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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare.

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te.

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno.

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Se vuoi che il mondo cambi, inizia a darti da fare tu stesso.

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

mercoledì 26 gennaio 2022

Independence Day - Roland Emmerich

Negli anni “90 il regista Roland Emmerich mise su diversi film di cassetta che gli valsero un notevole successo internazionale: in ordine, realizzò Stargate, Independence Day e Godzilla, i quali tutti fecero storcere il naso della critica ma conquistarono la massa del pubblico, generando notevoli incassi.
Negli anni a seguire, il regista tentò di battere la medesima strada spettacolaristica dei suoi maggiori successi, ma con esiti inferiori, se non proprio mediocri (tra gli altri suoi film, ho recensito anche 10.000 a.C.).

Al tempo ero un adolescente appassionato di fantascienza, per cui i film come Stargate o Independence Day erano tra i miei preferiti.
Tuttavia, devo dire che non sono invecchiati proprio benissimo, come fanno sempre i film che in un certo momento si distinguono per tecnologia ed effetti speciali, salvo poi palesare qualche difficoltà a livello di sceneggiatura o dialoghi.

Ma andiamo con ordine, partendo dalla trama di Independence Day: siamo nel 1996 (lo stesso anno di produzione del film) quando il SETI registra un segnale proveniente dallo spazio, e non da troppo lontano, visto che viene localizzato nella zona della Luna. Presto viene fuori che non si tratta di un mero rumore di fondo, bensì di una gigantesca astronave che poi si suddivide in tante astronavi più piccole, ma sempre enormi per gli standard umani, che vanno a piazzarsi sulle principali città mondiali, con intenti evidentemente poco amichevoli, come ha sospettato per primo David Levinson (Jeff GoldblumPowder, Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Jurassic Park, La mosca), un informatico assai dotato.
Tra gli altri protagonisti della storia, il pilota di caccia Steven Hiller (Will Smith; Io, robotIo sono leggendaHitch Men in blackHancockLa leggenda di Bagger VanceAfter Earth, Sette anime, Bright, Suicide squad) e il Presidente degli Stati Uniti Thomas Whitmore (Bill Pullman; Un amore tutto suo, Strade perdute).

Vediamo i pro e i contro di Independence Day.
Tra i pro, c’è l’uso abbondante ed efficace degli effetti speciali; in effetti, fu uno dei primi film a giovarsi di una tecnica così sostanziosa e spettacolaristica. Il cast è ottimo, anche nei ruoli di contorno, e si vede. Il film è pervaso da un umorismo piuttosto leggero, e a volte anche da un’efficace ironia, altra cosa positiva.
Tra i contro abbiamo qualche cliché di troppo, dei dialoghi non sempre all’altezza, dei rapporti sentimentali anch’essi un po’ troppo stereotipati, un americocentrismo di fondo piuttosto pacchiano, una sceneggiatura in buona parte semplicistica e poco credibile (alieni mentalisti e tecnologicamente ipersviluppati, ma evoluti pochissimo a livello di coscienza; notebook umani che si connettono alle navicelle aliene; virus informatici umani che fanno saltare l’intera difesa aliena).

Tutto ciò impedisce a Independence Day di rimanere nella storia del cinema come una grande film… ma non gli impedisce di essere un discreto film che ha fatto fortuna al momento della sua uscita.

Menzione d’onore per la grande ironia, probabilmente involontaria, per cui gli Stati Uniti insultano a più riprese i cattivi alieni invasori… quando sono proprio gli USA la nazione che ha invaso più stati in tutta la storia conosciuta, e con la stessa forza militare soverchiante che hanno gli alieni nel film. Bontà loro.

Fosco Del Nero



Titolo: Independence Day (Independence Day). 
Genere: fantascienza, azione.
Regista: Roland Emmerich.
Attori: Will Smith, Jeff Goldblum, Bill Pullman, Mary McDonnell, Vivica A. Fox, Robert Loggia, Randy Quaid, Judd Hirsch, Margaret Colin, Brent Spiner, James Rebhorn, Harvey Fierstein, Adam Baldwin, James Duval, Lisa Jakub.
Anno: 1996.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 25 gennaio 2022

Downton Abbey - Julian Fellowes

Da qualche parte avevo trovato segnalato il nome della serie Downton Abbey, ch’era descritta come una serie di ottima qualità ambientata negli ambienti nobiliari inglesi, di cui ci si sarebbe innamorati se si fosse iniziato a seguirla.
Beh, devo dire che, per quanto mi riguarda, è stato proprio così.

Come prima cosa, vediamo gli estremi della serie, realizzata tra il 2010 e il 2015 per un arco di sei stagioni, ciascuna piuttosto corta in verità, essendo ognuna costituita da appena nove episodi (la prima stagione addirittura sette). Gli episodi rispettano il canone di durata per le serie "drama", e forse anche qualche minuto in più, con i 48 minuti mediani.

Passiamo ora al genere e all’ambientazione: Downton Abbey oscilla tra il dramma e la commedia, con ovvie relazioni sentimentali e altrettanto ovvi riflessi storici. A dirla tutta, gli avvenimenti prendono le mosse da un fatto storico, ossia il naufragio del Titanic (avvenuto nel 1912), e poi vanno avanti, lungo il regno di Re Giorgio V, attraversando la Prima Guerra Mondiale fino al 1925 e illustrando i cambiamenti dei tempi e la progressiva perdita di terreno del mondo nobiliare e delle costosissime tenute associatevi.

Downton Abbey è una tenuta fittizia nello Yorkshire, così come sono fittizi il titolo di Conte di Grantham e la famiglia Crowley che possiede e porta avanti la tenuta, capeggiata da Robert Crawley (Hugh Bonneville) e da Cora Levinson Crawley (Elizabeth McGovern), rispettivamente Conte e Contessa, genitori delle tre fanciulle Mary (Michelle Dockery), Edith (Laura Carmichael) e Sybil (Jessica Brown-Findlay).
Come in tutte le serie televisive, tuttavia, il novero dei personaggi è particolarmente nutrito, e in questo caso abbiamo a che fare non solo con i nobili e i loro parenti vicini e lontani, ma con la nutrita cerchia della servitù.
In tale bailamme piuttosto movimentato e variopinto, è doveroso citare le figure di Violet Crawley, Contessa Madre di Grantham (l’immortale Maggie Smith, le cui espressioni facciali da sole varrebbero la visione della serie), il cugino Matthew Crawley (Dan Stevens), il maggiordomo Charles Carson (Jim Carter), l’attendente di guerra del Conte, poi accolto tra la servitù, John Bates (Brendan Coyle), l’infido valletto Thomas Barrow (Rob James-Collier).

Impossibile, per me, non evidenziare anche qualche personaggio, secondario o meno, proveniente da alcune grandi opere fantasy: abbiamo già citato Maggie Smith, la Professoressa Mc Granitt di Harry Potter, e citiamo ora Iain Glen e Rose Leslie,  rispettivamente Ser Jorah Mormont e Ygritte ne Il trono di spade.
Addirittura, nel film spin off della serie, intitolato anch’esso Downton Abbey, recita Imelda Staunton, la perfida Dolores Umbridge di Harry Potter e l'Ordine della Fenice… la quale, e non posso non pensare che la cosa sia stata voluta, nel film si scontra ancora una volta con Maggie Smith, per quanto stavolta per motivi più triviali che non il possesso del mondo e la distruzione dei babbani.

Downton Abbey ha ricevuto numerosissimi premi, e anzi si è segnalata come la serie tv non americana di maggior successo delle ultime decadi, se non di sempre: sceneggiatura, attori, commento musicale, programma dell’anno, costumi… c’è stato veramente di tutto tra Bafta, Golden Globe, Emmy, etc.

Personalmente, nonostante dapprincipio non avrei scommesso due lire su un così evidente gradimento, l’ho adorata: nella serie c’è bellezza visiva in gran quantità, c’è passione, c’è vitalità, c’è eleganza, e anche un elemento didattico legato alle vicende storiche affrontate che fa sempre bene.

La caratterizzazione dei personaggi è eccellente, i dialoghi a tratti superbi, i costumi e la fotografia ottimi. L’unico difetto è forse quello tipico delle serie televisive, le quali per portare avanti l’interesse fanno succedere eventi e fanno comportare le persone in modo poco credibile o semplicemente poco intelligente… ma è un difetto che Downton Abbey si è concesso poco, anche perché, in effetti, la serie non è durata molto e quindi non ha sentito l’esigenza di allungare il brodo, per così dire, rimanendo così una serie televisiva più snella e dalla qualità media nettamente maggiore delle sue dirimpettaie.

Fosco Del Nero



Titolo: Downton Abbey (Downton Abbey). 
Genere: serie tv, commedia, drammatico, storico.
Ideatore: Julian Fellowes.
Attori: Hugh Bonneville, Jessica Brown Findlay, Laura Carmichael, Brendan Coyle, Michelle Dockery, Joanne Froggatt, Robert James-Collier, Elizabeth McGovern, Maggie Smith, Dan Stevens, Allen Leech, Jim Carter, Thomas Howes, Phyllis Logan, Sean Combs, Paul Giamatti, Sue Johnston.
Anno: 2010-2015.
Voto: 8.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 19 gennaio 2022

Blade runner 2049 - Denis Villeneuve

Blade runner 2049 ufficialmente è il seguito del celebre Blade runner del 1982, ma in realtà più che un sequel pare un upgrade, una sorta di espansione visiva e argomentativa, che di fatto omaggia l’originale, in molti sensi, a cominciare dalla presenza dell’allora protagonista Harrison Ford (famoso essenzialmente per quel film nonché per Indiana Jones e Star wars), ma non propone di fatto niente di nuovo, e anzi si limita a risvolgere il compito.

In cabina di regia c’è Denis Villeneuve, che conoscevo di nome ma di cui non avevo mai visto niente, mentre davanti alla macchina da presa ci sono Ryan Gosling (Stay - Nel labirinto della mente) come protagonista e Ana de Armas, Sylvia Hoeks, Robin Wright (La storia fantasticaLa leggenda di Beowulf, The congress) e Jared Leto (Mr. Nobody, Suicide squad, Requiem for a dream) come personaggi di contorno.

Ecco la trama sommaria di Blade runner 2049: siamo nel 2049, alcuni decenni dopo gli eventi del primo film, e l’atmosfera è piuttosto cambiata. Nel mentre, i vecchi replicanti della Tyrell, dimostratiti inaffidabili e pericolosi, sono stati sostituiti dai nuovi modelli della Wallace, assai più ligi al dovere e all’ordine.
La stessa Los Angeles è molto cambiata: nella precedente storia sporca e pericolosa, benché fascinosa, in questo secondo episodio è più pulita e ordinata, assai ben regolamentata dai cyborg controllori. Tra di essi spicca l’Agente K, che giostra la sua esistenza tra gli ordini del Tenente Joshi e la compagnia della donna virtuale Joi… ma che la vedrà sconvolta dall’indagine che sta portando avanti, relativa nientemeno che a un presunto parto da parte dei replicanti difettosi, i vecchi Nexus

Il tutto, tenendo presente la storia del primo Blade runner, è abbastanza prevedibile, e anzi il secondo film non fa altro che ripercorrere le gesta del primo quasi fedelmente, risultando come detto più un’espansione che un film indipendente.

Il che ovviamente non è una gran cosa, e anzi lo limita di parecchio.
Personalmente, poi, ho trovato il casting mediocre: soprattutto Ryan Gosling e Ana de Armas risultano a mio avviso poco carismatici e incidono veramente poco. Meglio il sempre bravo Jared Leto… e stendiamo un velo pietoso sul settantacinquenne Harrison Ford che fa a pugni con un trentenne… anzi, con un cyborg: davvero ridicolo.

Nel complesso, Blade runner 2049 si distingue assai bene per il comparto tecnico-visivo, che gli fa guadagnare la sufficienza: sceneggiatura, cast, personaggi e dialoghi sono però piuttosto deludenti. Peccato.

Fosco Del Nero



Titolo: Blade runner 2049 (Blade runner 2049). 
Genere: fantascienza, cyberpunk.
Regista: Denis Villeneuve.
Attori: Ryan Gosling, Ana de Armas, Sylvia Hoeks, Robin Wright, Jared Leto, Harrison Ford, Dave Bautista, Elarica Johnson, Mackenzie Davis, David Dastmalchian, Edward James Olmos.
Anno: 2017.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



martedì 18 gennaio 2022

Nelle pieghe del tempo - Ava DuVernay

Il libro di Madeleine L'Engle Nelle pieghe del tempo non è molto conosciuto da noi, ma in lingua originale ha venduto moltissimo, ed è considerato una sorta di classico fantasy per l’infanzia.

Di recente è uscito un film, diretto dalla giovane regista Ava DuVernay, che ne è la trasposizione diretta.
Andiamo a vedere come è andata. 

Cominciamo dalla trama, piuttosto originale: Alexander Murry (Chris PineStar trek - Il futuro ha inizioStar trek - Into darknessStar trek beyond) e Kate Murry (Gugu Mbatha-Raw; La ragazza del dipinto, Il luogo delle ombre) sono una coppia molto felice e innamorata. Li distingue peraltro l’essere entrambi scienziati, e scienziati visionari: lui, un astrofisico, è convinto di poter imbucare un qualche condotto spazio-temporale… e un giorno ci riesce, ma nel farlo non ha l’opportunità di salutare la moglie, la figlia Meg (Storm Reid) e il figlioletto Charles Wallace (Deric McCabe).
Son passati quattro anni da quell’evento e tutti sono convinti che il giovane uomo se ne sia semplicemente andato, abbandonando la famiglia; Meg, ora adolescente, ha reagito molto male alla sparizione del genitore, e da alunna modello è divenuta una ragazzina problematica, per di più presa di mira dai coetanei, tanto quanto il fratellino, in quanto ragazzi super-intelligenti ma anche un po’ strani.
I due, segretamente, hanno ancora fiducia che il padre possa tornare da loro… e un trio di strane donne, o per meglio dire di creature femminili, Cos’è (Reese WitherspoonPleasantvilleCruel intentions, La rivincita delle bionde), Quale (Oprah Winfrey) e Chi (Mindy Kaling) darà loro l’opportunità di vedere avverato il loro sogno, passando da un luogo fantastico all’altro.

Al di là di personaggi ed eventi, Nelle pieghe del tempo racconta l’antica e infinita battaglia tra la luce e le tenebre, ed è molto facile da valutare come film: è molto scarso. 
La sceneggiatura ha crepe notevoli (tutto è veloce, non è spiegato praticamente nulla, si salta di palo in frasca); il cast è inadatto (un po’ per attori fuori ruolo, un po’ per la presenza di figure poco attoriali che infatti nella vita fanno altro, come Oprah Winfrey); la colonna sonora vorrebbe essere epica ma è spesso eccessiva e fuori contesto; certi personaggi sono macchiette. Per di più, i nomi scelti per personaggi, luoghi e situazioni sono davvero brutti; sembra che ci sia impegnati per fare male.
Davvero non ci siamo, e infatti il film è stato un buco nell’acqua, tanto a livello di critica quanto di pubblico e di incassi: molto costoso (250 milioni di dollari), ha incassato assai di meno (130 milioni circa).

Forse la regista sperava di sollevarne le sorti tramite alcuni attori bellocci (Chris Pine, Gugu Mbatha-Raw) o tramite alcuni attori vivaci (Reese Witherspoon, Zach Galifianakis), o per via dei due protagonisti bambini o poco più (il piccolo Deric McCabe devo dire che mi è piaciuto), o forse confidava nell’uso massiccio della computer grafica, la quale tuttavia non fa che accentuare il divario tra il dispendio tecnologico di mezzi e la bellezza reale del prodotto. 

In tutta onestà, è un vero peccato, e anzi la sensazione è quella di una grande occasione persa; non conosco il libro originale, ma so che ha dato vita a una saga vendutissima, per cui esso qualche qualità ce l’avrà pure per essere considerato un classico del suo settore. Il film stesso mostra di avere contenuti di notevole rilievo: tra gli altri, sono citati Buddha, Rumi, Gibran, Shakespeare… non poco, né come nomi né come spessore delle frasi, tanto che do per scontato che l’autrice dei romanzi (o in alternativa chi ha adattato il film, ma presumo la prima delle due) abbia forti interessi esistenziali. Anzi, a dirla tutta le frasi che mi sono segnato compongono un piccolo testo esoterico-evolutivo.

Le suddette frasi di valore ve le posto io stesso; se poi valga la pena vedere il film decidetelo voi.

“Non è un merito avere talento: è come si usa che conta.”

“La vita senza amore è come un albero senza gemme o frutti” (Kahlil Gibran)

“La ferita è il punto da cui la luce entra in te.” (Rumi)

“Scusa, ma non sei ancora del tutto pronta a scoprirlo.”

“Tutto questo non mi convince.”
“Ti abituerai.”

“A me interessa ciò che è piccolo: atomi, particelle, le energie invisibili che si muovono attraverso di noi.”

“E se non fossimo soltanto dentro l’universo, ma l’universo fosse dentro ciascuno di noi?”

“Voleva toccare le stelle, svelare i svelare i segreti dell’universo, trovare la sua origine e stringerle la mano.”

“Io sono parte dell’universo, come sei tu.”

“Noi siamo guerriere che servono il bene e la luce dell’universo.
A volte vi si aiuta, a volte vi si guida, il nostro cuore è molto grande.”

“Dovete solo trovare la frequenza giusta e avere fiducia in chi siete.”

“A te faccio dono dei tuoi difetti.”

“Il piede si sente piede quando sente il terreno.” (Buddha)

“Amici della luce, assistete il nostro amico.”

“Avresti potuto prepararli  meglio, e aiutarli a concentrarsi sulla luce in presenza dell’oscurità.”

“Proseguendo il cammino bisogna evitare il male e stare concentrati.”

“L’amore non guarda con gli occhi, ma con l’anima” (William Shakespeare)

“Non sentirai niente finché non armonizzi te stessa con l’universo in un’unica cosa.”

“Ti rendi conto di quanti avvenimenti e dilemmi si sono susseguiti fin dalla nascita dell’universo che hanno portato a creare te, esattamente così come sei.”

“Le vostre energie influiranno su ciò che vedremo.”

“Chiudi gli occhi, guarda con i miei, questa volta non distogliere lo sguardo.”

“Trova l’equilibrio.”

“Sarete messi alla prova di continuo, ad ogni vostro passo.

“Questo è un pianeta che ha molte facce, governato da una crudele e perfida mente. 
Essa desidera la nostra luce più forte.
Non cedete.”

“Resisti.
Non cedere all’oscurità.
Svegliati.”

“Sii una guerriera.”

Come detto, non poco, e anzi è moltissimo: peccato che tutta questa bellezza di contenuti sia stata inserita in un film davvero scarso come prodotto cinematografico.
Ho scoperto nel mentre che dal romanzo era stato tratto in precedenza un altro film, Viaggio nel mondo che non c'è, di scarso successo anch'esso... ma magari gli darò comunque un'occhiata.

Fosco Del Nero



Titolo: Nelle pieghe del tempo (In the wristle of time).
Genere: fantasy, esistenziale, drammatico.
Regista: Ava DuVernay.
Attori: Storm Reid, Deric McCabe, Reese Witherspoon, Mindy Kaling, Zach Galifianakis, Chris Pine, Oprah Winfrey, André Holland, Gugu Mbatha-Raw, Michael Peña, Bellamy Young, Rowan Blanchard.
Anno: 2018.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 12 gennaio 2022

Snowpiercer - Bong Joon-ho

Dopo Parasite e The host, ecco il terzo e credo ultimo film di Bong Joon-ho recensito nel blog: Snowpiercer.

Dico “terzo e credo ultimo” giacché il regista sudcoreano, nonostante un indubbio talento, soprattutto per la parte visiva delle sue opere, tende, come sovente fa il cinema orientale, al grottesco e al melodrammatico… senza contare che la sceneggiatura ha più buchi di un noto formaggio svizzero.

Andiamo con ordine, partendo dalla genesi: Snowpiercer è tratto da un fumetto francese, Le Transperceneige, di genere fanta-politico. La vocazione occidentale e internazionale dell’opera è visibile anche nel cast scelto per metterla in scena, fatto di attori hollywoodiani con l’eccezione dei due attori feticcio di Bong Joon-ho, ossia il maturo Song Kang-ho e l’allora piccola Ko Ah-Sung.
Peraltro, la scelta stessa degli attori non può esser stata casuale, giacché, nel ruolo di dissidente anziano del regime distopico si è posto John Hurt, già protagonista di Orwell 1984, nel ruolo di capo del suddetto regime si è posto Ed Harris, l’uomo nella luna di The Truman show (da ricordare anche A beautiful mind), e come dissidente giovane si è messo Chris Evans, giovane supereroe de I Fantastici 4 e di tanti altri titoli del genere (di mio, l’ho visto anche in London, Sushine e Push).
Anche il resto del cast è composto di attori hollywoodiani di non primissima fascia, ma di buona qualità: la brava e mutevole Tilda Swinton (The beach, Il ladro di orchideeIl curioso caso di Benjamin Button, Doctor Strange), la super-caratterizzata Octavia Spencer (La forma dell'acqua - The shape of water, The help), il vivace Jamie Bell (Billy Elliott, The eagle) e il sempre bizzarro Ewen Bremner (Trainspotting, Perfect sense). Un cast non top, dunque, ma ampio e di buon livello.

Il problema di Snowpiercer, tuttavia, non è il cast, ma proprio la sceneggiatura, che imbarca acqua su più fronti.

Leggiamo la trama sommaria del film: nel 2031 il mondo è preda di un’era glaciale che ha quasi eliminato l’umanità. Gli unici sopravvissuti sono coloro che si trovano a bordo del Snowpiercer, un lungo treno ad alta tecnologia, capace di generare da sé l’energia che gli serve e dunque autosufficiente. Esso si muove in un binario che percorre tutta la Terra, lunghissimi ponti compresi.
Il creatore di tale meraviglia tecnologia è il potente Wilford, che, manco a dirlo, vive nella parte agiata del treno, quella davanti, mentre nella coda vivono le classi sociali meno importanti, le quali sono sfruttate e anzi spesso vilipese, allo scopo di farle rimanere al loro posto.
Tale convivenza sfocia inevitabilmente ogni tanto in qualche sommossa… e per l’appunto ne sta preparando una Curtis, il nuovo leader dei rivoltosi, giacché il precedente, Gilliam, è ormai piuttosto anziano, oltre che disabile.
Curtis e i suoi compagni hanno un piano: arrivare fino alle prigioni e liberare Namgoong Minsu, specialista in sistemi di sicurezza, il quale dovrebbe sapere come aprire man mano le porte del treno fino ad arrivare alla sua testa, dove vive WIlford.

Snowpiercer, come gli altri film che ho visto di Bong Joon-ho, alterna molta bellezza visiva, frutto di una fotografia eccellente, e anche alcuni momenti di forte intensità scenica, a molti altri momenti grotteschi, tendenti al sanguinolento o semplicemente insensati. In effetti, tutta la storia è priva di senso, dal treno che da anni gira su binari su cui nessuno fa manutenzione e che in teoria dovrebbero in tanti punti essere divenuti inservibili o invasi da rocce, frane o altro, alla convivenza forzata in ambienti ridotti… senza contare la “soluzione alimentare” che s’è trovata per nutrire tante persone viventi in un ambiente relativamente piccolo.
Pure i passatempi oziosi delle classi agiate non hanno alcun senso, come non ne ha la condotta poliziesca, ovviamente stupida, dei guardiani dei vari settori.

Insomma, globalmente parlando Snowpiercer è piuttosto pacchiano come storia ed eventi. La fotografia è ottima; la recitazione buona, pur nello stile un po’ grottesco che a quanto pare piace al regista; gli effetti speciali dicon la loro; la caratterizzazione dei personaggi è un po’ naif, e parimenti sono un po’ leggeri i dialoghi, i quali poi sono ciò che rivela la natura di un film e il progetto che gli sta dietro: l’obiettivo di Snowpiercer era di intrattenere il largo pubblico in modo spettacolaristico e di porre in evidenza alcune tematiche (disuguaglianza sociale, inquinamento, energia), per quanto in modo leggero, un modo per l’appunto adatto al largo pubblico.

Con Snowpiercer, Bong Joon-ho è incappato nel terzo strike, per cui credo che da qui in avanti lo ignorerò… a meno che non legga di un suo importante cambio di passo “interiore”, dal momento che a livello visivo-esteriore il regista coreano sa già il fatto suo.

Fosco Del Nero



Titolo: Snowpiercer (Seolgug-yeolcha).
Genere: fantastico, distopico.
Regista: Bong Joon-ho.
Attori: Chris Evans, Song Kang-ho, Ed Harris, John Hurt, Tilda Swinton, Jamie Bell, Octavia Spencer, Ko Ah-Sung, Kenny Doughty, Ewen Bremner.
Anno: 2013.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 11 gennaio 2022

Mulholland Drive - David Lynch

L’articolo di oggi è dedicato a un film che avevo già visto, ma una sola volta e molti anni fa, prima che aprissi il blog Cinema e film. Dunque, la recensione arriva solamente adesso. Sto parlando di Mulholland Drive, film diretto da David Lynch nel 2001.

Essenzialmente, David Lynch ha prodotto quattro opere di alta qualità: la serie tv I segreti di Twin Peaks e i film Dune, Velluto blu e, per l’appunto, Mulholland Drive. Dopo di che (e un po’ anche prima e durante), il suo è stato un declino inesorabile, con prodotti sempre più grotteschi e di basso tenore, umano e cinematografico.

Ad esempio, il seguito, a distanza di molti anni, di Twin Peaks è di qualità davvero molto bassa, con tutti gli eccessi del vecchio Lynch (sessualità eccessiva, volgarità, scene grottesche, commento sonoro invadente e pesante, attori feticcio impresentabili), ora incontrollati, ma nessuna bellezza, che viceversa prima abbondava, per quanto solamente a intermittenza tra una situazione grottesca e l’altra.

A parte le opere qui citate, ho recensito anche un altro film di Lynch, ossia Una storia vera, che è il meno lynchiano di tutti: a me ha annoiato, ma molti, sull’onda del “è un film del maestro”, lo hanno considerato un capolavoro... bontà loro.

Ma torniamo a Mulholland Drive: in origine si trattava di un episodio pilota per una serie televisiva, che tuttavia non fu mai autorizzata e quindi mai realizzata. In seguito però al regista furono dati i fondi per produrre un film, e dunque la sceneggiatura fu ripresa e allargata per realizzare un’opera unica… 
… e che opera, occorre dire: se il film ha riscosso incassi piuttosto ridicoli al cinema, esso ha ottenuto una candidatura ai Premi Oscar, quattro candidature ai Golden Globe, candidatura e vittoria ai Bafta, candidatura e vittoria al Festival di Cannes per la miglior regia, e via discorrendo tra Saturn Award, Nastro d’argento, nonché, a posteriori, lo status di "film culto". Meritatamente, occorre dire, giacché Mulholland Drive è una piccola opera d’arte… pur proponendo i soliti turbamenti psichici che piacciono tanto a Lynch. 
In questo caso, però, insieme al surreale c'è anche tanta bellezza.

Il film ha fatto interrogare a lungo sul suo significato, giacché a una prima visione è difficile incasellare tutto nel posto giusto, ma in realtà quanto esso descrive è piuttosto semplice da ricostruire, una volta aver stabilito che il grosso del film (circa un’ora e quaranta) non è altro che una proiezione onirica della protagonista, mentre il resto (i rimanenti quaranta minuti), sotto forma di flashback montati in vario ordine, mostra come si è arrivati a quel sogno e cosa c’era dietro di esso.

Raccontare la trama di Mulholland Drive è dunque un'impresa impossibile senza illustrare il suo senso, cosa che dunque farò, per quanto sommariamente (per cui chi non lo avesse mai visto e non volesse avere sorprese farebbe meglio a smettere di leggere ora): Betty Elms (la bravissima Naomi Watts; Incontrerai l’uomo dei tuoi sogniLa promessa dell’assassinoIl velo dipinto, The ring, Stay - Nel labirinto della mente) è una giovane attrice appena arrivata a Los Angeles, in casa di sua zia, con lo scopo di fare carriera, ma la prima cosa che fa in città è conoscere la misteriosa Rita (Laura HarringNancy DrewRabbits), una donna bruna e sensuale che ha perso la memoria. Betty prende a cuore la situazione della donna e l’aiuta a scoprire chi è, mettendo insieme i pochi elementi a loro disposizione: il contenuti della di lei borsetta, nonché il nome di Diane Selwyn, a quanto pare rilevante per Rita. Tale Diane viene poi dalle due trovata morta nel suo appartamento.
Nel mentre, Betty partecipa ad alcuni provini, a uno dei quali incrocia il regista Adam Kesher, protagonista di un altro filone della storia, vessato e minacciato da alcuni mafiosi perché scritturi come protagonista una tale Camilla Rhodes.

A un certo punto, indagando sull’identità di Rita (nome fittizio che la donna s’era messa vedendo un poster di Rita Hayworth), le due giungono nel Club Silencio, che rappresenta il punto di svolta del film: cinematograficamente perché si passa dal sogno alla realtà e metaforicamente perché consegna allo spettatore il criterio con cui valutare ciò cui sta assistendo.
Nel club, infatti, il presentatore, che ha tutta l’aria di un prestigiatore (infatti alla fine sparisce in una voluta di fumo), dice a chiare lettere che “è solo un’illusione”, e la canzone d’amore cantata da una cantante molto espressiva, che fa commuovere le due giovani donne, sottolinea che la storia è una storia d’amore e di passione. David Lynch stesso aveva descritto Mulholland Drive come "una semplice storia d'amore nella città dei sogni".
A certificare la condizione di dormiente della protagonista, a un certo punto viene detta la suddetta battuta: “Ehi, bella ragazza, è ora di svegliarsi”.

Nello specifico, il momento in cui il registro narrativo cambia e passa da sogno a realtà è quello in cui la chiave blu viene inserita nel cubo che le due donne trovano nel Club Silencio: il suddetto cubo funge da vaso di Pandora, la cui apertura spezza i sogni e riporta bruscamente al reale e ai suoi drammi: in realtà, Betty è Diane Selwyn, un’attrice non particolarmente talentuosa e considerata (nel suo sogno invece era bravissima) che su un set conosce l’affascinante Camilla (divenuta Rita nel sogno), se ne innamora perdutamente e ha una relazione con lei, per poi però esser messa da parte per il regista Adam, col quale Camilla sta per sposarsi. Betty non sopporta la tristezza e l'umiliazione e incarica un sicario (anch’egli intravisto nel sogno) di uccidere Camilla, cosa che vien portata a termine (le viene consegnata una chiave blu come segno dell’avvenuta uccisione). Betty non regge al senso di colpa, diviene preda di allucinazioni e durante una di esse si uccide sparandosi alla testa... secondo la scena che Betty e Rita, nel sogno, avevano veduto indagando su Diane (cosa ovviamente impossibile, ma che funge da collegamento simbolico tra la realtà e la finzione, come una sorta di Ouroboros allucinatorio).

Da sottolineare che, nel sogno, Diane aveva scambiato appartamento con una sua vicina… come è uno scambio l'intera storia: scambio di ruoli, scambio tra realtà e sogno, etc.

In effetti, Mulholland Drive ha i contorni di un intricato enigma sospeso tra allucinazione e realtà, anche se, visto da una prospettiva lineare, non è altro che una storia di passione delusa sfociata in tragedia, e anzi in doppia tragedia (assassinio e suicidio).

Il film, tra regia, montaggio, fotografia e recitazione, è spettacolare… ma in effetti come contenuti non è troppo positivo.

Fosco Del Nero



Titolo: Mulholland Drive (Mulholland Drive).
Genere: sentimentale, drammatico, psicologico.
Regista: David Lynch.
Attori: Naomi Watts, Laura Harring, Justin Theroux, Ann Miller, Robert Forster, Diane Baker, Melissa George, Bonnie Aarons.
Anno: 2001.
Voto: 8.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 5 gennaio 2022

The host - Bong Joon-ho

Da poco ho visto un film del regista coreano Bong Joon-ho, ossia Parasite, il quale, nonostante l’ottima fama che lo accompagnava, non mi aveva convinto troppo.
Ho deciso così di risalire a ritroso nella sua filmografia, guardandomi The host, film di una dozzina di anni prima che aveva ugualmente colpito, recensioni alla mano, l’immaginario collettivo, orientale e occidentale.

Si tratta di una sorta di monster-movie, che tuttavia quanto a genere è piuttosto meticcio: sulle prime sembra una commedia di basso profilo, poi un film horror di serie b, e poi via via si sposta sul drammatico, sullo psicologico, sulla denuncia sociale e politica, in un melange forse eccessivo.

Peraltro, mi sono reso conto che anni fa avevo iniziato a vederlo, salvo poi interrompere la visione quasi subito, ritenendolo un prodotto di basso profilo…
… non senza ragione, devo dire.

Stavolta ho proceduto, ed ecco la trama sommaria di The host: un giorno, dal fiume Han di Seul spunta fuori una creatura enorme e distruttrice, che semina panico e vittime; si tratta, a quanto suggerisce l’introduzione del film, di una mutazione dovuta ad alcune sostanze tossiche ch’erano state gettate nel fiume in precedenza.
Il mostro uccide alcune persone, ne ferisce molte, ne terrorizza molte di più, e porta via con sé, dentro il fiume, la piccola Hyun-seo. Il padre di lei, Gang-du, e il nonno, Hie-bong, non possono che prendere atto della disgrazia. A breve accorrono anche Nam-il e Nam-joo, zio e zia della bambina.
Per affrontare il pericolo, il governo coreano si attiva immediatamente, strutturando delle zone di contenimento, giacché si presume che il mostro abbia infettato alcune persone con un particolare virus: Gang-du e i suoi parenti sono tra questi, e così per loro comincia una doppia lotta, da un lato contro i governativi e la loro ottusità e dall’altro contro il mostro, cui si dà la caccia perché una telefonata di Hyun-seo fa presumere che sia in realtà ancora viva.

The host è un film di basso profilo: su questo non c’è molto da discutere: recitazione, personaggi ed eventi, più che aspirare a far parte di un grande film, ne sanciscono il genere grottesco. Né l’affrontare temi come il rispetto per l’ambiente, le sperimentazioni medico-farmaceutiche, l’ingerenza americana e il disagio sociale in generale sollevano le sorti di quel che nasce e finisce come film mediocre, giacché tutto ciò è accennato in modo grossolano.

Forse, tra tutto quanto ciò che emerge maggiormente è la condizione di disagio umano del protagonista Gang-du e dei suoi familiari… e non a caso tale disagio, psicologico, economico e culturale, viene affrontato nell’altro film del regista, Parasite.

Ancora una volta, insomma, Bong Joon-ho non mi ha convinto, nonostante vi sia del buono anche in questa pellicola: un certo senso della spettacolarità, i buoni effetti speciali, il senso di tristezza che riesce a trasmettere.
Gli darò un’ultima possibilità con Snowpiercer, e poi basta.

Fosco Del Nero



Titolo: The host (Gwoemul).
Genere: drammatico, fantastico, grottesco.
Regista: Bong Joon-ho.
Attori: Song Kang-ho, Byeon Hee-bong, Ko Ah-Sung, Doona Bae, Park Hae-Il, Paul Lazar, Scott Wilson.
Anno: 2006.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui



martedì 4 gennaio 2022

Transformers - Michael Bay

Onestamente di mio non mi sarei mai visto Transformers, tuttavia qualcuno me lo aveva segnalato come film altamente simbolico e con contenuti esistenzial-spirituali… cosa di cui dubitavo fortemente, ma nel dubbio ho proceduto alla visione.

Partiamo dalle basi: il film è del 2007 ed è stato diretto da Michael Bay, regista di film di cassetta adatti al largo pubblico come The rock, Armageddon o Pearl Harbor.
L’unico suo film che avevo visto finora era The island, che si era beccato un’insufficienza netta, altro motivo per non guardarmi altri suoi prodotti.

Davanti alla macchina da presa ci sono Megan Fox, altro personaggio legato a film di basso livello… come l’unico che ho visto con lei protagonista: Jennifer’s body.
L’altro protagonista viceversa mi è sempre piaciuto, e forse non è un caso che la parte migliore della pellicola riguardi proprio le sue vicende: parlo di Shia LaBeouf, già visto nei buoni La battaglia di Shaker Heights, Constantine, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (ma anche nel pessimo Guida per riconoscere i tuoi santi), che già da ragazzino mi parve un discreto talento e che non a caso sta portando avanti una buona carriera.
Da citare, in un ruolo secondario ma che si fa notare, anche la partecipazione di John Turturro (Fratello, dove sei?, Rounders - Il giocatore, Zohan - Tutte le donne vengono al pettine).

Ecco la trama di Transformers: gli Autobot e i Decepticon, dei mezzi robotici ma dotati di coscienza (e già questa non è una premessa troppo brillante per gli argomenti esistenziali che mi erano stati promessi, giacché la coscienza ha bisogno di un corpo che la veicoli, non potendo essere contenuta in uno strumento di metallo), stavano portando avanti una guerra senza quartiere nel pianeta Cybertron, poiché ciascuna fazione voleva impossessarsi dell’All Spark, una fonte di energia creativa in grado di generare interi mondi, ma in tutto ciò il pianeta venne distrutto e l’All Spark perduto…

… per poi essere ritrovato a distanza di tempo sulla Terra.
I Decepticon, orientati alla violenza e alla tirannia, guidati dal malvagio Megatron, attaccano così coloro che credono siano in possesso dello strumento che ricercano, e finiscono per arrivare a Sam Witwicky, che per puro caso possiede un oggetto in grado di rivelare l’esatta posizione dell’All Spark.
Il ragazzo, tuttavia, viene protetto da un Autobot, che salva la vita a lui e alla ragazza che gli piace, tale Mikhaela Banes.
In mezzo alla vicenda finirà anche il Settore 7, un’organizzazione governativa che si occupa della questione degli alieni. 

Transformers è esattamente quello che sembra: un film per adolescenti o per adulti che amano i film d’azione e gli effetti speciali. La realizzazione tecnica, in questo senso, è notevole… ma se queste due cose non vi interessano, non rimane molto altro da vedere, e in tal senso il film è di una mediocrità desolante, comprese la scena d’avvio e la gran parte dei personaggi e dei dialoghi, piuttosto pacchiani.
Si salvano tuttavia proprio i tre personaggi citati, ognuno a suo modo carismatico.

Quanto alla presunta simbologia esistenziale del film, si riduce al fatto che gli Autobot finiscono per avere la funzione di angeli-protettori, mentre i Decepticon lavorano al contrario per la violenza e la sopraffazione. Se tuttavia qualcuno avesse voluto dare un senso simbolico perlomeno a questo elemento, avrebbe chiamato Megatron (nome che ricorda da vicino l’angelo che nella tradizione ebraica funge da messaggero divino) il capo dei buoni, e non dei cattivi.

Ma, come prova la filmografia del regista Michael Bay, di esistenzial-spirituale non c’è niente nei suoi film, che sono meri film di intrattenimento rivolti alle masse. Realizzati bene, quantomeno.

Fosco Del Nero



Titolo: Transformers (Transformers).
Genere: fantascienza, azione, commedia.
Regista:  Michael Bay.
Attori: Shia LaBeouf, Megan Fox, John Turturro, Josh Duhamel, Tyrese Gibson, Jon Voight, Anthony Anderson, Rachael Taylor, Michael O'Neill, Sophie Bobal, Charlie Bodin, Bernie Mac.
Anno: 2007.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.



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