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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare.

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te.

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno.

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Se vuoi che il mondo cambi, inizia a darti da fare tu stesso.

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

mercoledì 28 luglio 2021

Green book - Peter Farrelly

Green book è un film del 2018 diretto da Peter Farrelly e con protagonista Viggo Mortensen.
Partiamo proprio da tali elementi.

A dare il nome al film è il “Green book”, un libretto (titolo esteso: “Negro motorist green book”) pubblicato nel 1936 che per circa quarant’anni è servito come guida di viaggio alle persone di colore negli USA onde evitare di finire nei guai essendo picchiate, violentate o persino arrestate dalle forze dell’ordine, al tempo razziste quasi quanto la popolazione bianca, specialmente quella di provincia.
Tale libretto si ritrova per l’appunto nel film in questione e gli dà il titolo.

Finora ho recensito il regista Peter Farrelly solo in un’altra occasione: il film Osmosis Jones, sufficiente ma affatto irrinunciabile.
Tuttavia in passato ho visto altri suoi film, alcuni piuttosto famosi e quasi tutti tendenti alla comicità: Scemo & più scemo, Tutti pazzi per Mary, Io, me & Irene, Amore a prima svista. Poi ho smesso di seguirlo per via della sua evidente tendenza demenziale.

L’ultima volta che avevo visto Viggo Mortensen, attore principale della pellicola, era nel film Captain Fantastic, di due anni prima… in cui l’ex Aragorn de Il signore degli anelli era ben più in forma; probabilmente ha dovuto forzare il fisico per il ruolo di Green book, e in un senso non particolarmente salubre.

Ai tre elementi iniziali ne aggiungo un quarto: il film, nel suo meccanismo centrale ricorda il film francese Quasi amici, che non a caso lo precede di qualche anno: in entrambi un personaggio ricco e colto, ma svantaggiato da qualche altro punto di vista, assume alle sue dipendenze un tuttofare assai più pratico e terra terra. Solo che i colori sono invertiti: nel film francese il ricco era il bianco, mentre nel film statunitense il ricco è il nero. 

A proposito dei “punti deboli” del protagonista di Green book, credo che non si potesse fare di meglio per metter su un personaggio maggiormente oggetto di razzismo: nero (in un mondo dominato dai bianchi), colto (in giro per province arretrate e rozze), pianista di musica classica (un genere in cui i neri venivano ostracizzati e certamente poco apprezzato dalle masse), alcolista (che durante le bevute perde la sua intelligenza e si caccia nei guai), cresciuto nell’Unione Sovietica (in una società in cui i russi erano guardati con grande sospetto, e poi con aperta avversione), omosessuale (quando gli omosessuali venivano tranquillamente picchiati, dai privati e dai poliziotti).
Alcuni di questi elementi peraltro, da quel che leggo, non corrisponderebbero al vero, giacché il film è tratto dalla storia reale del pianista Don Shirley (1927-2013) e del suo autista Tony Vallelonga, di chiare origini italiane.
A proposito della vera storia, la famiglia di Shirley ha definito il film come “una vergogna” e “una sinfonia di bugie”, per la cronaca, soprattutto con riguardo all’amicizia tra i due che si crea nel film, mentre pare che l’italoamericano fosse e sia sempre rimasto razzista, senza alcun cambiamento di prospettiva.
D’altronde, presupporre un cambiamento di prospettiva sul razzismo e una forte amicizia inter-razziale in qualcuno che a inizio storia butta due bicchieri di vetro perché ci hanno bevuto due uomini di colore è quantomeno azzardato.

Ad ogni modo, ecco la trama sintetica di Green book: il pianista di colore Don Shirley, che vive a New York, deve compiere una serie di esibizioni in tutto il paese, e soprattutto nel sud degli Stati Uniti, ben più avverso agli uomini neri rispetto al più tollerante nord, la coltissima New York  in primis. Ricordo che nel 1861 la guerra di secessione americana scoppiò proprio perché alcuni stati del sud si ribellarono alla proibizione della schiavitù emanata dal Presidente Lincoln, giacché la loro economia si reggeva soprattutto sulle piantagioni di cotone e la forza lavoro schiava in essa impiegata.
Il pianista, per rendere il suo viaggio più semplice, decide di assumere un uomo dalla fama di persona di carattere, dai mezzi spicci e dall’approccio pratico: Tony Vallelonga, che di professione fa il buttafuori in un club cittadino, il Copacabana, peraltro frequentato da mafiosi o personaggi vicino a quel mondo.
Dopo qualche tentennamento, l’italoamericano accetta il lavoro, e i due partono per un lungo viaggio, in cui succedono tante cose e si genera la più improbabile delle amicizie.

Prima del mio commento sul film, un’osservazione: ho visto Green book in lingua originale, sarebbe a dire in inglese con qualche incursione di un improbabile italiano, pronunciato da persone che evidentemente non lo parlano (tra cui lo stesso Viggo Mortensen, che ha una migliore pronuncia dell’elfico che non dell’italiano), tanto che non avrei capito una virgola se non avessi avuto i sottotitoli a soccorrermi.
La cosa è talmente malfatta e pacchiana che ho stentato a crederci; in quel tempo e in quel luogo, è possibile un discorso di accenti e di modificazioni della lingua, certamente, ma non a quei livelli di insensatezza. Potevano quantomeno assumere un madrelingua italiano per assisterli durante le riprese del film.

Ora il mio commento sul film: ho gradito abbastanza Green book, film dinamico e interessante, per quanto improbabile da diversi punti di vista, anche senza contare le falsità denunciate dalla famiglia del pianista, scomparso qualche anno fa.
Onestamente, però, non capisco le frotte di premi che sono piovuti sulla pellicola, se non con la solita, becera motivazione di premiare chi parla, e spesso in modo superficiale e falso, di razzismo, di amicizie inter-razziali, di inclusività e via discorrendo. Dal punto di vista del razzismo e dell’oppressione, come detto, era difficile trovare un personaggio più discriminato del pianista di musica classica nero, coltissimo, sovietico, alcolista e omosessuale (ci mancava solo "islamico"; probabilmente i produttori ci hanno pensato ma non hanno voluto esagerare). La pioggia di premi con ogni probabilità si deve proprio a tale fattore, dal momento che la società ipocrita in cui viviamo ama crogiolarsi nelle celebrazioni anti-conformiste, non importa se non corrispondenti alla realtà, piuttosto che migliorare quella stessa realtà…
… che, per la cronaca, si migliora con un solo modo: conoscenza e consapevolezza.

Fosco Del Nero



Titolo: Green book (Green book).
Genere: commedia, drammatico.
Regista: Peter Farrelly.
Attori: Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini, Sebastian Maniscalco, P.J. Byrne, Dimeter D. Marinov, Don Stark, Brian Stepanek, Iqbal Theba, Tom Virtue, Ricky Muse, Joe Cortese.
Anno: 2018.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui



martedì 27 luglio 2021

Le incredibili avventure di Fuku-chan - Yosuke Fujita

Sono un amante dei film giapponesi, che siano recitati o animati, ma Le incredibili avventure di Fuku-chan proprio non mi è piaciuto.
A partire dal titolo del film: essendo nota la tendenza originale e surreale del cinema giapponese, da un film intitolato “Le incredibili avventure di…” ci si aspetterebbe qualcosa di incredibile, o almeno di originale… o almeno delle avventure, e invece Le incredibili avventure di Fuku-chan è un banalissima commedia con leggere venature sentimentali e leggere venature drammatiche, che mette su un campionario di personaggi disadattati e una storiella di accompagnamento poco credibile e abbastanza stucchevole.

Ecco la trama sommaria de Le incredibili avventure di Fuku-chan: Tatsuo Fukuda, detto Fuku-chan, è un ragazzo tranquillo, vive facendo il muratore e conduce una vita serena ed equilibrata, tra i colleghi di lavoro e i vicini di casa… tutti piuttosto strani, occorre dire, tanto che per contrasto fanno sembrare Fuku-chan un modello di equilibrio.
Tra i colleghi di lavoro si distingue Shimacchi (attore già visto in Yaji and Kita - The midnight pilgrims e in Kamikaze girls), che vorrebbe a tutti i costi trovare una fidanzata al suo amico, mentre tra le nuove conoscenze si distingue Chiho Sugiura, una bella ragazza che ha appena lasciato un lavoro di successo per seguire il suo sogno di divenire una fotografa professionista… nonostante il comportamento scorretto del suo maestro fotografo (un altro personaggio disadattato come tutti gli altri del film).
Chiho peraltro è una vecchia conoscenza di Tatsuo, visto che erano nella stessa scuola alle medie, allorquando la ragazza aveva partecipato ad alcuni episodi di bullismo ai danni dell’allora ragazzino, già grassottello e bruttarello e per questo oggetto di scherno da parte degli altri ragazzi.

Da sottolineare una cosa: “chan” è un suffisso che i giapponesi mettono alla fine dei nomi femminili (o anche verso i bambini o gli animali) per indicare confidenza e affetto verso la persona; il corrispettivo maschile è “kun”. In rari casi tali suffissi sono usati anche al contrario (ossia kun per le femmine e chan per i maschi), e in tal senso rischiano di risultare offensivi. In questo film c’è tale inversione… e a buon diritto, visto che il protagonista maschile è interpretato da una donna, anche se la cosa è discretamente mascherata dalle fattezze fisiche e del volto della donna in questione, non particolarmente femminile.

Il film inizia con una scena curiosa e volgare, facendo presagire il peggio, e in parte conferma tale peggio, quantomeno a livello di qualità media, ma perlomeno andando avanti vira dal volgare al tenero.

Una curiosità: Le incredibili avventure di Fuku-chan è una co-produzione tra varie nazioni, tra cui anche l’Italia, oltre a Giappone, Taiwan, Regno Unito e Germania.
Soldi mal spesi, devo dire.

Fosco Del Nero



Titolo: Le Le incredibili avventure di Fuku-chan (Fukufukuso no Fuku-chan).
Genere: commedia.
Regista: Yosuke Fujita.
Attori: Yoshiyoshi Arakawa, Kanji Furutachi, Kami Hiraiwa, Toshiyuki Kitami, Mei Kurokawa, Asami Mizukawa, Maho Yamada, Takeshi Yamamoto. 
Anno: 2014.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 21 luglio 2021

Juno - Jason Reitman

Juno è il terzo film con Ellen Page che vedo, dopo Inception e To Rome with love, i quali lo seguono di alcuni anni.
Curiosamente, l’avevo vista nello stesso numero di videogiochi: Beyond - Due anime e The last of us, entrambi di grande successo.

Ecco la trama sommaria di Juno: Juno MacGuff è una sedicenne che vive in Minnesota e che rimane incinta col suo primo e unico rapporto sessuale, avvenuto col suo grande amico Paulie Bleeker (Michael Cera; Scott Pilgrim vs. The world). L’evento avrebbe potuto essere percepito come un dramma, ma Juno, tanto giovane quanto forte, e persino carismatica, cosa di cui si accorgono anche tutti gli adulti con cui ha a che fare, lo vive in modo sereno: sulle prime decide di abortire, ma poi, non volendo essere responsabile di un omicidio e anzi scegliendo di fare la felicità di qualcun altro, decide di avere il bambino e darlo in adozione a qualche coppia in attesa. 
La ragazza trova Mark e Vanessa Loring, una coppia di persone belle, buone e benestanti, che ragionevolmente assicureranno una vita felice al bambino. Vanessa (Jennifer Garner; L’incredibile vita di Timothy Green, Fatti, strafatti e strafighe), in particolare, non vede l’ora di avere un bambino di cui occuparsi… mentre Mark (Jason Bateman; Hancock) ha invece qualche dubbio.
Parallelamente a tutto ciò, c’è la scuola, la famiglia di Juno, l’amico-fidanzatino… con la ragazzina che comunque è (quasi) sempre un esempio virtuoso di equilibrio… anche se l'esempio è meno virtuoso in quanto a linguaggio pulito ed eleganza.

Impossibile non solidarizzare con un personaggio come Juno, e probabilmente non a caso il film ha ricevuto una caterva di premi, dalla sceneggiatura alla regia, dalle interpretazioni al cast.
La stessa carriera di Ellen Page in pratica è stata lanciata da questo film, nato come produzione indipendente a basso costo e arrivato a incassare oltre 230 milioni di dollari in tutto il mondo… un risultato economicamente e mediaticamente impressionante.

Effettivamente bello il cast (segnalo anche Allison Janney, protagonista della sit-com Mom), bella la fotografia, bella e ispirata la colonna sonora, ma la cosa più bella del film è l’atmosfera gioviale e frizzante… oltre ovviamente al personaggio di Juno, al contempo forte e tenero.

Fosco Del Nero



Titolo: Juno (Juno).
Genere: commedia, drammatico, sentimentale.
Creatore: Jason Reitman.
Attori:  Ellen Page, Michael Cera, Jennifer Garner, Jason Bateman, Olivia Thirlby, Allison Janney, Rainn Wilson, J.K. Simmons, Eileen Pedde, Daniel Clark, Darla Vandenbossche.
Anno: 2007.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.



martedì 20 luglio 2021

Sayat nova - Il colore del melograno - Sergej Iosifovič Paradžanov

Quest’oggi vi propongo un prodotto davvero particolare, perlomeno per la concezione occidentale cinematografica: Sayat nova - Il colore del melograno, film realizzato nel 1968 da Sergej Iosifovic Paradzanov, regista russo di genitori armeni, nato tuttavia in Georgia.

Insomma, la sua cultura d’origine più che russa è caucasica, e difatti il film non sa affatto di Mosca (la quale anzi ostacolò in molti modi l’attività del regista, ritenuto sovversivo e anche sottoposto a processo), ma  delle contrade armene, e difatti Il colore del melograno è una biografia, per quanto non convenzionale, del poeta armeno Sayat Nova, vissuto nel Settecento e passato tra corti regali e monasteri.

Dico che si tratta di una biografia non convenzionale perché il film stesso è, dal punto di vista classico, non convenzionale, e anzi non è cinema come lo si concepisce normalmente.
Se tradizionalmente il film è visto come un romanzo, e infatti racconta trame e dialoghi, Il colore del melograno non è in tal senso un romanzo, ma una poesia: non racconta con eventi, personaggi e dialoghi, ma con immagini, colori, forme e suoni.

Tutto il film, piuttosto breve con i suoi 74 minuti circa, è composto così da una serie di inquadrature assai curate e studiate, dal sapore immaginifico e surreale, quando non simbolico, intervallate da alcune schermate riportanti delle scritte, o parole recitate a voce, quasi sempre connesse alla Bibbia.

E qua veniamo al motivo per cui ho guardato Sayat nova - Il colore del melograno, che non è quello artistico e nemmeno quello biografico, ma quello esistenziale. In questo senso il film si rivela ricco e interessante, non fosse altro perché propone alcuni passi significativi dei Vangeli, ed altro ancora, affiancandolo come detto a molte scene suggestive.

Chi è interessato dunque a una di queste due cose, contenuti esistenziali e bellezza visiva, ne Il colore del melograno troverà pane per i suoi denti, mentre chi cerca un film tradizionale è meglio che si diriga altrove.

Chiudo la recensione di Sayat nova - Il colore del melograno con le citazioni che mi sono segnato, Vangeli compresi. Vi risparmio invece la descrizione di alcuni riferimenti biblici come l’uomo e la donna che si uniscono in  matrimonio, le cento pecore in una chiesa o l’asino che gira intorno alla mola.

“L’uomo e la sua anima sono sofferenza.”

“Poi Dio disse: ‘Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che si trova su tutta la Terra, e ogni albero in cui è il frutto, che produce il seme. Saranno il vostro cibo’”.

“Dovete conservare con cura i libri e leggere, perché i libri sono la vita e l’anima.
Se non ci fossero i libri, il mondo sarebbe ignoranza.
Leggete ad alta voce al popolo per il suo bene, perché certa gente non può leggere e scrivere.”

“In questa vita così bella solo a me è riservata la sofferenza.
Perché deve essere così?”

“Vai e cerca il tuo rifugio dell’amore.”
“Visiterò tutti i monasteri uno ad uno.”

“Salvami, Signore, dagli uomini malvagi. Fanno acuta la loro lingua come quella di un serpente. Veleno di aspide sta sotto le loro labbra.
Proteggimi dagli uomini di violenza. Essi tramano sventura nel loro cuore, scatenano guerre ogni giorno.
Salvami, Signore, dalle mani degli empi, proteggimi dai violenti. Essi tramano per far vacillare i miei piedi.
Hanno teso lacci per me i superbi, hanno teso funi come rete. Hanno collocato insidie per me sul ciglio della strada.
Signore, tu sei il mio Dio, ascolta la mia supplica. Signore, mia forza di salvezza, tu hai coperto il mio capo il giorno della battaglia.”

“Va’, ascoltati dentro.
Va’, e conserva sempre la tua vittoria e la tua bontà, che rimanga con te in eterno.
Ascoltati dentro.
Vai, vai.”

“Sento il richiamo della speranza e del ritorno, ma sono stanco.
Chi ha ricoperto questa terra antica e stanca di tanta tristezza?”

“Il mondo è una finestra.”

“Io cerco un tesoro sempre più grande.”

“In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, dimora solo.
Se invece muore produce molto frutto.”

“Chi mi vuol servire mi segua, e dove sono io là sarà anche il mio servo.
Chi mi serve il Padre lo onorerà.”

Un ultimo appunto in conclusione: lo so, in tanti non sono ancora arrivati alla compassione, e immagino che decenni e secoli fa la cosa l'umanità fosse messa ancora peggio, ma non posso non evidenziare in negativo le scene in cui vengono sgozzati dei montoni come animali sacrificali… e questo un paio di minuti dopo che si chiedeva al Signore protezione contro gli uomini malvagi e subito prima  che si consigliasse di “conservare sempre la propria bontà”.
Prima o poi ci si arriverà come si è arrivati su questioni come genocidi, schiavitù, anima della donna, sfruttamento sessuale, etc… in realtà, anche su questi punti, qualcuno ci sta ancora lavorando.

Fosco Del Nero



Titolo: Il colore del melograno (Sayat nova).
Genere: biografia, religioso, esistenziale.
Regista:  Sergej Iosifovič Paradžanov.
Attori: Sofiko Chiaureli, 
Anno: 1968.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 14 luglio 2021

Flo, la piccola Robinson - Yoshio Kuroda

Di recente, in vena di amarcord, mi sono rivisto la serie d’animazione Conan, il ragazzo del futuro.
Per non lasciarlo da solo, mi sono rivisto anche la quasi altrettanto mitica serie Flo, la piccola Robinson, che ha segnato parecchie ore della mia infanzia (dico parecchie perché, a furia di mandare in onda sempre gli stessi cartoni, si sono visti numerose volte).

Qualche dato: la serie è una produzione giapponese del 1981 basata sul romanzo Il Robinson svizzero di Johann David Wyss, a sua volta ispirato al famoso Robinson Crusoe di Daniel Defoe.

La serie è discretamente lunga con 50 episodi, e poteva vantare una sigla molto bella, composta dai Cavalieri del Re, autori di tante sigle di spessore (il confronto con le sigle dei cartoni animati odierne, ma anche con quelle “di mezzo” di Cristina D’Avena, è impietoso).

Ecco la trama sommaria di Flo, la piccola Robinson: siamo ad inizio Ottocento, e la famiglia Robinson vive tranquilla a Berna, in Svizzera; il padre Ernst è uno stimato medico; la madre Anna è casalinga, il figlio maggiore Franz studia musica, la figlia di mezzo Flo è una bambina vivacissima, e il terzogenito Jack è un bambino assai buono.
Un giorno l’uomo riceve un invito dell’amico e collega Dottor Elliott, che lo invita a raggiungerlo in Australia, dove c’è grande bisogno di medici. Ernst, persona dalla spiccata indole filantropica, decide di accettare, e la sua famiglia lo segue. Purtroppo, la nave su cui sono in viaggio per l’Australia affonda durante una formidabile tempesta, e la famiglia Robinson si salva per miracolo raggiungendo un’isola deserta, nella quale vivrà per un discreto lasso di tempo, dovendo affrontare animali, intemperie, problemi di cibo e via discorrendo.

L’opera, oltre che opera di intrattenimento, intende con tutta evidenza fornire informazioni didattiche di vario tipo, su flora, fauna, natura, e persino scienza e storia, a coloro che la guardano, bambini in primis…
… anche se in questo tradisce la sua natura di opera ormai piuttosto risalente (1812 il romanzo, ma anche l’animazione è ormai vecchia di quarant’anni). In questo senso, parecchie cose risultano piuttosto antiche, per non dire del tutto obsolete: le punizioni corporali inflitte ai figli, la credenza in un’alimentazione onnivora (che non ha fondamento nell’anatomia umana e che è smentita ormai piuttosto clamorosamente tanto dagli studi quanto dall’evidenza empirica), etc.

Parecchie altre cose della storia fanno sorridere: il fatto che il Dottor Robinson, pur presentato come molto equilibrato e saggio, finisca le poche munizioni dei fucili mettendosi a sparare agli uccelli, anziché tenerle di riserva per i casi di forza maggiore; il fatto che tutti quanti se ne vadano in giro da soli, pur sapendo per certo che intorno a loro vi sono branchi di lupi feroci, che difatti ogni tanto incontrano; l’incongruenza per cui prima costruiscono una casa su un alto albero per proteggersi dagli animali predatori, e poi vanno a vivere in una grotta con “ingresso libero”, senza che nessuno batta ciglio; in conclusione di storia il fatto che il gruppo abbandona l’isola su una piccola barca ospitante sette esseri umani e quattro animali, senza che si accenni a questioni assai pratiche come i bisogni corporali (umani e animali).

La cosa che più colpisce della storia tuttavia è un’altra, ossia che i protagonisti passano la metà del tempo a ridere tutti assieme, e quasi sempre senza motivo, ossia per qualche battuta o commento sciocco, che certamente non meriterebbe una gran risata collettiva.

Nonostante queste e altre criticità evidenti, Flo, la piccola Robinson è una seria animata deliziosa, che anzi riporta ai prodotti educativi di una volta; essi, puliti e positivi, andrebbero aggiornati secondo le conoscenze attuali, e non certo sostituiti con prodotti di basso profilo, rozzi, violenti o semplicemente poco intelligenti.

Questo è un dato di fatto, a cui però contribuisce l’affetto che continuo a provare per le serie animate di quando ero bambino e che hanno caratterizzato diverse generazioni (certamente assai meglio di quanto abbiano caratterizzato le ultime prodotti di qualità umana ben inferiore, per quanto tecnologicamente superiori).

Fosco Del Nero



Titolo: Flo, la piccola Robinson  (Kazoku Robinson hyoykii fushigi na shima no Furone).
Genere: anime, animazione, avventura.
Regista: Yoshio Kuroda.
Anno: 1981.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 13 luglio 2021

L’uomo nell’alto castello - Frank Spotnitz

La presente recensione è dedicata alla serie televisiva The man in the high castle - L’uomo nell’alto castello, ideata da Frank Spotnitz e soprattutto tratta da un romanzo di Philip K. Dick, ossia La svastica sul sole, scritto nel 1962.

Pur conoscendo bene la figura di Dick, non ho letto molti suoi libri, ma solamente un paio: di preciso, Noi marziani e La penultima verità… nemmeno i suoi testi più importanti, che viceversa sono Ubik, Il cacciatore di androidi, Le tre stimmate di Palmer Eldritch e lo stesso La svastica sul sole.

In compenso, ho visto quasi tutte le conversioni cinematografiche dei suoi romanzi: Atto di forzaA scanner darkly - Un oscuro scrutareI guardiani del destinoMinority reportPaycheckBlade runnerTotal recallScreamers - Urla dallo spazioImpostor.

Passando da Dick alla sua opera, e quindi alla serie tv che da essa è tratta, pur con le solite libertà che si prendono gli sceneggiatori, diciamo come prima cosa che si tratta di una storia di genere ucronico, ossia della descrizione di un mondo alternativo come sarebbe stato se a un certo bivio della storia si fosse andati nell’altra direzione: segnatamente, nella Seconda Guerra Mondiale non vincono gli Alleati, ma le potenze dell'Asse (curiosamente, l’Italia non è mai menzionata, mentre in un’ipotetica vittoria nazista sarebbe lecito ipotizzare un’Italia ancora alleata e che non avesse vissuto la resistenza, l'invasione e il cambio di rotta governativo).
In verità l’asse nippo-germanico ha vinto talmente tanto bene che gli Stati Uniti sono stati cancellati e suddivisi in tre zone: una grande zona orientale governata dai nazisti; una zona occidentale costiera assegnata ai giapponesi e una zona di mezzo definita come “zona neutrale”. Siamo nel 1962, quindi quasi due decenni dopo la fine della guerra (ammesso che tale guerra alternativa sia terminata nello stesso anno di quella reale, cosa che non mi ricordo se nella serie viene precisata), e qua si gioca l’equilibrio del mondo (ovviamente negli USA, e dove altrimenti?), con i tedeschi che da un lato governano con pugno di ferro, tanto in Europa quanto in America (a proposito, anche il Sud America è suddiviso secondo zone di influenza) e che dall’altro lato iniziano a sentire come scomoda la vicinanza del vecchio alleato giapponese, che una frangia dei nazisti vorrebbe spazzar via, approfittando di una netta superiorità tecnologica.
I discorsi sulla tecnologia però lasciano il tempo che trovano nel momento in cui si scopre che esistono dei mondi paralleli, che alcune persone sono in grado di varcare e da cui sono stati portati in questo mondo dei filmati nei quali a vincere non sono stati i Nazisti, ma gli Alleati; tali filmati vengono fatti girare per risollevare il morale dei popoli sottomessi e rinfocolare la resistenza.

I protagonisti della storia sono Juliana Crain e il fidanzato Frank Frink, americani della zona giapponese, John Smith e Joe Blake, ugualmente americani ma facenti parte dell’esercito nazista a oriente, il Ministro Tagomi e l’Ispettore Kido, del governo giapponese nella costa ovest, e tanti altri personaggi più o meno secondari, compreso l’Uomo nell’alto castello, collezionista di film “alternativi” e importante riferimento della resistenza, che i Nazisti stanno cercando disperatamente di trovare ed eliminare.

Preciso ora una cosa: fino ad ora sono uscite tre stagioni, con la ventura quarta che dovrebbe essere l’ultima; la mia recensione si basa dunque sulle prime tre stagioni, a esclusione della quarta.

L’uomo nell’alto castello è un’opera di ottimo valore: la sceneggiatura, per quanto modificata, è firmata da Philip Dick, il che è una garanzia; scenografia e fotografia sono ottimi, cast e recitazione di alto profilo, c’è dinamismo e varietà, per quanto si ha, come quasi sempre con le trasposizioni filmiche dei romanzi, la sensazione che il tutto vada un po’ troppo velocemente. 
La serie peraltro, pur introducendo tanti spunti, e uno spunto di fondo dal potenziale narrativo quasi illimitato, non fa – almeno per ora – l’errore di partire per la tangente e affastellare troppo materiale, né quello di allungare troppo il brodo, errore che hanno commesso serie tv famose e apprezzate le quali, proprio per rimanere più a lungo in onda, hanno raschiato il fondo e diminuito drasticamente la loro qualità media con quinte, seste, settime e ottave stagioni di basso livello. Penso a Heroes, a esempio, ma anche a Fringe… mentre, curiosamente, ad altre serie promettentissime come Flash forward o The event non è stato permesso di continuare oltre alla prima stagione (anche se il delitto dei delitti per quanto mi riguarda si è avuto con Wonderfalls, serie comunque di tutt’altro genere).

L’uomo nell’alto castello, non so se per il contributo diretto di Dick o se per qualcosa aggiuntovi dai suoi creatori, contiene anche alcuni spunti interessanti dal punto di vista esistenziale, soprattutto sul versante Giappone/I Ching/Tao, etc. Ma anche, per converso, sul versante tedesco (propaganda, riscrittura della storia… ovviamente cose negative).

Propongo due citazioni, esempio dell’una e dell’altra cosa.

“Mi perdoni, ma mi chiedevo se ha voglia di stare qui, o se lei in realtà non è mai da nessuna parte… solo perché sarebbe triste, capisce?”
“No, mi spieghi.”
“Se la sua mente è sempre altrove, in un certo senso allora non vive mai nulla realmente. Nulla è mai reale.”

“Anno zero, un esperimento. Un nuovo inizio, una nuova America.”
“Qual è lo scopo dell’esperimento?”
“Privare la gente della coscienza nazionale, diluire la loro fierezza, non insegnarne la storia.”

E con questo la recensione de L’uomo nell’alto castello è terminata… in attesa dell’ultima stagione, che si spera sia all’altezza delle precedenti, se non addirittura migliore.

Fosco Del Nero



Titolo: L’uomo nell’alto castello (The man in the high castle).
Genere: serie tv, fantascienza, drammatico, sentimentale.
Creatore: Frank Spotnitz.
Attori: Alexa Davalos, Rupert Evans, Rufus Sewell, Luke Kleintank, DJ Qualls, Joel de la Fuente, Cary-Hiroyuki Tagawa, Chelah Horsdal, Brennan Brown, Bella Heathcote, 
Anno: 2015-in corso.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui



mercoledì 7 luglio 2021

Kamikaze girls - Tetsuya Nakashima

Conoscevo da molto tempo Kamikaze girls, film giapponese del 2004 diretto da Tetsuya Nakashima, ma questa è la prima volta che lo vedo da quando ho aperto il blog, nel 2008.

Andiamo a tratteggiarne la trama, anticipando che si tratta di un film assai originale, tanto nella sceneggiatura quanto nello stile: Momoko Ryugasaki vive nella città di Shimotsuma, nel Giappone centro-orientale. In realtà la ragazza è nata a Kobe, più a sud, ma poi si è dovuta trasferire a casa della nonna paterna per via delle difficoltà finanziarie del padre, un piccolo criminale che campa falsificando magliette col marchio di Versace. Quanto alla madre, ha abbandonato marito e figlia per dedicarsi alla carriera da modella.
Momoko, carina e delicata, è una ragazza piuttosto particolare: in un mondo sempre più tecnologico e a tratti anche duro, adora lo stile rococò e si veste come una sorta di elegante lolita. 
Un grandissimo contrasto con lo stile di  Ichigo Shirayuri, ragazzaccia di una band motociclistica femminile, che si caratterizza per  l’abbigliamento trasandato, i modi violenti e la tendenza a sputare spesso. 
Il contrasto peraltro è abbastanza netto anche col padre, non cattivo ma piuttosto gretto, e con la nonna, una mezza matta. Ma in generale il contrasto è quello con la società, fatta di grandi magazzini, sale giochi e via discorrendo. 

Essenzialmente Kamikaze girls non ha trama, se si escludono le vicende delle band motociclistiche in cui Ichigo coinvolge, sua malgrado, Momoko. Più che altro, in effetti, Kamikaze girls è un’esercitazione di stile…

… che riesce anche molto bene, per via dell’adorabile protagonista e di tante scene surreali, per quanto, ad essere onesti, alla prima parte del film, venti-venticinque minuti davvero brillanti, segue una seconda parte  assai meno bella. Anzi, a dirla tutta quel che è meno bello è molto di più, in termini di minutaggio, di quel che è più bello, ma nella valutazione voglio premiare l’originalità della pellicola.

Se l’estetica del film è curata, comprensiva di alcune scene realizzate in animazione, anche la colonna sonora è apprezzabile.

Curiosità per gli appassionati di cinema giapponese: ogni tanto spuntano qua e là volti noti di altri film, evidentemente attori famosi in Giappone: qualcuno da Cutie Honey, per esempio, e qualcun altro da Yaji and Kita - The midnight pilgrims.

Nel complesso, provo una certa simpatia per Kamikaze girls, premiato come detto con una buona valutazione, ma ho il forte sospetto che a conti fatti il film valga meno di quanto mi sia simpatico… comunque è probabile che piaccia agli amanti della cultura nipponica.

Fosco Del Nero



Titolo: Kamikaze girls (Shimotsuma monogatari).
Genere: commedia, surreale.
Regista: Tetsuya Nakashima.
Attori: Kyoko Fukada, Anna Tsuchiya, Miyasako Hiroyuki, Ryoko Shinohara, Abe Sadao.
Anno: 2004.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.



martedì 6 luglio 2021

Cabiria - Giovanni Pastrone

Con la recensione odierna, il film più antico recensito su Cinema e film passa da Faust (1926) a Cabiria (1914)... che peraltro è un film italiano e fu diretto da Giovanni Pastrone.
Per la cronaca, il podio è completato da Metropolis di Fritz Lang (1927).

Cabiria, il cui sottotitolo è Visione storica del terzo secolo a.C., è ovviamente un film muto, che tuttavia ha una colonna sonora e dei testi. La colonna sonora fu realizzata, e fu il primo caso di musica abbinata specificamente al film, da Ildebrando Pizzetti e da Manlio Mazza, mentre i testi erano nientemeno che di Gabriele D’Annunzio
Più in generale, il soggetto del film fu tratto in buona parte dai romanzi Cartagine in fiamme e Salambò, rispettivamente di di Emilio Salgari e Gustave Flaubert. Grandi nomi, dunque.

Il film è considerato il più grande colossal italiano, del periodo e in generale… e con buoni motivi, dal momento che mette insieme tante arti, tante bellezze e tante tradizioni: storia, musica, pittura, scultura, architettura, teatro, letteratura, col film che è traboccante di idee e soluzioni visive. In effetti, si è visto in Cabiria il primo esempio di prodotto cinematografico compiuto e completo.

Ma andiamo a vederne per sommi capi la trama, che prende spunto da personaggi ed eventi reali: siamo nel 210 a.C. circa, quando l’Etna erutta e provoca morte e distruzione a Catania e dintorni. La casa di Batto, ricco mercante, viene in buona parte distrutta, e alcuni servi ne approfittano per scappare con parte del tesoro del loro signore. Nella fuga precipitosa, la nutrice Croessa si porta appresso la piccola Cabiria, bambina di pochi anni, ma viene fatta prigioniera da alcuni pirati fenici e portata a Cartagine, dove tutti vengono venduti come schiavi. 
Lì la donna e la bambina vengono comprati dal sacerdote Karthalo, che decide di sacrificare Cabiria al dio Moloch (divinità, citata anche nella Bibbia, adorata soprattutto nel Vicino Oriente ma anche in Nord Africa e alla quale venivano spesso sacrificati effettivamente dei bambini, sgozzati e poi bruciati, rituale che ha finito per prendere il nome della divinità stessa). La donna non si dà pace e protesta, ma viene frustata per la sua insubordinazione; chiede così aiuto al romano Fulvio Axilla e al suo aiutante Maciste, che vivono a Cartagine sotto mentite spoglie per spiare il nemico africano. I due corrono in aiuto della bambina, mettendo in moto tutta una serie di avvenimenti che coinvolgeranno personaggi storici come Annibale, Asdrubale, Sofonisba e Massinissa (i primi tre nobili cartaginesi e il quarto Re di Numibia).

Cabiria è davvero ricco da ogni punto di vista… e preciso che, delle diverse edizioni realizzate, io ho visto la più corta, quella da 120 minuti; ma ne esistono versioni da 150, da 170 e da 180… che magari vedrò in futuro.

È chiaro che l’occhio dello spettatore di oggi, abituato alla recitazione (che si dà per scontata) ma anche a scenografie ed effetti speciali di un certo tipo, guarda con discreto candore le opere cinematografiche così antiche, quelle dei primordi del cinema, a quei tempi considerato un intrattenimento infantile e popolare, una curiosità popolana (e senza dubbio erano in tanti quelli che ritenevano che fosse una bislaccata senza futuro), tuttavia occorre dire che, anche sul versante visivo, Cabiria si difende bene, grazie a trovate e realizzazioni di ottimo spessore. La mole di tutto ciò che è stato utilizzato, costruzioni e persone, è talmente imponente da incutere un certo rispetto persino allo spettatore disincantato del nuovo millennio.
Peraltro, il fatto che si tratti di un’opera italiana genera al contempo orgoglio e tristezza per il fatto che, nelle arti e nella bellezza (non solo nel cinema, ma in generale), la cultura italica è scesa parecchio, passando da cultura d’avanguardia a penultima ruota del carro.
Ma non importa, come è scesa giù, così ritornerà su.

Tornando a Cabiria, il film ebbe da subito un grande successo, tanto in Italia quanto all’estero, Europa e Stati Uniti. Fu peraltro il primo film ad essere proiettato alla Casa Bianca. Fu probabilmente prodotto come celebrazione dell’Italia e del suo potere dopo la vittoria nella guerra di Libia del 1911/12 contro l’Impero Ottomano (al tempo ormai in disfacimento).

Fosco Del Nero




Titolo: Cabiria.
Genere: drammatico, storico, muto.
Regista: Giovanni Pastrone.
Attori: Lidia Quaranta, Italia Almirante Manzini, Umberto Mozzato, Vitale De Stefano, Ignazio Lupi, Emilio Verdannes.
Anno: 1914.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.



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