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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

mercoledì 29 aprile 2020

Captain Fantastic - Matt Ross

Oggi siamo in compagnia di Captain Fantastic, diretto da Matt Ross nel 2016.

Nel momento in cui sono andato a vederlo, non mi ricordavo perché lo avevo selezionato, per cui ho iniziato a guardarlo privo di aspettative, “pulito” per così dire. E l’inizio mi ha folgorato per tutta la bellezza che il film mostrava: le bellezza della natura, la bellezza di una vita salubre per quanto un po’ spartana, la bellezza della lontananza dalla manipolazione mediatica e consumistica, la bellezza di una famiglia d’altri tempi, la bellezza della sincerità e del pensiero indipendente, la bellezza anche del cast, con i figli della suddetta famiglia, bambini e adolescenti, uno più bello dell’altra.

Tuttavia, a lungo andare il film si è come ritorto su se stesso, e anzi si fa portatore di un messaggio che è il contrario di quanto mostrato in apertura, giacché, per fare un piccolo elenco, chi vive in quel modo (in un modo salubre e lontano dalla violenza della società contemporanea):
- cade in depressione e si suicida,
- si dimostra squilibrato nel comportamento sociale,
- rischia di morire a quindici anni per via di incidenti stupidi,
- non riesce a spiccicare parola con le ragazze,
- mangia in un modo ma è comunque attratto dai cibi della società,
- porta avanti certe pratiche (attività fisica, yoga, respirazione), ma dimostra di non averne mai acquisito i frutti, e alla fine si comporta come una persona normale,
- ci mette poco a fare marcia indietro, implicitamente affermando la superiorità dello stile di vita “tradizionale”.

In definitiva, il film è stato girato da qualcuno che ha voluto mostrare il contrasto tra il modo di vivere normale-americano e uno stile di vita alternativo, più duro e più vicino alla natura, nonché a certe pratiche e credenze: buddhismo, yoga, etc. Tuttavia questo qualcuno è un “esterno”, che non sa quali sono i raggiungimenti di certe pratiche, e pensa che in fin dei conti si tratti di persone normali che semplicemente fanno cose diverse: questa è una differenza sul piano orizzontale, ma chi porta avanti certe pratiche (introspettive, fisiche, spirituali, alimentari, etc) diviene letteralmente persona diversa, e su un piano verticale. La differenza dunque è di qualità, non di quantità; se non si è sviluppata tale verticalità allora si è rimasti sul piano delle mere pratiche… ma solitamente tali pratiche portano in una certa direzione, e quando si è allevati ed educati in un certo modo fin da piccoli la direzione è praticamente scontata.

Niente di questo si vede nel film, che anzi mostra come più sagge e posate le persone normali e come fuori di testa quelli alternativi, come fossero un gruppo di hippy moderni (molto probabilmente il contrasto che si è voluto mostrare è questo più che lo stato interiore dei protagonisti).
Davvero un peccato, perché il film, col suo avvio di grande bellezza (uccisione a parte di un cervo… cosa che da sola mostra chi ha scritto il film), avrebbe potuto essere di ben altro spessore, e invece così rimane un film con contenuti validi, con momenti di grande bellezza, ma anche con il lato negativo che ho già evidenziato, nonché molti altri momenti melodrammatico-patetici… che piacciono tanto al pubblico medio (che immagino sarà quello verso la fine del film dirà “Hai visto, non conviene essere diversi: meglio uniformarsi”).

Prima che me ne dimentichi, ecco la trama sommaria di Captain Fantastic: in un bosco della costa nord-occidentale degli Usa, Ben Cash (Viggo Mortensen; Il signore degli anelli, A history of violence, La promessa dell’assassino, Carlito's way) vive con la sua famiglia, composta da ben sei figli. Quanto alla moglie-madre, Leslie, sta in ospedale per curare una forma di depressione, ma si suiciderà, lasciando la famiglia monca. Ben porterà avanti il solito stile di vita, che comprende allenamento fisico, educazione, caccia, musica, ma ben presto la mancanza della madre si farà sentire, e qualche nodo verrà al pettine, anche per via della questione funerale: il padre della donna, infatti, disprezza Ben e il suo stile di vita e minaccia di farlo arrestare se si presenterà al funerale della figlia, cosa che Ben farà, dando il via a tutta una serie di conseguenze…

Assegno comunque a Captain Fantastic una valutazione positiva, perché come film è molto ben girato e come detto mostra tanta bellezza, per quanto a livello di energia di fondo sia diseducativo.
E non perché, lo sottolineo per chi non lo avesse capito dalle mie parole precedenti, gli alternativi facciano marcia indietro e finiscano per vivere in modo più normale, con casa, scuola, etc (il punto della questione non è questo), ma perché gli alternativi mancavano del tutto della serenità e della forza interiore che avrebbero dovuto avere in quanto persone con alla base certe pratiche e un certo stile di vita (specialmente i giovani che non avevano vissuto che quello).

Come detto, peccato, anche se comunque il film rimane interessante da guardare da una visione personale, diciamo così, “non comune”.

Fosco Del Nero



Titolo: Captain Fantastic (Captain Fantastic).
Genere: drammatico.
Regista: Matt Ross.
Attori: Viggo Mortensen, George MacKay, Samantha Isler, Annalise Basso, Nicholas Hamilton,Shree Crooks, Charlie Shotwell, Trin Miller, Kathryn Hahn, Steve Zahn, Elijah Stevenson, Teddy Van Ee.
Anno: 2016.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


martedì 28 aprile 2020

Il bacio dell’assassino - Stanley Kubrick

Il bacio dell’assassino è solamente il quarto film di Kubrick recensito sul sito dopo Il dottor Stranamore, Eyes wide shut e Barry Lyndon
All’appello, tra quelli che ho visto, ma prima di aprire il blog, mancano Lolita, 2001: Odissea nello spazio, Arancia meccanica, Shining e Full Metal Jacket. Al contrario, non ho mai visto Paura e desiderio, Rapina a mano armata, Orizzonti di gloria e Spartacus, ossia la prima parte della sua carriera…
… in cui mi sono incuneato per la prima volta proprio con Il bacio dell’assassino, con esiti non esaltanti, devo dire.

All’epoca de Il bacio dell’assassino, Kubrick aveva appena 25 anni, era al suo secondo film, e ben lontano dal suo successo planetario che sarebbe seguito anni dopo. Il valore del regista si intravedeva nell’ambientazione, in alcune scelte registiche, in una buona tensione di fondo, ma era un valore ancora in potenza.

Ecco la trama de Il bacio dell’assassino: siamo a New York, negli anni Cinquanta. Davey Gordon (Jamie Smith) è un pugile di 29 anni ormai sulla via del tramonto nella sua carriera, battuto nettamente da un più giovane rivale, tanto che egli sta pensando ad abbandonare il ring.
La dipartita dalla boxe sarà accelerata dalla piega che, all’improvviso, prenderanno gli eventi, e che lo coinvolgeranno nella relazione tra la ballerina Gloria (Irene Kane) e il suo datore di lavoro Vincent Rapallo (Frank Silvera), i quali il pugile vede litigare.
Corso in aiuto della giovane donna, se ne invaghirà, fino a decidere di andare via con lei. Ma ovviamente il boss non è d’accordo…

Come agevole vedere, la trama è piuttosto snella, e non ci sono colpi di scena o sottotrame nascoste: Il bacio dell’assassino è un semplice noir di genere metropolitano, che però già si distingue per la grande cura estetica che avrebbe contraddistinto tutti i film di Kubrick, di qualunque genere, da Arancia meccanica ad Eyes wide shut.

Il film rientra a stento tra i lungometraggi, essendo lungo solamente un’ora, e come detto non è certamente un film imperdibile… ma comunque è un’opera che offre uno sguardo interessante, soprattutto visivamente parlando, sulla Grande Mela degli anni “50.

Fosco Del Nero



Titolo: Il bacio dell’assassino (Killer’s kiss).
Genere: drammatico.
Regista: Stanley Kubrick.
Attori: Jamie Smith, Frank Silvera, Irene Kane, Jerry Jarret, Mike Dana, Felice Orlandi, Shaun O'Brien, Barbara Brand, Skippy Adelman, David Vaughan, Alec Rubin, Ralph Arthur Roberts.
Anno: 1955.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 22 aprile 2020

Il ciclone - Leonardo Pieraccioni

Avendo deciso di esaurire il filone di film di Pieraccioni, son tornato alle origini, con il film che gli ha assicurato il successo, la fama e la sua futura carriera: Il ciclone.

Siamo nell’ormai lontano 1996 (son già passati ventiquattro anni…), e il giovane Leonardo Pieraccioni, dopo l’esordio alla regia de I laureati (che non ho mai visto, ma che vedrò a breve) si proponeva dietro e davanti alla macchina da presa, affiancato da un cast vivacissimo: Massimo Ceccherini allora al top, Alessandro Haber, Paolo Hendel, Barbara Enrichi, Tosca D'Aquino… accompagnati dalla bellezza delle ballerine Lorena Forteza e Natalia Estrada (più altre di contorno).

Ecco la trama del film: siamo nelle campagne toscane, in un punto non precisato, nell’estate del 1996. Levante è un giovane ragioniere che tiene i conti di metà del paese e che vive in un casolare di campagna con la sua famiglia: il fratello Libero, la sorella Selvaggia e il padre Osvaldo, tutti quanti piuttosto bischeri, per utilizzare un loro termine.
La tranquilla routine del paese viene movimentata dall’arrivo di una comitiva di ballerine di flamengo, guidata dall’impresario Naldone. Avendo mancato la prenotazione presso un agriturismo, il gruppo viene ospitato, più che volentieri (son tre uomini single e una ragazza lesbica), presso il casolare di famiglia, piuttosto ampio.
Inizia così la vicenda, tra umorismo e attrazioni fisiche e/o sentimentali.

Il ciclone non è secondo me il miglior film di Pieraccioni, ma avuto l’indubitabile merito di aver lanciato un genere di film, quello su cui il regista toscano avrebbe costruito la sua carriera di regista… probabilmente esagerando nel proporre sempre la stessa cosa senza sapersi mai innovare e al contempo perdendo la freschezza giovanile.

Freschezza giovanile che invece Il ciclone possiede a palate, e in questo probabilmente consta il suo successo e l’attrattiva esercitata su un largo pubblico.

Il film non si distingue per niente in particolare, ma mette insieme tanti elementi di buon valore (bellezza della natura, bellezza femminile, simpatia maschile, tanti personaggi e tante battute, un certo dinamismo, relazioni e sentimenti) confezionando a conti fatti un prodotto di buon valore. 
Semplice, tutto sommato, ma di buon valore.

Il film lo avevo visto tanti anni fa, e forse anche rivisto nel mezzo, ma non era ancora presente nel blog in quanto questa è la prima visione da che ho aperto Cinema e film.

Immagino che sia un film conosciuto e visto, ma in caso contrario sappiate che Il ciclone è una buona commedia, piacevole alla vista per diversi motivi.
Ma i miei film preferiti di Pieraccioni rimangono Ti amo in tutte le lingue del mondo e Il pesce innamorato.

Fosco Del Nero



Titolo: Il ciclone.
Genere: commedia, comico, sentimentale.
Regista: Leonardo Pieraccioni.
Attori: Leonardo Pieraccioni, Massimo Ceccherini, Lorena Forteza, Tosca D'Aquino, Paolo Hendel, Natalia Estrada, Alessandro Haber, Mario Monicelli, Barbara Enrichi, Gianni Ferreri, Benedetta Mazzini.
Anno: 1996.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


martedì 21 aprile 2020

Mare dentro - Alejandro Amenabar

Era da molto che non vedevo un film di Alejandro Amenabar, regista spagnolo che ho apprezzato molto per via di due opere di grande livello: Apri gli occhi e The others.
Tuttavia, il resto della carriera di Amenabar, avendo girato intorno a tematiche di violenza e turbamenti psichici (che già si intravedono nei due film suddetti, peraltro), non mi ha attratto molto, né mi avrebbe attratto il film recensito quest’oggi, Mare dentro, se non mi fosse stato segnalato da come film dai contenuti evolutivi.

Che non ci sono, lo dico subito.
Anzi, Mare dentro è esattamente il tipo di film che ho evitato in tutta la mia vita: film drammatici, sentimentaloidi e retorici.
In questo caso la retorica è assicurata dal tema assai delicato oggetto unico del film: l’eutanasia.

Ecco in sintesi la trama di Mare dentro, tratto peraltro da una storia vera, famosa in Spagna: Ramòn Sampedro rimane tetraplegico a 25 anni per colpa da un tuffo mal eseguito, e ormai sono 28 anni che sta su un letto, assistito prima da sua madre e poi dalla cognata.
L’uomo vuole morire, non ritenendo quella una vita degna d’essere vissuta, ma lo stato glielo impedisce, nel senso che considererebbe assassino chiunque lo aiutasse nel suicidio, che viceversa egli non riesce ad eseguire da solo.
Il film inscena l’ultima parte della vita di Ramòn, e i suoi tentativi, legali o non, di interrompere la sua vita.

Non è questa la sede per discutere il tema dell’eutanasia, anche perché il tema andrebbe dibattuto prima da un punto di vista socio-normativo ma ancor prima, ciò che per me è più importante, da un punto di vista esistenziale-evolutivo.
Mi limito ad evidenziare che il film affronta solamente, come attendibile, la parte psicologica e legale della cosa, e in questo senso offre il punto di vista di Ramòn.

Detto questo, passo a parlare del film: Mare dentro ha degli elementi di bellezza nei paesaggi, nel montaggio, nella fotografia e nella recitazione (per non parlare del trucco applicato al protagonista per farlo sembrare assai più vecchio di quel che era), e peraltro davanti alla macchina da presa ha Javier Bardem, un attore molto bravo (Vicky Cristina Barcelona, Mangia, prega, ama, Madre!, Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar). Tra gli altri attori, facile riconoscere Lola Dueñas (Volver, Gli abbracci spezzati, Le donne del 6º piano), attrice feticcio di Pedro Almodovar, e pure Belen Rueda non mi era nuova (The orphanage).

Tali elementi di valore tuttavia non risollevano il valore di un film che è essenzialmente un film drammatico-retorico-strappalacrime, che piacerà senza dubbio a chi ama i drammi emotivi o le storie legati a dibattiti sociali e legali.
Personalmente, come detto, non amo affatto questo genere, anche se si cerca di infiorettarlo un po’ con sogni in cui si vola o innamoramenti poco credibili.

E comunque in Mare dentro non ci sono contenuti di tipo evolutivo, cosa che gli è costata un ulteriore mezzo punto di penalità; lo so, non è colpa del film ma di chi lo ha mal segnalato, ma tant’è.
Fosco Del Nero



Titolo: Mare dentro (Mar adentro).
Genere: drammatico.
Regista: Alejandro Amenabar.
Attori: Javier Bardem, Belen Rueda, Lola Dueñas, Mabel Rivera, Celso Bugallo,
Clara Segura, Joan Dalmau, Alberto Jiménez, Tamar Novas, Francesc Garrido, Josep Maria Pou, Alberto Amarilla, Andrea Occhipinti.
Anno: 2004.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 15 aprile 2020

Sette anni in Tibet - Jean-Jacques Annaud

Avevo visto Sette anni in Tibet molti anni fa, e non lo rividi più, tanto che il blog era sprovvisto della sua recensione.
L’ho rivisto adesso, ed ecco dunque la sua recensione.

Il film è stato diretto da Jean-Jacques Annaud (Il nome della rosa, L’orso) nel 1997, e vede come protagonisti Brad Pitt (Fight ClubL'esercito delle dodici scimmieThe snatch - Lo strappoFuga dal mondo dei sogniBastardi senza gloriaIl curioso caso di Benjamin ButtonBurn after readingIntervista col vampiro) e David Thewlis (Harry Potter e il prigioniero di AzkabanHarry Potter e il Principe Mezzosangue, Stonehearst Asylum). Peraltro, esso tratteggia una storia vera, descritta nel romanzo autobiografico Sette anni in Tibet scritto da Heinrich Herrer, uno scalatore austriaco che ha vissuto una vita incredibile: campione di sci, campione di golf, scalatore, avventuriero, precettore del Dalai Lama, scrittore di successo e altro ancora. 

Ecco la trama di Sette anni in Tibet: siamo nel 1939 e l’abilità da scalatore di Heinrich Herrer, austriaco, viene sfruttata dal Partito Nazista tedesco con fini propagandistici. Egli, nonostante abbia una moglie in attesa di un bambino, va a tentare la scalata del monte Nanga Parbat, la nona vetta più alta del mondo, nella catena himalayana. Senonché la missione, capitanata da Peter Aufschnaiter, va male, e va ancora peggio nel momento in cui i due uomini vengono arrestati da guardie inglesi in quanto, dopo la dichiarazione di guerra tra Germania e Inghilterra, improvvisamente essi assumono lo status di nemici in terra nemica.
In qualche modo riescono a evadere dal campo di prigionia, e si dirigono verso il Tibet, che allora non solo era una nazione indipendente, ma era anche chiuso agli stranieri (di lì a poco è stato “aperto” dai cinesi: com’è paradossale la vita… ma forse neanche tanto). 
Non solo i due riescono ad entrarvi, ma si sistemano persino, e anzi Heinrich Herrer diventerà amico intimo del Dalai Lama, allora ragazzino di tredici-quattordici anni.

Ecco il mio commento al film: Sette anni in Tibet è un bellissimo spettacolo anche solo per i paesaggi naturali, tra montagne innevate e vallate, senza contare monasteri, costumi e colori asiatici e tibetani.
Come sempre è bello anche vedere diverse etnie e diversi stili di vita, elemento che è centrale nella produzione di Annaud, la quale, pur in relativamente pochi film, si è mossa tra Francia e Canada, Italia e Grecia, Tibet e Arabia, Cina e Indocina.

Purtroppo, però, pur con tale capacità di viaggio, si nota un certo euroamericanocentrismo di fondo, in omaggio alla cultura occidentale: i tedeschi sono cattivi e sporchi, gli austriaci se ne dissociano apertamente (dimenticando che il protagonista del film è stato membro delle SS, così come delle SA prima di esse), gli inglesi e gli americani sono i buoni, e miracolosamente nel Tibet del 1940 gli indigeni locali in buona parte parlano inglese, chi poco e chi addirittura fluentemente… incredibile.
Ma fa niente; prima o poi ci arriveremo.

Secondo commento al film: qualcuno consiglia Sette anni in Tibet come film “spirituale”, forse perché ambientato in Tibet, dimenticando che la spiritualità è questione di consapevolezza interiore e non di luogo esteriore, o forse perché c’è il Dalai Lama, dimenticando che il Dalai Lama è un capo di stato e un capo di religione, ma non un maestro, di cui per l’appunto non ha la consapevolezza, né adesso da grande né tantomeno allora da piccolo.

Per contenuti evolutivo-esistenziali, dunque, rivolgetevi altrove.
Viceversa, per assistere a una storia spettacolare, scenografica, drammatica e intensa, siete nel posto giusto.

Termino la recensione con alcune frasi estratte dal film… ahimé, le uniche di un certo spessore in circa due ore e dieci di film.

“Questa è una grande differenza tra la nostra civiltà e la vostra: voi ammirate l’uomo che si spinge avanti, verso la cima, in ogni campo della vita; mentre noi ammiriamo l’uomo che abbandona il suo ego.”

“Dimmi cosa ti piace delle montagne.”
“Mi piace l’assoluta semplicità: quando sei in scalata la tua mente è sgombra, libera da qualsiasi confusione. Sei concentrato, e ad un tratto la luce diventa più nitida, i suoni sono più ricchi, e tu sei invaso dalla profonda e potente presenza della vita.”

“I tibetani dicono che un nemico è un grande maestro, perché solo un nemico ti aiuta ad addestrare la pazienza e la compassione.”

Fosco Del Nero



Titolo: Sette anni in Tibet (Seven years in Tibet).
Genere: storico, azione, fantastico, drammatico, guerra.
Regista: Jean-Jacques Annaud.
Attori: Brad Pitt, David Thewlis, Dorjee Tsering, BD Wong, Mako, Danny Denzongpa, Victor Wong, Ingeborga Dapkunaite, Jamyang Jamtsho Wangchuk, Lhakpa Tsamchoe, Jetsun Pema, Ama Ashe Dongtse.
Anno: 1997.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


martedì 14 aprile 2020

300 - Zack Snyder

300 è stato il film che ha lanciato la carriera cinematografica di Zack Snyder.
Personalmente, nonostante la sua larga fama, non lo avevo ancora visto, mentre avevo visto alcuni lavori successivi del regista statunitense: Watchmen, Il regno di Ga'Hoole - La leggenda dei guardiani, Sucker Punch.

Ho invece ignorato i suoi ultimi lavori, L'uomo d'acciaio, Batman v Superman: Dawn of Justice e Justice League, perché mi erano sembrati tendenti al commerciale.

Ignorati gli ultimi, son tornato ai primi: 300, per l’appunto, girato nel 2006 e con protagonisti Gerard Butler e Lena Headey. Il primo lo avevo già incontrato in Rocknrolla, mentre la seconda mi è ormai un volto familiare per via della serie Il trono di spade.

Passiamo alla trama di 300: siamo a Sparta, nel quinto secolo avanti Cristo, e seguiamo la vita di Leonida, prima ragazzino alle prese con il duro addestramento riservato ai maschi, e poi alle prese con le decisioni da re. Al suo fianco, la regina Gorgo, nonché numerosi amici e consiglieri.
Un giorno, nonostante il parere contrario dell’Oracolo, egli decide di partecipare con un manipolo di 300 guerrieri scelti, alla guerra delle Termopili, contro il grande esercito di Serse, re-dio persiano… che dalle apparenze sembra però più un egiziano, e che in realtà è interpretato da un attore brasiliano. Le solite mistificazioni di Hollywood.

A proposito di mistificazioni, abbiamo anche giganti e creature mostruose di vario tipo, tanto tra le fila degli spartani quanto tra le fila dei persiani, nonché una lista di  inesattezze storiche e culturali degna di un bugiardino di medicina. Il che è un problema, perché tante persone al giorno d’oggi imparano soprattutto da televisione e film, invece che dai libri.
Un altro problema dei film statunitensi è che gli americani o, in vice loro, gli europei sono sempre i buoni, mentre gli altri sono sempre i cattivi: moralmente reprobi, tirannici, gretti, etc. La corte di Serse, in particolare, è dipinta come un ricettacolo di bassezze umane. Questa è un’abitudine davvero grossolana e scorretta che prima o poi occorrerà estirpare, giacché alimenta disinformazione e odio tra i popoli.

Detto questo, 300 è un film valido: molto bello e spettacolare a vedersi, offre molta tensione emotiva e molta azione, per quanto azione violenta e sanguinolenta.
Zack Snyder, da buon appassionato di fumetti, ha un vero talento per l’aspetto visivo-fotografico, cosa che si evince in ogni sua opera, esteticamente sempre di grande impatto.

Personalmente non ho particolarmente amato 300, film che a parte azione e violenza e aspetto visivo non ha molto altro da offrire, ma è questione di gusti. Il film ha certamente un suo valore dal punto di vista realizzativo; per quanto riguarda gli altri punti di vista, vedete voi cosa vi interessa.
Di mio, mi limito a chiedermi una cosa: dal momento che il film non è oggettivamente un grande film, come mai ha avuto un tale successo e una tale eco? La risposta è che ha solleticato la gente in un suo punto debole, la forza, la disciplina e la volontà, non dissimilmente da quando ci si innamora di qualcuno che possiede una qualità che noi non abbiamo e che apprezziamo.

Fosco Del Nero



Titolo: 300 (300).
Genere: storico, azione, fantastico, drammatico, guerra.
Regista: Zack Snyder.
Attori: Gerard Butler, Lena Headey, David Wenham, Dominic West, Vincent Regan,Michael Fassbender, Tom Wisdom, Andrew Pleavin, Andrew Tiernan, Rodrigo Santoro, Giovani Cimmino, Stephen McHattie.
Anno: 2006.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 8 aprile 2020

Fuochi d’artificio - Leonardo Pieraccioni

Dopo aver visto gli ultimi tre film della produzione di Leonardo Pieraccioni (Finalmente la felicitàUn fantastico via vai, Il professor Cenerentolo), tutti e tre non all’altezza dei suoi primi (e secondi) lavori, ho deciso di rivedermene qualcuno dei primi, sia perché visti prima di aprire il blog e quindi non ancora recensiti, sia per verificare che il non essere all’altezza degli ultimi fosse un fatto oggettivo oppure un mio ricordo del passato.

Ecco così che arriva sul blog la recensione di Fuochi d’artificio… che peraltro all’epoca non era uno dei miei film preferiti tra quelli di Pieraccioni.

Cominciamo subito con la trama sommaria del film: il film si apre con il protagonista, Ottone (Leonardo Pieraccioni), che in un’ambientazione turistico-tropicale racconta a uno psicanalista gli eventi bizzarri della sua vita, e si chiude con la medesima ambientazione. Nel mentre, c’è il racconto del protagonista, che racconta allo psicanalista la sua vita, le donne che gli hanno girato intorno e come è andato a finire.
La storia si apre con il tradimento e l’abbandono della fidanzata storica di Ottone, Mara (Anita Caprioli), e con Ottone che si rifugia dalla sua amica del cuore Barbarina (Barbara Enrichi), fidanzata col romano e romanesco Er patata (Roberto Brunetti), nonché dalla loro vicina Demiù (Mandala Tayde). Dopo una lunga serie di appuntamenti infruttuosi, il ragazzo conoscerà la bellissima Luna (Vanessa Lorenzo), di cui si innamorerà all’istante, ricambiato.
Dopo l’iniziale luna di miele, si scopriranno però gli scheletri nell’armadio, che lo porteranno tra le braccia di altre donne, tra cui la sua collega di lavoro Lorenza (Claudia Gerini), a lungo corteggiata dallo strambo amico di Ottone Germano (Massimo Ceccherini)… e non dico altro per non svelare troppo.
Mi limito a evidenziare i cameo di Bud Spencer e di Alessandro Haber, e anche le particine di Gabriella Pession e Milena Miconi, che rendono Fuochi d’artificio un film ad alto tasso di bellezza femminile, persino più degli altri film di Pieraccioni, che pur non hanno mai avuto carenze in questo senso.

Fuochi d’artificio, venuto subito dopo il successo clamoroso de Il ciclone, lo ha essenzialmente bissato come incassi, ma non del tutto come gradimento, e a ragione.
Rimane comunque un’ottima commedia umoristica, piena di battute e di gag, con certe ingenuità ma essenzialmente con tutto quanto serve e con i tempi giusti.
Presenti tutti i cliché di Pieraccioni: il tradimento, l’uomo comune a cui capita la top model di turno, gli amici strani, protagonisti piuttosto popolani, un lavoro anomalo, la felicità sentimentale finale.

È tutto confermato: non solo i cliché ma la qualità del cinema di Pieraccioni. Gli ultimi lavori sono nettamente inferiori ai suoi primi, e non era solo un ricordo di tarda adolescenza.
Visto che ormai ci sono, me li riguarderò tutti per averli recensiti sul blog, via, compreso I laureati, l’unico film del regista toscano che non ho mai visto.

Fosco Del Nero



Titolo: Fuochi d’artificio.
Genere: commedia, comico, sentimentale.
Regista: Leonardo Pieraccioni.
Attori: Leonardo Pieraccioni, Massimo Ceccherini, Vanessa Lorenzo, Mandala Tayde, Claudia Gerini, Bud Spencer, Barbara Enrichi, Claudio Santamaria, George Hilton, Alessandro Haber.
Anno: 1997.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


martedì 7 aprile 2020

Requiem for a dream - Darren Aronofsky

Quest’oggi siamo in compagnia di Requiem for a dream, uno dei maggiori successi di Darren Aronofsky, regista senza dubbio talentuoso che si è distinto per altre opere altrettanto intense: Pi greco - Il teorema del delirio, The fountain - L'albero della vita, Il cigno nero, Noah, fino al recente Madre!.

Il buon successo ottenuto dal regista newyorkese è avvallato peraltro dal fatto di aver potuto contare su budget e cast via via crescenti, tanto da aver già diretto, tra gli altri attori e attrici: Jared Leto, Jennifer Connelly, Hugh Jackman, Rachel Weisz, Mickey Rourke, Marisa Tomei, Natalie Portman, Mila Kunis, Vincent Cassel, Russell Crowe, Anthony Hopkins, Emma WatsonJennifer Lawrence, Javier Bardem, Michelle Pfeiffer… mica poco in appena sette film, tutti oscillanti tra il buono e l’ottimo successo.

Un elemento interessante dei film di Darren Aronofsky è il fatto che egli va spesso (sempre) a parare su temi psicologico-esistenziali. Più la prima delle due, a dire il vero, ma tanto basta per farmi segnalare il regista come interessante… tanto interessante quanto talentuoso, quanto difficile da vedere per via delle storie difficili che racconta.

Ma veniamo a Requiem for a dream, film che avevo visto molti anni fa, prima di aprire il blog, e di cui mi ricordavo poco… giusto che fosse un film piuttosto crudo e con la droga come elemento centrale.
Giacché da poco mi sono ri-visto alcuni altri film di Aronofsky (Pi greco - Il teorema del delirio, Il cigno nero, Noah) mi sono rivisto anche Requiem for a dream, incoraggiato in ciò anche dalla forte simpatia per entrambi gli attori protagonisti: Jared Leto (Mr. Nobody, Fight Club) e Jennifer Connelly (Labyrinth, A beautiful mind, Dark city... tutti e cinque film di grande profondità e significato).
Al volo cito il fatto che il film è tratto da un romanzo di Hubert Selby Jr., autore che tuttavia non conosco.

Ecco in grande sintesi la trama di Requiem for a dream, film suddiviso in tre stagioni, estate, autunno e inverno, alle quali manca la primavera perché essa semplicemente non arriva: Harry Goldfarb è un ragazzo tossicodipendente che insieme alla ragazza Marion vive di espedienti… i quali consistono dapprima nell’impegnare in un negozio la tv di sua madre, che ogni volta va a ricomprarla, e poi nello smerciare droga insieme all’amico Tyrone Love, anche lui tossicodipendente.
La stessa madre di Harry, Sara, non è immune dalle dipendenze: esse sono il cibo e la tv… e il ricevere un invito da parte di un programma televisivo a partecipare a una sua puntata metterà in moto una serie di eventi: un vecchio vestito in cui non entra più, l’inizio di una dieta per presentarsi al meglio in tv, delle pastiglie di anfetamine datele da un dottore irresponsabile. Una pastiglia dopo l’altra, si passa dall’egocentrismo alle allucinazioni…
… e il percorso degli altri tre personaggi non è molto diverso come drammaticità, per quanto ognuno abbia i suoi specifici drammi da vivere, comprendenti anche arresti, violenza, prostituzione e amputazioni.
Insomma, il programma di Requiem for a dream non è leggero, e probabilmente questo è il film più tosto di Darren Aronofsky. Come scene materiali senza dubbio; come turbamenti interiori probabilmente se la gioca con Il cigno nero.

Pur in tutta questa tristezza, il film ha una sua valenza educazionale.
Intanto, potrebbe esser fatto vedere a chiunque abbia anche solo la mezza idea di provare qualche droga (molto più di Trainspotting, che per buona parte la butta sul simpatico facendo sembrare il tutto persino divertente).
Potrebbe inoltre esser fatto vedere a chi ancora ha da sconfiggere delle dipendenze emotive: dipendenza emotiva dal passato, dipendenza emotiva dall’immagine esteriore, dal presunto successo.
A proposito di ciò, la frase emblema del film è questa, che Sara dice ad Harry: “Sarai tutto orgoglioso quando vedrai tua madre col suo vestito rosso in televisione con le scarpe dorate. Adesso sono importante, sono qualcuno”.

Curiosamente, durante tutta la durata del film, una voce fuori campo dà dei consigli generali sullo stile di vita, che son consigli saggi, pur se presentati in una specie di talk show televisivo in stile auto-aiuto: niente carne, niente zuccheri raffinati, leggere sempre gli ingredienti dei cibi che si comprano, prendere molta luce del sole, consumare frutta e succhi di frutta.
Altro insegnamento tra le righe di Requiem for a dream: chi cerca scorciatoie al fatto di non aver ancora sviluppato la forza necessaria per ottenere qualcosa (la madre con cibo e dimagrimento, il figlio con lavoro e denaro) non ottiene niente, se non un fallimento su tutta la linea. Il risultato vero si ottiene sempre e solo dietro uno sforzo genuino: vale per i muscoli del corpo e vale per il percorso interiore.

Gli insegnamenti del film, in sostanza, son questi:
- niente dipendenze esteriori (da qualsivoglia sostanza),
- niente dipendenze interiori (ego, apparenza, importanza),
- condurre uno stile di vita sano (l’elenco di cui sopra e affini),
- non esistono scorciatoie ma solo sforzi e apprendimenti diretti.
In tale ottica il film è parecchio educativo, pur se illustra nel dolore, nella sofferenza e nell’umiliazione… anch’ess ìi sostanziosi e potenzialmente irritanti per l'essere umano acerbo.

In conclusione, Darren Aronofsky esplora gli angoli oscuri dell’essere umano, le sue paure e i suoi turbamenti, e in ciò Requiem for a dream non fa eccezione, ma anzi ne costituisce la vetta espressiva… una vetta ben triste e difficile.

Fosco Del Nero



Titolo: Requiem for a dream (Requiem for a dream)
Genere: drammatico, psicologico.
Regista: Darren Aronofsky.
Attori: Jared Leto, Jennifer Connelly, Ellen Burstyn, Christopher McDonald, Louise Lasser, Keith David, Marlon Wayans, Marcia Jean Kurtz, Janet Sarno, Suzanne Shepherd, Joanne Gordon,
Anno: 2000.
Voto: 7.
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