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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare.

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te.

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno.

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Se vuoi che il mondo cambi, inizia a darti da fare tu stesso.

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

mercoledì 28 giugno 2017

Toto le heros - Un eroe di fine millennio - Jaco Van Dormael

Come sempre, non mi ricordo minimamente come sono arrivato al film in questione, anche perché solitamente tra un appunto o un consiglio e la visione del film in questione passano molti mesi… anche se forse è per via del regista, quel Jaco van Dormael che in seguito avrebbe diretto gli interessanti e originali Mr. Nobody e Dio esiste e vive a Bruxelles.
Ad ogni modo, in qualche modo sono arrivato a Toto le heros - Un eroe di fine millennio, per cui ora ve lo presento. 

Toto le heros - Un eroe di fine millennio è un film belga-francese-tedesco del 1991, e non si presenta certamente come un film ad alto budget, ma anzi come un film piuttosto alla buona, che propone però alcuni elementi di originalità.

Anche se, a dire il vero, le premesse sono davvero poco originali, e anzi si basano su dei cliché visti e rivisti.

Uno di questi è il classico scambio di neonati in ospedale, da cui il susseguente scambio di vite tra il bambino che ha “ricevuto” una certa famiglia, e l’altro bambino che ha ricevuto l’altra famiglia.

Il secondo topos è l’amore tra fratello e sorella, anche se in questo caso non si va nell’incestuoso, ma si rimane nel platonico, dal momento che i due protagonisti sono ancora bambini, lui soprattutto.

Il terzo elemento classico è il fatto che i figli rimangono orfani di padre, con tutte le difficoltà che ne conseguono.
Tra di esse, va sottolineata quella di un bambino down, Celestino, mentre la coppia di sorella e fratello innamorati è formata da Alice e da Thomas.

A completare il quadro dell’infanzia, oltre alla madre, è Alfred, bambino vicino di casa con cui Thomas non ha certamente un buon rapporto, dal momento che il primo prende in giro il secondo.

Il cast dei personaggi si completa più avanti nel tempo, con l’ultratrentenne Evelyne, che un giorno conoscerà il Thomas adulto.

Difatti, il film si dipana su diversi binari temporali. Tre essenzialmente: il protagonista centrale, Thomas, è o bambino o adulto o anziano, con i tre binari che si intersecano di continuo, e anzi a volte si sovrappongono anche a livello di sonoro, sfumando l’uno nell’altro.

Il film non ha una trama sostanziosa, e si gioca soprattutto sulle difficoltà familiari, sull’amore tra fratello e sorella, nonché sul desiderio di vendetta del Thomas anziano, che ce l’ha ancora con Alfred, per vari motivi che non cito in questa sede.

Anzi, la voce narrante della storia è proprio quella del Thomas anziano, che in qualche modo ripercorre le fasi salienti della sua vita, e in ciò le fa vivere anche a noi.

Ai ricordi del passati inoltre si affiancano ogni tanto delle scene di fantasia con rielaborazioni della vita reale secondo i desideri del protagonista… solitamente violenti.

Toto le heros - Un eroe di fine millennio è un film che ha una qualche vivacità, ma alla fine della fiera è un filmetto, che non ha elementi innovativi e che per tanti versi è fiacco, privo di bellezza.
La cosa più notevole è la prova della bambina-ragazzina, e anche la canzoncina di sottofondo in francese, che imperversa letteralmente in tutto il film, era carina.

Fosco Del Nero



Titolo: Toto le heros - Un eroe di fine millennio (Toto le heros).
Genere: commedia, drammatico, sentimentale, surreale.
Regista: Jaco Van Dormael.
Attori: Michel Bouquet, Thomas Godet, Mireille Perrier, Michelle Perrier, Jo De Backer, Thomas Godet, Gisela Uhlen, Pascal Duquenne.
Anno: 1991.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 27 giugno 2017

Bull Durham - Un gioco a tre mani - Ron Shelton

Il film cui è dedicata la presente recensione è Bull Durham - Un gioco a tre mani, un film di qualche anno fa con protagonista un trio di buoni attori: Susan Sarandon, Kevin Kostner e Tim Robbins.

Ecco la trama: Ebby Calvin Laloosh (Tim Robbins; Allucinazione perversa, Mister hula hoop, Un viaggio inaspettato, La vita segreta delle parole) è un giocatore di baseball di grande potenziale, ma non ha né testa né disciplina. Per valorizzarlo al meglio, la società offre un contratto al veterano Crash Davis (Kevin Kostner; Vizi di famiglia, Il segno della libellula - Dragonfly, L'uomo dei sogni), giocatore con grande esperienza nella serie B, e soprattutto persona con la testa sulle spalle, che dovrà fare da chioccia per il suo più giovane collega.
Anche se egli non sarà l’unico a prendersi cura di Laloosh, dal momento che Annie Savoy (Susan Sarandon; Alfie, The Rocky horror picture show, Le streghe di Eastwick, Prima pagina), sorta di manager della squadra, si prenderà cura di lui ancora più da vicino, come usa fare con un atleta ogni anno, e quell’atleta inevitabilmente avrà una grande stagione… 

Bull Durham - Un gioco a tre mani ha come sfondo il baseball, ma in realtà non è un film di genere sportivo, dal momento che lo sport serve solo a mettere in scena le vicende dei vari protagonisti.

Che, stringi stringi, sono solo i tre descritti nella sintesi: tutto si riduce al triangolo tra Annie, Crash e Ebby, col resto che configura solo dettagli di trascurabile interesse.

Essenzialmente, siamo di fronte a una commedia con delle venature sentimentali, ma il primo elemento è nettamente prevalente.

Altro elemento caratteristico del film: è infarcito di elementi new age, ma in modo decisamente pacchiano: lungi dall’essere un film con contenuti esistenziali, si limita a collezionare banalità e cose prive di sostanza.

Nell’arco dei circa cento minuti della pellicola, ci sta anche qualche battuta di spirito, e in effetti il film fa compagnia, è gradevole, pur senza avere una particolare profondità e senza rimanere memorabile.

Insomma, potete tranquillamente fare a meno di Bull Durham - Un gioco a tre mani, ma sappiate che non è malaccio.

Fosco Del Nero



Titolo: Bull Durham - Un gioco a tre mani (Bull Durham).
Genere: commedia, sentimentale.
Regista: Ron Shelton.
Attori: Kevin Costner, Susan Sarandon, Tim Robbins, Trey Wilson, Robert Wuhl, Tom Silardi, David Neidorf, William O'Leary, Henry G. Sanders.
Anno: 1988.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

martedì 20 giugno 2017

Allucinazione perversa - Adrian Lyne

Ormai parecchio tempo fa avevo visto e scritto la recensione di Allucinazione perversa, solo che per problemi tecnici avevo perso la recensione, cosa che mi dispiacque per il valore del film e per quanto il testo poteva essere utile, così a distanza di un po’ di tempo me lo sono rivisto e l’ho ri-recensito.

Cominciamo partendo dal titolo: chi ha modificato l’originale “Jacob’s ladder” nell’italiano “Allucinazione perversa” andrebbe radiato da qualunque lavoro comunicativo, nel cinema o nell’editoria.
Non gli dovrebbero nemmeno far aprire un blog, per quanto il titolo svia l’attenzione e fa sembrare una cosa come un’altra.

Diciamo poi che non ci si aspetterebbe certo un film così simbolico, al contempo così oscuro e così pieno di luce, dal regista di film patinati e sensuali come Flashdance, Nove settimane e mezzo, Lolita e Proposta indecente… film che non ho mai visto ma che ovviamente conosco di fama.

Veniamo ora al film, che prima riassumerò a livello di trama, e poi riassumerò a livello di contenuti e simbolismi.
Jacob Singer, ex caporale dei Marines, è un reduce del Vietnam, ed è uno di quei reduci messi male: dopo la guerra, nonostante una laurea in filosofia e una mente brillante (dai suoi commilitoni veniva chiamato “il professore”), si mette a fare il postino per non dover utilizzare il cervello, giacché ha ricordi brutti e confusi riguardo alla guerra… specialmente di un giorno in cui successe una carneficina e lui stesso fu gravemente ferito.
Dopo la guerra, inoltre, ha lasciato la moglie Sarah, nonché i due figli Jed ed Elia, e si è messo con Jezebel, sua collega alle poste.
All’improvviso, egli sta male, sia fisicamente che interiormente, e inizia a vedere demoni ovunque, anche nel volto della sua compagna Jezebel e, dopo aver scoperto che la stessa cosa è successa anche ai suoi ex commilitoni, inizia a indagare su cosa il governo degli USA ha loro somministrato durante la guerra… ma in questo viene “scoraggiato” da alcuni uomini dall’aria di gangster.

Detto così, Jacob’s ladder (mi rifiuto di chiamarlo col nome italiano) sembra un film drammatico di genere antimilitarista e con qualche contenuto orrorifico-spaventoso causato dalle turbe psicologiche derivanti dalle sostanze psicotrope assunte durante la guerra…
… ma l’antimilitarismo è solo una scusa, e in realtà il film ha contenuti esistenziali e simbolici.
Tanto che ricorda il più brillante Cronenberg, quello di Existenz o Il pasto nudo, e se è forse meno immaginifico, è decisamente più simbolico.
Quasi tutto, anzi, nel film ha una sua simbologia, e andiamo a vedere.

Partiamo dal titolo: “Jacob’s ladder”, ossia "la scala di Giacobbe", riferimento biblico a un sogno di Giacobbe e riferimento esistenziale al percorso spirituale di ascesa… e infatti lo stesso protagonista si chiama Jacob.

Le due protagoniste femminili invece sono Jezebel, anch’esso nome biblico, Gezabele, di origini incerte ma comunque associato a qualcosa di maligno o di insinuante (e infatti la donna del film è scura di carnagione, bruna di capelli e sensuale), e Sarah, sorella e moglie di Abramo, madre anziana e miracolata di Isacco, uno dei grandi patriarchi (la quale infatti è chiara di pelle, bionda e decisamente più rassicurante e materna: questo corrisponde sia alla tradizione popolare, sia ad alcune immagini archetipiche, come quella dei tarocchi, nei quali nell'arcano degli Amanti, in cui l'uomo è chiamato a una scelta, figurano per l'appunto una donna bruna e sensuale, che non a caso posa fisicamente una mano sull'uomo, ciò che è simbolo delle attrazioni materiali, e una giovane donna bionda virginale). La prima è amante, mentre la seconda è moglie e madre. I figli di Jacob, inoltre, si chiamano Jed (Jedidiah, “amato da Yahweh”), Elia (il noto profeta), e Gabe (Gabriel, l’arcangelo), a conferma che l’ambientazione biblico-esoterica non è casuale.
Cosa peraltro certificata dal nome dello sceneggiatore: Bruce Joel Rubin, che leggo su internet essersi interessato a spiritualità e meditazione, essere andato in Tibet ed India, e aver vissuto per un certo tempo in un monastero nepalese.
Quanto al protagonista della storia, Jacob, egli è laureato in filosofia, e anche qui siamo in tema conoscenza-sapienza-mondo interiore.

Il film chiarisce subito che si sta parlando di percorso evolutivo, ossia di risveglio, e infatti i primi personaggi che si scorgono, a parte il protagonista Jacob, sono persone mezzo addormentate, che paiono sonnambule: sono nel vagone di un metropolitana (un oggetto che percorre un percorso nel buio, e in cui poco dopo manca la luce, due simbologie in una) e sembrano mezzi morti… come peraltro è lo stesso Jacob, e infatti sono sue proiezioni, come si capirà dopo.

In quel vagone di metropolitana, peraltro, Jacob si risveglia: prima era addormentato, e ora vede mezzo addormentati quelli che ha intorno, a cominciare da una signora il cui volto assente è tutto un programma. 
A certificare la cosa, poco dopo Jacob dice: “Mi sono addormentato”.

Sempre sul tema veglia-sonno, Jacob torna a casa e dice al cane: “Ciao, Chester, torna a dormire. Hai di nuovo l’insonnia?”.
Più avanti, invece, in una scena si sente una voce che dice, parlando di Jacob: “Sta sognando”.
Ancora, Jezebel gli chiede “C’è nessuno in casa?”, e poi esclama “Se ci siete rispondete!”.
Non è finita, perché a un certo punto Jacob stesso si chiede: “Sono morto, vero?”.
E poco più vanti una voce glielo conferma: “Tu sei morto”.

Veniamo ora al settore “diavoli”.
Si comincia inquadrando, a inizio film, una mela e l’inferno, riferimento al mito dell’Eden e del serpente-diavolo. Non per nulla, compare in bella evidenza la scritta "Hell", ossia "inferno".
Nel vagone della metropolitana Jacob vede che un barbone sdraiato ha una specie di coda rettiloide-demoniaca.
Poi, persosi nei tunnel della metropolitana (se non era chiara la metafora del vagone che percorre il cammino-tunnel tenebroso della metro, ecco che Jacob scende a piedi proprio in quei tunnel e ci si perde) vede passare un vagone con tante persone addossate ai vetri, anch’esse tipo zombie, e una di queste, dagli occhi illuminati-diabolici, gli fa un segno con il braccio.
Più avanti una macchina tenta di investirlo, e dentro ci sono quegli stessi individui demoniaci del vagone della metropolitana (non so se fossero proprio gli stessi, ma vi somigliavano).
Lo stesso Jacob, parlando di loro, dirà in un momento di sconforto a Jezebel: “Sembrano dei diavoli”. 
Ancora, egli vede una donna con delle escrescenze in testa tra i capelli, simili a piccole corna. 
E soprattutto, durante una festa, precisamente durante un ballo di gruppo abbastanza scatenato, si intravedono strani figuri, alcune persone palesano strane espressioni, volano corvi, molti sembrano impegnati in una specie di orgia collettiva, Jezebel compresa, alcuni divengono mostri-demoni… e Jacob infine sviene, ossia perde coscienza (e il film in sintesi riguarda proprio il suo stato di coscienza).
A contorno del tutto, si inquadrano libri su sabbath, su demoni, sul male, su pentacoli e riti, nonché la Divina Commedia con le classiche illustrazioni di Gustave Dorè (lo so, va di moda metterla in mezzo, ma in effetti è stata scritta da un “addetto ai lavori”).
In un altro momento, la donna-diavolo brucia tutte le foto che possono ricordare a Jacob la sua vecchia famiglia, moglie e figli, gettando tutto in un inceneritore (diavolo, fuoco, inferno). Ancora: Jezebel è sempre vestita di nero, mentre Sarah dà sul chiaro-bianco.

Passiamo ora al lato opposto, quello “angelico”.
Il massaggiatore-fisioterapista di Jacob è Louis, che gli sistema la schiena ma in realtà sembra più sistemargli l’anima e fungere da angelo custode… raggi di luce compresi.
Peraltro, notate che nella schiena risiedono i vortici dei chakra, e che sistemare l’una significa sistemare gli altri… e che nella stessa Bibbia c’è scritto di “preparare la via del Signore e di raddrizzare i suoi sentieri”, con riferimento proprio al percorso d'illuminazione e d'ascesa dei chakra (essi stessi una scala).
Jacob dice all’amico che sembra il suo angelo: “Lo sai, Louis, che sembri un angelo?”.
E non a caso a conferma della cosa più avanti Louis gli dice “Alleluia”.
E, sempre non a caso, è Louis a salvarlo dall’“ospedale” in cui era finito.
Un salvataggio impegnativo: l'angelo gli dice che "Ho dovuto far forte per arrivare in profondità".

Sempre non a caso, è proprio Louis che rivela a Jacob il senso di quello che stava vivendo, e a noi il senso del film, ben prima che il finale lo mostri con chiarezza per quelli che non lo avevano capito in modo più sottile: Jacob’s ladder parla del purgatorio interiore e del passaggio dall’inferno al paradiso, che sono essi stessi interiori, ossia stati di consapevolezza.
Ergo, anche gli abitanti del primo, i diavoli, e del secondo, gli angeli, sono nostre proiezioni, e dipendono da noi.
Il film intero rappresenta la battaglia interiore, una sorta di battaglia energetica, di salto di consapevolezza, del protagonista, che si dibatte nei suoi demoni e nelle sue paure personali, in primis l’attaccamento. 

Louis glielo dice citando Meister Eckhart, il teologo mistico tedesco del 1300: “La sola cosa che brucia all’inferno è la parte di te che rimane aggrappata alla vita.”
E Louis aggiunge: “I ricordi, gli affetti… ti bruciano via tutto. Non lo fanno per punirti, ma per rivelarti l’anima. Se abbiamo paura di morire e ci aggrappiamo di più alla vita, vedremo i diavoli strapparcela via. Ma se raggiungiamo la pace, i diavoli diventeranno degli angeli, e ci liberano dalle cose umane. È solo un problema di approccio”.

Si sta parlando dunque di eventi interiori, di uno scatto di consapevolezza interiore: il resto è tutta sceneggiatura dello spirito, potremmo dire... proprio come ci è sempre stato riferito che è la vita materiale che vive il genere umano.

La scena finale lo mostra con chiarezza: Jacob è stato per tutto il tempo sdraiato sul lettino di un ospedale da campo in Vietnam, mentre un dottore cercava di salvarlo; ma invano, giacché muore lì.
E che il resto sia stato tutto un suo percorso interiore è mostrato anche dalla scena precedente in cui Jacob e suo figlio Gabe, quello morto, salgono al piano di sopra di un appartamento, tra raggi di luce. 
Gabe dice al padre: “Ora saliamo, papà”.
Salire per l’appunto sulla scala di Giacobbe, la scala evolutiva, dopo che Jacob-Giacobbe si è distaccato dai suoi attaccamenti terreni… e quindi può salire di livello, per così dire, passando dalle tenebre alla luce.

Jacob’s ladder è un gran film… e non a caso a posteriori è quello di Adrian Lyne che si è conservato meglio e che è stato apprezzato alla distanza, mentre gli altri hanno perso ben presto il loro patinato successo del momento: questo perché Jacob’s ladder-Allucinazione perversa ha un suo senso interiore ed energie significative.

Anche le scene disturbanti del film, che sono abbastanza (il finto ospedale, il ballo durante la festa, i volti degli uomini-demoni sulla metro o in macchina, l’amante il cui volto si trasfigura), non sono fini a se stesse, ma funzionali a dipingere il quadro interiore del protagonista, che si agita tra le tenebre e la ricerca dalla luce, che trova alla fine.

In conclusione, si tratta di un film ben fatto con contenuti importanti, la cui visione è davvero raccomandata.
In verità, Allucinazione perversa è uno dei film più "alchemici" che esistano: molto piombo, molto oro... naturalmente, se si è in grado di affrontarlo senza distogliere lo sguardo. Esattamente come capita nella vita. Tale valore aggiunto gli fa guadagnare qualcosa, in termini di valutazione, che il prodotto meramente cinematografico non meriterebbe.

Fosco Del Nero



Titolo: Allucinazione perversa (Jacob’s ladder).
Genere: drammatico, thriller, psicologico, esistenziale, grottesco.
Regista: Adrian Lyne.
Attori: Tim Robbins, Elizabeth Peña, Danny Aiello, Pruitt Taylor Vince, Matt Craven, Jason Alexander, Macaulay Culkin, Ving Rhames, Eriq La Salle.
Anno: 1990.
Voto: 8.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 14 giugno 2017

Il giardino delle parole - Makoto shinkai

Ultimamente non ho visto grandissimi film, oscillando tutti tra il poco meno e il poco più rispetto alla sufficienza… ovviamente a mio personale parere.

Sperando di risalire verso l’alto, mi sono visto un film d’animazione giapponese che prometteva molto bene, dal momento che, essendo di ultima generazione, visivamente si presentava come uno spettacolo per gli occhi: il titolo del suddetto film è Il giardino delle parole, diretto peraltro da Makoto Shinkai, già regista di 5 centimeters per second, film di qualche anno prima non indimenticabile per la trama ma bellissimo (e con bellissimo intendo davvero bellissimo) in quanto ad apparato visivo.

Il giardino delle parole, però, è un film breve, forse neanche ascrivibile alla categoria del lungometraggi, per via dei suoi 45 minuti circa.

Il genere: siamo decisamente sul sentimentale, e sul giovanile, come da tipica tradizione nipponica. In effetti, pare di esser davanti a un manga animato… e animato molto bene, devo dire: esteticamente, difatti, Il giardino delle parole è bellissimo, e in questo senso non delude affatto le attese.

Inoltre, il film è assai delicato nei toni, cosa che apprezzo, pur essendo caldo nelle emozioni… caldo nonostante tutta la pioggia che casca giù, la quale è quasi un coprotagonista della storia.

Ma ecco in grandissima sintesi la trama del film: Takao Akizuki è uno studente di 15 anni, che vive praticamente da solo con il fratello date le lunghe assenze della madre, e che a scuola non brilla, ma che coltiva un sogno segreto… decisamente originale, a dire il vero, e anzi non mi pare di averlo mai sentito in un altro film e nemmeno in un libro: il ragazzo vuole diventare un calzolaio artigianale, nel senso che è proprio appassionato di scarpe e sta studiando per imparare a crearle per conto proprio. 

Tanto che egli, quando piove, diserta la scuola, va in un bel parco sotto un porticato, e si mette a studiare come progettare e creare delle scarpe.

Si dà il caso che il medesimo porticato è il luogo di sosta di un’altra persona: una ragazza, tuttavia nettamente più grande del giovane, di circa 27 anni, che passa il suo tempo lì a mangiare cioccolata e a bere birra.
Il suo nome è Yukari Yukino, e i due in qualche modo bizzarro faranno amicizia.

Il modo in cui faranno amicizia in realtà va a finire in un topos del fumetto/cinema giapponese, e difatti nel prosieguo l’opera non si rivela molto innovativa, e nemmeno particolarmente meritevole: a parte la bellezza visiva, non c’è altro che regga il passo, né i dialoghi né l’originalità dei personaggi, né la trama.

Il tutto anzi sa di estremamente semplice, e anzi si ha un po’ la sensazione che la trama fosse quasi una scusa per sceneggiare il bellissimo parco e i bellissimi giochi di luce della città giapponese.

In questo senso, Il giardino delle parole non è certo un film d’animazione memorabile, ma val certamente la pena vederlo per la bellezza visiva che propone, che da sola gli fa meritare quantomeno una sufficienza larga.

Fosco Del Nero



Titolo: Il giardino delle parole (Kotonoha no niwa).
Genere: animazione, sentimentale.
Regista: Makoto shinkai.
Anno: 2013.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 13 giugno 2017

Unbreakable - Il predestinato - M. Night Shyamalan

Visto che mi ero stancato di aspettare un nuovo bel film di M. Night Shyamalan, che dopo Il sesto senso, SignsThe village non ne ha imbroccata una buona (vedasi Lady in the water, E venne il giorno, L’ultimo dominatore dell’aria… anche se After Earth è perlomeno decente), sono andato a ritroso all’unico film del “periodo buono” che non avevo ancora visto, sperando che fosse rappresentativo del suddetto periodo.

Il film in questione è Unbreakable - Il predestinato, film che ha ricevuto al tempo un discreto consenso di pubblico e di critica.

Si tratta di un film drammatico di circa 100 minuti, che peraltro ha confermato l’impressione che avevo maturato nel mentre riguardo al regista indiano: sarebbe a dire che gli sono congeniali le atmosfere cupe e tristi mentre al contrario fa clamorosi buchi nell’acqua quando c’è da gestire non dico commedie, ma quantomeno un’atmosfera meno intensa e tesa.

Ecco dunque che Il sesto senso e The village funzionano alla grande, mentre Lady in the water e L’ultimo dominatore dell’aria sono quasi inseguibili (nel doppio senso del termine)… e dire che quest’ultimo visivamente è molto bello, e si vede che è diretto da un regista che ha mestiere… ma che evidentemente non ha nelle sue corde tutto ciò che non è paura e tensione psicologica.

Ma veniamo ad Unbreakable - Il predestinato, che poi è uno dei film che ha lanciato M. Night Shyamalan… e che per l’appunto fa della tensione interiore il suo elemento dominante.
Pure troppo, giacché dalla tensione presente nel film, tra sguardi, dialoghi, silenzi, commento sonoro, etc, sembra che si stia parlando della terza guerra mondiale, mentre, a conti fatti, si parla di una persona particolarmente fortunata dotata di una grande forza (il che, detto così, sembra persino una cosa bella, pensate un po’!).

La persona in questione è David Dunn (Bruce Willis; (L'esercito delle dodici scimmieIl mondo dei replicantiFBI - Protezione testimoniIl quinto elementoLa morte ti fa bella), uomo triste e disadattato, che ha dovuto rinunciare a una promettentissima carriera di giocatore professionista di football dopo un incidente stradale che ha coinvolto anche la sua futura moglie, Audrey Dunn (Robin Wright Penn; La leggenda di Beowulf, La vita segreta della signora Lee, ma soprattutto l’indimenticabile La storia fantastica).
Nella storia vediamo i due una quindicina di anni dopo, più vecchi, con un figlio a carico, Joseph (Spencer Treat Clark) ma soprattutto in piena crisi coniugale, con i due che non dormono assieme e che a malapena si parlano.

Tuttavia, sopraggiunge una circostanza utile a riavvicinare i rapporti: David rimane clamorosamente illeso in un terribile incidente ferroviario che uccide tutti i passeggeri di un treno diretto a Philadelphia… tranne lui, per l’appunto, che non solo sopravvive, ma non si fa un graffio.

Cosa che suscita la curiosità di Elijah Price (Samuel L. Jackson; Il negoziatoreDjango unchained), appassionato di fumetti che scorge in David i segni di un supereroe dotato di grande forza, quasi invincibile.

L’idea sulle prime sembra ridicola, però poi…

Unbreakable - Il predestinato è un film strano: non è fatto male, e non annoia, però si ha continuamente la sensazione che sia troppo scuro e torbido in relazione alla storia presentata, cosa che non giova certamente alla finzione scenica e alla famosa sospensione dell’incredulità dello spettatore.

Bruce Willis è perfetto per la parte in questione, giacché deve mostrare un grugno immusonito per tutti i 100 minuti, senza alcuna altra espressione, mentre Samuel L. Jackson (e il suo ottimo doppiatore italiano) ha buon gioco nello spiccare come espressività e interesse suscitato.

Nel complesso, Unbreakable - Il predestinato non mi è dispiaciuto, ma la sufficienza è appena stiracchiata, e non credo che lo guarderò mai più… persino se M. Night Shyamalan non dovesse mai più produrre un buon film, cosa a questo punto discretamente probabile.

Fosco Del Nero



Titolo: Unbreakable - Il predestinato (Unbreakable).
Genere: drammatico, fantastico.
Regista: M. Night Shyamalan.
Attori: Bruce Willis, Samuel L. Jackson, Robin Wright, Spencer Treat Clark, Charlayne Woodard, Eamonn Walker, Leslie Stefanson, Johnny Hiram Jamison.
Anno: 2000.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

martedì 6 giugno 2017

Pallottole su Broadway - Woody Allen

Con Pallottole su Broadway potrei aver finito i film dell’enorme filmografia di Woody Allen… ma devo controllare, giacché in cotanto grande elenco potrebbe essermi sfuggito qualcosa.

La prima cosa che valuto dei film di Woody Allen è se recita lui o meno, giacché ciò fa molta differenza, specie in relazione a chi deve “sostituirlo”, ossia a chi deve rimpiazzarlo come protagonista intellettualoide e pieno di manie, paure e tic nervosi.

Stavolta è toccato a John Cusack (che aveva già diretto in Ombre e nebbia, peraltro, e che io mi ricordo anche per L’ultimo contratto), che se la cava discretamente bene (anche se dovrei sentire la lingua originale e non il doppiaggio italiano per valutarlo appieno), attorniato peraltro da svariato attori feticcio del Woody Allen di quel periodo, come Dianne Wiest (Hannah e le sue sorelle, La rosa purpurea del Cairo) o Jack Warden (Settembre, La dea dell’amore). 

Parlando di feticci, siamo peraltro in pieno “Woody Allen’s style”, giacché la ricetta è sempre quella: un protagonista astista, in questo caso un autore teatrale, il tentativo di affermarsi professionalmente, i compromessi, le turbe psicologiche, l’intellettualismo e la cultura metropolitana, relazioni sentimentali difficili con tradimenti annessi…
… e in questo caso c’è in più la variante della mafia, ovviamente italiana. 

Il tutto in salsa umoristico-ironica, tipica del regista newyorkese, che qua non dà il massimo di sé ma che comunque si difende bene.
Sempre ovviamente che piaccia il suo tipo di umorismo tra l’intellettuale e lo psicoterapeutico.

A me diverte, specie quando ad esso sono accompagnate trovate brillanti come ne Il dormiglione, in Amore e guerra, La maledizione dello scorpione di giada, o Midnight in Paris

Altrimenti, il rischio è quello di trovarsi invischiati in un commedia metropolitana un po’ troppo cerebrale… che comunque rimane gradevole e scorrevole, laddove invece proprio non mi piacciono i film drammatici cui Allen si è convertito nell’ultima parte della sua carriera (salvo poi ottenere i risultati più brillanti con prodotti tipo Midnight in Paris, come ovvio che fosse data la natura del regista).

Ad ogni modo, a mio avviso Pallottole su Broadway, pur essendo vivace e movimentato, non si segnala come uno tra i migliori film di Woody Allen, ma nemmeno come uno dei peggiori, e anzi merita una visione… ma probabilmente non due.

Fosco Del Nero



Titolo: Pallottole su Broadway (Bullets over Broadway).
Genere: sentimentale, commedia.
Regista: Woody Allen.
Attori: Jennifer Tilly, John Cusack, Chazz Palminteri, Tracey Ullman, Jack Warden, Rob Reiner, Mary-Louise Parker, Dianne Wiest, Joe Viterelli.
Anno: 1994.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

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