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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare.

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te.

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno.

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Se vuoi che il mondo cambi, inizia a darti da fare tu stesso.

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

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martedì 9 aprile 2024

Il sesto senso - M. Night Shyamalan

Non ho visto molte volte Il sesto senso, il film che ha lanciato M. Night Shyamalan alla ribalta cinematografica… forse due, ma entrambe prima di aprire il blog Cinema e film. Questa è la prima volta da quando l'ho aperto, per cui ecco qui la recensione del film in questione, che oramai è discretamente datato, essendo del 1999.

Il genere oscilla tra il drammatico, il thriller, il fantastico e l’horror, ma più che un genere specifico va evidenziata l’atmosfera cupa e desolata, formalmente metropolitana eppure pregna di solitudine e di angoscia esistenziale.

Ecco la trama sommaria de Il sesto senso: Malcolm Crowe (Bruce Willis; L'esercito delle dodici scimmieIl mondo dei replicantiFBI - Protezione testimoniIl quinto elementoLa morte ti fa bella) è uno psicologo infantile che fa del suo meglio per aiutare i bambini con problemi di vario tipo: abusi, schizofrenia, generiche paure, disadattamento sociale, etc.

Nonostante sia molto in gamba, tanto da aver appena ricevuto un prestigioso riconoscimento nel settore, non sempre riesce ad aiutare il bambino affidatogli… com’è stato per esempio con Vincent, il quale da adulto, una sera, penetra nella casa del dottore e gli spara un colpo di pistola nell’addome, prima di togliersi la vita. 

Otto mesi dopo, la scena riprende lo stesso Malcolm Crowe alle prese con un bambino problematico, Cole (Haley Joel Osment; Un sogno per domani), il quale afferma di vedere i morti com’erano al momento della loro morte, cosa che ovviamente lo terrorizza. Né la madre, né i vari assistenti son mai riusciti a confortarlo, ma pensa che potrebbe riuscirci Malcolm, il quale dal canto suo vede in Cole la possibilità di fare ammenda per il fallimento di tanti anni prima con Vincent.

Intorno ai due protagonisti, vari comprimari compongono lo sfondo della storia, pur se posti in secondo piano: la moglie di Malcolm, la madre di Cole e pochi altri. In effetti, Il sesto senso, per l’esiguo numero di protagonisti e di scenari, sembra quasi un’opera teatrale.

Il film non può che essere elogiato per la trovata originalissima che lo caratterizza, che non riporto in recensione per quei pochi che non avessero ancora visto il film di Shyamalan, pur se, a parte l’elemento in questione, non risulta essere altro che una sorta di film psicologico-drammatico con sporadici elementi orrorifici… e con un Bruce Willis particolarmente in parte, dal momento che il suo volto ben si attanagliava con la sceneggiatura del film, pur con i limiti della sua monoespressione.

Più di Willis, al tempo colpì l’interpretazione del giovanissimo Osment, il quale tuttavia non ha poi proseguito con la carriera brillante che ci si aspettava…

… curiosamente, la medesima cosa si può dire anche per il regista M. Night Shyamalan, che, dopo il buon abbrivio preso con Il sesto sensoUnbreakable - Il predestinato, Signs e The village, pare essersi smarrito (o aver finito le buone sceneggiature), producendo uno dopo l’altro buchi nell’acqua come Lady in the water, E venne il giorno, L'ultimo dominatore dell'aria e altri film ancora… che ho smesso di guardare visto che la qualità media era drasticamente calata. Con l’unica eccezione di After Earth, per me interessante sia per l’ambientazione fantascientifica, sia per i contenuti di tipo esistenziale (che in effetti ogni tanto fanno capolino nei film del regista indiano).

In effetti, non ho visto gli ultimi suoi cinque film: magari, su cinque, ce n’è almeno uno buono… indagherò.

Tornando a Il sesto senso, il film ha un suo valore oggettivo, accresciuto dal fatto che, a proposito di contenuti esistenziali, esso potrebbe essere considerato anche una sorta di metafora dell’addormentamento collettivo.
La frase che il bambino dice al dottore pare presa da un testo di genere esistenziale-evolutivo.

“Vanno in giro come persone normali.
Vedono solo quello che vogliono vedere.
Non sanno di essere morti.
Sono dappertutto”

Nei Vangeli si parla a lungo di vegli e di addormentamento, come pure nel Dhammapada di Buddha o praticamente ovunque nel settore: “essere addormentati è essere come morti”, lessi tempo fa in un libro.
Ecco, il film in questione potrebbe essere considerato in tale senso e, considerando gli interessi spirituali del regista indo-statunitense, la cosa non è affatto da escludere.

Interessante anche la frase sul magnetismo energetico tra persone e oggetti.

“Secondo me quando le persone possiedono degli oggetti, una parte di sé stessi viene impressa su quegli oggetti.”

Fosco Del Nero 



Titolo: Il sesto senso (The sixth sense).
Genere: psicologico, drammatico, fantastico, horror.
Regista: M. Night Shyamalan.
Attori: Bruce Willis, Haley Joel Osment, Toni Collette, Olivia Williams, Mischa Barton, Donnie Wahlberg, Peter Anthony Tambakis, Jeffrey Zubernis, Bruce Norris, Glenn Fitzgerald, Greg Wood.
Anno: 1999.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui



martedì 15 agosto 2023

Il visionario mondo di Louis Wain - Will Sharpe

Era da un po’ che volevo vedere Il visionario mondo di Louis Wain… ed eccolo qui.
Il regista, Will Sharpe, non mi dice niente (e infatti non ha prodotto quasi nulla), mentre l’attore protagonista è Benedict Cumberbatch (ormai indelebilmente associato a Dottor Strange, visto anche in Star trek - Into darkness).

Ecco la trama sommaria di Il visionario mondo di Louis Wain, film uscito nel 2021 e basato sulla vita reale del pittore britannico Louis Wain: siamo nell’Inghilterra vittoriana, nel 1883, alle prese con un giovane il quale, dopo la morte del padre, è divenuto l’uomo di riferimento della famiglia, comprendente la madre e ben sei sorelle.
Tuttavia, Louis tende decisamente più alla conoscenza, all’arte e alla sperimentazione, che al denaro o agli affari, tanto che la famiglia si trova in difficoltà economiche, che l’uomo affronta accettando un lavoro per l’editore/giornalista William Ingram.

Nel frattempo, la sorella maggiore Caroline assume Emily Richardson come istitutrice delle sorelle più piccole… senonché Louis ed Emily si innamorano l’uno dell’altra e si sposano, gettando con ciò fango sulla famiglia: sia perché i livelli sociali dei due sono molto differenti, sia perché lei è dieci anni più grande di lui, cosa all’epoca molto scandalosa (anche se, nel film, l’attrice ha otto anni in meno dell’attore, e non dieci di più: forse in quel periodo non erano disponibili attrici più giovani).

Il film, lungo quasi due ore, va avanti raccontando il resto della vita di Louis Wain, tra la ricca produzione artistica, successi, problemi e lutti vari.

Il visionario mondo di Louis Wain ha un suo valore oggettivo: è ben realizzato, visivamente d’impatto, ben recitato. Inoltre, il personaggio del pittore strampalato con la passione per i gatti è curioso e interessante… per quanto anche un poco deprimente, potendo certamente ricondursi nel filone degli inetti sveviani, diciamo così.

Al di là della buona realizzazione e della curiosità per il personaggio, il film non propone nulla di ulteriore (temi esistenziali, profondità, insegnamenti), da cui la valutazione più che sufficiente, ma limitata.

“Il mondo è pieno di bellezza, e sta a te catturarla, vederla e condividerla con quante più persone potrai.”

“Io non rendo il mondo bellissimo, Louis. 
Il mondo è bellissimo.”

“Puoi fuggire dalla tua famiglia, ma non puoi fuggire dal tuo dolore.
Quello ti segue come un’ombra violenta.”

Fosco Del Nero



Titolo: Il visionario mondo di Louis Wain (The electrical life of Louis Wain).
Genere: psicologico, drammatico, sentimentale.
Regista: Will Sharpe.
Attori: Benedict Cumberbatch, Claire Foy, Andrea Riseborough, Toby Jones, Sarah-Jane De Crespigny, Sophia Di Martino, Jamie Demetriou, Olivier Richters, Adeel Akhtar, Stacy Martin.
Anno: 2021.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 26 aprile 2023

E noi come stronzi rimanemmo a guardare – Pierfrancesco Diliberto

Definire il genere di E noi come stronzi rimanemmo a guardare non è semplice: lo si potrebbe definire tanto un film drammatico, quanto una commedia, tanto un film di genere sentimentale, quanto un film di genere fantascientifico… persino con qualche accenno distopico.

In effetti, esso è un po’ commedia, un po’ distopia.
Un po’ Tutta la vita davanti, un po’ Lei… per utilizzare due film precedenti, a cui E noi come stronzi rimanemmo a guardare deve palesemente qualcosa in quanto a ispirazione.

Passiamo alla trama e chiariamo il tutto: siamo in Italia, in un prossimo futuro imprecisato, allorquando la tecnologia ha preso ancora più piede, divenendo ubiquitaria, persino oltre il buon senso. Arturo Giammarresi (Fabio De Luigi) è un quarantottenne che, in un colpo solo, perde la fidanzata e il lavoro; il paradosso è che, dopo aver elaborato, per l’azienda per cui lavorava, un algoritmo, quello stesso algoritmo stabilisce che la sua figura non è necessaria e dunque, per ottimizzare i costi, l’azienda lo licenzia. Il doppio paradosso è che, poco prima, la fidanzata lo aveva lasciato perché una app molto in voga aveva decretato che lui e lei avevano una scarsa affinità di coppia.

Non riuscendo a trovare altro lavoro, perché ritenuto unanimemente troppo vecchio, è costretto a passare alle consegne a domicilio tramite bicicletta: il tutto è ovviamente gestito da app e da avvisi tramite cellulare, a opera della società Fuuber, la quale inizialmente appare il non plus ultra dell’efficienza e del progresso, mentre poi si rivela, per esplicita ammissione del suo fondatore, uno strumento per schiavizzare l’essere umano contemporaneo.
È proprio tramite una app della Fuuber che Arturo conosce Stella, un ologramma che l’apposito algoritmo ha stabilito essere il suo amico ideale… e, in effetti, Arturo se ne innamora, salvo che, dopo il periodo di prova gratuito, la app va rinnovata a un costo mensile esagerato.

E noi come stronzi rimanemmo a guardare mantiene per tutto il film un tono da commedia, ma lo sfondo emozionale è drammatico, e neanche poco: la crisi economica, la spersonalizzazione dell’essere umano, la follia della rivoluzione “green” (imposta dall’alto come tutto quanto), l’onnipotenza o quasi dei grandi gruppi economici (qua rappresentati dalla Fuuber, che si spacciano per illuminati e persino filantropici, ma che nascondono un lato oscuro teso alla sottomissione dell’uomo), la perdita di libertà e il livello di controllo sempre crescente.

In ciò, il film si rivela essere un film di denuncia di certe derive contemporanee, tanto più che è uscito nel 2021, ossia in piena psicopandemia: la cosa probabilmente non è casuale. Ulteriore elemento di merito: al di là del gusto personale, in Italia un film del genere non si era mai visto, almeno che io sappia.
Verso la fine del film viene anche introdotto il concetto che gli dà il titolo: “e noi siamo rimasti a guardare mentre realizzavano tutto ciò”. In tal senso, a livello di valutazione lo premio oltre i suoi meriti cinematografici, poiché quelli contenutistici sono decisamente superiori.

Fosco Del Nero



Titolo: E noi come stronzi rimanemmo a guardare.
Genere: drammatico, sentimentale, fantascienza.
Regista: Pierfrancesco Diliberto.
Attori: Fabio De Luigi, Ilenia Pastorelli, Pierfrancesco Diliberto, Valeria Solarino, Maurizio Marchetti, Eamon Farren, Maurizio Lombardi, Orazio Stracuzzi, Enzo Casertano, Diletta Innocenti Fagni.
Anno: 2021. 
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 12 aprile 2023

L’inquilino del terzo piano - Roman Polanski

Sarò sincero: per un discorso di mio gradimento, non avrei mai guardato L’inquilino del terzo piano, sia per la trama sia per la fama del regista, quel Roman Polanski famoso per opere torbide come Luna di fieleLa nona porta, Rosemary’s baby… e chissà quante che non conosco.

Dall’altro lato, tuttavia, ho visto L’inquilino del terzo piano proprio perché, dalla descrizione, sembrava uno di quei film inquietanti del regista polacco, che ho guardato quindi più per “dovere professionale”, diciamo così.

Due parole sui temi affrontati dal regista nei suoi vari film: magia nera, sacrifici umani, logge oscure, patti col diavolo, persino l’unione col diavolo, squilibri e violenza fisica e morale di ogni tipo.

L’inquilino del terzo piano in verità sembra più un prodotto psicologico-grottesco che non un manifesto di certi ambienti, diciamo così, ma anch’esso contiene numerosi elementi di squilibrio psichico. 
Non è probabilmente un caso che il gruppo di Charles Manson abbia scelto proprio la casa e la moglie di Roman Polanski per il proprio efferato assassinio. Ricordo anche che il regista polacco ha ricevuto numerose accuse di stupro, nonché una condanna, con tanto di prigionia in un carcere statunitense, per aver fatto sesso con una tredicenne, peraltro dopo l’uso di stupefacenti (quando lui aveva quarantaquattro anni)... giusto per inquadrare meglio il personaggio.

Il film recensito quest’oggi, datato 1976, non fa altro che confermare gli squilibri psichici che animavano il regista nelle altre sue opere: dietro una sceneggiatura a metà tra psicologico, drammatico e orrorifico, si nascondono infatti varie disarmonie... mentali, emotive, sessuali, il pacchetto completo.

Tra l’altro, il film ha una chiara impronta autobiografica: non solo perché Roman Polanski interpreta il protagonista, ma anche perché riarrangia il romanzo originario, L'inquilino stregato di  Roland Topor, passando da un protagonista di origine russa a un polacco naturalizzato francese, com’era per l’appunto Polanski.

Ecco la trama: un giovane impiegato di origini polacche, Trelkowski, cerca appartamento a Parigi… e lo trova in uno stabile che sulle prime sembra del tutto rispettabile, e anzi molto attento nella scelta degli inquilini, ma che a lungo andare si rivela essere un covo di persone quantomeno bizzarre, se non proprio squilibrate (son tutti anziani dall’aria e dai modi inquietanti).
Anche se, a onor del vero, parte dello squilibrio mostrato pare essere frutto della psiche malata del protagonista, il quale, man mano che la storia procede, si convince che gli abitanti del palazzo son tutti in congiura contro di lui e che, addirittura, stanno cercando di farlo suicidare, com’era accaduto alla precedente coinquilina dell’appartamento affittato dall’uomo.

Difatti, tutti quanti, compreso il barista del locale di fronte, lo trattano come trattavano la povera ragazza, cercando di convincerlo a mangiare le cose che mangiava lei, a fumare le sigarette che fumava lei e così via.
A un certo punto, sull’onda della deriva psichica ormai imboccata, l’uomo comincia a truccarsi e a vestirsi come la ragazza.

Il finale del film lo fa passare dal genere psicologico-surreale al genere letteralmente fantastico: l’uomo pare completare la sua identificazione progressiva con la ragazza morta, trovandosi infine, dopo che egli stesso ha cercato di suicidarsi, nel letto d’ospedale, interamente bendato, nel corpo della ragazza, e vedendo sé stesso che era andato a vedere come stava, a inizio storia. 

A rafforzare la direzione “fantastica”, l’ipotesi che si sia accennato a una qualche forma di reincarnazione, nonché il luogo della toilette comune dell’abitato, piena di disegni egiziani e simboli esoterici… ciò che peraltro conferma l’interesse del regista per l’argomento, per quanto un interesse oscuro e non luminoso, elemento peraltro evidente dall’impronta energetica dei suoi film.

A proposito, in una scena a una donna spunta dalla bocca una lingua da serpente… sempre a proposito di certi argomenti.

In conclusione, L’inquilino del terzo piano sarebbe anche un buon film, come realizzazione tecnica, ma non propone niente di valore, e anzi risulta basso e volgare, psichicamente e fisicamente, da cui la mia valutazione mediocre (e quella "essenziale" sarebbe ancora più bassa).

Fosco Del Nero



Titolo: L’inquilino del terzo piano (Le locataire).
Genere: drammatico, psicologico, grottesco.
Regista:  Roman Polanski.
Attori: Roman Polanski, Isabelle Adjani, Melvyn Douglas, Bernard Fresson, Jo Van Fleet, Claude Piéplu, Shelley Winters, Lila Kedrova, Jacques Monod, Michel Blanc, Rufus, Vanessa Vaylord, Helena Manson. 
Anno: 1976.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 8 febbraio 2023

Apri gli occhi - Alejandro Amenabar

Non mi ricordo se, oramai molti anni fa, abbia visto prima Apri gli occhi oppure Vanilla sky, il suo rifacimento americano di quattro anni dopo.
Mi ricordo tuttavia che i due film mi piacquero molto entrambi, così simili eppure così diversi.

Simili perché la trama è esattamente identica; di più, il ruolo della protagonista femminile è svolto in ambo i casi da Penelope Cruz.
Diversi perché si passa dall’ambientazione di Madrid, e dalla cultura spagnola, a New York e allo stile statunitense… non è un passaggio da poco, anche se la trama rimane identica.

Ecco per l’appunto la trama di Apri gli occhi, film diretto da Alejandro Amenabar (di cui ho recensito anche Mare dentro e che, tra Apri gli occhi e Mare dentro, ha diretto un film di grandissimo successo internazionale, ossia The others, e in seguito altri film interessanti e di buon successo come Agora e Regression): Cesar è un giovane uomo di successo; ha successo negli affari e ha successo con le donne, come gli ricorda continuamente il suo amico Pelayo. Un giorno, Pelayo porta la bella Sofia a una festa tenuta a casa di Cesar… il quale attacca subito bottone, cogliendo come scusa le attenzioni eccessive della sua amante Nuria, di cui vorrebbe in verità liberarsi e che si è imbucata alla festa, pur non invitata.
Nuria, per quanto cerchi di non darlo a vedere, è molto gelosa e finirà per scatenare un orrendo incidente automobilistico, in cui lei perde la vita e da cui Cesar esce pesantemente sfigurato al volto. Anche la sua personalità ne esce menomata ed egli diventa ombroso e pesante.
In seguito le cose sembrano raddrizzarsi… ma poi cominciano ad avvenire cose strane.

Apri gli occhi è un film piuttosto brillante come concezione; l’unico prodotto che in qualche modo lo ricorda è il film di fantascienza Atto di forza, in cui vi era una simile confusione tra realtà e illusione indotta, nonché, anche lì, una società specializzata in sogni e ricordi fittizi.
In effetti, tecnicamente, Apri gli occhi è un film di fantascienza, che affronta, per quanto a distanza, i temi della crionizzazione, della sospensione della vita, della costruzione di ricordi e di realtà illusorie, e dunque dell’ambivalenza tra la veglia e il sonno, ch’è il motore centrale del film, anche se molti spettatori certamente si faranno distrarre dalle relazioni sentimentali e amicali del protagonista.

Ciò rende la pellicola interessante anche dal punto di vista esistenziale, oltre che cinematografico… anche se, a onor del vero, da questo punto di vista il suo rifacimento americano risulta più d’impatto, con numerose frasi dal sapore simbolico. 
Nel film di Amenabar, viceversa, ne ho trovate di meno, comunque in numero discreto e interessante. Le propongo di seguito.

“Apri gli occhi.”

“Che succederebbe se ti dicessi che stai sognando?”

“Io so cos’è reale, e questo è reale.”
“E tu come lo sai? I sogni non si scoprono finché uno non si sveglia.”

“Nessun sogno è semplice. Guarda quella gente: sembra che parlino delle loro cose, vero? Eppure, potrebbero essere lì perché tu lo hai voluto. Anzi, puoi fare in modo che si mettano al tuo servizio, o al contrario che ti distruggano.”

“La verità forse non la sopporteresti.”

“Faremo in modo che lui non ricordi di essere morto.”

“Questo è un sogno: è l’unica spiegazione.”

“Non importa quello che tu vedi; importa quello che vedo io.”

“Voglio svegliarmi.
Voglio svegliarmi.”

“Hai pagato per vivere quello che volevi: noi abbiamo solo fornito la scenografia e i personaggi.
Il tuo inferno te lo sei inventato tu.”

“Tutto dipende dalla tua mente.”

“Non ascoltarlo: non è reale”

“Non continuare a soffrire: è tutto nella tua testa, è solo immaginazione.”

Fosco Del Nero


Titolo: Apri gli occhi (Abre los ojos).
Genere: drammatico, psicologico, esistenziale, fantascienza.
Regista: Alejandro Amenabar.
Attori: Eduardo Noriega, Penélope Cruz, Chete Lera, Fele Martínez, Najwa Nimri,  Gérard Barray, Jorge de Juan, Miguel Palenzuela, Pedro Miguel Martínez, Ion Gabella, Joserra Cadiñanos, Tristán Ulloa, Jaro.
Anno: 1997.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 25 gennaio 2023

Branded - Il marchio di sangue - Jamie Bradshaw, Aleksandr Dulerayn

L’ho già evidenziato molte volte: negli ultimi due decenni c’è stato un proliferare di film di genere distopico. 
Ho già dato la spiegazione per tale fenomeno, che statisticamente non poteva/può essere casuale: da un lato c’erano persone con  informazioni privilegiate; dall’altro lato degli artisti, persone più sensibili e ricettive della media, hanno intuito che vi erano certe energie in circolo… le quali poi sono divenute sempre più evidenti negli ultimi anni (crisi economiche programmate, epidemie programmate, crisi energetiche programmate, etc).

I numeri erano talmente tanto elevati che è divenuto impossibile, a un certo punto, tenere conto di tutti i film del genere. Uno di questi me lo hanno segnalato da poco: si tratta di Branded - Il marchio di sangue, film russo-americano uscito nel 2012.
Si tratta peraltro di un prodotto piuttosto originale, persino all’interno del genere che è già di nicchia di suo (ma neanche tanto di nicchia, oramai).

Ecco la trama sommaria di Branded - Il marchio di sangue: Misha Galkin (Ed Stoppard; Il pianista) è un brillante giovane esperto di marketing, il quale a un certo punto comprende che c’è qualcosa che non va nel mondo. Un po’ lo capisce per esperienza diretta, un po’ come effetto di un fulmine che lo ha colpito quand’era bambino, evento che viene mostrato all’inizio della storia.
Viene mostrata anche l’origine dei guai dell’umanità: un gruppo di potenti uomini d’affari si riunisce e affida al più famoso pubblicitario del mondo, Joseph Pascal (Max von Sydow: L’esorcistaAl di là dei sogniIl settimo sigillo, Il posto delle fragole) le sorti delle loro aziende, fast food e dintorni. Giacché essi sono disposti a tutto e dispongono di capitali enormi, nonché del cervello più fino nel settore, avviano una sorta di rivoluzione dei costumi la quale letteralmente modificherà la psiche e il futuro dell’umanità… in negativo, a livello sia di salute fisica che di equilibrio mentale.
Nella storia entrerà anche Abby Gibbons (Leelee Sobieski; Giovanna d’Arco, Eyes wide shut), con la quale il giovane avvierà una relazione, per quanto un poco complicata.

Detto così il tutto sembra più che altro un discorso di imprenditoria, di finanza e di manipolazione pubblicitaria… ma in verità Il marchio di sangue propone un elemento ancora più interessante. Difatti, nel momento in cui esegue una sorta di rituale psico-magico, durante quello che pare essere un periodo di introspezione e redenzione dopo essere stato a lungo “all’interno del sistema”, Misha inizia a vedere quelli che sembrano degli aggregati energetici, legati sia alle corporation che alle persone, nel frattempo divenute dipendenti da certi cibi e prodotti (soprattutto cibo spazzatura; infatti la popolazione è quasi tutta obesa).

Probabilmente gli autori del film si sono ispirati al concetto delle egregore, dipingendolo discretamente bene, per quanto limitandosi al solo ambito aziendale e consumistico… mentre il concetto andrebbe ampliato a tutto quanto: il mondo della comunicazione, le credenze collettive, le energie collettive, la coscienza collettiva, etc. Andrebbero inoltre aggiunte delle entità senzienti.. anche se il film mostra qualcosa di non molto dissimile, dal momento che, a un certo punto, le energie-egregore creare paiono acquisire una vita propria… e attaccarsi a vicenda.

Forse includere tutto quanto sarebbe stato un po’ troppo per un solo film, particolarmente per un film non troppo ambizioso come genesi e come budget, per cui ci accontentiamo del buon lavoro fatto da Il marchio di sangue, che premio, nella valutazione, probabilmente oltre il suo reale valore (c’è qualche crepa nella sceneggiatura, nella recitazione e in un profilo generalmente non troppo alto).

Il film potrebbe essere, e senza dubbio dai più sarà visto come una feroce critica al capitalismo e alla tensione verso il denaro e i consumi, ma Branded - Il marchio di sangue ha con tutta evidenza una componente, o quantomeno un’ispirazione, più energetico-spirituale.

A dimostrazione della genesi “sottile” dell’opera, a inizio film compare un elenco di persone descritte come visionarie, in senso stretto: nel senso di persone che vedevano o sentivano cose che le altre persone non vedevano o sentivano. Tra queste, sono indicati anche personaggi come Socrate, Santa Teresa d’Avila, Meister Eckhart, Rudolf Steiner, G. I. Gurdjieff, Carl Jung, Gandhi.
Tra i personaggi “non spirituali”, Cesare, Alessandro il Grande, Goya, Goethe, Giovanna d'Arco e altri ancora.
Curiosamente, l'attrice protagonista del film, ha interpretato l'ultimo personaggio storico citato, in un film che s'intitolava proprio Giovanna d'Arco. Gli altri film citati, ora che ci bado, son molto significativi, ognuno per il suo verso.

“Ci hanno condizionati ad amare le schifezze, a volere schifezze, schifezze su schifezze.”

“Le marche furono formate per i desideri delle persone.
Adesso sono le persone a essere formate secondo i desideri delle marche.”

Un’ultima cosa, a proposito di distopia e di anticipazioni (il film è uscito nel 2012): nel sottofondo del film, tra messaggio radio e tv, si parla di una pandemia.

Fosco Del Nero



Titolo: Branded - Il marchio di sangue (Branded).
Genere: psicologico, distopico, esistenziale, fantascienza.
Regista: Jamie Bradshaw, Aleksandr Dulerayn.
Attori: Lyubomir Yonchev, Leelee Sobieski, Emma Stickgold, Max von Sydow, Mariya Ignatova, Ingeborga Dapkunaite, Andrey Kaykov, Jeffrey Tambor, John Laskowski. 
Anno: 2012.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.



martedì 13 dicembre 2022

Solaris - Andrej Tarkovskij

La recensione odierna è dedicata a Solaris, film girato nel 1972 da Andrej Tarkovskij.
Non si tratta del primo film del regista russo che vedo, dal momento che in passato avevo visto anche Stalker, ricavandone buone impressioni.

Quanto al film recensito quest'oggi, preciso che ho già visto il Solaris del 2002 girato da Steven Soderbergh e che ho letto l'originale romanzo di Stanisław Lem (lo trovate qui: Solaris); parto dunque abbastanza “navigato”.

Passiamo ora alla trama del film, di cui peraltro preciso che ho visto l’edizione integrale, mentre la versione italiana è stata mutilata di circa una mezz’ora di pellicola, forse considerando eccessiva la durata complessiva dell’opera, che arriva a circa 160 minuti.

In un futuro imprecisato, l’umanità è alle prese con un pianeta misterioso, Solaris, su cui si è lungo interrogata, dando vita a una vera e propria corrente conoscitiva e di studio nota come “solaristica”. Intorno al pianeta ruota una stazione spaziale che ospitava in origine parecchie persone, ma che ora ne ospita solo tre, stanti le molte morti misteriose, suicidi compresi, che hanno caratterizzato la missione. Inoltre, la stazione da un po’ non dà più notizie, così dalla Terra si decide di inviarvi lo stimato psicologo Kris Kelvin, il cui rapporto deciderà del futuro della stazione spaziale, e forse dell’intera solaristica.

Quel che Kelvin non tarderà a scoprire è inquietante: Solaris, pianeta ricoperto da uno strano e magmatico oceano (che rappresenta chiaramente il mondo emotivo-interiore), pare possedere una sorta di coscienza ed è in grado di materializzare le persone presenti nei ricordi degli esseri umani che gli stanno vicino… particolarmente dei ricordi più dolorosi, di quelli in qualche modo “in sospeso”. Per quanto riguarda Kelvin, si tratta  dell’ex moglie Hari, morta suicida dieci anni prima e della cui morte l’uomo si sente in parte responsabile.

Kelvin discuterà con gli ultimi due scienziati rimasti vivi, Snaut e Sartorius (il suo amico Gibarian si è da poco ucciso, lasciandogli un messaggio video), sia della natura del pianeta Solaris, sia di cosa fare di quel che resta della missione.

Solaris di Andrej Tarkovskij non è certamente un film adatto al grosso del pubblico contemporaneo, nemmeno a quello appassionato di fantascienza: più che un film di fantascienza, infatti, sembra, e di fatto è, un film di genere psicologico-esistenziale, nel quale non a caso ogni tanto fanno capolino molte frasi dal sapore coscienziale.

La sua importanza non si ferma tuttavia ai contenuti psichici, ma si evidenzia anche a livello cinematografico, dal momento che anticipa tematiche e ambientazioni rese poi celebri da altri film: penso per esempio a 2001 – Odissea nello spazio (per l’ambientazione spaziale e l’alienazione umana a riguardo) o a Blade runner (per il rapporto interpersonale tra un essere umano e una coscienza artificiale).

Buone le scenografie del film, ma ancora più buone le atmosfere che riesce a creare. 
Valide anche le recitazioni e la colonna sonora.

Quel che più mi ha interessato di Solaris, tuttavia, è l’aspetto contenutistico e simbolico: il pianeta pone gli esseri umani di fronte ai loro drammi interiori risolti; magari si tratta di veri e propri demoni interiori (come suggeriscono i numerosi suicidi avvenuti sulla stazione); magari si tratta di desideri inespressi, del vuoto interiore (di fronte al quale non c’è psicologia o titolo di studio che tenga); viene evidenziato il dilemma dello stato di coscienza e della difficoltà di distinzione tra ciò che è reale e ciò che non lo è (difatti nel film vi sono ricordi, sogni, deliri febbrili); il finale stesso rivela che l’uomo si può letteralmente perdere all’interno di quella sua matrice psichica… e non a caso il termine "matrice" ("matrix" in latino) è utilizzato all’interno del film.
A proposito, anche Matrix, per quanto alla lontana, può esser considerato un parente di Solaris.

Essenzialmente, il pianeta oggetto del film funge da specchio per gli esseri umani... in modo non dissimile da quanto fa la vita in generale. Non per niente, una delle frasi citate di seguito utilizza proprio il concetto del riflesso speculare e afferma che l'essere umano ha bisogno solamente di uno specchio.

Chiudo la recensione con alcune frasi estrapolate dal film.

“La conoscenza è autentica solo quando è sostenuta dalla morale.”

“È l’uomo a rendere immorale la scienza.”

“Sono io il giudice di me stesso: è qualcosa che è nato dalla mia coscienza.”

“Mi sento strana, come se avessi dimenticato qualcosa.”

“Se la ricerca della verità è continua e disinteressata, l’uomo finisce per conquistarla; il resto non conta.”

“Tu sei soltanto un doppione, una riproduzione meccanica, una copia, una matrice.”

“Qualcuno ci sta imbrogliando tutti e due, e più lasceremo passare il tempo più diventerà difficile uscirne.”

“Ci ruba i pensieri, ci mangia vivi per sputarci in faccia le nostre ossessioni fatte carne.”

“Non abbiamo bisogno di altri mondi: abbiamo bisogno di uno specchio.”

“Perché andiamo a frugare nell’universo quando non sappiamo niente di noi stessi?”

Come avete potuto leggere voi stessi, c’è molto materiale esistenziale in Solaris di Tarkovskij, il quale in tal senso si rivela essere un film ben più importante del Solaris di Soderbergh.

Fosco Del Nero 



Titolo: Solaris (Solaris).
Genere: psicologico, esistenziale, drammatico.
Regista: Andrej Tarkovskij.
Attori: Donatas Banionis, Yuri Charvet, Natalya Bondarchuk, Jüri Järvet, Vladislav Dvorzhetskiy, Nikolaj Grinko, Anatoliy Solonitsyn, Olga Barnet, Vitalik Kerdimun, Olga Kizilova, Aleksandr Misharin, Bagrat Oganesyan, Tamara Ogorodnikova.
Anno: 1972.
Voto: 7.5.
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mercoledì 14 settembre 2022

Requiem - Hans-Christian Schmid

Di recente ho recensito il film L’esorcismo di Emily Rose e, giacché c’ero, sono andato a vedermi anche l’altro film tratto dalla vera storia di Annaliese Michel: Requiem.

I due film, pur raccontando essenzialmente la medesima storia, sono molto differenti, praticamente da ogni punto di vista.

L’esorcismo di Emily Rose, manco a dirlo, americanizza tutto quanto: la storia è ambientata negli USA, negli Stati Uniti contemporanei, e mostra anche e soprattutto le parti conturbanti delle vicende della ragazza, esorcismi e possessioni incluse. In tal senso, abbondano gli effetti speciali: volti demoniaci, contorsionismi, etc.

Requiem, viceversa, si propone più come biografia e si concentra soprattutto sulle cause che hanno poi condotto alla triste fine: Annaliese Michel difatti è morta a soli 24 anni, peraltro predicendo la propria morte, durante un esorcismo, in condizioni fisiche molto compromesse (non mangiava e non beveva più, giacché a suo dire i demoni glielo impedivano, e si automutilava, sempre costretta a ciò).

Requiem non mostra niente di tutto questo, ciò che è invece il centro del film statunitense, e focalizza la sua attenzione sulla famiglia della ragazza e sul suo percorso di vita.
Ecco in sintesi la trama del film: Michaela è una ragazza di 21 anni proveniente da una famiglia di provincia molto religiosa. Ha dovuto saltare un anno delle scuole superiori per quella che forse è epilessia, ma vorrebbe riprendere gli studi e andare all’università. La madre è contraria, ma il padre la sostiene, e così la giovane va in affitto in un pensionato studentesco a Tubinga, dove incontra Hanna, una sua vecchia compagna di scuola, la quale la introduce nel suo giro di amici e alle esperienze studentesche in generale: feste, balli, alcol e ragazzi. Michaela si lega a Stefan, un bravo ragazzo il quale tuttavia vede la giovane peggiorare di continuo.
Si arriva a un punto in cui le presunte crisi epilettiche sono frequenti e gravi, Michaela non riesce più a toccare alcun simbolo religioso, non riesce nemmeno più a studiare e afferma di vedere volti e sentire voci ovunque, che le dicono le cose più brutte.

Requiem è certamente un film in tono minore rispetto a L’esorcismo di Emily Rose; curiosamente, pur essendo uscito un anno prima sembra più vecchio di un paio di decenni… a quanto pare l’ambientamento negli anni “70 ha funzionato. 
L’esorcismo di Emily Rose, invece, è alquanto più moderno e, oltre alla spettacolarizzazione generale, aveva introdotto una storia parallela, quella dell’avvocatessa che seguiva la causa legale.

Complessivamente, ho gradito ambo i film, nei quali peraltro non erano assenti alcuni insegnamenti: sia quello più esplicito e orrorifico americano, sia quello più intimista e biografico tedesco.

Concludo con qualche citazione estrapolata da Requiem… più significativa di quanto penserebbe una mente semplice.
 
“La mia fede mi dà molta forza. Anche tu hai fede, e ti assicuro che è molto più forte del lato oscuro che ha cercato di sopraffarti.”

“La mano di nostro Signore è potente e può proteggerci. Nella preghiera ci avviciniamo a Dio.”

“Talvolta ho l’impressione che cerchiamo di spiegare scientificamente le cose che non si possono spiegare. Che può fare la scienza quando una persona è realmente in difficoltà?”

“Noi viviamo in tempi in cui le forze del male sono molto forti e tentano continuamente di prendere il sopravvento.”

“Dio non punisce. Dio mette alla prova coloro che ama di più.”

“Pregare non è necessario? Ma che razza di prete è lei?”

“C’è una ragione se accade questo. Io devo seguire il mio cammino.”

Fosco Del Nero



Titolo: Requiem (Requiem).
Genere: drammatico, psicologico.
Regista: Hans-Christian Schmid.
Attori: Sandra Hüller, Burghart Klaußner, Imogen Kogge, Anna Blomeier, Nicholas Reinke, Jens Harzer.
Anno: 2006.
Voto: 7.
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martedì 23 agosto 2022

L’angelo sterminatore - Luis Bunuel

L’angelo sterminatore è il sesto film di Luis Bunuel che vedo, dopo La via latteaIl fascino discreto della borghesiaQuell’oscuro oggetto del desiderioBella di giorno e Tristana: tutti quanti avevano ottenuto buone valutazioni, e L’angelo sterminatore non ha fatto eccezione, risultando forse il più bunueliano dei suoi film (almeno, di quelli che ho visto).

I temi solitamente affrontati dal regista spagnolo infatti son resi qui all’ennesima potenza, nonché affrontati in modo intenso visivamente ed emotivamente.

Ma andiamo con ordine, procedendo con la trama sommaria de L’angelo sterminatore, film tratto da un soggetto teatrale cui aveva partecipato lo stesso Bunuel: una sera, dopo una rappresentazione teatrale, una famiglia dell’alta borghesia invita a casa propria numerosi ospiti, anch’essi esponenti di quel mondo, per una cena. Tuttavia, iniziano fin da subito ad accadere cose insolite.
La prima è la fuga della servitù: pur senza motivi apparenti, la servitù sparisce, adducendo motivazioni poco convincenti. Rimane il solo maggiordomo, che inciampa clamorosamente servendo la prima portata. Dopo, una donna lancia un posacenere con forza contro una finestra, rompendola. Ancora: si vedono zampe di gallina, un gregge di pecore dentro il palazzo, etc.
La cosa più insolita è però un’altra: nessuno degli invitati, finita la serata, torna a casa sua, e anzi tutti si trattengono anche per la notte; verrà fuori infine che nessuno riesce ad abbandonare la villa, per una qualche invisibile forza contraria.
I giorni passano, e dall’esterno ci si rende conto che qualcosa non va… ma parimenti nessuno riesce a entrare nella villa, nonostante fisicamente non ci siano impedimenti.

La metafora è chiara ed è la solita di Bunuel: la classe borghese appare formalmente impeccabile, con i suoi begli abiti e i suoi modi eleganti, ma dentro di sé è una sentina di nequizie, le quali non tarderanno a emergere man mano che le condizioni si fanno difficili. Escon fuori così tutte le turpitudini essenziali di quegli esseri umani così impomatati: volgarità, lussuria, inganno, pochezza umana. 

Il simbolo del palazzo invalicabile è ugualmente chiaro: una volta che si entra dentro quel mondo, non è possibile uscirne, poiché si è diventati come quel mondo. 
Il simbolo nella storia è doppio, e va a colpire l’altro grande bersaglio di Bunuel: la religione. Una volta sciolto il vincolo del palazzo, il gruppo va in chiesa per ringraziare di essere stato graziato… e pure lì si trova imprigionato, senza poter uscire dall’edificio. Le due prigioni, quindi, sono le ipocrisie della classe borghese e della religione (quantomeno, quella di facciata e ipocrita; dubito che Bunuel ce l’avesse con i veri devoti e i mistici).

Alcuni dettagli: durante la storia muoiono alcune persone (ossia, alcune persone non reggono la falsità di quel mondo umano), mentre qualcun altro si dedica a richieste al demonio (dimostrando in ciò il proprio basso livello evolutivo); le pecore stesse, alcune delle quali vengono sgozzate (a sua volta messaggio chiaro: chi fa parte di quel mondo è disposto a violenze di ogni tipo per raggiungere i propri scopi), rappresentano il livello di gregge del grosso dell’umanità; infine, l’angelo sterminatore del titolo, che richiama i toni dell’Apocalisse, non si vede mai, ma aleggia su tutta l’opera.

Perché Bunuel non è uno dei tre-quattro registi più famosi della storia del cinema, e anzi al giorno d'oggi è misconosciuto?
La risposta sta nei suoi stessi film.

Fosco Del Nero 



Titolo: L’angelo sterminatore (El angel exterminador).
Genere: surreale, drammatico, psicologico.
Regista: Luis Bunuel.
Attori: Silvia Pinal, Enrique Rambal, Jacqueline Andere, José Baviera, Augusto Benedico, Claudio Brook, Antonio Bravo, César del Campo, Rosa Elena Durgel, Lucy Gallardo, Enrique García Álvarez, Ofelia Guilmáin.
Anno: 1962.
Voto: 7.5.
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mercoledì 2 marzo 2022

Arrival - Denis Villeneuve

La recensione odierna è relativa a un film del 2016, quindi piuttosto recente, di Denis Villeneuve: Arrival (da non confondersi con il film The arrival del 1996).
Peraltro, avevo già recensito Villeneuve su Cinema e film di recente, per Blade runner 2049… e di sicuro lo vedrò almeno una volta in futuro per via del remake di Dune, sperando che ne venga fuori un film all’altezza... più efficace di quanto non sia stato Arrival.

Ma andiamo con ordine: il film è basato sul racconto Storia della tua vita, di Ted Chiang, e propone una trama formalmente di genere fantascientifico, con tanto di razza aliena, ma di fatto basata su elementi interiori, tra riflessione, comunicazione e filosofia.

Ecco la trama sommaria di Arrival: il film comincia riprendendo Louise Banks con la figlioletta Hannah, la quale ha una grave malattia che la porta a morire in giovane età. La scena successivamente si sposta in un altro tempo e in un altro luogo, sempre seguendo la figura di Louise: dodici astronavi aliene scendono su altrettante zone del mondo, scelte in modo apparentemente casuale (quindi non sopra le grandi metropoli allo scopo di distruggerle come in Visitors o in Independence Day) e attendono che gli esseri umani si mettano in comunicazione con loro.

Ogni paese “prescelto” organizza un’equipe di esperti di vari settori e, per l’aspetto comunicativo-linguistico, è chiamata proprio Louise, esperta di fama mondiale (nonostante la giovane età); tra gli altri esperti, da segnalare il fisico teorico Ian Donnelly, mentre la missione è sotto il comando del Colonnello Weber.
Le navi aliene sono soprannominate “gusci”, mentre le creature aliene son dette “eptapodi”, per via delle loro sette gambe.

Arrival, come detto, è un film di fantascienza sui generis: ci sono alieni e nave spaziali, è vero, ma non c’è azione e c’è solo riflessione, persino discretamente concettosa, per quanto in verità ci si perda essenzialmente in chiacchiere pseudo-filosofiche poco convincenti. 

La stessa sceneggiatura del film mostra diversi lati deboli: l’età troppo giovane della linguista per essere un’esperta di fama mondiale (non che la cosa sia vietata, ma appare improbabile); l’aspetto estremamente complicato della comunicazione aliena, che cozza contro il loro enorme livello tecnologico; l’aspetto poco sensato di consegnare un messaggio all’umanità suddiviso in dodici parti legate a dodici nazioni del pianeta, alcune bellicose o comunque in cattivi rapporti le une con le altre; il fatto di conoscere il futuro in anticipo (col solito dilemma temporale per cui lo si conosce ma si agisce per modificarlo… certificando così il fatto che in realtà non lo si conosceva come dato sicuro); l’aver bisogno dell’aiuto umano in un lontano futuro, nonostante il livello tecnologico e culturale immensamente superiore degli alieni; il solito americanocentrismo, per cui i cinesi e i russi recitano la parte dei cattivi (strano che nel gruppo dei cattivi non ci fossero anche la Corea del Nord e l'Iran… ma forse sarebbe stato eccessivo).

Si aggiungano anche delle relazioni umane poco credibili (sia a inizio che a fine film, e non dico niente per chi non lo avesse ancora visto), nonché parecchie riflessioni semplicistiche sulla natura della vita. 
Si aggiunga pure una notevole lentezza generale; il film non decolla praticamente mai.

Vi sono però anche dei lati positivi: una bella fotografia, una bella regia, il tema della comunicazione-incomunicabilità (applicabile anche al contesto umano, a livello macro come a livello micro), nonché la citazione dell’ipotesi linguistica di Sapir-Whorf secondo la quale la lingua che si utilizza è in grado di modificare il mondo mentale e interiore della persona...

... che è una cosa che ho pensato fin da ragazzino, pur non conoscendo la teoria in questione, giacché mi accorsi che quando parlavo in inglese, francese o spagnolo tendevo a processi interiori un poco differenti rispetto all’italiano: d’altronde, se la lingua si è formata in un certo modo, non sarà un caso, ma sarà il riflesso dell’energia-psicologia di un certo popolo e, a sua volta, quel linguaggio influenzerà in una certa direzione.

Ma lasciamo perdere tale concetto e andiamo a concludere la recensione: Arrival di Denis Villeneuve non è un disastro, ma non è nemmeno un gran film; la sensazione è che vorrebbe far sembrare di essere un gran film, colto, impegnato, elegante… ma non lo è, pur avendo comunque degli elementi di bellezza.
Peccato. 

Fosco Del Nero 



Titolo: The arrival (Arrival). 
Genere: fantascienza, drammatico, psicologico.
Regista: Denis Villeneuve.
Attori: Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Tzi Ma, Mark O'Brien, Nathaly Thibault, Joe Cobden, Russell Yuen, Julian Casey.
Anno: 2016.
Voto: 6.
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martedì 11 gennaio 2022

Mulholland Drive - David Lynch

L’articolo di oggi è dedicato a un film che avevo già visto, ma una sola volta e molti anni fa, prima che aprissi il blog Cinema e film. Dunque, la recensione arriva solamente adesso. Sto parlando di Mulholland Drive, film diretto da David Lynch nel 2001.

Essenzialmente, David Lynch ha prodotto quattro opere di alta qualità: la serie tv I segreti di Twin Peaks e i film Dune, Velluto blu e, per l’appunto, Mulholland Drive. Dopo di che (e un po’ anche prima e durante), il suo è stato un declino inesorabile, con prodotti sempre più grotteschi e di basso tenore, umano e cinematografico.

Ad esempio, il seguito, a distanza di molti anni, di Twin Peaks è di qualità davvero molto bassa, con tutti gli eccessi del vecchio Lynch (sessualità eccessiva, volgarità, scene grottesche, commento sonoro invadente e pesante, attori feticcio impresentabili), ora incontrollati, ma nessuna bellezza, che viceversa prima abbondava, per quanto solamente a intermittenza tra una situazione grottesca e l’altra.

A parte le opere qui citate, ho recensito anche un altro film di Lynch, ossia Una storia vera, che è il meno lynchiano di tutti: a me ha annoiato, ma molti, sull’onda del “è un film del maestro”, lo hanno considerato un capolavoro... bontà loro.

Ma torniamo a Mulholland Drive: in origine si trattava di un episodio pilota per una serie televisiva, che tuttavia non fu mai autorizzata e quindi mai realizzata. In seguito però al regista furono dati i fondi per produrre un film, e dunque la sceneggiatura fu ripresa e allargata per realizzare un’opera unica… 
… e che opera, occorre dire: se il film ha riscosso incassi piuttosto ridicoli al cinema, esso ha ottenuto una candidatura ai Premi Oscar, quattro candidature ai Golden Globe, candidatura e vittoria ai Bafta, candidatura e vittoria al Festival di Cannes per la miglior regia, e via discorrendo tra Saturn Award, Nastro d’argento, nonché, a posteriori, lo status di "film culto". Meritatamente, occorre dire, giacché Mulholland Drive è una piccola opera d’arte… pur proponendo i soliti turbamenti psichici che piacciono tanto a Lynch. 
In questo caso, però, insieme al surreale c'è anche tanta bellezza.

Il film ha fatto interrogare a lungo sul suo significato, giacché a una prima visione è difficile incasellare tutto nel posto giusto, ma in realtà quanto esso descrive è piuttosto semplice da ricostruire, una volta aver stabilito che il grosso del film (circa un’ora e quaranta) non è altro che una proiezione onirica della protagonista, mentre il resto (i rimanenti quaranta minuti), sotto forma di flashback montati in vario ordine, mostra come si è arrivati a quel sogno e cosa c’era dietro di esso.

Raccontare la trama di Mulholland Drive è dunque un'impresa impossibile senza illustrare il suo senso, cosa che dunque farò, per quanto sommariamente (per cui chi non lo avesse mai visto e non volesse avere sorprese farebbe meglio a smettere di leggere ora): Betty Elms (la bravissima Naomi Watts; Incontrerai l’uomo dei tuoi sogniLa promessa dell’assassinoIl velo dipinto, The ring, Stay - Nel labirinto della mente) è una giovane attrice appena arrivata a Los Angeles, in casa di sua zia, con lo scopo di fare carriera, ma la prima cosa che fa in città è conoscere la misteriosa Rita (Laura HarringNancy DrewRabbits), una donna bruna e sensuale che ha perso la memoria. Betty prende a cuore la situazione della donna e l’aiuta a scoprire chi è, mettendo insieme i pochi elementi a loro disposizione: il contenuti della di lei borsetta, nonché il nome di Diane Selwyn, a quanto pare rilevante per Rita. Tale Diane viene poi dalle due trovata morta nel suo appartamento.
Nel mentre, Betty partecipa ad alcuni provini, a uno dei quali incrocia il regista Adam Kesher, protagonista di un altro filone della storia, vessato e minacciato da alcuni mafiosi perché scritturi come protagonista una tale Camilla Rhodes.

A un certo punto, indagando sull’identità di Rita (nome fittizio che la donna s’era messa vedendo un poster di Rita Hayworth), le due giungono nel Club Silencio, che rappresenta il punto di svolta del film: cinematograficamente perché si passa dal sogno alla realtà e metaforicamente perché consegna allo spettatore il criterio con cui valutare ciò cui sta assistendo.
Nel club, infatti, il presentatore, che ha tutta l’aria di un prestigiatore (infatti alla fine sparisce in una voluta di fumo), dice a chiare lettere che “è solo un’illusione”, e la canzone d’amore cantata da una cantante molto espressiva, che fa commuovere le due giovani donne, sottolinea che la storia è una storia d’amore e di passione. David Lynch stesso aveva descritto Mulholland Drive come "una semplice storia d'amore nella città dei sogni".
A certificare la condizione di dormiente della protagonista, a un certo punto viene detta la suddetta battuta: “Ehi, bella ragazza, è ora di svegliarsi”.

Nello specifico, il momento in cui il registro narrativo cambia e passa da sogno a realtà è quello in cui la chiave blu viene inserita nel cubo che le due donne trovano nel Club Silencio: il suddetto cubo funge da vaso di Pandora, la cui apertura spezza i sogni e riporta bruscamente al reale e ai suoi drammi: in realtà, Betty è Diane Selwyn, un’attrice non particolarmente talentuosa e considerata (nel suo sogno invece era bravissima) che su un set conosce l’affascinante Camilla (divenuta Rita nel sogno), se ne innamora perdutamente e ha una relazione con lei, per poi però esser messa da parte per il regista Adam, col quale Camilla sta per sposarsi. Betty non sopporta la tristezza e l'umiliazione e incarica un sicario (anch’egli intravisto nel sogno) di uccidere Camilla, cosa che vien portata a termine (le viene consegnata una chiave blu come segno dell’avvenuta uccisione). Betty non regge al senso di colpa, diviene preda di allucinazioni e durante una di esse si uccide sparandosi alla testa... secondo la scena che Betty e Rita, nel sogno, avevano veduto indagando su Diane (cosa ovviamente impossibile, ma che funge da collegamento simbolico tra la realtà e la finzione, come una sorta di Ouroboros allucinatorio).

Da sottolineare che, nel sogno, Diane aveva scambiato appartamento con una sua vicina… come è uno scambio l'intera storia: scambio di ruoli, scambio tra realtà e sogno, etc.

In effetti, Mulholland Drive ha i contorni di un intricato enigma sospeso tra allucinazione e realtà, anche se, visto da una prospettiva lineare, non è altro che una storia di passione delusa sfociata in tragedia, e anzi in doppia tragedia (assassinio e suicidio).

Il film, tra regia, montaggio, fotografia e recitazione, è spettacolare… ma in effetti come contenuti non è troppo positivo.

Fosco Del Nero



Titolo: Mulholland Drive (Mulholland Drive).
Genere: sentimentale, drammatico, psicologico.
Regista: David Lynch.
Attori: Naomi Watts, Laura Harring, Justin Theroux, Ann Miller, Robert Forster, Diane Baker, Melissa George, Bonnie Aarons, Dan Hedaya.
Anno: 2001.
Voto: 8.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 14 dicembre 2021

Lo stravagante mondo di Greenberg - Noah Baumbach

Dico subito che il titolo Lo stravagante mondo di Greenberg è piuttosto pretestuoso, dal momento che il film non ha nulla di stravagante e nemmeno di originale, ma più che altro ha qualcosa di psicotico; non a caso il protagonista è un personaggio con disturbi mentali riconosciuti e trattati in strutture apposite. Peraltro, questo è il titolo italiano, mentre il titolo originale del film è semplicemente “Greenberg”... ch'è un titolo molto più onesto.

In cabina di regia abbiamo Noah Baumbach, che finora avevo incontrato solo per il mediocre Margot at the wedding - Il matrimonio di mia sorella, mentre davanti alla macchina da presa c’è il più noto Ben Stiller, che ho incontrato più spesso: I Tenenbaum, Tu, io e Dupree, I sogni segreti di Walter MittyTropic thunder, Zoolander, Amori e disastri, Ti presento i miei.
La co-protagonista è la sconosciuta, almeno per me, Greta Gerwig (incrociata sola una volta in To Rome with love, in cui recitava in un ruolo secondario).

Ecco in sintesi la trama de Lo stravagante mondo di Greenberg: la famiglia Greenberg, marito, moglie e due figli, va in vacanza in Vietnam per alcune settimane. Nel frattempo, la casa e il cane Mahler sono affidati alle cure del fratello di lui Roger e della bambinaia/tuttofare Florence.
Sembrerebbe tutto tranquillo, detto così, se non fosse che: Roger è stato ricoverato in passato per cure psichiatriche ed è tuttora evidentemente squilibrato e tendente alle cattive maniere; il cane Mahler inizia a stare molto male (r); Roger e Florence iniziano una strana relazione fatta di allontanamenti e riavvicinamenti che pregiudica la buona gestione dell'appartamento; l’uomo si trova in casa, a sua insaputa, una festa a base di alcol e droghe organizzata da una sua giovane parente e vi partecipa attivamente; Florence scopre di essere incinta di un suo precedente ragazzo e decide di abortire. Ed altre cose che non sto qui a raccontare per non esagerare col racconto della trama.

Insomma, alla fine della fiera Lo stravagante mondo di Greenberg racconta di cose comuni (o comunque niente di fantastico: sogni personali, problemi personali, rapporti personali) con l’anomalia di un protagonista con alcune turbe psichiche, tendente alla rabbia e alle cattive maniere.

Il film non è nulla di che, non è davvero degno di nota, con un’aggravante in più: è uno di quei prodotti che vorrebbe far apparire normali cose come i problemi psicologici, le pastiglie farmaceutiche, l'alcol, la droga, i rapporti sessuali di basso livello… cose che in realtà non sono normali per niente, se non in una società deviata e con lo stato di coscienza di un animale addormentato.

Da citare la presenza, seppur secondaria, di due attori che identifico immediatamente per via di loro precedenti film: Jennifer Jason Leigh e il bellissimo Existenz; Rhys Ifans e il particolarissimo I love Radio Rock.

Fosco Del Nero



Titolo: Lo stravagante mondo di Greenberg (Greenberg).
Genere: commedia, psicologico.
Regista: Noah Baumbach.
Attori: Ben Stiller, Greta Gerwig, Rhys Ifans, Jennifer Jason Leigh, Brie Larson, Juno Temple, Chris Messina, Mark Duplass, Dave Franco, Max Hoffman, Chris Coy, Trent Gill, Zoe Di Stefano.
Anno: 2010.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 6 ottobre 2021

Il mondo sul filo - Rainer Werner Fassbinder

Conosco e apprezzo da molto tempo Il tredicesimo piano, film del 1999, ma non sapevo che fosse tratto da un romanzo né che da tale romanzo fosse stata tratta una precedente un’opera cinematografica.

Il primo, il romanzo, è Simulacron 3 di Daniel F. Galouye, mentre il secondo, il precedente film, è  Il mondo sul filo, diretto da Rainer Werner Fassbinder nell’ormai lontano 1973.

A ciò si aggiunge un’ulteriore sorpresa: nel romanzo originale la simulazione oggetto della storia è chiamata “Simulacron”, esattamente come io stesso ho chiamato una simulazione virtuale oggetto di un mio romanzo, L’Accademia della Guerra. Unica somiglianza, comunque, visto che generi ed eventi sono totalmente differenti.

Veniamo per l'appunto al genere de Il mondo sul filo: siamo nel fantastico/fantascienza, con incursioni (forti) nell’esistenziale.
Non a caso, nel film sono citati i filosofi Zenone e Platone, così come sono mostrate diverse simbologie: soprattutto gli specchi, spesso presenti in scena. Non è un caso che la stessa simulazione al centro del film, il Simulacron, sia al centro di una sala degli specchi, e che uno dei personaggi, nel definire la realtà, a un certo punto parli di “gioco di specchi”.

In effetti, tutto il film, che in realtà non è un film, ma due film realizzati direttamente per la televisione tedesca, non disponibili in italiano se non coi sottotitoli, parla dei diversi livelli di realtà e dei diversi stati di coscienza: così, ogni personaggio può vedere nel livello “inferiore”, quello della simulazione, un’altra versione di se stesso, che vive e agisce ignara di star vivendo in una simulazione e di essere una creazione elettronica…

… oppure che, una volta presa coscienza di ciò, riesce a dire che “Io sono nulla”, e diviene l’unico consapevole in mezzo a tanti inconsapevoli. Infatti nel film stesso è citata la vecchia storia dell’unico uomo sano di mente, l’unico a conoscere la verità, che è visto come un folle da tutti gli altri.

Esattamente quello che capita al protagonista della storia, Fred Stiller, il quale raccoglie vari indizi, tra cui anche il concetto di “ego” e il concetto di “nessuno” e, infine, durante un simbolico ballo in maschera, arriva a conoscere la verità sulla realtà che lo circonda (altrettanto simbolicamente, gliela svela una donna chiamata Eva). Ciò peraltro poco dopo che il protagonista cammina su un pavimento a scacchi, tradizionalmente utilizzato (non solo a livello massonico) per indicare la dualità e la conoscenza del mondo fenomenico-duale.

Ma ecco la trama sommaria, e più lineare, de Il mondo sul filo: siamo negli anni “70 quando un istituto tecnologico tedesco realizza una super-simulazione, chiamata Simulacron 1, nella quale migliaia di persone-coscienze vivono in una città, ignare di essere delle creazioni elettroniche. Tutte tranne l’unità di contatto, chiamata Einstein, di cui si prende cura Fred Stiller, il quale erediterà la gestione dell’intero progetto quando il suo superiore, il geniale professor Henry Vollmer, sparisce, forse ucciso. E non è l’unico, giacché sparisce anche Guenther Lause… di cui però stranamente non si ricorda nessuno eccetto Fred Stiller: la memoria di Lause sembra cancellata da tutto e tutti.
Stiller, dunque, inizia a indagare, e arriva alla conclusione di essere lui stesso all’interno di una simulazione, i cui parametri-memorie sono stati resettati con l’eccezione della sua memoria. Si mette così alla ricerca dell’unità di contatto della simulazione in questione, e infine la trova…

Dico la verità: non mi aspettavo che Il mondo sul filo avesse dei connotati così simbolici ed esistenziali, altrimenti avrei iniziato a prendere appunti prima. L’opera di Rainer Werner Fassbinder, invece, da questo punto di vista supera il dirimpettaio Il tredicesimo piano, che viceversa la surclassa dal punto di vista tecnico e visivo, grazie anche alla maggiore possibilità tecnologica.

Il mondo sul filo, dal canto suo, ha maggior tempo e spazio per proporre i contenuti del romanzo che ha originato le due trasposizioni cinematografiche, dal momento che è suddiviso in due film. 
Dal canto suo, si intravede la vocazione meno ambiziosa dell’opera, nata non per il cinema ma per la televisione tedesca: esteticamente Il mondo sul filo risulta mediocre, e anche come musiche ed effetti sonori è piuttosto carente, per non dire proprio scarno. Un’altra cosa che dal mio punto di vista stona un po’ è l’ambientazione borghese, la quale forse era una tematica tipica del regista ma che mal si sposa con il genere "realtà virtuale-esistenza-distopia".

Ambo le opere hanno tuttavia la loro ragion d’essere, e anzi son proprio contento d’essermi visto Il mondo sul filo, a cui sono arrivato proprio da Il tredicesimo piano e che altrimenti nessuno probabilmente mi avrebbe consigliato o indicato.

Un ultimo appunto: gli interessati alla tematica della realtà virtuale e dei diversi livelli di realtà non possono farsi mancare Il tredicesimo pianoExistenzDark City e Apri gli occhi (o in alternativa l’americano Vanilla sky), oltre al più famoso Matrix e all’italiano Nirvana.

Fosco Del Nero



Titolo: Il mondo sul filo (Welt am draht).
Genere: fantastico, psicologico, drammatico, esistenziale.
Regista: Rainer Werner Fassbinder.
Attori: Klaus Löwitsch, Mascha Raben, Adrian Hoven, Ivan Desny, Barbara Valentin, Margit Carstensen, Mascha Rabben, Karl Heinz Vosgerau, Wolfgang Schenck. 
Anno: 1973.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.



Il mondo dall'altra parte