ashby, questi regista da me molto apprezzato (Oltre il giardino, Harold e Maude, Shampoo).
Vabbé, pazienza, è arrivato prima questo, e questo ora recensisco.

Il padrone di casa di Rod Daniel è una commediola senza pretese, che anzi ha decisamente un’essenza da film comico.
Il protagonista centrale, e quasi unico, è Joe Pesci, e gli fa da spalla Vincent Gardenia (evidentemente il film ha una vocazione italo-americana).

Ecco in sintesi la trama del film: Louie Kritski è il figlio di Big Lou Kritski, un noto e ricchissimo proprietario di immobili, che dà in affitto secondo una filosofia ben precisa: non si fa nessun lavoro di ammodernamento, e che gli inquilini si arrangino come possono.
Il padre ha trasmesso tale filosofia al figlio, al quale, peraltro già uomo fatto e cresciuto, viene ora regalato il suo primo immobile, per fare esperienza in prima persona e non più in seconda.

Si tratta di un immobile davvero malconcio, in praticamente ogni cosa: impianto elettrico, impianto idraulico, pulizia, etc.

Tanto che, dopo un po’, per via delle segnalazioni degli inquilini, nonché di una solerte avvocatessa, arriva la sentenza del tribunale: Louie dovrà vivere alcuni mesi nel suddetto immobile, in attesa che lo adegui agli standard di legge.

Ecco così che egli dovrà per forza avere a che fare non solo con squallore e sporcizia, ma anche con le beffe dei suoi affittuari, ora anche vicini di casa, peraltro tutte persone di colore, lui che invece è bianco bianco.

Da qui la commediola di stampo comico di cui ho accennato prima, resa tale non solo dalla storia e dai dialoghi, certamente non indimenticabili, ma in prima istanza dalle movenze di Joe Pesci, caricate fin quasi al ridicolo.

Il risultato finale è un filmetto senza alcuna pretesa, buono solo per passare un po’ di tempo per staccare la spina.
Per chi vuole staccarla, ovviamente.

Fosco Del Nero



Titolo: Il padrone di casa (The super).
Genere: comico.
Regista: Rod Daniel.
Attori: Joe Pesci, Vincent Gardenia, Ruben Blades, Madolyn Smith Osborne, Stacey Travis, Carole Shelley, Kenny Blank.
Anno: 1991.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 29 ottobre 2014

Alien 3 - David Fincher

Una volta che mi sono rivisto il primo Alien, il classico fanta-horror di Ridley Scott, mi sono visto anche i suoi seguiti, il già recensito Alien 2 e ora Alien 3… che peraltro mi sembra che non avessi mai visto…

… e avevo fatto bene, perché si tratta indubitabilmente del punto più basso della saga sull’alieno, la quale, curiosamente, ha prodotto film a distanza di parecchi anni (il primo nel 1979, il secondo nel 1986, il terzo nel 1992 e il quarto nel 1997, con l’indomita Sigourney Weaver sempre in forma).

E dire che stavolta in cabina di regia c’era quel David Fincher che avrebbe di lì a poco fatto meraviglie con Seven, The game - Nessuna regola, Fight Club, Panic room, ma anche Il curioso caso di Benjamin Button, The social network, e ancora altri film di buon successo. Tuttavia, ho letto online di molti problemi di produzione: diversi sceneggiatori, diversi allontanamenti, diverse incomprensioni, e lo stesso David Fincher non ha avuto la possibilità di effettuare il montaggio finale che voleva lui, tanto che a fine film ha praticamente rinnegato il lavoro.

Ma veniamo ad Alien 3: la storia riprende esattamente dal punto in cui si era concluso il precedente episodio, e ancora una volta Ripley è l’unica superstite: durante il viaggio di ritorno a casa, difatti, scampati all’ennesimo assalto alieno, i suoi tre compagni di viaggio muoiono per problemi alle loro cabine criogene… e la stessa Ripley si risveglierà con qualcosa di strano.
E, soprattutto, si risveglierà in un pianeta, Florina 161, il quale, siccome i pericoli dell’alieno non bastavano, si rivelerà un carcere di massima sicurezza per assassini e stupratori… che non vedevano una donna da anni e nel mentre, giusto per rendere la situazione ancora più complicata, si erano dati al fanatismo religioso.
Dunque, Ripley stavolta dovrà lottare contro alieni e uomini (nel primo film aveva dovuto lottare contro alieni e androidi; nel secondo contro alieni e compagnia; in questo terzo come detto contro alieni e uomini).

Il problema di questo film è essenzialmente la sceneggiatura carente, che difatti è passata per più mani e si è protratta nel tempo con cambiamenti vari.
Anche personaggi e dialoghi sono tutto sommato molto scialbi e stereotipati, e l’unica figura che si salva è proprio quella di Elle Ripley, questa volta in tenuta da soldato.

Come nel caso dei precedenti film, segnalo alcune frasi interessanti e curiose.
Come quella di uno dei detenuti, che vede un alieno e, mezzo sconvolto, inizia ad urlare: “È stato il drago! Lui divora i cervelli, e nessuno può fermarlo!”.

O come quando Ripley, dopo essersi accorta (smettete di leggere se non conoscete il film e volete vederlo a breve) di avere un alieno “cucciolo” dentro di sé, va alla ricerca del “grande” che infesta la base, e dopo averlo visto gli dice: “Non avere paura, faccio parte della famiglia”... e infatti a fine film lo "partorisce".

Stranezze a parte, Alien 3 è un film meno mediocre, che non merita di far parte della serie di Alien… e ora rivediamoci Alien 4 - La clonazione, diretto, questo, da quel geniaccio di Jean Pierre Jeunet, regista di alcuni film bellissimi, ma ben diversi dalla saga di Alien, come Il favoloso mondo di Amelie, Una lunga domenica di passioni, DelicatessenLa città dei bambini perduti... e che si è portato il suo Dominique Pinon persino in Alien: roba da non crederci se non l'avessi vista.

Fosco Del Nero



Titolo: Alien 3 (Alien 3).
Genere: horror, fantascienza.
Regista: David Fincher.
Attori: Sigourney Weaver, Charles Dance, Charles Dutton, Lance Henriksen, Paul McGann, Brian Glover, Philip Davis.
Anno: 1992.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

venerdì 24 ottobre 2014

Criminali da strapazzo - Woody Allen

Criminali da strapazzo era uno degli ultimi film di Woody Allen che mi mancavano per completare la visione di tutta la sua filmografia.
Avevo lasciato da parte quelli che mi ispiravano meno, e devo dire che il mio intuito non aveva sbagliato, visto che le “rimanenze” come Celebrity o Criminali da strapazzo non mi hanno affatto entusiasmato, il primo per la sua vuota patinatura e il secondo per il suo banalotto cianciare.

Non a caso, si tratta di due film del periodo recente di Woody Allen, ben lontani dall’ispirazione di vecchi film come Amore e guerraManhattanLa dea dell’amore.

Ad ogni modo, andiamo subito a vedere la trama in sintesi di Criminali da strapazzo: Ray (lo stesso Woody Allen) e Frenchy (l’anonima Tracey Ullman) sono una coppia un po’ scalcinata, sia come stile di vita, sia proprio come persone, decisamente alla buona, per non dire proprio ignorantelle.

Lui peraltro è un ex criminale e detenuto, per quanto pure in quel campo non abbia mai eccelso… tanto che la sua nuova idea di un colpo in banca, da realizzare insieme ad una ristretta cerchia di amici ugualmente poco brillanti, si trasforma inaspettatamente in un’attività economica – legale – che renderà i due ricchi oltre ogni loro aspettativa.
Ma, sorpresa, lui si annoia della vita da ricco, mentre lei è insoddisfatta del suo livello culturale, tanto da trovarsi un mentore, David (un affettatissimo Hugh Grant), che però in realtà è più interessato ai suoi soldi che non a lei.

Criminali da strapazzo non mi ha convinto per niente: praticamente tutti i personaggi del film sono delle macchiette stereotipate, affatto originali e ispirate, e tutto il film naviga nell’ovvio.

Certo, ogni tanto spunta fuori qualche battuta divertente, e ci mancherebbe altro, trattandosi di un film di Woody Allen, ma gli splendori di film come quelli su menzionati oppure Il dormiglioneProvaci ancora, SamLa maledizione dello scorpione di giada e tanti altri, sono ben lontani. 

Paradossalmente, il film si distingue più per la sua valenza di critica sociale alla cultura della ricchezza e del successo occidentale e statunitense in particolare, ma è davvero poco per salvare un film intero… specialmente se il film porta la firma di Woody Allen, da cui ci si aspetta sempre originalità e brillantezza. 

Insomma, il mio consiglio è di andarvi a recuperare i classici del regista americano, tra quelli citati e gli altri suoi capolavori.

Fosco Del Nero



Titolo: Criminali da strapazzo (Small time crooks).
Genere: commedia.
Regista: Woody Allen.
Attori: Woody Allen, Hugh Grant, Elaine May, Tracey Ullman, Michael Rapaport, Larry Pine.
Anno: 2000.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 22 ottobre 2014

Il mio vicino Totoro - Hayao Miyazaki

Il mio vicino Totoro, o più semplicemente e affettuosamente Totoro, era uno dei due film di Hayao Miyazaki che non avevo ancora recensito nel blog, dal momento che non lo avevo ancora rivisto dai tempi dell’apertura del blog.

E alla lista aggiungo anche quei film cui Miyazaki ha collaborato, pur senza essere il regista: Pom PokoI sospiri del mio cuoreArrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento, La collina dei papaveri (diretto dal figlio Goro).

Dicevo che non avevo più rivisto Totoro, mentre praticamente tutti gli altri film del regista nipponico li ho visti dalle 3 alle 7 volte, segno dunque che non si tratta del mio film preferito. E in effetti è così, per quanto si tratti di confronti tra giganti.

Il mio vicino Totoro è il primo film “intimista” di Miyazaki, dedicato al mondo dell’infanzia, dopo i più epici Nausicaa e Laputa e il comunque dinamicissimo Lupin III, e avrebbe generato quella sorta di dicotomia interna nella produzione del regista: da un lato i film più ariosi e ambiziosi (Nausicaa, Laputa, Principessa Mononoke, La città incantata), e dall’altro quelli più intimisti e riservati (Totoro, Kiki, Porco Rosso, Ponyo, per certi versi anche Il castello errante di Howl), spesso dedicati alla fase di transizione dall’infanzia alla giovinezza.

La sigla introduttiva è favolosa, e da sola vale la visione del film, visto che mette subito allegria. 

Dopo inizia il film, e abbiamo ancora una volta una ragazzina protagonista, Satsuki, in questo caso bissata dalla sorellina minore, Mei, entrambe davvero deliziose, novelle Alice nel paese delle meraviglie (la tana del bianconiglio, il supergatto sorridente, etc).

Ancora una volta, poi, abbiamo un modello di vita semplice e a contatto con la natura… arricchita però dalla creatura Totoro e dal suo mondo surreale, a cominciare dai "makkuro kurosuke" e per finire col gatto-bus…
… e senza contare l’onnipervadente e contagiosa carica vitale delle ragazzine, dotate davvero di un’energia invidiabile.

Ma per essere un poco più strutturati, ecco in sintesi la trama de Il mio vicino Totoro: siamo negli anni "50 e Satsuki, Mei e il loro padre si trasferiscono in un villaggio di campagna della regione di Tokyo. La madre sta viceversa in un ospedale da lì distante alcune ore, in attesa di rimettersi dalla sua malattia.
Le condizioni di vita oggettivamente non facili (la madre assente, il trasferimento, la zona di campagna priva di molte comodità, la vecchia casa, etc) non impediscono tuttavia alle bambine di essere felici, e anzi per loro tutto è un’avventura…
… persino più del previsto, complice Totoro e il suo mondo.

Questa la trama dal punto di vista “esterno”.
Dal punto di vista “interno”, invece, il film ci parla di gioia di vivere, della famiglia, di natura e semplicità, di fiducia nell’esistenza… argomenti non da poco, letteralmente immersi in un mare di colori, suoni e vivacità.

Insomma, Il mio vicino Totoro non sarà il mio film preferito di Miyazaki e Studio Ghibli, ma è comunque un gran film, e non a caso il simpaticissimo personaggio di Totoro non solo è divenuto una sorta di mascotte dello stesso Studio Ghibli, ma è letteralmente entrato nell’immaginario collettivo del popolo giapponese.

Per chi non lo avesse mai visto, buona visione.

Fosco Del Nero



Titolo: Il mio vicino Totoro (Tonari no Totoro).
Genere: commedia, animazione, fantastico.
Regista: Hayao Miyazaki.
Anno: 1988.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.

venerdì 17 ottobre 2014

Il costo della vita - Philippe Le Guay

Come ho avuto già modo di scrivere altre volte, amo il cinema francese, così fresco e al contempo leggero, nonché, solitamente, pieno di buoni sentimenti.

Peraltro, ha l’abitudine un po’ paesana di proporre gli stessi volti a ripetizione, come se avessero scarsità di attori.
Il che, se da un lato fa specie, dall’altro fa piacere, visto che si ritrovano volti già amati in produzioni precedenti, come ad esempio Fabrice Luchini (Le donne del 6° piano, del medesimo regista, non a caso), o come Vincent Lindon (protagonista degli incantevoli Il pianeta verde e La crisi).

Ma veniamo al film di oggi, Il costo della vita, e accenniamo la sua trama in breve: a dire il vero, non c’è una trama vera e propria, come non c’è un filo conduttore univoco, visto che il film segue le vicende di svariati personaggi, i quali tra l’altro si incrociano tra di loro, o come storie o semplicemente come punti di passaggio, con la regia, che comunque è molto semplice, che si diverte e seguire i passaggi di consegna dall’uno al’altro.

Non c’è una trama, ma c’è un tema dominante di fondo: i soldi, come suggerisce il titolo del film. 

Anche se, a onor del vero, dietro al tema dei soldi si nasconde il tema dell’amore e delle relazioni sentimentali, quasi a voler certificare ciò che muove il mondo: sembrano i soldi, ma in realtà è altro. 

Ed ecco che, così, che Il costo della vita ci fa seguire un ricco manager con problemi di taccagneria, un imprenditore ristoratore che viceversa ha le mani bucate, un anziano milionario scampato da poco alla morte e che ora vuole godersi la vita, la sua nipote ribelle, e i vari personaggi che ruotano loro intorno, tra fidanzati, fidanzate, mogli, e così via.

Il film non mi è dispiaciuto, pur se, occorre dire, da un lato è un po’ lento, e da un altro non propone nulla di trascendentale dal punto di vista delle storie… curioso poi il fatto praticamente non vi sia una colonna sonora.

Tuttavia, ciò di cui si sente la mancanza è proprio una trama vera: le singole storie si fanno seguire, pur se con alcune forzature di sceneggiatura, e come sempre la grazia e la leggerezza francesi si percepiscono in modo netto… però manca qualcosa rispetto a film di valore come tutti i film di Francis Veber (Una top model nel mio letto, La cena dei cretini o altri) o come lo stesso Le donne del sesto piano, ben più incisivo e coinvolgente. 

Fosco Del Nero



Titolo: Il costo della vita (Le coût de la vie).
Genere: commedia.
Regista: Philippe Le Guay.
Attori: Vincent Lindon, Fabrice Luchini, Géraldine Pailhas, Claude Rich, Isild Le Besco, Lorànt Deutsch, Camille Japy, Michel Vuillermoz, Catherine Hosmalin.
Anno: 2003.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 15 ottobre 2014

Aliens - Scontro finale - James Cameron

Aliens - Scontro finale è il seguito di Alien, il celeberrimo film horror del 1979 che rese celebri tanto la protagonista Sigourney Weaver, che pochi anni dopo avrebbe partecipato all’altro film culto Ghostbusters, quanto il regista Ridley Scott, che viceversa negli anni seguenti avrebbe diretto altri due film rimasti nella storia come Blade runner e Legend.

Il sequel peraltro arriva a una certa distanza di anni, ben sette, e con un cambio sostanzioso: se c’è Sigourney Weaver davanti alla macchina da presa, dietro di essa il regista è cambiato, passando da Ridley Scott a James Cameron.
Il quale peraltro è un habitué dei film di fantascienza, avendo esordito con Xenogenesis e avendo poi continuato con Terminator, Aliens, The abyss e poi in tempo più recenti col colossal Avatar, in cui ha diretto ancora una volta Sigourney Weaver.

La differenza principale tra i due film è data dal ritmo: il primo Alien che partiva lento lento, per poi esplodere all’improvviso e trascinare lo spettatore fino al finale in modo serrato.
Alien 2, viceversa, ripercorre il fortunato schema solo in parte: anche in questo caso vi è una prima parte introduttiva discretamente lunga, con l’alieno che compare solo a film avanzato, ma il tutto assume un ritmo più rapido e d’azione, puntando meno sull’atmosfera del primo film.

Inoltre, nel seguito sono più importanti dialoghi e dinamiche sociali, che viceversa nel primo film erano quasi assenti, risultando più un “uno contro uno” tra Ripley e l’alieno.

Anche questo secondo film, comunque, nonostante una sceneggiatura un po’ forzata a tratti (la donna che torna volontariamente ad affrontare l’incubo, il gruppo di militari comandato da un pivellino, il sottovalutare il pericolo in modo quasi infantile, alcuni soldati ultra-addestrati che perdono la testa subito, etc), risulta ben fatto e godibile, per quanto sia a conti fatti un “déjà vu”, con appena un paio di varianti (la bambina, per esempio).

Detto del film, aggiungo ora una postilla per i più curiosi: ero già andato a farmi delle ricerche per conto mio su Sigourney Weaver, perché qualcosa nei suoi occhi mi aveva lasciato qualche dubbio, effettivamente trovando alcuni elementi, intanto nella sua carriera di attrice (scontro con un alieno che entra dentro gli esseri umani in Alien, posseduta in Ghostbusters, nei panni di essere umano che assume il controllo di una creatura aliena in Avatar, e poi film con James Cameron, David Fincher, Woody Allen, etc), e poi in questo stesso Aliens, in cui abbiamo, volendo fare un rapido elenco, una razza extraterrestre, degli alieni che entrano nel corpo dell’uomo e si nutrono di lui, il simbolo della costellazione del Cane Maggiore, resa famosa soprattutto dalla popolazione africana dei Dogon per via delle loro strane conoscenze astrologiche, il simbolo dell’occhio che tutto vede, il simbolo della piramide, e probabilmente qualcos’altro che mi è sfuggito.

Senza parlare del seguito Alien 3, in cui il personaggio di Sigourney Weaver ospita dentro di sé un alieno (e a fine film lo "partorisce"), e dopo averlo saputo dice a un altro alieno: “Non avere paura, faccio parte della famiglia”. O in cui un altro personaggio del film, dopo aver visto un alieno, dice, mezzo sconvolto: “È stato il drago! Lui divora i cervelli, e nessuno può fermalo”.
Nel quarto film, addirittura, parlando dell'alieno la protagonista lo definisce come "il mio bambino", e difatti dagli alieni è trattata come una di loro, da pari a pari.

Quando vedete queste cose nei film, sorridete divertiti e basta.
Se sapete cosa significano; altrimenti lasciate perdere e basta.

Un ultimo dettaglio in chiusura: Aliens - Scontro finale ebbe un certo successo, sia di critica che di pubblico, rinverdendo i fasti di Alien, che ebbe poi altri sequel, diretti peraltro da altri registi (il terzo film da David Fincher, il quarto curiosamente da Jean-Pierre Jeunet).

Fosco Del Nero



Titolo: Alien 2 - Scontro finale (Aliens).
Genere: horror, fantascienza.
Regista: James Cameron.
Attori: Sigourney Weaver, Michael Biehn, Paul Reiser, Lance Henriksen, Carrie Henn, Bill Paxton, William Hope, Jenette Goldstein, Al Matthews, Mark Rolston.
Anno: 1986.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

venerdì 10 ottobre 2014

Celebrity - Woody Allen

Celebrity era ormai uno degli ultimi film di Woody Allen che mi mancavano a completare la sua ricca filmografia. Se i precedenti li avevo visti perché mi ispiravano maggiormente, con gli ultimi dunque sono andato a mero completamento.

E devo dire che in buona parte il mio istinto mi aveva suggerito bene, visto che gli ultimi sono tra quelli che mi sono piaciuti meno, compreso questo stesso Celebrity, film da un lato superpatinato, con la sua critica al sistema mediatico e al mondo delle celebrità, ma dall’altro anche troppo frettoloso e meno profondo del solito.

La prima cosa che fa sorridere del film è vedere come protagonista Kenneth Branagh, ossia l’ottimo Gilderoy Allock di Harry Potter e la camera dei segreti, il quale si difende bene anche in questo film, interpretando uno dei classici personaggi di Woody Allen, e anzi uno dei classici personaggi che in passato interpretava lo stesso Woody Allen, tutto turbe mentali, insicurezze, desideri e paure.

Ed ecco in breve la trama di Celebrity: sceneggiatore per il cinema, Lee (Kenneth Branagh) decide di divorziare dalla moglie Robin (Judy Davis), si fidanza con un’altra donna, Bonnie (Famke Janssen), ma al contempo continua a flirtare con belle attrici, affascinanti modelle, cameriere intriganti e così via, finendo anche per fare amicizia con un famoso attore (interpretato da Leonardo Di Caprio) che gli propone egli stesso facili starlette.

In tutto questo bailamme mediatico, tra supermodelle vogliose, attori tossicomani, narcisisti ed isterici di vario tipo, passa in secondo piano la vita stessa di Lee, che in realtà è insoddisfatto e vorrebbe fare lo scrittore di romanzi.

Nel mentre dei suoi dubbi esistenziali, egli trova comunque il tempo per distrarsi e avere a che fare con le varie Melanie Griffith, Charlize Theron, Winona Ryder, oltre che con moglie e nuova compagna.

Quanto alla sua ex moglie, sembra trovare migliore fortuna…

Celebrity ha cose buone e cose meno buone: intanto, il bianco e nero è davvero bello e funziona bene; in secondo luogo, il film ha un livello di estetismo notevole; inoltre, alcune scene sono memorabili, come la lezione di sesso orale.
Tuttavia, al film manca una storia forte dietro, e sembra troppo spezzettato tra una scena e l’altra. Anche l’energia di fondo sembra deboluccia, decisamente meno forte che in altri film di Woody Allen.

In definitiva, non male, ma nemmeno troppo bene rispetto agli standard del regista americano.

Fosco Del Nero



Titolo: Celebrity (Celebrity).
Genere: commedia.
Regista: Woody Allen.
Attori: Joe Mantegna, Kenneth Branagh, Melanie Griffith, Winona Ryder, Judy Davis, Leonardo Di Caprio, Sam Rockwell, Charlize Theron, J. K. Simmons, Debra Messing, Dylan Baker.
Anno: 1998.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 8 ottobre 2014

Il ritorno del re - Il signore degli anelli 3 - Peter Jackson

Con Il ritorno del re ho terminato di rivedere le vecchie serie filmiche cui tenevo di più: l’esalogia di Star wars, l’eptalogia di Harry Potter e la trilogia de Il signore degli anelli.
La quale, detta così, sembra nettamente la meno imponente delle tre, tuttavia, contando che ho visto le tre versioni estese di 3 ore e 10, 3 ore e 30, e 4 ore e 20 minuti, fa un totale di 11 ore, mica robetta…

Ad ogni modo, riprendiamo le fila del discorso, dopo le recensioni de La compagnia dell’anello e de Le due torri: avevamo lasciato i buoni vincitori al Fosso di Helm, e li ritroviamo ora nella programmazione dello scontro finale con Sauron, tutt’altro che sconfitto, pur senza la forza di Isengard e di Saruman, entrambi caduti.

Questo terzo film si presenta decisamente meno dinamico degli episodi precedenti: dopo il viaggio de La compagnia dell’anello e le battaglie de Le due torri, qua abbiamo i primi 50 minuti lenti e rilassanti, con l’azione che riprende da lì in poi, non risparmiandosi fino alla fine della pellicola e della trilogia. In compenso, il grosso della parte finale del film è tutto un combattimento... risultando con ciò discretamente noiosa.

Stavolta le ambientazioni principali sono Isengard, Rohan, Gran Burrone, Minas Tirith, e ovviamente Mordor e il Monte Fato, destinazione finale del viaggio di Frodo e del fido compagno Sam.

Credo che la trama del film e dell’omonimo romanzo di J. R. R. Tolkien sia nota a tutti, per cui non mi dilungo oltre il necessario, sottolineando invece come ancora una volta il film è uno spettacolo per i sensi: ambientazioni meravigliose, fotografia splendida, effetti speciali (quasi) impeccabili, colonna sonora d’eccellenza.
Non è un caso infatti che si tratta del film con più premi Oscar vinti: ben diciassette statuette, nonché l’unico film fantasy ad aver vinto il premio generale come miglior film. Certamente, gli Oscar spesso lasciano il tempo che trovano, ma comunque è un bel riconoscimento, anche perché il film ha fatto incetta di premi praticamente ovunque.

Giustamente: tra la bellezza visiva, l’incedere della trama e la ricchezza emotiva, il film non ha un solo punto debole, se non forse, per i puristi di Tolkien, le numerose divergenze dal libro, che peraltro avevano caratterizzato anche i due film precedenti.

Come nel caso delle recensioni dei primi due film, anche stavolta riporto qualche frase interessante e qualche concetto altrettanto interessante, che va ad allungare la lista di cose “particolari”, che fanno propendere per una storia dallo sfondo esistenziale, cosa peraltro già abbondantemente evidenziata nelle due precedenti recensioni.

Intanto (e non è roba da poco), abbiamo Gandalf che completa le tre consegne di Gesù: dopo la predicazione della buona novella (primo film) e lo scacciare i demoni (secondo film), arriva ora la guarigione (di Pipino, nel terzo film).
Abbiamo ancora l’occhio che tutto vede, nonché vari simboli degli occhi sparsi in giro.
Abbiamo ancora maledizioni e benedizioni.
E abbiamo certi nomi sospetti: Mithrandir, Nimrodel, Valar, Monte Fato.

Ci tengo peraltro a evidenziare quella che forse è la scena più intensa del film, la quale mi pare sia presente solo nella versione estesa: il momento in cui un emissario di Mordor esce dal cancello per parlamentare con i rappresentanti degli uomini, ossia il mago Gandalf, il re/guerriero Aragorn, l'elfo arciere Legolas, il nano Gimli e un paio di hobbit.
L'orco tira fuori la cotta argentata che era stata di Frodo e la getta addosso al gruppo, come prova del fatto che l'hobbit è stato catturato, torturato e ucciso. È una menzogna, ma nel gruppo scende la disperazione, sia perché la missione di Frodo sarebbe fallita, sia perché il loro amico avrebbe sofferto moltissimo.
È una menzogna e una prova al tempo stesso: l'elegante e imperturbabile Legolas (il corpo emotivo, la dolcezza) non riesce a dire o fare niente, il sapiente Gandalf (il corpo mentale, la conoscenza) piange... mentre il guerriero Aragorn (il corpo fisico, la volontà) reagisce e taglia la testa al mostro bugiardo: quando emozioni e sapere non servono, occorre la forza/volontà, e questa è la prima simbologia.
La seconda è che non si cede alla paura e il demone viene affrontato.
La terza è che gli si taglia la testa, ossia la mente, fonte di inganni.

Interessante anche la scena, verso la fine, in cui Gandalf (potere sapienziale-spirituale) incorona Aragorn (potere terreno-secolare): praticamente abbiamo un Papa che incorona un Imperatore, in senso più simbolico che storico, ovviamente (ossia abbiamo l'energia più sottile che elegge l'energia più densa, come dovrebbe essere sempre, sia fuori di noi che dentro di noi).

Altra scena, ancora più finale della precedente: la scena della nave che passa attraverso uno stretto simile alle Colonne d'Ercole e si allontana. Sembra proprio un passaggio tra le due dualità e, infatti, arriva a fine storia, dopo la vittoria. Non per nulla, poco dopo vien detto: "Non si può essere sempre divisi in due. Dovrai essere saldo per molti anni"; tale frase pare riecheggiare tanto Gesù che Buddha nel loro insistere sulla unità in luogo della dualità-polarità, e sulla centratura in luogo dell'instabilità.

Giacché ci sono, cito anche il simbolismo dell'esercito di fantasmi che, finalmente assolto il proprio debito karmico, spezza la maledizione e può finalmente proseguire il proprio percorso (i debiti vanno sempre pagati, fosse anche in altre vite; s'illude chi spera il contrario).

Passiamo ora alle frasi interessanti.

"Ci sono cose, ora, in movimento che non possono esser disfatte."

"Una cosa ho imparato sugli hobbit: sono un popolo audace."
"Avventato, forse... lui è un Tuck."

"Dalle ceneri la fiamma sarà risvegliata; una luce dall'ombra spunterà.
Rinnovata sarà la lama che fu spezzata; il senza corona di nuovo re sarà."

"La vecchia saggezza era stata abbandonata: i re costruivano tombe più splendide delle dimore dei vivi, e consideravano i vecchi nomi della propria stirpe più cari dei nomi dei loro figli. Sovrani senza discendenti stavano in vecchi saloni meditando sull'araldica, o in alte gelide torri ponendo domande alle stelle, e fu così che il popolo di Gondor andò in rovina: la stirpe dei re si estinse, l'albero bianco appassì, il comando di Gondor fu passato a uomini inferiori."

"Cavalieri di Roan, giuramenti avete prestato: adesso manteneteli tutti."

"Casa è alle spalle, il mondo avanti, le strade da seguire tante."

"Nell'ombra il mio viaggio va, finché luce nel cielo sarà.
Nebbia e ombra, oscurità... tutto svanirà."

"Non piangere per coloro per cui è giunta l'ora."

"Metti da parte il ramingo: diventa ciò che sei nato per essere."

"Respingeteli, non cedete alla paura.
Restate ai vostri posti, combattete."

"Non temete l'oscurità.
Desti, cavalieri di Theoden."

"Aaaah, paura… la città ne è infestata." 

"Padron Frodo… svegliatevi." 

"Il viaggio non finisce qui: la morte è soltanto un'altra via.
Dovremo prenderla tutti: la grande cortina di pioggia di questo mondo si apre, e tutto si trasforma in vetro argentato."

"Ci sono luce e bellezza lassù, nessun’ombra può toccarle.

"Amici miei, non inchinatevi a nessuno."

"Come fai a raccogliere le fila di una vecchia vita?
Come fai ad andare avanti, quando nel tuo cuore cominci a capire che non si torna indietro?"

“Mio caro Sam, non si può essere sempre diviso in due. 
Dovrai essere saldo per molti anni.”

Insomma, siamo sempre in ambito dualità, energia, mondi sottili, reincarnazione, vita dopo la vita, percorso evolutivo. E ancora, forza interiore, luce, bellezza, compassione, veglia: c'è davvero molto, per chi si dà pena di guardare. 

 A proposito, lo stesso titolo è piuttosto simbolico: "il ritorno del re"... dunque c'è un re che, dopo aver compiuto un difficile percorso, deve ritornare.
Interessante anche la citazione/frase di Gandalf sulle stirpi dei re di Gondor: praticamente sta enunciando da un lato il principio delle caste e dall'altro il principio delle ere energetico/coscienziali.
Tutto questo per coloro che sono interessati a tali simbolismi… per coloro che non lo sono, rimane comunque il bellissimo film che è Il ritorno del re e la trilogia de Il signore degli anelli in generale.

Fosco Del Nero



Titolo: Il ritorno del re (Lord of the rings - The return of the king).
Genere: fantasy.
Regista: Peter Jackson.
Attori: Elijah Wood, Sean Astin, Viggo Mortensen, Cate Blanchett, Ian McKellen, Orlando Bloom, Christopher Lee, Dominic Monaghan, John Rhys-Davies, Andy Serkis, Liv Tyler, Hugo Weaving, Karl Urban, Brad Dourif, David Wenham, Billy Boyd, Sean Bean, Bernard Hill, Miranda Otto, Ian Holm.
Anno: 2004.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.

venerdì 3 ottobre 2014

Pirati! Briganti da strapazzo - Peter Lord, Jeff Newitt

Era da un po’ che non guardavo un film d’animazione comico, ed ecco dunque Pirati! Briganti da strapazzo, film girato nel 2012 da Peter Lord e Jeff Newitt e unente le due tecnologie dello stop motion e della computer grafica.

Cito al volo due predecessori: Galline in fuga per il primo regista, e Wallace & Gromit per il secondo.
Quanto a questo film, esso è tratto dal romanzo di Gideon Defoe The Pirates! In an adventure with scientists, che poi è il medesimo titolo del film inglese.

Il genere è piuttosto chiaro fin dal titolo: siamo nell’avventura piratesca, ma immersi fino al collo nell’umorismo.

Ecco in breve di che parla il film: il protagonista è Capitan Pirata, un pirata di seconda fascia, che da anni aspira inutilmente al premio Pirata dell’anno
Tuttavia, quest’anno, il 1837, Capitan Pirata ha deciso di vincerlo!
Anche se c’è da battere una certa concorrenza…

Difatti, Capitan Pirata e la sua ciurma sono dei pirati un po’ sui generis, più attratti dalla giornata del prosciutto che non da tesori e abbordaggi… ma, sulla scia del suo desiderio, Capitan Pirata non si lascia sfuggire l’occasione di sfondare, che gli presenta nientemeno che Charles Darwin, mentre il suo vice, Numero 2, gli consiglia al contrario di lasciar perdere, anche perché di mezzo c’è la Regina Vittoria, che notoriamente odia i pirati…

Pirati! Briganti da strapazzo è molto gradevole alla vista, frutto di una realizzazione tecnica impeccabile, che peraltro unisce le virtù dei due mezzi dello stop motion e della computer grafica, e peraltro propone anche una colonna sonora vivace e allegra, di genere punk-rock.

In questo senso si spiega la nomination agli Oscar del 2013 per la categoria dei film d’animazione… anche se, a dirla tutta, al film, pur bello visivamente e gradevole nel suo incedere, manca qualcosa in termini di originalità o di profondità.

Nella valutazione peraltro gioca un ruolo anche il doppiaggio italiano, e purtroppo si passa da Hugh Grant, Martin Freeman e Salma Hayek a Luciana Littizzetto e Christian De Sica… col secondo che riesce a cavarsela (in fondo è un attore, per quanto certo non indimenticabile), e con la prima che annaspa (in fondo non è un attrice, al di là del fatto che in Italia fanno fare film e fiction a chiunque).

In generale, Pirati! Briganti da strapazzo è un discreto film d’animazione umoristico, ma che non rimarrà certo nella storia, a mio avviso nettamente inferiore ad altri film del genere tipo Happy feet, Cappuccetto rosso e gli insoliti sospetti, Kung fu PandaMegamind, lo stesso Wallace & Gromit, o anche Fantastic Mr. Fox.

Comunque, per un’ora e mezzo fa il suo dovere di intrattenere con garbo e leggerezza.

Fosco Del Nero




Titolo: Pirati! Briganti da strapazzo (The pirates! In an adventure with scientists).
Genere: animazione, comico.
Regista: Peter Lord, Jeff Newitt.
Anno: 2012.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 1 ottobre 2014

4 fantasmi per un sogno - Ron Underwood

Mi ero segnato il film 4 fantasmi per un sogno per la partecipazione in esso di Robert Downey Jr., attore a dir poco talentuoso che senza dubbio avrebbe avuto ben altra carriera senza i suoi problemi personali con la droga.
Tra i film interpretati, meritano menzione Uno strano caso, Sherlock Holmes, A scanner darkly.

Non conoscevo invece il regista, Ron Underwood, autore di un discreto numero di pellicole ma tutte di livello piuttosto basso. Nel mucchio, spiccano la commedia Scappo dalla città e il film d’azione-horror Tremors.

Ecco in breve la trama di 4 fantasmi per un sogno, che già come si può intuire dal titolo è una commedia fantastico-surreale: siamo a San Francisco nel 1959, e quattro personaggi prendono lo stesso autobus, ognuno preda dei propri problemi: abbiamo un ladruncolo con i sensi di colpa, un cantante mancato, una ragazza che ha appena rotto col fidanzato e una madre con problemi di soldi. 
L’autobus, per colpa dell’autista distratto, ha un brutto incidente, nel quale muoiono tutti, autista compreso.

Ciò che è inaspettato è che i quattro rimangono sulla Terra, ma a seguito di un bambino che nasceva lì vicino proprio durante l’incidente, Thomas.
Non sapendo che altro fare, i quattro lo accompagnano nella sua crescita e fanno amicizia con lui… che però ha problemi con gli adulti e con i suoi genitori in particolare nel raccontare dei suoi amici invisibili, tanto che il padre vuole farlo esaminare da uno psichiatra.

A quel punto, i quattro decidono che, per il bene del bambino, è meglio per lui se non si fanno più vedere… cosa che fanno, almeno fino al momento in cui…

La premessa del film è originale e curiosa, anche se poi il come si dispiega il film è piuttosto sempliciotto e per larghi tratti prevedibile.

È evidente in sostanza che 4 fantasmi per un sogno non è stato concepito come opera d’arte (perché in questo caso avrebbero dovuto perlomeno evitare di inquadrare le ombre dei quattro fantasmi su muri, pavimenti e persone), ma come mero film di intrattenimento, e in questo senso fa il suo onesto lavoro, pur senza strafare in qualche direzione.

Nel complesso, si fa vedere sufficientemente volentieri e si fa apprezzare per un’atmosfera positiva e allegra.
Ma non aspettatevi chissà cosa...

Fosco Del Nero



Titolo: 4 fantasmi per un sogno (Heart and souls).
Genere: fantastico, commedia, sentimentale.
Regista: Ron Underwood.
Attori: Robert Downey Jr., Charles Grodin, Kyra Sedgwick, Alfre Woodard, Tom Sizemore, David Paymer, Elisabeth Shue.
Anno: 1993.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

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