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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare.

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te.

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno.

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Se vuoi che il mondo cambi, inizia a darti da fare tu stesso.

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

mercoledì 25 maggio 2022

Babadook - Jennifer Kent

Era da molto tempo che non guardavo un film horror: quand’ero ragazzino mi attraevano molto, ma poi l’attrazione è passata e quindi ho smesso di guardarli.
Ho tuttavia voluto fare una prova con Babadook, notissimo film horror diretto nel 2014 da Jennifer Kent, regista che peraltro mi era del tutto sconosciuta.

Del film tuttavia online si parlava piuttosto bene: produzione di basso profilo economico e pubblicitario, ha tuttavia ottenuto cinque volte più di quanto speso per la produzione, divenendo una sorta di film culto del genere, nonostante sia un film assai recente.

Ecco la trama sommaria di Babadook, film di produzione australiana: Amelia è una donna che ha dovuto crescere da sola il figlio Samuel, visto che il padre Oskar è morto il giorno stesso della nascita del bambino, in un incidente stradale, proprio mentre accompagnava la moglie in ospedale per il parto. Per di più, Samuel è un bambino alquanto particolare, e per certi versi anche inquietante: appassionato di trucchi di magia, afferma di vedere dei mostri e si fissa su un mostro in particolare, tale Babadook, una volta trovato in casa un libro illustrato che parla del suddetto mostro.
Se prima le cose erano difficili, da quel momento prendono una piega del tutto spaventosa: rumori, apparizioni, libri distrutti che riappaiono, allucinazioni, etc.

Il buon successo di Babadook è meritato: il film, pur con mezzi tecnici relativamente poveri, è ben architettato e ben eseguito, e lavora sul vero terrore, quello interiore, piuttosto che proporre rumori ad alto volume o effetti speciali appariscenti, come invece fanno i film horror di scarso livello.

Anzi, il film guadagna un substrato psicologico e persino esistenziale, dal momento che, in verità, non tratta tanto di demoni esteriori, quanto di demoni interiori, quelli che ognuno deve affrontare, sconfiggendoli se ce la fa, o quantomeno tenendoli a bada nella cantina di casa (simbolicamente, il luogo dell’inconscio, dell’io profondo, dove infatti le cose iniziano e finiscono, e che la protagonista stessa afferma essere un posto “pericoloso”).

In tal senso, è emblematica, e persino didattica, una frase del film:
“Tu lo hai fatto entrare.
Tu lo devi far uscire”.

È sempre così, in verità, per qualunque demone interiore: siamo noi che li facciamo entrare e che li alimentiamo; siamo noi che dopo dobbiamo farli uscire… magari dopo averli nutriti e accuditi per un’intera vita.

Altra frase di grande impatto, valida anch’essa per ogni squilibrio/disagio interiore:
“Più tu neghi, più io sarò forte”.

Altre tematiche trattate dal film, in modo più o meno palese o nascosto: il senso di inadeguatezza, il senso di solitudine, la forza/fragilità, i rapporti madre/figlio, padre/figlio, moglie/marito. Insomma, in Babadook c’è parecchio, sotto le mentite spoglie di un film dell’orrore.

Davvero eccellenti le interpretazioni dei due protagonisti, Essie Davis e Noah Wiseman: il bambino, in particolare, è ottimamente caratterizzato nel suo oscillare tra inquietudine e affetto vero per la madre. In effetti, l’elemento di fondo del film, ancora più che l’orrore e lo squilibrio interiore, è l’affetto devoto che il piccolo prova per la mamma, a rischio stesso della sua vita.

Un’ultima considerazione, relativa alla fine della storia: la donna ha il coraggio di affrontare il suo demone, ma non di sconfiggerlo. Molto pragmaticamente, il demone è confinato in cantina e nutrito con terriccio e vermi, in cambio di una sorta di quieto vivere collettivo. Spostando la situazione, per analogia, al mondo interiore-spirituale, questo è solo il punto di mezzo: il demone, infatti, va sconfitto ed eliminato del tutto, e deve cessare qualunque forma di nutrimento basso. I vermi rappresentano le energie basse, le quali vanno trascese del tutto, e non solo tenute sotto controllo.
Ma, d’altronde, per come si erano messe le cose nel film, e per come si mettono le cose per alcuni esseri umani, la conquista di una situazione tranquilla di stasi, da cui magari ripartire e in seguito progredire, è già un notevole successo.

Fosco Del Nero



Titolo: Babadook (Babadook).
Genere: horror, psicologico.
Regista: Jennifer Kent.
Attori: Essie Davis, Noah Wiseman, Daniel Henshall, Hayley McElhinney, Barbara West (II), Benjamin Winspear, Cathy Adamek, Craig Behenna, Adam Morgan, Peta Shannon.
Anno: 2014.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 24 maggio 2022

Il posto - Ermanno Olmi

Il posto è il primo film di Ermanno Olmi che vedo e recensisco.
Ero peraltro convinto di aver già visto qualcosa di suo, ma no: questo film è il suo esordio, per quanto mi riguarda, e si tratta di un film ch'è considerato uno dei film italiani più importanti di sempre, ragion per cui me lo sono visto.

Anche se in verità più che un film Il post sembra un documentario, e infatti il filone in cui si inserisce, leggo in rete, è quello del “neorealismo”.

Ecco la trama sommaria de Il posto: Domenico Cantoni è un ragazzino dallo sguardo vivace e dall’eloquio spigliato che vive a Meda e che viene spedito dai genitori a Milano alla ricerca di un posto di lavoro, che a quei tempi veniva ritenuto sicuro e per tutta la vita.
Presentatosi alle selezioni di una importante ditta, conosce l’altrettanto giovane Antonietta Masetti, anch’essa alla ricerca di un lavoro. Tra i due nasce un’intesa in buona parte silenziosa, ma comunque evidentemente tendente alla simpatia e alla tenerezza, tanto che i due si cercheranno anche in occasioni successive… anche se vengono poi spediti presso due diverse filiali dell’azienda, nonché assegnati a due mansioni completamente differenti.

Il posto di Olmi ha in effetti fama di film documentaristico più che di film vero e proprio: riprende l’Italia dei primi anni Sessanta, tutta tesa alla sicurezza economica (anche a discapito delle proprie passioni, che difatti non vengono nemmeno prese in considerazione), alla voglia di affermazione sociale (anche a costo di lasciarsi alle spalle, in vari sensi, il paese, la borgata e la famiglia), al desiderio di mostrarsi a tutti i costi felici e realizzati (anche quando evidentemente non lo si è).
Emblematiche risultano alcune scene, come la festa aziendale di Capodanno, un evento formalmente allegro e vivace ma in essenza piuttosto triste.

Olmi inoltre è spietato su tutti i fronti, anche quelli che in teoria si potrebbero “salvare”: il ragazzino perde di vista la ragazzina…

… ma non la perderà di vista lo stesso Olmi, dal momento che la sposerà un paio d’anni dopo, nonostante la grande differenza d’età: 32 anni contro 17 (immagino che a quei tempi fosse un fatto non troppo insolito).

È emblematico di tutto ciò anche lo sguardo e la parlata del protagonista, oscillante tra l’indolente e il depresso.
Risulta un poco depresso anche l’intero film nel suo insieme: non c’è colonna sonora, non ci sono dialoghi di spessore, c’è solo la ripresa filmica di uno spaccato italiano di quei tempi. Il film dunque ha un valore in questo senso più che come prodotto cinematografico.

Fosco Del Nero



Titolo: Il posto.
Genere: commedia.
Regista: Ermanno Olmi.
Attori: Sandro Panseri, Loredana Detto, Tullio Kezich, Mara Revel, Guido Spadea.
Anno: 1961.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 18 maggio 2022

Sbucato dal passato - Hugh Wilson

Avevo voglia di vedere un film leggero, e la scelta è ricaduta su Sbucato dal passato, film del 1999 diretto da Hugh Wilson.
Il nome del regista tuttavia non mi diceva niente, visto che non ho mai visto niente di suo, mentre mi dicevano qualcosa in più i nomi dei due attori protagonisti: Brendan Fraser (La mummia, La mummia – Il ritorno, Viaggio al centro della Terra) e Alicia Silverstone (Ragazze a Beverly Hills, Vamps). Da citare anche il ruolo secondario di Christopher Walken (La zona morta, Eddie the eagle - Il coraggio della folliaCambia la tua vita con un clickIl mistero di Sleepy Hollow).

Ecco la trama di Sbucato dal passato: nel 1962 lo scienziato Calvin Webber, brillante ma un po’ bislacco, non appena in tv sente che è cominciata quella che poi sarà nota come la crisi dei missili di Cuba, si rifugia in un enorme bunker sotterraneo che aveva fatto costruire in previsione di una guerra nucleare. Il caso vuole che, proprio mentre lui e la moglie stanno richiudendo il bunker, un aereo crolla sopra la loro casa, incendiandola.
Con due risultati: i vicini e la polizia pensano che la coppia sia morta nell’incidente; la coppia invece pensa che ci sia stata un’esplosione atomica e che dunque l’area non sarà vivibile per 35 anni, periodo programmato di chiusura del bunker.
Vi è anche un terzo risultato: la donna, ch’era incinta, partorisce il figlio nel bunker, ed egli viene chiamato Adam.
Trentacinque anni dopo, l’uomo va fuori in esplorazione, ma confonde l’area degradata, urbanisticamente e culturalmente, con uno scenario post-apocalittico, con tanto di esseri umani mutanti e malati. L’uomo vorrebbe dunque richiudere tutta la famiglia nel bunker, ma ci son da procurare generi alimentari e utensili vari, cosa di cui si incarica il figlio Adam, che ormai è un bel ragazzone, molto beneducato e colto, ma alquanto ingenuo.
Il destino gli farà incontrare la sua Eva…

Sbucato dal passato è un film che parte da una premessa discretamente originale, per quanto poco plausibile, ma poi si sviluppa nel modo più banale possibile: a calcio si parlerebbe di un tiro telefonato.
Ma, d’altronde, non credo sia stato girato con pretese di immortalità cinematografica, bensì con l’unico scopo di realizzare una commediola gradevole e sui generis, con un cast parimenti gradevole e fotogenico.

In tal senso, la missione è compiuta, anche se non sarebbe guastato un livello dei dialoghi più intelligente e arguto, teso a sollevare le sorti di un prodotto che, per quanto abbia probabilmente realizzato il suo scopo, rimane un prodotto teso a uno scopo mediocre, da cui la valutazione generale.
C’è di peggio in giro, ma c’è soprattutto di meglio.

Fosco Del Nero



Titolo: Sbucato dal passato (Monsters).
Genere: commedia, sentimentale.
Regista: Hugh Wilson.
Attori: Brendan Fraser, Alicia Silverstone, Christopher Walken, Sissy Spacek, Dave Foley, Joey Slotnick, Dale Raoul, Hayden Tank, Douglas Smith, Ryan Sparks, Don Yesso.
Anno: 1999.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 17 maggio 2022

Monsters - Gareth Edwards

Monsters è il secondo film di Gareth Edwards che vedo, dopo il più famoso Rogue one - A star wars story; famoso per ovvi motivi, giacché si inserisce nella saga di Star wars, seppur nel filone delle storie parallele a quella principale.

Gareth Edwards è specializzato in effetti speciali e con tale ruolo ha lavorato a vari film, prima di esordire come regista proprio con Monsters: il budget del film è fortemente limitato, con appena 500.000 dollari, ma il film se la cava egregiamente, lottando alla pari con più blasonati e ricchi colleghi.

Ecco la trama sommaria di Monsters, film girato nel 2010 e che mi ha ricordato Cloverfield, non a caso di un paio di anni precedente, con la differenza che, mentre in Cloverfield i mostri invadevano una città, in Monsters tendono a stare per conto loro, nella natura: ne 2016 una navicella della NASA, spedita nel sistema solare alla ricerca di altre forme di vita, torna sulla Terra e precipita tra il Messico e gli Stati Uniti. A seguire, nella zona compaiono forme di vita simili a giganteschi polpi, che seminano la distruzione e che costringono i governi a utilizzare i rispettivi eserciti, nonché a istituire una zona di quarantena (per via dei mostri e di eventuali contaminazioni chimiche).
Date queste premesse, il film segue le vicende di Andrew Kaulder e Samantha Wynden: il primo è un fotoreporter, recatosi in Messico con la speranza di fare foto ai mostri, mentre la seconda è la figlia del padrone della rivista per cui il ragazzo lavora. Al giovane vien chiesto di riportare Samantha al sicuro negli Stati Uniti…
… ma ovviamente le cose saranno parecchio complicate.

Monsters è l’esempio perfetto di come si possa fare del buon cinema con poco: poco budget, pochi attori, tutto sommato pochi effetti speciali… persino poche battute, visto che il prodotto non brilla per l’abbondanza dei dialoghi.
Tuttavia, esso è efficace nel creare un’atmosfera credibile, e anzi una doppia atmosfera: quella della situazione aliena, che fa da sfondo alla storia, e quella della storia, ossia il viaggio e il rapporto dei due protagonisti… i quali peraltro nella vita reale sono marito e moglie, e probabilmente anche questo ha contribuito a creare una buona alchimia nelle riprese.

Per il resto, Monsters non ha la pretesa di spiegare cosa è successo, nemmeno di descriverlo nei dettagli, e nemmeno di mostrare un eroe che risolve tutta la situazione: esso è semplicemente la cronaca di un viaggio, e anzi di un pezzo di viaggio.

Pur senza avere manie di grandezza, e pur senza essere particolarmente originale, Monsters si rivela un film ben fatto.

Fosco Del Nero



Titolo: Monsters (Monsters).
Genere: fantascienza, drammatico.
Regista: Gareth Edwards.
Attori: Whitney Able, Scoot McNairy, Kevon Kane.
Anno: 2010. 
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 11 maggio 2022

Tristana - Luis Bunuel

Tristana è il quinto film di Luis Bunuel che vedo, ma a essere onesto è il primo che non mi è piaciuto troppo.
Per la cronaca, i primi quattro sono stati i seguenti: La via latteaIl fascino discreto della borghesiaQuell’oscuro oggetto del desiderio e Bella di giorno.

Essenzialmente, sono gli ultimi lavori del regista aragonese, datati dal 1967 al 1977. Lo stesso film Tristana è di quel periodo, dal momento che è stato girato nel 1970, e si inserisce agevolmente nel filone antiborghese, ambientato in questo caso nella Spagna del 1930 circa.

Ed ecco la trama sommaria di Tristana: siamo a Toledo, e siamo nella casa di Don Lope (Fernando Rey, attore icona di Bunuel), un uomo di buone maniere a modo e rispettato, nonostante il suo anticlericalismo e i suoi eccessi in fatto di donne. Egli ha con sé la serva Saturnia, e anche la giovane e bella Tristana (Catherine Deneuve, anche lei attrice simbolo di Bunuel), di cui l’uomo è dapprima tutore e poi amante. Un amante piuttosto geloso e opprimente, tanto che la giovane non tarderà a cercare rifugio altrove, innescando una serie di eventi dagli esiti poco felici…

… come promette il titolo stesso del film, con la parola “trista” che, nel suo significato etimologico, oscilla tra la tristezza e la cattiveria; elementi che nel film abbondano entrambi.

In Tristana si vedono i temi tipici di Bunuel: la figura elegante e fascinosa della borghesia, al contempo la sua smania di potere sugli altri, le figure maschili che desiderano le più giovani figure femminili, il ruolo ambiguo della donna, oscillante tra sottomissione, manipolazione e perdita dell’innocenza, l’anticlericalismo, e via discorrendo.
In Tristana si aggiunge, evidente, un certo senso di decadenza: le strade, le case, la figura stessa di Don Lope, la decadenza morale di ambo i personaggi principali, per quanto in momenti e in direzioni differenti (decadenza morale che diviene anche decadenza fisica, seppur anche in questo caso in modi diversi).

Ho tuttavia il dubbio di aver visto una versione censurata del film, giacché quel che ho visto io durava 93 minuti, mentre online leggo di 99 e addirittura di 105 minuti; se non si tratta di censura, dunque, quantomeno si tratta di differenti versioni.

In conclusione, ho gradito sufficientemente Tristana, ma ho gradito di più gli altri film di Luis Bunuel che ho visto.
Il regista comunque è evidentemente di gran valore, per cui vedrò qualche altra sua opera in futuro.

Fosco Del Nero



Titolo: Tristana (Tristana).
Genere: drammatico, sentimentale.
Regista: Luis Bunuel.
Attori: Catherine Deneuve, Fernando Rey, Franco Nero, Jésus Fernandez, Lola Gaos, Antonio Casas, Vicente Soler, Fernando Cebrián.
Anno: 1970.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



martedì 10 maggio 2022

Il mio migliore amico - Patrice Leconte

Finora avevo recensito un solo film del regista francese Patrice Leconte, e si trattava di un film l’animazione: l’ottimo La bottega dei suicidi.

Il secondo candidato porta invece il titolo de Il mio migliore amico, ed è un film tradizionale, recitato da attori in carne e ossa, uno dei quali notissimo in Francia ma anche nel resto d’Europa: parlo di Daniel Auteil, che ho già visto in svariati film, francesi come Una top model nel mio letto Le placard - L'apparenza inganna, (entrambi di Francis Veber), ma anche uno italiano, ossia N - Io e Napoleone (questo di Paolo Virzì).

Accanto a lui, un altro volto a me noto, legato inevitabilmente a commedie se non proprio film comici: Dany Boon, anche lui presente in Una top model nel mio letto ma visto anche in Giù al nord e L'esplosivo piano di Bazil (diretti rispettivamente dallo stesso Boon e da Jean-Pierre Jeunet).

Ecco la trama sommaria de Il mio migliore amico: François è un mercante d’arte assai noto nell’ambiente, e insieme alla collega Catherine frequenta aste per collezionisti e saloni d’antiquariato. Se professionalmente l’uomo se la cava bene, se la cava assai meno bene nella vita privata: ha alle spalle un matrimonio fallito, una figlia con cui praticamente non ha un rapporto umano, e nessun amico.
Quando Catherine gli fa notare che lui non ha neanche un amico, l’uomo, spinto anche da una scommessa, effettua una disanima della sua vita e anzi domanda a un autista di taxi cordiale e socievole, Bruno, di insegnarli come farsi degli amici… e nel frattempo i due inevitabilmente diventano amici essi stessi.

Il soggetto centrale de Il mio migliore amico, a parte il dettaglio della scommessa su un antico vaso, non è certamente originale: l’uomo burbero e/o insensibile, che deve imparare a rapportarsi meglio col prossimo, che viene in tal senso educato da qualcuno, che a sua volta impara qualcosa da quel rapporto.

Il mio migliore amico di Patrice Leconte svolge il soggetto col consueto garbo del cinema francese, oscillando tra commedia, umorismo e crisi personale, riuscendo a intrattenere lo spettatore, pur non risultando, alla fine della fiera, un film imperdibile da nessun punto di vista.

Fosco Del Nero



Titolo: Il mio migliore amico (Mon meilleure ami).
Genere: commedia.
Regista: Patrice Leconte.
Attori: Daniel Auteil, Dany Boon, Julie Gayet, Julie Durand, Jacques Mathou, Marie Pillet, Élisabeth Bourgine, Jacques Spiesser.
Anno: 2006.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 4 maggio 2022

The good place - Michael Schur

Scrivo la recensione della serie tv The good place a distanza di un paio d’anni dalla visione… semplicemente perché al tempo o mi ero dimenticato di scriverla o non era stata salvata sul foglio word. Chiedo venia in anticipo se essa sarà generica e non particolarmente dettagliata, visto che nel mentre mi sarà di sicuro dimenticato alcune cose.

Peraltro, mi ricordo con certezza che mi ero segnato alcune frasi interessanti, come la seguente: 

“A volte, quando si è disperati, il segreto è aiutare il prossimo, senza pensare a sé stessi”.

Erano però svariate, frasi e situazioni, giacché la serie, pur essendo di fatto una commedia, e con forti venature comiche, possiede anche un rilevante risvolto esistenziale, a cominciare dal suo incipit.

Ecco dunque la trama di The good place: morta giovane in un bizzarro incidente, Eleanor Shellstrop (la sempre ottima Kristen BellVeronica Mars, Veronica Mars - Il filmAncora tu!) si ritrova in una realtà spirituale inattesa. Il posto è molto bello e confortevole, e l’elegante e affabile Michael (l'altrettanto ottimo Ted Danson... peraltro in gran forma per l'età) le rivela che quella è la “Parte Buona”, una sorta di paradiso che si è meritata solamente una piccolissima percentuale della popolazione. Il resto, va da sé, si trova nella “Parte Cattiva”, in mano a entità poco raccomandabili.

Il problema è che Eleanor non è stata quel modello umano che invece pare esser stato registrato negli “archivi celesti”… e non manca molto che in quell’angolo di paradiso comincino ad avvenire strane cose; forse per colpa sua e dello squilibrio che si è creato?
Nel frattempo, la giovane donna conoscerà Chidi Anagonye, Tahani Al-Jamil e Jason Mendoza, suoi compagni di viaggio, ma anche l’efficiente Janet, sorta di “programma tuttofare dalle fattezze umane ma di fatto quasi onnipotente”.

The good place si compone di quattro stagioni di 12-13 episodi ciascuna: come spesso accade con le serie televisive, lo spunto e la qualità iniziali dopo un poco decadono via via che il programma cerca di introdurre altri elementi utili a tener vivo l’interesse dello spettatore, ma il risultato finale, complice anche una lunghezza non eccessiva, è quantomeno discreto-buono, finanche con punte di ottimo, dovute a volte alla brillantezza concettuale e a volte agli spunti esistenziali.

La serie, di fatto, indaga la questione del bene e del male, dell’essere buoni o cattivi, nonché delle conseguenze che attendono l’animo umano che prende una certa direzione (tutto quanto, a scanso di equivoci, dal punto di vista dell'uomo comune e di temi mentali di cui è intrisa la serie... nessuno spazio invece per la vera consapevolezza, giacché in verità il prodotto proviene dalla direzione opposta).

I personaggi sono ben caratterizzati (alcuni memorabili, come l'architetto Michael, la creatura Janet, l'umana Tahani... quest'ultima doppiata in modo ispiratissimo in italiano), i dialoghi efficaci (per quanto a volte un poco forzati), la sceneggiatura buona: ciò fa certamente di The good place una serie di buon valore, che difatti ha ottenuto anche qualche candidatura a vari premi, ciò che, se non è una prova, è quantomeno un indizio di qualità.

Devo tuttavia segnalare anche una evidente tendenza al mondialiamo-globalismo (come, purtroppo, ho notato che capita quando di mezzo c'è Kristen Bell, che apprezzo molto come attrice ma meno come tendenze personali; per non parlare di quando c'è di mezzo Netflix: questa è praticamente una costante): molta della propaganda cara a tale "mondo" è pubblicizzata a voce alta (omosessualità e bisessualità dilaganti, cambiamento climatico, finto femminismo, volgarità diffusa, vaccini, disagi psicologici di vario tipo), e parimenti sono citati tantissimi nomi del mondo globalista-mondialista-finto democratico... nessuna delle due cose è un caso.

A proposito del finto femminismo che tali poteri cercano di diffondere (finto perché inducono le donne a scimmiottare gli uomini, e contemporaneamente gli uomini a essere più effemminati, col risultato di disequilibrare tutto quanto): Socrate, Platone e Aristotele sono all'inferno, mentre Ipazia è in Paradiso. Se li si guarda con occhio distaccato fanno anche ridere, per quanto sono ridicoli... se non fosse che stanno diseducando e squilibrando intere generazioni con la loro agenda antievolutiva. 

In chiusura, una cosa positiva: molto bella una scena, verso la fine dell’opera, ambientata in una sorta di luogo spirituale di mezzo, in cui alla protagonista vien detto che può sedersi in una panchina per tutto il tempo che vuole, per poi varcare la soglia di un portale per procedere oltre. È un po’ la situazione dell’essere umano, che indugia a lungo (per tutto il tempo che vuole) nella sua condizione umana… per poi procedere oltre a livello spirituale.

Fosco Del Nero



Titolo: The good place (The good place).
Genere: commedia, comico, fantastico.
Ideatore: Michael Schur
Attori: Kristen Bell, Ted Danson, William Jackson Harper, Jameela Jamil, D'Arcy Carden, Manny Jacinto, Maya Rudolph.
Anno: 2016-2020.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.



martedì 3 maggio 2022

Terapia d’urto - Peter Segal

Ero convinto di aver già recensito nel blog Terapia d’urto, il film del 2002 diretto da Peter Segal, ma evidentemente ricordavo male… o forse effettivamente ne avevo scritto la recensione ma poi l’avevo perduta in qualche salvataggio difettoso del file word.

Ad ogni modo, eccoci qui: Terapia d’urto propone la coppia Adam Sandler-Jack Nicholson, ma non solo, giacché alla pellicola partecipano in veste di personaggi secondari altri buoni attori come Marisa Tomei e John Turturro, nonché degli altri come comparse: per esempio Woody Harrelson, Heather Graham, John C. Reilly.

Ecco la trama sommaria di Terapia d’urto: David Buznik (Adam Sandler; 50 volte il primo bacioZohanCambia la tua vita con un clickRacconti incantati) è un ragazzo in apparenza timido e beneducato, ma in realtà piuttosto frustrato e iracondo represso. Una catena di eventi apparentemente sfortunati, ma in realtà diretti da una regia dietro le quinte, lo porterà ad essere condannato a frequentare il gruppo di gestione dell’ira diretto dall’istrionico e anche un po’ luciferino Dottor Buddy Rydell (Jack Nicholson; ShiningLe streghe di EastwickNon è mai troppo tardiL’onore dei PrizziQualcosa è cambiatoL’ultima corvè), un uomo che ha davvero molti assi nella manica: idee, intuizioni, collaboratori in ogni settore della vita sociale.
Il secondo, manco a dirlo, sconvolgerà la vita del primo…

Terapia d’urto è molto più di quanto non sembri, giacché apparentemente sembra una commediola di genere comico e a tratti persino demenziale. In realtà, è un trionfo di precisione psicologica, e anzi potrebbe persino essere utilizzato come “testo di studio” in relazione al fenomeno della rabbia, che è un fenomeno che coinvolge il grosso della popolazione, facilmente identificabile nella categoria dei rabbiosi repressi (la società in verità incoraggia tale disequilibrio interiore).

Che il film non sia semplicemente un film comico lo testimoniano anche alcune sue battute, come le due seguenti, la prima peraltro tratta dal Talmud

“Ovunque guardi, c’è qualcosa da vedere.”

“Noi procederemo quando tu sarai centrato.”

O come queste, che oscillano tra psicologia e umorismo.

“Ci sono due generi di persone irascibili: esplosive e implosive. Esplosivo è il genere di individuo che si mette a inveire contro la cassiera che non gli accetta i buoni pasto. Implosiva è la cassiera che rimane tranquilla giorno dopo giorno e alla fine spara e fa secchi tutti.”

“La rabbia è l’unica cosa di cui non puoi sbarazzarti perdendo le staffe.”

“Il sarcasmo è il cugino cattivo dell’ira”.

“Come fa un ciccione che pesa trecento chili e passa ad avere la faccia tosta di predicare l'autodisciplina?”

O anche quelle più esistenziali come la seguente:

“Vuoi che lui ti dica chi sei?”

“Non devi vergognarti di cercare di curare i tuoi mali: non è una debolezza.”

Consiglio dunque la visione di Terapia d’urto non solo perché è una commedia ben realizzata, e con un Jack Nicholson strepitoso, ma perché potrebbe essere un film utile e didattico per molti, se mentre lo si guarda (fuori) al contempo ci si guarda (dentro) e si vede cosa esso suscita.
L’unica scena un po’ ridicola è quella ambientata nel monastero, in presenza di monaci tutt’altro che realizzati, e anzi persone comuni… comuni come fa sempre piacere dipingerle a coloro che non hanno realizzato quel che hanno realizzato alcuni, e nemmeno lo comprendono (e per questo lo dileggiano).

Nel caso, buona visione.

Fosco Del Nero



Titolo: Terapia d’urto (Anger management.).
Genere: comico, commedia, psicologico.
Regista: Peter Segal.
Attori: Adam Sandler, Jack Nicholson, Marisa Tomei, John Turturro, Luis Guzmán, Allen Covert, Lynne Thigpen, Kurt Fuller, Jonathan Loughran (I), Krista Allen, January Jones, Woody Harrelson, Heather Graham, John C. Reilly.
Anno: 2002.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.



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