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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

mercoledì 30 dicembre 2015

Cose da maschi - Chris Koch (film commedia)

Avevo visto Cose da maschi, film del 2003, oramai svariati anni fa, e ne avevo conservato un ricordo positivo.
Me lo sono riguardato ora, e la sensazione di allora è stata confermata: Cose da maschi è una buona commedia sentimentale.

Anzi, a dirla tutta questo film è l’esempio di come, per realizzare un buon film, non occorrano mezzi incredibili, e a dirla tutta nemmeno idee stratosferiche, ma basta eseguire bene il compito e creare un’atmosfera divertente e convincente.

La prima cosa che colpisce di Cose da maschi è il casting: tutti e tre i personaggi sono interpretati da attori scelti alla perfezione: il protagonista Jason Lee (Dogma, Vanilla sky, My name is Earl) nel ruolo del bravo ragazzo un po’ indeciso sul futuro da dare alla sua vita, la co-protagonista Selma Blair (Cruel intentions, La rivincita delle bionde, Hellboy) nel ruolo della fidanzata modello e l’altra co-protagonista Julia Stiles (10 cose che odio di te, Pazzo di te!, Il lato positivo) nel ruolo della ragazza vivace e un po’ fuori di testa.

Andiamo subito a tratteggiare sommariamente la trama: siamo a Seattle, e Paul è un tranquillo poco più che trentenne in procinto di sposarsi, con la bella ed elegante Karen, sorta di fidanzata perfetta (per cui stravedono tutti, in primis il di lui fratello Pete).
Il giorno dell’addio al celibato, tuttavia, insorge un problema, sotto forma di bionda vivace dal nome di Becky.
In realtà è tutto un equivoco, ma quel tanto basta per agitare le cose…

Come detto, Cose da maschi è davvero una buona commedia: vivace, ironica, con personaggi ben caratterizzati e dialoghi vivaci.
Vi sono alcune soluzioni non del tutto originali e anche non del tutto credibili, è vero, ma la tesi è compilata davvero bene, e il film si regge benissimo e si fa seguire bene.  

Anzi, è un peccato che il regista Chris Koch non si sia poi cimentato in altri film, dedicandosi invece a serie televisive, peraltro di buon successo, a conferma della bontà del suo lavoro: Scrubs, My name is Earl, Don't trust the b... in apartment 23.

Come sempre, le cose tornano, e non a caso Cose da maschi è una commedia di ottima fattura: divertente e ironica, non volgare, mix tra gag visive e gag verbali, con ottimi interpreti.

Fosco Del Nero



Titolo: Cose da maschi (A guy thing).
Genere: commedia, sentimentale.
Regista: Chris Koch.
Attori: Jason Lee, Julia Stiles, Selma Blair, James Brolin, Shawn Hatosy, Lochlyn Munro, Diana Scarwid, David Koechner, Julie Hagerty, Thomas Lennon, Jackie Burroughs, Victor Varnado.
Anno: 2003.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 23 dicembre 2015

Bab’Aziz - Il principe che contemplava la sua anima - Nacer Khemir (film esistenziale)

Un’amica mi aveva segnalato il film Bab’Aziz - Il principe che contemplava la sua anima come film dai contenuti esistenziali interessanti, e, come sempre faccio in questi casi, me lo sono guardato.

Ora, mi sono già stati segnalati molti film con contenuti esistenziali, ma raramente il film aveva contenuti così evidenti e belli come Bab’Aziz - Il principe che contemplava la sua anima.
Il quale, peraltro, non è mai stato importato in Italia, nonostante una paternità in parte italiana, per cui è liberamente disponibile per tutti, per esempio su Youtube.

Paternità in parte italiana, dicevo: il film, diretto da Nacer Khemir, è stato scritto a quattro mani dal regista stesso e da Tonino Guerra… sì, quello di “Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita”.  

Peraltro, Bab’Aziz - Il principe che contemplava la sua anima (2005) è il terzo film di una trilogia, la cosiddetta Trilogia del deserto, dopo I figli delle mille e una notte (1984) e La collana perduta della colomba (1991).

L’ambientazione è quella del deserto, col film che ha effettuato le sue riprese in parte in Iran e in parte in Tunisia (a Tataouine, il luogo che ha dato volto e nome a Tatooine di Guerre stellari), e che culturalmente si muove tra sufismo e misticismo islamico, e che più in generale ci parla di fiducia, del cammino dell’esistenza, del viaggio esteriore ed interiore, dei talenti e dei doni personali, e del rapporto tra le persone.

Ecco in grande sintesi la trama del film: Bab'Aziz è un vecchio derviscio ormai cieco, il quale viaggia con la nipote Ishtar, una bambina sveglia e premurosa.
I due sono diretti a un misterioso raduno di dervisci (sorta di monaci-mistici che utilizzano il canto e la danza come metodo di consapevolezza e di illuminazione spirituale) che si tiene ogni trent’anni…
… ma in un luogo sconosciuto, da cui il motivo del loro peregrinare alla sua ricerca.
Durante il loro viaggio, essi incontrano vari personaggi, tra cui Osman e Zaid, e inoltre Bab'Aziz racconta alla nipote, a puntate, la storia del principe che contempla la sua anima in una pozza d’acqua, sorta di racconto nel racconto.

Va da sé che Bab’Aziz - Il principe che contemplava la sua anima ci mostra un viaggio, quello fisico di Bab’Aziz e di Ishtar (nome della dea babilonese dell’amore e della fertilità, mentre il nome Aziz richiama la forza e potenza, e suppongo che i nomi non siano stati scelti a caso), ma soprattutto ci racconta un viaggio interiore, quello che formalmente è la ricerca del raduno dei sufi, ma che di fatto è il viaggio di scoperta di sé e di evoluzione personale che ogni persona compie.

La natura di meta-racconto del film è evidenziata anche dal suo essere cornice di un racconto dentro al racconto: quello già citato del principe che contemplava la sua anima, che il nonno racconta alla nipote.

A proposito, il rapporto tra i due è molto bello, e rappresenta il rapporto educativo ideale tra anzianità e giovinezza, quella che vi era nelle società tradizionali di millenni fa e che si presume tornerà in futuro: in esso l’anziano non è un relitto della società, un uomo che ha smesso di essere utile e che "è andato in pensione", ma è una risorsa enorme di saggezza ed esperienza… a patto, ovviamente, che abbia percorso un cammino di crescita interiore, altrimenti si sarà come la gran parte dei vecchi di oggi, che sono bambini spirituali in corpi anziani e che effettivamente non sono di grande valore per la società.
Bella anche l'ambientazione tra deserto e antiche rovine, ed è affascinante il senso di sacralità che si respira nell'opera, particolarmente in alcuni momenti, tra luoghi e canti.

A sottolineare il valore del film, mi sono segnato alcune frasi, tutte dette da Bab’Aziz, che ci parlano di fiducia nell’esistenza, di cammino personale, di talenti personali, di reincarnazione, ancora di fiducia e di cambiamento e abbandono-resa.

“Ci sono tante strade che portano a Dio quante sono le anime sulla Terra.”

“Troverò la mia strada.
Chi ha fede non si perde mai.”

“Il paradiso è negli occhi di chi guarda.”

“Chi ha fede non si perderà mai.
Chi è nella pace non perderà la sua strada.”

“Tutti usano i loro doni più preziosi per trovare la strada.
Nel tuo caso è la voce.
Canta, figlio mio, e ti sarà mostrata la strada.”

“Figlio mio, non accontentarti di una goccia d'acqua.
Devi gettarti nella sua corrente.”

“È sufficiente camminare, solo camminare.”
“E se ci perdiamo?”
“Chi ha fede non si perde mai.”

“Tutti in questo grande mondo hanno un compito d'assolvere; il resto non è così importante.
Se tu ricordassi tutto tranne questo, è come se non ricordassi niente. ”

“Le persone di questo mondo sono come le tre farfalle davanti alla fiamma di una candela.
La prima si avvicinò e disse: "Conosco l'amore".
La seconda toccò la fiamma lievemente con la sua ala e disse: "Conosco quanto il fuoco dell'amore possa bruciare".
La terza di gettò nel cuore fiamma e ne fu consumata. Solo lei sa cosa sia l'amore.”

“Porti il marchio dell’angelo.”
“Bab’Aziz, cos’è il marchio dell’angelo?” 
“I bambini nel ventre della madre conoscono tutti i segreti dell’universo. Ma poco prima di nascere viene un angelo che pone un dito sulle loro bocche così che dimentichino tutto. In ricordo di questa conoscenza perduta, alcuni di loro, come te, hanno un segno sul loro mento: questo è il marchio dell’angelo.”
“Ma allora un giorno ricorderemo tutto ciò che sapevamo?”
“Chi lo sa? Forse.”

“Se al bambino nell’oscurità del ventre di sua madre fosse detto "Fuori c’è un mondo di luce, con alte montagne, grandi mari, distese ondulate, bei giardini in fiore, ruscelli, un cielo pieno di stelle, e un sole fiammeggiante, e tu, dinanzi a tutte queste meraviglie, stai rinchiuso in quest’oscurità", il bambino non ancora nato, non sapendo nulla di queste meraviglie, non crederebbe a nessuna di esse. 
Così siamo noi dinanzi alla morte. Ecco perché abbiamo paura.”

“Non può esserci luce nell'oscurità della morte, perché è la fine di tutto.”
“Come può la morte essere la fine di qualcosa che non ha principio? Hassan, figlio mio, non essere triste la notte delle mie nozze.”
“La notte delle tue nozze?”
“Sì, il mio matrimonio con l'eternità.”

Recensione finita, e film super-consigliato.

Fosco Del Nero



Titolo: Bab’Aziz - Il principe che contemplava la sua anima (Bab'Aziz - Le prince qui contemplait son âme).
Genere: drammatico, esistenziale.
Regista: Nacer Khemir.
Attori: Parviz Shaminkhou, Maryam Hamid, Nessim Kahloul, Mohamed Grayaa, Golshifteh Farahani, Hossein Panahi, Hamed Hassanipour, Kaveh Khodashenas.
Anno: 2005.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 16 dicembre 2015

Melancholia - Lars von Trier (film drammatico)

Finora avevo visto un solo film di Lars von Trier, ossia Dogville (ma prima dell’apertura del blog, e dunque non c’è la recensione), il quale, pur non essendomi dispiaciuto, e anzi avendolo apprezzato molto come originalità della sceneggiatura e anche per il coraggio registico, non mi aveva esaltato, essenzialmente perché il regista tendeva ad essere un po’ troppo drammatico e pesante per i miei gusti.

Non lo avevo più calcolato, dunque, nonostante alcuni film che avevano fatto scalpore come Antichrist, fino a Melancholia, visto di recente perché, sempre di recente, avevo visto un film con un elemento di trama molto simile, per quanto con progressi completamente differenti (Another Earth).
L’elemento in questione era il fatto che veniva scoperto un nuovo pianeta e che esso avvicinava lentamente alla Terra, tanto da divenire sempre più grande nel cielo.

E, giacché ho accennato a tale elemento, passiamo subito alla trama di Melancholia, film che è diviso in due parti, intitolate ciascuna col nome delle due protagoniste, Justine e Claire.
Nella prima parte si assiste al matrimonio di Justine (Kirsten Dunst; Intervista col vampiro, Jumanji, Il giardino delle vergini suicide, Spider-Man), che sulle prime appare sfarzoso e radioso, salvo poi scoprire che la giovane donna tende decisamente alla depressione, tanto da mandare letteralmente all’aria matrimonio e ricevimento ancora prima che sia finito, nonostante gli sforzi della sorella Claire (Charlotte Gainsbourg; Jane Eyre, L'arte del sogno, Nymphomaniac) e del cognato John (Kiefer Sutherland; Linea mortale, Dark City, Riflessi di paura).
Nella seconda parte del film i tre, insieme al figlio della coppia Leo, passano alcuni giorni nella ricca tenuta di campagna di John, assistendo ai movimenti del pianeta Melancholia, ora ben visibile in cielo. John peraltro è un astronomo dilettante, e cerca di tranquillizzare sua moglie sul fatto che il pianeta nuovo venuto non colpirà la Terra.

Ancor prima di tali due parti, inoltre, abbiamo un prologo di ben otto minuti, modellato sulla musica wagneriana di Tristano e Isotta e su alcune immagini e scene di una bellezza quasi sconvolgente, che peraltro vengono riprese dal finale, che illustra quanto avvenuto, e che in tale sede non anticipo.

Dico solo che, mentre nella prima parte del film è Justine a sembrare depressa e squilibrata, con la sorella Claire che tenta di sostenerla, nella seconda i ruoli si invertono, ed è il personaggio di Kirsten Dunst a incoraggiare quello di Charlotte Gainsbourg, finalmente illustrando coi fatti come mai il nipotino, pur nel bel mezzo della di lei depressione, continuava a chiamarla Zietta Spezzacciaio

Melancholia è una coproduzione tra Danimarca, Germania, Francia, Svezia, e anche Italia, e in effetti rivela numerosi volti, figli probabilmente di tante culture.
In esso spuntano anche delle comparsate celebri, come Charlotte Rampling (Zardoz, Stardust memories, Babylon A.D.) e Udo Kier (Dracula cerca sangue di vergine... e morì di sete!!!, BladeAce Ventura - L’acchiappanimali, L’ombra del vampiro).

Ed ora veniamo al mio commento sul film: per la quasi totalità del film, soprattutto la sua prima parte, mi sono annoiato terribilmente, tanto che già mi ero segnato il nome di Lars von Trier sulla lista dei cattivi, quelli di cui non avrei dovuto mai più vedere un film, però…

… però la seconda parte del film, pur in una simile lentezza generale, accompagna lo spettatore alla bellezza del finale, con il quale in retrospettiva si valuta diversamente anche il prologo per la meraviglia che è.

A ciò è utile anche l’ottima interpretazione di Kirsten Dunst, che non a caso ha ricevuto dei premi per tale film, ma il film in generale ha riscosso un discreto successo presso la critica, seppur incassi assolutamente mediocri al botteghino (appena 20 milioni di euro guadagnati in tutto il mondo)… cosa peraltro attendibile per un regista di nicchia come Lars von Trier, il quale comunque, pur tra lentezza e depressione, ha saputo metter su parecchia bellezza, visiva e uditiva, e anche caratteriale, e non è poco.

Peccato che per apprezzare pochi minuti di bellezza ci si debba sorbire due ore e passa di film pesante e deprimente, tanto che la valutazione finale sta a metà strada tra questi due fattori.

Fosco Del Nero



Titolo: Melancholia (Melancholia).
Genere: drammatico, fantastico, psicologico.
Regista: Lars von Trier.
Attori: Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, Alexander Skarsgård, Stellan Skarsgård, Udo Kier, John Hurt, Brady Corbet.
Anno: 2011.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 9 dicembre 2015

La cuccagna - Luciano Salce (film drammatico)

Da poco ho sentito una vecchia canzone di Luigi Tenco, figura che conoscevo solamente di nome, essendo io nato dodici anni dopo la sua morte e non essendo egli un personaggio troppo rappresentato nell’Italia odierna, nonostante sia stato un cantautore molto apprezzato, forse per via del modo triste in cui (forse) ha detto addio alla vita (presunto suicidio durante un’edizione del Festival di Sanremo, per protestare contro la decisione dei giudici avversa alla sua canzone). 

Comunque, giacché mi ero imbattuto nella sua biografia, mi sono deciso anche a vedere uno dei pochi film in cui aveva recitato: La cuccagna, film del 1962 diretto da Luciano Salce, che poi sarebbe il regista dei vari Fantozzi.

Se Fantozzi affoga il suo pessimismo e la sua inettitudine a vivere nell’umorismo e nelle situazioni surreali, La cuccagna rimane con la sua depressione e il suo pessimismo, tanto che dopo averlo visto sembra di aver fatto un viaggio di un’ora e 40 minuti nella tristezza.

Ecco in breve la trama del film: Rossella (la bellissima Donatella Turri, che certamente se non si fosse ritirata presto dalle scene sarebbe diventata un riferimento per il cinema italiano) ha 18 anni ed ha appena finito la scuola superiore. Vive in una famiglia piuttosto popolare, e molto all’antica, in cui si presume che le giovani donne stiano a casa in attesa di una proposta di matrimonio.
Rossella però vuole rendersi indipendente, e si mette dunque alla ricerca di un lavoro, scontrandosi però sempre con uomini che vogliono approfittarsi di lei o con attività fallimentari. Rigorosamente in alternativa, a scelta una delle due, come se in Italia a quei tempi (i tempi del boom economico, peraltro) non vi fosse altro.

La visione della vita del film è talmente negativa che Rossella finisce per passare il suo tempo con Giuliano (Luigi Tenco, per l’appunto), un giovane disilluso, cinico e critico, che pensa a come non essere convocato per il militare o, anche qui in alternativa, al suicidio.

Tanto che, a un certo punto, i due decidono di uccidersi assieme, ed ecco le parole di lui a riguardo: “E va bene, moriremo insieme. Ci hanno spinto alla disperazione e vedranno. Moriremo protestando contro la società, perché tutti sappiano”.

Che dire, piuttosto profetico e autorealizzante... qualunque sia il modo in cui la sua vita si è conclusa.

In tutta questa tristezza e depravazione (al tempo in Italia non c’erano uomini migliori di quelli che incontra Rossella?), l’unico personaggio vivace e allegro è quello del dottor Giuseppe Visonà (un divertente Umberto D'Orsi), vivace uomo d’affari che prende in simpatia Rossella, ma che si dimostra troppo sconclusionato e inaffidabile.

Quanto al film, essenzialmente non vi è una trama con l’eccezione delle sfortunate peripezie di Rossella, e il messaggio che passa nel film è davvero brutto: da un lato abbiamo tristezza, depressione e povertà, e dall’altro abbiamo prostituzione e donne che si vendono (nelle strade, nelle aziende, nei cinema, nei centri fotografici). Come dice a Rossella una sua conoscente che le aveva assicurato che avrebbe trovato la sua strada per fare fortuna nella vita e alla quale Rossella aveva chiesto quale strada fosse: “La strada, la strada, non ce n’è che una”.

Insomma, La cuccagna è un film pesante e dai contenuti davvero negativi, che si salva per la sola luce che emana da Donatella Turri.
Quanto a Tenco, il suo personaggio era troppo negativo e cinico, e la sua recitazione poco convincente.

Fosco Del Nero



Titolo: La cuccagna.
Genere: drammatico, sentimentale.
Regista: Luciano Salce.
Attori: Donatella Turri, Luigi Tenco, Umberto D'Orsi, Ugo Tognazzi, Giulio Calì, Vittorio Duse, Livia Venturini, Luciano Salce, Ivy Holzer, Corrado Olmi.
Anno: 1962.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 2 dicembre 2015

Zoran, il mio nipote scemo - Matteo Oleotto (film commedia)

Zoran, il mio nipote scemo è una produzione italo-slovena che ha ricevuto svariati riconoscimenti, per quanto prevalentemente di importanza non troppo elevata, rivolti soprattutto all’opera prima del regista Matteo Oleotto e all’interpretazione del protagonista Giuseppe Battiston.

Di mio, tuttavia, devo dire di non aver gradito troppo il film, da un lato per il protagonista terra terra (anzi, diciamo pure sottoterra, per quanto ben interpretato, ma è proprio il personaggio ad essere poco interessante), e dall’altro perché per larghi tratti semplicemente noioso.

Ma cominciamo dalla trama, e poi proseguiamo col commento: Paolo Bressan (Giuseppe Battiston) è un uomo corpulento e portato all’alcol che vive in un paesello in provincia di Gorizia che ha un’aria davvero provinciale, e nel quale Paolo passa il tempo tra il suo lavoro come cuoco di una mensa per anziani, che svolge di malavoglia, le serate a bere con i compaesani (ma pure da solo), e alcuni piccoli atti di vandalismo, ascrivibili a sue antipatie personali, a cominciare da quella per Alfio (Roberto Citran), nuovo marito della sua ex moglie Stefanja (Marjuta Slamic).

Il modesto tran tran della vita di Paolo viene smosso allorquando muore una sua zia slovena, che gli lascia in eredità non soldi, ma il giovane Zoran (Rok Prasnikar), verso il quale l'uomo indirizza da subito il suo campionario di meschinità e cattiverie, a cominciare dal nome sbagliato, Zagor.

Zoran, viceversa, ha la curiosa abitudine di chiamare tutti con titolo, nome e cognome, e quindi lo zio per lui è “zio Paolo Bressan”, nonché di esprimersi in un italiano composto e forbito, imparato su alcuni romanzi (che però in Italia non conosce nessuno, con suo grande disappunto).

Il ragazzo, che ha un’aria non troppo sveglia, ha inoltre un grande talento, quello per il gioco delle freccette, in cui è pressoché imbattibile… tanto che il buon "zio Paolo Bressan" pensa di approfittarsene per fini economici, nonché per riavvicinare la sua ex moglie.

Tuttavia, la vita lo metterà di fronte alle conseguenze delle sue bugie e piccole meschinerie, per quanto a fine film pare intravvedersi uno spiraglio di luce in fondo al (lungo e largo) tunnel.

Come detto, Zoran, il mio nipote scemo non mi è piaciuto molto. Nel film vi è qualche elemento positivo, come una fotografia a tratti accattivante, nonché l’originale personaggio di Zoran-Zagor con il suo italiano d’altri tempi, ma è troppo poco per fare di esso un film di valore, soprattutto perché il personaggio principale è fortemente antipatico (e in questo è stato bravo Giuseppe Battiston a renderlo tale), mentre a livello di trama non c’è quasi niente, e dialoghi ispiranti nemmeno.
Tanto che l’aspetto per cui il film si distingue maggiormente è la fotografia di una parte d’Italia… ma a questo punto si va verso il documentario, e non sul cinema.

Insomma, a mio avviso poca roba, tanto che mi sorprende che questo film abbia vinto dei premi… non tanto per il film in sé, quanto per i film con cui era in competizione.

Fosco Del Nero



Titolo: Zoran, il mio nipote scemo (Zoran, il mio nipote scemo).
Genere: commedia, drammatico.
Regista: Matteo Oleotto.
Attori: Giuseppe Battiston, Rok Presnikar, Marjuta Slamic, Roberto Citran, Teco Celio, Riccardo Maranzana, Jan Cvitokovic, Ariella Reggio.
Anno: 2013.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.