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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare.

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te.

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno.

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Se vuoi che il mondo cambi, inizia a darti da fare tu stesso.

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

mercoledì 11 maggio 2022

Tristana - Luis Bunuel

Tristana è il quinto film di Luis Bunuel che vedo, ma a essere onesto è il primo che non mi è piaciuto troppo.
Per la cronaca, i primi quattro sono stati i seguenti: La via latteaIl fascino discreto della borghesiaQuell’oscuro oggetto del desiderio e Bella di giorno.

Essenzialmente, sono gli ultimi lavori del regista aragonese, datati dal 1967 al 1977. Lo stesso film Tristana è di quel periodo, dal momento che è stato girato nel 1970, e si inserisce agevolmente nel filone antiborghese, ambientato in questo caso nella Spagna del 1930 circa.

Ed ecco la trama sommaria di Tristana: siamo a Toledo, e siamo nella casa di Don Lope (Fernando Rey, attore icona di Bunuel), un uomo di buone maniere a modo e rispettato, nonostante il suo anticlericalismo e i suoi eccessi in fatto di donne. Egli ha con sé la serva Saturnia, e anche la giovane e bella Tristana (Catherine Deneuve, anche lei attrice simbolo di Bunuel), di cui l’uomo è dapprima tutore e poi amante. Un amante piuttosto geloso e opprimente, tanto che la giovane non tarderà a cercare rifugio altrove, innescando una serie di eventi dagli esiti poco felici…

… come promette il titolo stesso del film, con la parola “trista” che, nel suo significato etimologico, oscilla tra la tristezza e la cattiveria; elementi che nel film abbondano entrambi.

In Tristana si vedono i temi tipici di Bunuel: la figura elegante e fascinosa della borghesia, al contempo la sua smania di potere sugli altri, le figure maschili che desiderano le più giovani figure femminili, il ruolo ambiguo della donna, oscillante tra sottomissione, manipolazione e perdita dell’innocenza, l’anticlericalismo, e via discorrendo.
In Tristana si aggiunge, evidente, un certo senso di decadenza: le strade, le case, la figura stessa di Don Lope, la decadenza morale di ambo i personaggi principali, per quanto in momenti e in direzioni differenti (decadenza morale che diviene anche decadenza fisica, seppur anche in questo caso in modi diversi).

Ho tuttavia il dubbio di aver visto una versione censurata del film, giacché quel che ho visto io durava 93 minuti, mentre online leggo di 99 e addirittura di 105 minuti; se non si tratta di censura, dunque, quantomeno si tratta di differenti versioni.

In conclusione, ho gradito sufficientemente Tristana, ma ho gradito di più gli altri film di Luis Bunuel che ho visto.
Il regista comunque è evidentemente di gran valore, per cui vedrò qualche altra sua opera in futuro.

Fosco Del Nero



Titolo: Tristana (Tristana).
Genere: drammatico, sentimentale.
Regista: Luis Bunuel.
Attori: Catherine Deneuve, Fernando Rey, Franco Nero, Jésus Fernandez, Lola Gaos, Antonio Casas, Vicente Soler, Fernando Cebrián.
Anno: 1970.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



martedì 10 maggio 2022

Il mio migliore amico - Patrice Leconte

Finora avevo recensito un solo film del regista francese Patrice Leconte, e si trattava di un film l’animazione: l’ottimo La bottega dei suicidi.

Il secondo candidato porta invece il titolo de Il mio migliore amico, ed è un film tradizionale, recitato da attori in carne e ossa, uno dei quali notissimo in Francia ma anche nel resto d’Europa: parlo di Daniel Auteil, che ho già visto in svariati film, francesi come Una top model nel mio letto Le placard - L'apparenza inganna, (entrambi di Francis Veber), ma anche uno italiano, ossia N - Io e Napoleone (questo di Paolo Virzì).

Accanto a lui, un altro volto a me noto, legato inevitabilmente a commedie se non proprio film comici: Dany Boon, anche lui presente in Una top model nel mio letto ma visto anche in Giù al nord e L'esplosivo piano di Bazil (diretti rispettivamente dallo stesso Boon e da Jean-Pierre Jeunet).

Ecco la trama sommaria de Il mio migliore amico: François è un mercante d’arte assai noto nell’ambiente, e insieme alla collega Catherine frequenta aste per collezionisti e saloni d’antiquariato. Se professionalmente l’uomo se la cava bene, se la cava assai meno bene nella vita privata: ha alle spalle un matrimonio fallito, una figlia con cui praticamente non ha un rapporto umano, e nessun amico.
Quando Catherine gli fa notare che lui non ha neanche un amico, l’uomo, spinto anche da una scommessa, effettua una disanima della sua vita e anzi domanda a un autista di taxi cordiale e socievole, Bruno, di insegnarli come farsi degli amici… e nel frattempo i due inevitabilmente diventano amici essi stessi.

Il soggetto centrale de Il mio migliore amico, a parte il dettaglio della scommessa su un antico vaso, non è certamente originale: l’uomo burbero e/o insensibile, che deve imparare a rapportarsi meglio col prossimo, che viene in tal senso educato da qualcuno, che a sua volta impara qualcosa da quel rapporto.

Il mio migliore amico di Patrice Leconte svolge il soggetto col consueto garbo del cinema francese, oscillando tra commedia, umorismo e crisi personale, riuscendo a intrattenere lo spettatore, pur non risultando, alla fine della fiera, un film imperdibile da nessun punto di vista.

Fosco Del Nero



Titolo: Il mio migliore amico (Mon meilleure ami).
Genere: commedia.
Regista: Patrice Leconte.
Attori: Daniel Auteil, Dany Boon, Julie Gayet, Julie Durand, Jacques Mathou, Marie Pillet, Élisabeth Bourgine, Jacques Spiesser.
Anno: 2006.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 4 maggio 2022

The good place - Michael Schur

Scrivo la recensione della serie tv The good place a distanza di un paio d’anni dalla visione… semplicemente perché al tempo o mi ero dimenticato di scriverla o non era stata salvata sul foglio word. Chiedo venia in anticipo se essa sarà generica e non particolarmente dettagliata, visto che nel mentre mi sarà di sicuro dimenticato alcune cose.

Peraltro, mi ricordo con certezza che mi ero segnato alcune frasi interessanti, come la seguente: 

“A volte, quando si è disperati, il segreto è aiutare il prossimo, senza pensare a sé stessi”.

Erano però svariate, frasi e situazioni, giacché la serie, pur essendo di fatto una commedia, e con forti venature comiche, possiede anche un rilevante risvolto esistenziale, a cominciare dal suo incipit.

Ecco dunque la trama di The good place: morta giovane in un bizzarro incidente, Eleanor Shellstrop (la sempre ottima Kristen BellVeronica Mars, Veronica Mars - Il filmAncora tu!) si ritrova in una realtà spirituale inattesa. Il posto è molto bello e confortevole, e l’elegante e affabile Michael (l'altrettanto ottimo Ted Danson... peraltro in gran forma per l'età) le rivela che quella è la “Parte buona”, una sorta di paradiso che si è meritato solamente una piccolissima percentuale della popolazione. Il resto, va da sé, si trova nella “Parte cattiva”, in mano a entità poco raccomandabili.
Il problema è che Eleanor non è stata quel modello umano che invece pare esser stato registrato negli “archivi celesti”… e non manca molto che in quell’angolo di paradiso comincino ad avvenire strane cose, forse per colpa sua e dello squilibrio che si è creato?
Nel frattempo, la giovane donna conoscerà Chidi Anagonye, Tahani Al-Jamil e Jason Mendoza, suoi compagni di viaggio, ma anche l’efficiente Janet, sorta di “programma tuttofare dalle fattezze umane ma di fatto quasi onnipotente”.

The good place si compone di quattro stagioni di 12-13 episodi ciascuna: come spesso accade con le serie televisive, lo spunto e la qualità iniziali dopo un poco decadono via via che il programma cerca di introdurre altri elementi utili a tener vivo l’interesse dello spettatore, ma il risultato finale, complice anche una lunghezza non eccessiva, è quantomeno discreto-buono, finanche con punte di ottimo, dovute a volte alla brillantezza concettuale e a volte agli spunti esistenziali.

La serie, di fatto, indaga la questione del bene e del male, dell’essere buoni o cattivi, nonché delle conseguenze che attendono l’animo umano che prende una certa direzione.

I personaggi sono ben caratterizzati, i dialoghi efficaci (per quanto a volte un poco forzati), la sceneggiatura buona: ciò fa certamente di The good place una serie di buon valore, che difatti ha ottenuto anche qualche candidatura a vari premi, ciò che, se non è una prova, è quantomeno un indizio di qualità.

Molto bella una scena, verso la fine dell’opera, ambientata in una sorta di luogo spirituale di mezzo, in cui Michael dice alla protagonista che può sedersi in una panchina e attendere quanto vuole, per poi varcare la soglia di un portale per procedere oltre. È un po’ la situazione dell’essere umano, che indugia per tutto il tempo che vuole nella sua condizione umana… per poi procedere oltre a livello spirituale.

Fosco Del Nero



Titolo: The good place (The good place).
Genere: commedia, comico, fantastico.
Ideatore: Michael Schur
Attori: Kristen Bell, Ted Danson, William Jackson Harper, Jameela Jamil, D'Arcy Carden, Manny Jacinto, Maya Rudolph.
Anno: 2002.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.



martedì 3 maggio 2022

Terapia d’urto - Peter Segal

Ero convinto di aver già recensito nel blog Terapia d’urto, il film del 2002 diretto da Peter Segal, ma evidentemente ricordavo male… o forse effettivamente ne avevo scritto la recensione ma poi l’avevo perduta in qualche salvataggio difettoso del file word.

Ad ogni modo, eccoci qui: Terapia d’urto propone la coppia Adam Sandler-Jack Nicholson, ma non solo, giacché alla pellicola partecipano in veste di personaggi secondari altri buoni attori come Marisa Tomei e John Turturro, nonché degli altri come comparse: per esempio Woody Harrelson, Heather Graham, John C. Reilly.

Ecco la trama sommaria di Terapia d’urto: David Buznik (Adam Sandler; 50 volte il primo bacioZohanCambia la tua vita con un clickRacconti incantati) è un ragazzo in apparenza timido e beneducato, ma in realtà piuttosto frustrato e iracondo represso. Una catena di eventi apparentemente sfortunati, ma in realtà diretti da una regia dietro le quinte, lo porterà ad essere condannato a frequentare il gruppo di gestione dell’ira diretto dall’istrionico e anche un po’ luciferino Dottor Buddy Rydell (Jack Nicholson; ShiningLe streghe di EastwickNon è mai troppo tardiL’onore dei PrizziQualcosa è cambiatoL’ultima corvè), un uomo che ha davvero molti assi nella manica: idee, intuizioni, collaboratori in ogni settore della vita sociale.
Il secondo, manco a dirlo, sconvolgerà la vita del primo…

Terapia d’urto è molto più di quanto non sembri, giacché apparentemente sembra una commediola di genere comico e a tratti persino demenziale. In realtà, è un trionfo di precisione psicologica, e anzi potrebbe persino essere utilizzato come “testo di studio” in relazione al fenomeno della rabbia, che è un fenomeno che coinvolge il grosso della popolazione, facilmente identificabile nella categoria dei rabbiosi repressi (la società in verità incoraggia tale disequilibrio interiore).

Che il film non sia semplicemente un film comico lo testimoniano anche alcune sue battute, come le due seguenti, la prima peraltro tratta dal Talmud

“Ovunque guardi, c’è qualcosa da vedere.”

“Noi procederemo quando tu sarai centrato.”

O come queste, che oscillano tra psicologia e umorismo.

“Ci sono due generi di persone irascibili: esplosive e implosive. Esplosivo è il genere di individuo che si mette a inveire contro la cassiera che non gli accetta i buoni pasto. Implosiva è la cassiera che rimane tranquilla giorno dopo giorno e alla fine spara e fa secchi tutti.”

“La rabbia è l’unica cosa di cui non puoi sbarazzarti perdendo le staffe.”

“Il sarcasmo è il cugino cattivo dell’ira”.

“Come fa un ciccione che pesa trecento chili e passa ad avere la faccia tosta di predicare l'autodisciplina?”

O anche quelle più esistenziali come la seguente:

“Vuoi che lui ti dica chi sei?”

“Non devi vergognarti di cercare di curare i tuoi mali: non è una debolezza.”

Consiglio dunque la visione di Terapia d’urto non solo perché è una commedia ben realizzata, e con un Jack Nicholson strepitoso, ma perché potrebbe essere un film utile e didattico per molti, se mentre lo si guarda (fuori) al contempo ci si guarda (dentro) e si vede cosa esso suscita.
L’unica scena un po’ ridicola è quella ambientata nel monastero, in presenza di monaci tutt’altro che realizzati, e anzi persone comuni… comuni come fa sempre piacere dipingerle a coloro che non hanno realizzato quel che hanno realizzato alcuni, e nemmeno lo comprendono (e per questo lo dileggiano).

Nel caso, buona visione.

Fosco Del Nero



Titolo: Terapia d’urto (Anger management.).
Genere: comico, commedia, psicologico.
Regista: Peter Segal.
Attori: Adam Sandler, Jack Nicholson, Marisa Tomei, John Turturro, Luis Guzmán, Allen Covert, Lynne Thigpen, Kurt Fuller, Jonathan Loughran (I), Krista Allen, January Jones, Woody Harrelson, Heather Graham, John C. Reilly.
Anno: 2002.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 27 aprile 2022

Un gelido inverno - Debra Granik

Mi pare di essere arrivato al film Un gelido inverno per via della filmografia di Jennifer Lawrence, giacché viceversa la filmografia della regista Debra Granik non mi dice niente, e in verità è piuttosto scarna.

Con Un gelido inverno peraltro la Lawrence ha ottenuto la sua prima nomination agli Oscar come attrice protagonista: in questo caso senza vincere, ma vincerà in seguito, come attrice protagonista e non protagonista, divenendo di fatto una delle giovani attrici più premiate e acclamate di sempre, soprattutto per via delle due saghe fantastiche di X-Men Hunger games, ma anche per film come Il lato positivoAmerican hustle e Joy.

Ma veniamo a Un gelido inverno, che probabilmente è il motivo per cui in seguito all’attrice sono stati offerti ruoli in cui ragazze giovanissime ma forti dovevano affrontate eventi alquanto difficili, ciò che per l’appunto è l’essenza centrale di questo film.

Eccone la trama sommaria: siamo in una sperduta zona montuosa del Missouri, la quale vive quasi al di fuori dalla legge e in cui la diciassettenne Ree Dolly è costretta a prendersi cura di quel che resta della sua famiglia. Il padre, produttore e spacciatore di droga, è scomparso, la madre vive in uno stato apatia totale, il fratellino e la sorellina sono due bambini.
In più, la ragazza viene a sapere che il padre, che in precedenza era stato arrestato ed era in attesa di processo, per pagarsi la cauzione aveva impegnato la fattoria, mettendo così nei guai l’intera famiglia.
Ree inizierà così a indagare, e sarà un’indagine ben difficile e coraggiosa, visto che in quella zona vigono dei codici di comportamento tanto rigidi quanto punitivi, e fare domande, considerando che ogni famiglia ha la sua produzione di droga, è poco incoraggiato.
La giovane ne pagherà dazio, ma in compenso sarà aiutata dallo zio Teardrop, un personaggio che è egli stesso il simbolo della genia umana che vive in quelle zone.

Un gelido inverno è un film alquanto cinico: in buona sostanza, ci si muove tra violenza e ignoranza. La legge c’è ma rimane ai margini; l’umanità è ridotta ai minimi termini, tra rozzezza e inconsapevolezza; lo stesso rapporto con la natura appare ambiguo.
Non è proprio il mio genere di film, devo dire, ma nel suo tipo Un gelido inverno è fatto bene, e difatti ha ottenuto un certo consenso.

Fosco Del Nero



Titolo: Un gelido inverno (Winter’s bone).
Genere: drammatico.
Regista: Debra Granik
Attori: Jennifer Lawrence, John Hawkes, Kevin Breznahan, Dale Dickey, Lauren Sweetser, Tate Taylor, Garret Dillahunt, Sheryl Lee, Shelley Waggener, Isaiah Stone, Ashlee Thompson.
Anno: 2010.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



martedì 26 aprile 2022

The O.C. - Josh Schwartz

The O.C., solitamente abbreviato in O.C., oppure esteso in Orange County, era una delle serie tv più in voga quando ero ragazzo. Al tempo ne vidi, se ricordo bene, due stagioni, le prime, per poi lasciarla perdere quando ritenni che lo spettacolo aveva preso una tangente di scarsa qualità.

Non avevo mai finito di vederlo, dunque, nonostante la serie contasse solo quattro stagioni (tre e mezza, visto che a un certo punto è stata interrotta per il calo dell’audience), e ho pensato di porre rimedio ora.

Ecco la trama sommaria di The O.C., serie ideata da Josh Schwartz e andata in onda per la prima volta nel 2003: Ryan Atwood è un adolescente problematico, non tanto per un carattere cattivo, quanto per l’appartenenza a una famiglia piuttosto scombussolata. Il padre, alcolizzato, è infatti in carcere, la madre è ugualmente alcolizzata, e i due figli finiscono essi stessi in prigione per il furto di un auto, a cui Ryan non voleva in verità partecipare ma a cui è stato trascinato dal fratello maggiore Tray. Impietosito dal suo caso, l’avvocato Sandy Cohen lo porterà a casa propria, e quello che doveva essere un rimedio momentaneo diverrà una situazione definitiva: Ryan diventerà il migliore amico di Seth, e Sandy e Kirsten dei tutori/genitori adottivi.
La situazione si anima subito su più versanti: Ryan e Marissa si piacciono subito, ma lei è fidanzata con Luke, aitante giocatore della squadra di pallanuoto della squadra della suola; Seth da sempre è cotto di Summer, l’amica del cuore di Marissa, ma lei non lo ha mai degnato di uno sguardo; i genitori di Marissa vanno verso il divorzio per via dei guai finanziari del padre, Jimmy… e prontamente la madre di Marissa, Julie, si orienta verso Caleb Nichol, padre di Kirsten e uomo più influente di Newport.
Si inizia rapidamente con risse, incendi, amori, pettegolezzi, e si va avanti altrettanto rapidamente.

Detta così non parrebbe proprio un programma adatto a me, eppure al tempo O.C. mi conquistò del tutto, per il suo mix tra valori positivi (dei “buoni”) e acuta intelligenza e ironia (soprattutto dei due Cohen, padre e figlio). Il cast era inoltre particolarmente “in parte”, i personaggi ben tratteggiati, l’alchimia tra di essi piuttosto evidente, e la colonna sonora notevole, per una serie giovanile.
Da evidenziare anche l’eccellente doppiaggio italiano.

In particolare, i commenti arguti e ironici di Seth mi son sempre piaciuti, per quanto col senno di poi li ho trovati un po’ intellettualoidi. Anche la verve di Ryan, e la sua alchimia con Marissa, è degna di rilievo.

Purtroppo, la serie comincia bene, con una prima stagione letteralmente scintillante, prosegue benino, con una seconda stagione discreta, e crolla in modo spettacolare dalla terza stagione in poi: la terza è mediocre, e la quarta è proprio ridicola… fino all’inevitabile chiusura. 
Gli ascolti del pubblico, ho letto, hanno seguito fedelmente tale mia sintetica descrizione dello show; il voto complessivo e mediano sarebbe una mera sufficienza, a cui aggiungo un mezzo punto di simpatia.

Curiosamente, la serie stessa pare del tutto consapevole del suo andamento, tanto che nella fase mediana una delle protagoniste, parlando di una serie tv che le piace (ma in realtà parlando della stessa O.C. e della sua tendenza a inventarsi eventi piuttosto ridicoli), dice: “È uno schifo la serie, non mi piace più. Cioè, creano falsi problemi a gente immaginaria soltanto per distrarci dai problemi del pianeta”.
E, parlando sempre del proprio caso, in uno degli ultimi episodi la medesima protagonista dice, sempre riferendosi in verità a O.C.: “Stava per chiudere alla quarta stagione, ma i fan hanno protestato e se ne faranno altre cinque”.
Effettivamente c’è stata una notevole raccolta di firme dei fan di O.C., ma essa non ha prodotto gli effetti ipotizzati dalla battuta in questione.

Altro elemento negativo: pur destando simpatia, lo spettacolo pare da subito prestarsi a manipolazioni mediatiche di massa di impronta piuttosto chiara: chemioterapia, omosessualità, lesbismo, bisessualità, sesso con minori, abuso di potere, distruzione dei propri ideali, corruzione, ricatto, alcolismo, droga, truffe… fa passare tutto ciò come normale, quando normale non lo è per niente.

Son comunque contento di aver visto almeno una volta l’intera serie… ma se in futuro volessi per caso rivederla, ne guarderei solamente le prime due stagioni, quelle in cui The O.C. dà il meglio di sé, prima della discesa nell’abisso verso lo stupido e il ridicolo (la relazione Ryan-Taylor è piuttosto emblematica in tal senso).

Fosco Del Nero



Titolo: The O.C. (The O.C.).
Genere: commedia, drammatico, sentimentale.
Ideatore: Josh Schwartz.
Attori: Benjamin McKenzie, Adam Brody, Mischa Barton, Peter Gallagher, Kelly Rowan, Rachel Bilson, Melinda Clarke, Tate Donovan, Chris Carmack, Alan Dale, Willa Holland, Autumn Reeser.
Anno: 2003-2007.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 20 aprile 2022

Le mani sulla città - Francesco Rosi

Il cinema italiano è per certi versi sorprendente, o perlomeno lo era, prima della china che ha cominciato a discendere da un certo punto in poi.
Passo a illustrare il perché di questa mia considerazione: di recente mi son detto che avevo visto poco del cinema italiano dei decenni passati, e per rimediare ho ricavato da internet una lista dei film considerati di maggior valore degli anni “60 e “70: ne sono usciti fuori Io la conoscevo beneIl sorpassoIl boomL’ombrellone, C’eravamo tanto amati… e altri ancora, tra cui il film recensito oggi, Le mani sulla città, diretto da Francesco Rosi nel 1963.

La mia considerazione è legata al fatto che ognuno di questi film, non a torto considerati dei classici del cinema nostrano, è un film di denuncia sociale: ognuno a suo modo, ognuno col suo stile, ma indubitabilmente di denuncia sociale.
Abbiamo, in tale panorama, le persone che cercano divertimenti esterni ma che sono desolatamente sole e vuote interiormente, persone che cercano disperatamente di arrampicarsi socialmente, persone che hanno eletto il superficiale e il vacuo a loro obiettivo di vita, persone che tradiscono i loro ideali per i soldi o la carriera… e persone che per l’interesse personale non esistano a corrompere, distruggere, imbrogliare e persino sacrificare la vita altrui, ciò che per l’appunto è il tema centrale di  Le mani sulla città, film che forse più di ogni altro illustra come si sia arrivati alla situazione sociale, economica e politica attuale, in cui un intero popolo è stato venduto.

Amo molto il cinema di decenni fa anche per questo motivo: mostra con evidenza cosa c’era “in circolo” allora, e dunque come si è arrivati sino a oggi. I decenni scorsi sono i genitori della contemporaneità, e in questo senso sono ovviamente rilevanti.

Ma andiamo alla trama sommaria de Le mani sulla città: siamo a Napoli, nei primi anni Sessanta, quando un edificio abitato, accanto a cui una ditta stava effettuando dei lavori, crolla, provocando due morti, numerosi feriti e l’amputazione delle gambe di un bambino. La ditta è di proprietà di Nottola (un ottimo Rod Steiger), un personaggio alquanto influente nonché inserito nel forte partito di destra che amministra la città. Ciò provoca la reazione degli abitanti del posto, che rischiano l’evacuazione del circondario, nonché del consigliere comunale di sinistra De Vita (Carlo Fermariello), il quale chiede e ottiene una commissione d’inchiesta che indaghi sulle presunte irregolarità edilizie.
La crisi genera anche un dissidio tra Nottola e Maglione (Guido Alberti), fino ad allora amico e compagno di partito, che provoca una fuoriuscita del primo e di alcuni altri membri dal gruppo di destra, in favore del gruppo di centro guidato da De Angelis, che punta a divenire il nuovo sindaco nelle imminenti elezioni. Ciò mentre De Vita aveva egli stesso attirato alla sua causa alcuni esponenti del centro al fine di salvaguardare il comportamento morale del consiglio comunale.
Nottola, dal canto suo, punta al posto di assessore all’edilizia in modo da favorire ulteriormente i suoi interessi di costruttore, già facilitati dal progetto di espansione edilizia voluto dalla giunta comunale in contrapposizione al vigente piano regolatore.

Il film ha ottenuto fin da subito un certo successo, tanto da spopolare ai Nastri d’Argento e al Leone d’oro di Venezia di quegli anni.

Personalmente, non gradisco troppo drammi e storie molto accese e chiassose, ma Le mani sulla città, per il suo valore di rappresentazione di un certo fenomeno e di un intero periodo storico (evidentemente non ancora terminato), è un film che ha un notevole valore, tanto che gli ho accresciuto di uno la valutazione, proprio per premiare tale valore.

Ne approfitto per inserire qui la soluzione a corruzione, truffe e intrallazzi vari: occorre educare l’intera popolazione a livello di coscienza, giacché questi malcostumi sono possibili solo se la base è marcia. Il popolo ha sempre i rappresentanti politici che si merita, e questi difatti non fanno altro che “rappresentarlo”: se si cambia la base, in automatico si cambia anche l’altezza.
Per questo, personalmente, mi occupo di crescita interiore: perché essa è la cosa più importante tra tutte, persino dei beni e dei servizi materiali, giacché tutto discende a cascata da essa e dunque, occupandosene, ci si sta occupando in automatico di tutto quanto.
Quando questo concetto verrà compreso appieno, le cose cambieranno in  modo radicale, a livello educativo e non solo.

Nel mentre, ho deciso di vedermi anche un altro film di Rosi, piuttosto famoso ma che non ho mai visto, ossia Cristo si è fermato a Eboli.

Fosco Del Nero



Titolo: Le mani sulla città. 
Genere: drammatico, sociale.
Regista: Francesco Rosi. .
Attori: Rod Steiger, Guido Alberti, Marcello Cannavale, Alberto Canocchia, Salvo Randone, Dante di Pinto, Pasquale Cennamo.
Anno: 1963.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.



martedì 19 aprile 2022

Short program - Mitsuru Adachi

Dopo essermi letto le opere principali di Mitsuru Adachi (cito per tutte Touch e Rough) nonché molte opere secondarie, sono arrivato a leggermi anche i suoi corti, pubblicati nel corso di una ventina d’anni su varie riviste e infine riuniti in una piccola opera intitolata Short program, che in Italia è stata pubblicata in quattro volumetti, contenenti ciascuno una storia, peraltro con sottostorie, tutte chiaramente piuttosto corte.

Va detto anche che tali volumetti, che in Giappone erano usciti in realtà in due tankobon e non in quattro come in Italia, sono stati seguiti da un terzo volume intitolato Short program - Girl's type, che però non ho, per cui la recensione si basa sui due volumi originali, ossia sui quattro volumetti italiani.

Si tratta di volumi di formato discretamente grande come misure, ma non particolarmente spessi, con circa 120 pagine ciascuno: a conti fatti, sono piuttosto corti… di nome e di fatto.

Non c’è molto da dire, in realtà, su di essi, dal momento che non vi è una trama unitaria, e persino il genere è piuttosto difforme, da storia a storia, spaziando dalla commedia leggera al drammatico, dall’umorismo al sentimentale. Il tutto comunque conserva lo stile piuttosto leggero, nei tratti e nei modi, di Mitsuru Adachi, largamente apprezzato proprio per tale sua leggerezza di spirito, persino quando affronta tematiche impegnative e non meramente sportive o adolescenziali…

… temi che comunque rimangono il suo piatto forte, anche nelle brevi storie contenute in Short program, che a dire il vero non ho gradito troppo, nel senso che avevo già notato che il mangaka giapponese dava il meglio di sé nelle opere più lunghe (TouchRoughH2), mentre quando lo spazio si assottiglia diminuiscono anche la qualità media e lo spessore dell’opera.
Qua lo spazio è ai minimi termini, e anche il mio gradimento lo è stato, pur rimanendo nell’alveo delle opere ottimamente realizzate, da cui la valutazione sufficiente ma non oltre.

In conclusione, dovrò trovare altri fumetti lunghi di Adachi, oppure rileggermi i suoi classici, se ne avrò voglia in futuro.
Ad ogni modo, Mitsuru Adachi è un eccellente mangaka, delicato ma al contempo intenso, e certamente non lo scopro io per primo.

Fosco Del Nero



Titolo: Short program (Shoto puroguramu).
Genere: manga, fumetto.
Regista: Mitsuru Adachi.
Anno: 1985-2007.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 13 aprile 2022

C’eravamo tanto amati - Ettore Scola

Per la serie “i classici italiani”, oggi recensisco C’eravamo tanto amati, film diretto da Ettore Scola nel 1974.

Due cose introduttive: la prima è che si tratta dell’esordio del regista campano su Cinema e film. La seconda è che il film segue, nella mia personale visione, Io la conoscevo bene e Il sorpasso, già visti e recensiti tempo addietro, e Il boom e L’ombrellone, che viceversa ho veduto per la prima volta in questo periodo. 

Ecco la trama di C’eravamo tanto amati, film che ha da subito riscosso un certo successo e che ha lanciato il regista nell’olimpo dei cineasti italiani: Antonio (Nino Manfredi), Gianni (Vittorio Gassman) e Nicola (Stefano Satta Flores) sono tre partigiani compagni nella Seconda Guerra Mondiale, divenuti grandi amici e tenutisi in contatto anche una volta terminata la guerra.
Il primo è un barelliere-infermiere romano, il secondo uno studente al nord che poi tornerà a Roma e farà carriera lì, il terzo un professore campano appassionato di cinema. 
I primi due si ritroveranno una prima volta qualche anno dopo: Antonio presenta a Gianni la sua fidanzata Luciana (Stefania Sandrelli), aspirante attrice originaria del Friuli, la quale proverà un’immediata simpatia per l’uomo, in ciò ricambiata. 
Tornerà sulla scena anche Nicola, che addirittura finirà in televisione a una puntata del quiz di Mike Bongiorno, Lascia o raddoppia, e i tre, e anzi i quattro considerando anche Luciana, incroceranno svariate volte le loro strade.

C’eravamo tanto amati attraversa trent’anni di vita, che son trent’anni di vita dei protagonisti della storia, non a caso pesantemente truccati a seconda delle varie fasi di vita sceneggiate, ma anche trent’anni di vita dell’Italia di allora. 
Per raccontarla, è stata utilizzata una trovata interessante: la prima metà del film è in bianco e nero e la seconda metà del film a colori, coerentemente con l’epoca ritratta e la tecnologia allora presente.

Sostanzialmente C’eravamo tanto amati è un film che oscilla tra commedia, dramma e sentimentale, con tutti e tre i lati ben rappresentati, e per larghi tratti rappresenta un certo disagio esistenziale, di coloro che non riescono a trovare il loro posto nella vita e vanno avanti con fatica.

Complessivamente l'opera, pur discretamente lunga, si fa seguire bene e volentieri… ma d’altronde davanti alla macchina da presa ci sono attori di notoria bravura; tra questi anche Aldo Fabrizi e Giovanna Ralli.

La pellicola ha ottenuto un notevole successo di pubblico, ma anche di critica, con numerosi premi e nomine conquistati nei vari concorsi nostrani e non solo: Nastro d’argento, Globo d’oro, Cesar, etc.

Curiosità: il film trova il modo di omaggiare svariati protagonisti del cinema italiano dell’epoca, da Vittorio De Sica a Federico Fellini, da La dolce vita a Ladri di biciclette; inoltre mostra alcuni degli scorci più famosi di Roma.

Fosco Del Nero



Titolo: C’eravamo tanto amati. 
Genere: commedia, drammatico, sentimentale.
Regista: Ettore Scola.
Attori: Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Stefano Satta Flores, Stefania Sandrelli, Aldo Fabrizi, Giovanna Ralli, Federico Fellini, Isa Barzizza, Marcello Mastroianni, Mike Bongiorno, Fiammetta Baralla.
Anno: 1974.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui



martedì 12 aprile 2022

Joy - David O. Russell


Joy è il quarto film di David O. Russell che vedo. 
Il motivo di tale filotto risiede nell’eccellente lavoro fatto con I heart huckabees - Le strane coincidenze della vita e Il lato positivo, quest’ultimo film che buca letteralmente lo schermo, grazie soprattutto ai due protagonisti Bradley Cooper e Jennifer Lawrence, che non a caso compaiono anche nell’altro film del regista che mi son visto, American hustle - L’apparenza inganna, di qualità tuttavia nettamente inferiore.

Confidavo che Joy risalisse ai vertici dei primi film, ma purtroppo è invece il peggiore in assoluto, e andiamo a vedere perché.

Come prima cosa, evidenziamo che il film si rifà alla vita di Joy Mangano, dapprima inventrice di un mocio per pavimenti e poi di un vero e proprio impero economico. Tuttavia, non si tratta di una biografia fedele, ma di un’ispirazione, allargata poi ad altri casi similari di donne di successo.

Manco a dirlo, la protagonista centrale del film è Jennifer Lawrence (che non si fatica a ricordare in Hunger games), assistita ancora una volta da Robert De Niro e Bradley Cooper.

Ecco la trama sommaria di Joy: Joy, fin da bambina, dimostra una viva intelligenza e una propensione a inventare le cose, qualità tuttavia soffocate da una vita familiare difficile, per non dire che si è ritrovata al centro di una situazione parentale al limite della follia (a quanto pare a Russell piace così). Il padre Rudy e la madre Terry sono divorziati e vanno tenuti lontani; la sorellastra Peggy è una spina nel fianco, e il matrimonio con Tony è finito miseramente, anche se i due sono rimasti amici... e questo, paradossalmente, è il rapporto interpersonale più sano tra tutti.
A un certo punto la donna, oberata di responsabilità, decide che è ora di mettere a frutto la sua inventiva, e brevetta una sorta di mocio per pavimenti, chiamato “miracle mop”, che cercherà di piazzare non senza numerosi e interminabili difficoltà.

“Interminabile” è forse la parola adatta per descrivere Joy, film che dura più di due ore e che propone una serie quasi infinita di fallimenti, rialzi, successi, nuovi ostacoli e via discorrendo… fino a che, grazie a Dio, finisce.

Il problema, in Joy ma anche in The hustle, è che vi sono i turbamenti psichici proposti anche ne Il lato positivo, ma manca la sua freschezza e la sua brillantezza: tutto è molto più torbido e psicotico… e già Il lato positivo era abbastanza psicotico di suo.

Inoltre, a Russell piacciono i toni alti, per cui la gente continuamente urla, sbraita, lancia sguardi infuocati… ma dopo un paio di volte la cosa diventa poco credibile, se non proprio ridicola.

Tra l’altro ho visto che, se quest’ultimo film di Russell ha avuto recensioni mediocri, il penultimo ugualmente è andato male, il che lascia supporre una parabola discendente del regista… ma mai dire mai.

Chiudo con una bella frase tratta dal film, che comunque è un film didattico a livello di motivazione e carattere.

“Quando ti nascondi sei al sicuro, perché le persone non ti vedono, ma la cosa buffa del nascondersi è che sei nascosto anche a te stesso.”

Fosco Del Nero



Titolo: Joy (Joy). 
Genere: drammatico, biografico.
Regista: David O. Russell.
Attori: Jennifer Lawrence, Robert De Niro, Bradley Cooper, Edgar Ramirez, Diane Ladd, Virginia Madsen, Isabella Rossellini, Dascha Polanco, Elisabeth Röhm, Susan Lucci, Laura Wright.
Anno: 2015.
Voto: 5.
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mercoledì 6 aprile 2022

Immortal ad vitam - Enki Bilal

Conosco il film Immortal ad vitam da ormai parecchi anni, ma non lo avevo mai visto… nonostante una volta avessi iniziato a guardarlo, senza però continuare la visione.

Ho proceduto solo ora, dunque, e ne ho approfittato per conoscere la genesi del film, che è stato diretto dallo stesso disegnatore dai cui fumetti esso è tratto: il disegnatore/regista è Enki Bilal (uno che si chiama Enki ha la mia attenzione in partenza); il fumetto originario è la cosiddetta Trilogia di Nikopol, nello specifico i primi due volumi, La fiera degli immortali e La donna trappola; l’anno di produzione del film è il 2004.

Quanto al rapporto tra fumetti e film, ho letto che è piuttosto lasso, nel senso che l’adattamento tra i primi e il secondo è stato notevole, e che alla fine il film si è concentrato più sulla situazione dei protagonisti che sullo sfondo socio-politico, viceversa assai importante nell’opera originaria, che descriveva una stato dispotico (in Francia, mentre il film è ambientato negli USA).

Ecco la trama sommaria di Immortal ad vitam: un bel giorno a New York, nell’anno 2095, compare una piramide in cielo e rimane lì. Nella piramide vi sono tre antiche divinità egizie: Horus, Anubi e Bastet (con rispettivamente teste di falco, cane e gatto su corpi umani). Il primo rischia di perdere la sua immortalità e al fine di salvaguardarla ha solamente sette giorni per riuscire a ingravidare una donna capace di procreare con un Dio... e le donne adatto a tale scopo sono assai poche, ci viene detto.
Horus allora prende possesso di un umano, Nikopol, che era stato ibernato trent’anni prima in quanto dissidente politico e che gli va particolarmente a genio in quanto uomo alla vecchia maniera, non geneticamente modificato come la gran parte della popolazione di quei tempi. 
Difatti, New York è un coacervo di esseri umani più o meno geneticamente modificati, mutanti ed extraterrestri. Questi ultimi, in particolare, sono soggetti agli esperimenti della Eugenetics Corporation, una potentissima multinazionale che non si pone scrupoli a testare e sperimentare su esseri viventi. Al suo interno, si distingue Elma Turner (Charlotte Rampling), la quale s’imbatte nella giovane e bluastra Jill (Linda Hardy)… nella quale s’imbatte, suo malgrado, lo stesso Nikopol, diretto a tal scopo da Horus, il quale ogni tanto prende possesso diretto del corpo dell’uomo.

Veniamo ora al commento del film, che non sarà banale in quanto non siamo alla prese con un film banale, a cominciare dalla realizzazione tecnica, che mescola computer grafica e recitazione in carne e ossa, con una prevalenza della prima; si conti, ad esempio, che solo tre personaggi sono “reali”, mentre gli altri sono tutti animati. L’atmosfera visiva è a tratti bellissima, anche se in altri momenti l’affiancamento tra le due tecniche di realizzazione, o il rapido passaggio dall’una all’altra, stona parecchio; sembra di avere di fronte un videogioco più che un film… e infatti dall’opera in questione è stato tratto anche un videogioco. Peraltro occorre sempre ricordare che si tratta della conversione cinematografica di un fumetto, e che probabilmente l’autore, autore dell’uno e dell’altra, ha voluto conservare alcuni tratti del fumetto stesso, cosa che non avrebbe potuto fare con le sole riprese “fisiche”.
L’esperimento è coraggioso, comunque, e personalmente ho apprezzato l’originalità estetica, che offre parecchia bellezza, ricordando a tratti le atmosfere di Blade runner o di simili film futuristici e/o cyberpunk.

È sperimentale anche lo stile del film, certamente lontano dalla fantascienza d’azione che va tanto di moda oggi, e più vicino al film impegnato socialmente e culturalmente.

Quanto ai temi dietro al film, alcuni sono evidenti: diversità e immigrazione (il regista è naturalizzato francese, e questo tema è quasi onnipresente nella produzione artistica d’oltralpe), sperimentazione genetica-eugenetica, compassione-umanità, procreazione e futuro. Tra le tematiche aggiungerei anche quella di entità non umane-superumane-semideistiche che prendono possesso di un corpo umano (e qua torniamo al nome Enki): “Ho bisogno di un corpo che mi accolga e che mi ubbidisca”, dice il dio Horus all’essere umano che sta per possedere. Giacché ci sono, aggiungo anche l’immagine simbolica dell’essere umano che è stato addormentato per decenni, la quale non ha bisogno di spiegazioni a livello di addormentamento e coscienza.

Per l’appunto, Immortal ad vitam, compatibilmente con la sua genesi deistica, pare possedere anche qualche tratto di tipo esistenziale, come mostrano alcune frasi dette a voce o riportate per iscritto nel film, che vado a proporvi in conclusione di recensione.

“Il neutro non esiste: uomini e donne, umani e alieni, chi viene integrato e chi viene scartato. L’intero universo di merda è diviso in due.”

“Io non mi ricordo proprio niente.”

“Non salite al livello tre: è pericoloso per gli umani.”

“Tutti gli elementi alla fine andranno a posto.”

“L’intera città è malata.”

“Ho bisogno di un corpo che mi accolga e che mi ubbidisca.”

“E ora alzati e cammina.”

“Non spargere sangue né lacrime.”

“Le pillole blu impediscono al tuo passato di riemergere, e lasciano che il presente ti pervada.”

“Ho paura.”
“Paura di cosa?”
“Di diventare un essere umano.”

“Guarda dentro al tuo corpo.”

“Non si distrugge quello che si ama.”

Fosco Del Nero



Titolo: Immortal ad vitam (Immortel ad vitam).
Genere: fantastico, fantascienza, drammatico, sentimentale.
Regista: Enki Bilal.
Attori: Linda Hardy, Thomas Kretschmann, Charlotte Rampling, Frédéric Pierrot, Thomas M. Pollard, Yann Collette, Derrick Brenner. 
Anno: 2004.
Voto: 7.
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martedì 5 aprile 2022

L’ombrellone - Dino Risi

Ho deciso, di recente, di guardarmi quelli che sono considerati i film italiani più importanti dei decenni passati, dagli anni “60 in poi: quei film che, in sostanza, raccontavano l’Italia di allora e quindi le genti che hanno portato all’Italia di oggi.

Mi sono così rivisto Il sorpasso e Io la conoscevo bene (che avevo già visto in passato); poi mi son guardato Il boom e ora il turno de L’ombrellone, film di Dino Risi (che aveva diretto anche Il sorpasso).

Come prima cosa, passo alla trama del film, per quanto sommaria: l’ingegnere Enrico Merletti (Enrico Maria Salerno; Io la conoscevo bene, L’armata Brancaleone), persona seria e posata, terminato di lavorare raggiunge in piena estate la moglie Giuliana (Sandra Milo), già in vacanza nella riviera adriatica da alcune settimane. Una volta arrivato, viene coinvolto in un bailamme di attività vacanziere e di pettegolezzi, salvo accorgersi, dopo un po’, che la moglie è preda di una sorta di inquietudine coniugale, rischio tradimento compreso.
Dapprima ipotizza un qualche giovane aitante del posto, e in ciò conosce il gigolò Sergio, ma poi s’accorge che l’infatuazione è per l’antiquario Antonio Bellanca.

È difficile valutare in modo oggettivo L’ombrellone, giacché è evidente la sua doppia natura. Da un lato pare una sorta di cine-panettone ante-litteram, stagione estiva esclusa: in questo senso pare proporre tutta la superficialità, il qualunquismo e la falsità della società italiana dell’epoca, e non a caso l’ambientazione è quella della zona italiana considerata più vacanziera e godereccia. In tale scenario, il film non risparmia luoghi comuni e personaggi stereotipati: c’è il playboy, l’intellettuale, il buontempone, la pettegola, l’annoiato, l’inquieta, la seduttrice, etc. Accanto a tali personaggi, gira una lunghissima cacofonia composta da dialoghi banali, chiacchiericcio di sottofondo e canzonette dell’epoca. Pare quasi l’emblema della superficialità e della leggerezza.
In tale superficialità, però, proprio il protagonista, l’ingegner Merletti, rappresenta una voce fuori dal coro, non gradendo il chiasso e la confusione. Proprio il protagonista rappresenta la chiave di lettura del film, che mostra confusione e superficialità non tanto per intrattenere, ma soprattutto per evidenziarle.
In questo senso, L’ombrellone, giacché eccede clamorosamente in tutto ciò che si è elencato, pare più un film di denuncia, o quantomeno di ironica considerazione.

Giacché di mio neanch’io amo la confusione, la superficialità e il vano rumore, la valutazione de L’ombrellone come opera cinematografica è scarsa… ma la valutazione come opera di denuncia (di ammonimento, verrebbe da dire col senno di poi) sarebbe ben più alta.

Fosco Del Nero



Titolo: L’ombrellone. 
Genere: commedia, sentimentale.
Regista: Dino Risi.
Attori: Sandra Milo, Enrico Maria Salerno, Leopoldo Trieste, Sandra Milo, Raffaele Pisu, Jean Sorel, Lelio Luttazzi, José Calvo, Helga Liné, Alicia Brandet, Daniela Bianchi, Trini Alonso, Véronique Vendell.
Anno: 1965.
Voto: 4.
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martedì 29 marzo 2022

American hustle - L’apparenza inganna - David O. Russell

Di David O. Russell ho già visto e recensito I heart huckabees - Le strane coincidenze della vita e Il lato positivo, con esiti assai positivo in ambo i casi. Ho deciso di procedere dunque ad altre visioni, cominciando con American hustle - L’apparenza inganna, film del 2013 che ha ricevuto numerosi premi e nomination.

Il film peraltro è basato su una storia vera, e nel dettaglio sull’Operazione Abscam, portata avanti dall’FBI alla fine degli anni “70 per indagare sulla corruzione nel Congresso e in altre organizzazioni degli Stati Uniti.

Nel film peraltro è presente il trittico di attori che aveva fatto tanto bene l’anno prima ne Il lato positivo, ossia  Bradley Cooper, Jennifer Lawrence e Robert De Niro, per quanto non nelle vesti degli attori principali, che sono invece Christian Bale ed Amy Adams: il primo particolarmente imbruttito nella sua caratteristica di attore trasformista, e la seconda invece in vesti particolarmente sensuali.

Ecco la trama di American hustle - L’apparenza inganna: Irving Rosenfeld (Christian Bale; L'uomo senza sonnoEquilibriumThe prestigeThe new world - Il nuovo mondo) e Sydney Prosser (Amy Adams; Lei, Big eye, Come d’incantoArrival) sono due truffatori, oltre che amanti, i quali mentono sulle loro identità e sulla capacità di reperire fondi per persone bisognose di liquidità, allo scopo di intascare una commissione, ovviamente in nero, senza tuttavia dare mai niente in cambio.
Un giorno i due sono incastrati da Richie DiMaso (Bradley CooperUna notte da leoniLimitlessIl lato positivo), solerte agente dell’FBI, che promette di non perseguirli in cambio della loro collaborazione nell’incastrare personaggi ben più in vista: politici, sindaci, mafiosi, etc. I due si prestano, e così inizia un triangolo alquanto bizzarro, che finirà per coinvolgere anche il sindaco di Camden, Carmine Polito e il mafioso Victor Tellegio.

Il film essenzialmente è un film drammatico, per quanto il tono che usa il regista è quasi da commedia.
Commedia degli equivoci, verrebbe quasi da dire, o comunque commedia degli inganni, visto che la storia è una storia a chi inganna di più e meglio. 

Devo dire la verità: nonostante l’ottimo cast e la buona direzione, non ho gradito troppo American hustle - L’apparenza inganna: è un giochino mentale ed emotivo e poco più, e questo al di là che gli eventi narrati siano avvenuti così come descritti o in modo diverso.

Sufficienza stretta, dunque, con gli altri due lavori di Russell ch’erano, a mio avviso, assai più riusciti.

Fosco Del Nero



Titolo: American hustle - L’apparenza inganna (The hustle). 
Genere: drammatico, sentimentale.
Regista: David O. Russell.
Attori: Christian Bale, Amy Adams, Bradley Cooper, Jeremy Renner, Jennifer Lawrence, Jack Huston, Louis C.K., Michael Peña, Alessandro Nivola, Elisabeth Röhm, Dawn Olivieri, Robert De Niro.
Anno: 2013.
Voto: 6.
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mercoledì 23 marzo 2022

Il boom - Vittorio De Sica

Di recente mi sono rivisto Il sorpasso e Io la conoscevo bene, due classici del cinema italiano degli anni “60, girati rispettivamente da Dino Risi e da Antonio Pietrangeli, e con protagonisti principali rispettivamente Vittorio Gassmann e Stefania Sandrelli.
Giacché c’ero, ho deciso di cercarmi altri classici del cinema italiano di quei tempi, e il primo della lista è stato Il boom, girato da Vittorio De Sica nel 1963.

Occorre subito dire una cosa: non so come siano stati considerati i suddetti film all’epoca della loro uscita, ma appaiono tutti e tre, e con tutta evidenza, seppur a volte mascherati da commedia e a volte da film grottesco, un ritratto in parte fedele e in parte caricaturale dell’Italia di allora… e l’Italia di allora, ossia gli adulti di allora, e i giovani che stavano crescendo, sono poi le persone che hanno portato all’Italia di oggi: impossibile sottostimare gli effetti di tale passaggio.

Il sorpasso proponeva un protagonista guascone, dedito alla bella vita e al divertimento, incapace di impegnarsi, tanto nel lavoro quanto nelle relazioni sentimentali. Io la conoscevo bene presentava invece una protagonista che cercava di colmare il suo vuoto interiore con qualcosa di esteriore: le relazioni sentimentali, il successo facile… tanto da farsi sfruttare dagli altri. Il boom, dal canto suo, propone un protagonista arrampicatore sociale, partito dal basso e deciso a fare soldi e a essere considerato dalla classe sociale borghese: sposa la figlia di un generale, si mette in affari con personaggi abbienti, conduce uno stile di vita al di sopra delle sue possibilità economiche… ed è disposto a vendere un occhio (letteralmente) pur di pagare i suoi debiti e continuare a vivere in quel modo.

Il tutto parrebbe davvero surreale… se non fosse che, dettaglio dell’occhio a parte, tante persone vivevano (allora) e vivono (oggi) in questo esatto modo, tanto che Il boom acquisisce persino un valore didattico, se lo si guarda con occhi maturi e pronti al percorso interiore invece che a quello esteriore.

Ma andiamo a tratteggiare la trama del film: Giovanni Alberti (il sempre bravissimo Alberto Sordi) è un giovane imprenditore di Roma che vive negli anni del boom economico e che, pur di elevarsi a uno status sociale superiore rispetto a quello della sua nascita, e di assicurare alla sua bella moglie Silvia uno stile di vita dispendioso, ha contratto molti debiti, tanto da essere costretto, a un certo punto, a chiedere prestiti o favori a parenti e conoscenti vari, ricevendo però sempre rifiuti.
Un giorno, la signora Bausetti, moglie di un ricchissimo costruttore, gli propone di vendere a suo marito la cornea di un occhio, naturalmente dietro lauto compenso. Giovanni, che nel mentre ha visto diffusa la notizia delle sue difficoltà finanziarie, risolverebbe tutti i suoi problemi in un colpo solo… ma dovrebbe rinunciare a un occhio.

La trama de Il boom è quasi paradossale, ma molto veritiera nell’essenza: in tanti vendono sé stessi, parti del loro corpo o parti del loro spirito, in cambio di un qualche successo economico o sociale. Il film di De Sica, così, non fa altro che testimoniare quello che evidentemente era già visibile nell’Italia di allora e che sarebbe esploso poi… a proposito di boom.

Fosco Del Nero



Titolo: Il boom. 
Genere: drammatico.
Regista: Vittorio De Sica.
Attori: Alberto Sordi, Maria Grazia Buccella, Gianna Maria Canale, Ettore Geri, Mariolina Bovo, Elena Nicolai, Alceo Barnabei, Federico Giordano, Antonio Mambretti. 
Anno: 1963.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.



martedì 22 marzo 2022

Downton Abbey - Michael Engler

Dopo essermi visto, e con gran gusto, le varie stagioni della serie televisiva Downton Abbey, non potevo non vedermi anche l’omonimo film realizzato alcuni anni dopo la conclusione della serie, la quale aveva lasciato in verità milioni di fan delusi, ma rinfrancati perlomeno dalla produzione cinematografica in questione, la quale ha avuto un notevole successo, con i suoi quasi 200 milioni di dollari di incassi.

Dico subito che, per quanto mi riguarda, il film è di qualità un poco inferiore rispetto allo sceneggiato televisivo, ma sufficiente per bissarne il valore.

Ecco in sintesi la trama del film Downton Abbey: siamo nel 1927, ossia un paio d’anni dopo le vicende della serie tv, e la tenuta di Downton Abbey va avanti, diretta ora dalla primogenita Mary (purtroppo, pettinata molto peggio di prima) e dal cognato Tom Branson (vedovo della defunta Sybil e nel mentre un po’ imbolsitosi). L’altra sorella, Edith, è felicemente sposata col Marchese di Hexam, mentre i vegliardi, ossia la Contessa Madre e oramai anche Conte e Contessa in carica, vivono serenamente la loro età avanzata… ormai parecchio avanzata per Violet Crawley-Maggie Smith.

Ciò che scuote l’intera Downton Abbey, nonché il paese che le gravita attorno, è la notizia della visita reale: Re George, sua moglie Mary, parenti stretti e servitù alloggeranno a Downton per una notte, di passaggio lungo il loro viaggio per lo Yorkshire.
È una grande notizia, ma la cosa causa diverse criticità: l’aspetto organizzativo generale, l’antico dissidio tra Lady Violet e la cugina Lady Bagshaw relativo a un’eredità, le passate velleità repubblicane e insurrezionali dell’irlandese Tom Branson, la pretesa della servitù reale di sostituire in toto la servitù di Downton, privandola così del piacere di organizzare e servire l’evento con le maestà britanniche, l’inesperienza del nuovo maggiordomo Barrow, rimpiazzato per un paio di giorni da Carson, ch’era andato in pensione alla fine della serie televisiva.

Insomma, queste sono le scuse per metter su un’altra volta lo spettacolo di Downton, con la sua bellezza e la sua eleganza. Per tale spettacolo, che dura circa due ore, è stata fatta la scelta di orientarsi con decisione verso la commedia, trascurando la parte drammatica dello sceneggiato televisivo, la quale era in verità ben forte (guerra e convalescenziario, giovani morti in incidenti automobilistici, violenze sessuali, prigione, maternità scandalose e quindi nascoste, etc). Nel film il peggio che c’è è un arresto in un club per omosessuali, nonché un modesto e incerto tentativo di regicidio.

Assolutamente da citare, in tali piccoli scontri, la contesa tra Lady Violet e Lady Bagshaw… ossia rispettivamente la Professoressa Mc Granitt e Dolores Umbridge di Harry Potter e l'Ordine della Fenice: impossibile non ipotizzare che la cosa sia stata voluta, anche considerando la genesi anglosassone di ambo i prodotti.

Come detto, complessivamente ho gradito il film Dowton Abbey, per quanto meno della serie tv. Anzi, serie e film hanno molto da insegnare, al popolino, a livello di eleganza, compostezza, disciplina e arguzia. Dal passato, comprese le classi sociali del passato, occorre prendere il meglio e mettere da parte il peggio… ma non metter da parte tutto quanto, il che sarebbe un approccio alquanto infantile.

Fosco Del Nero



Titolo: Downton Abbey (Downton Abbey). 
Genere: commedia.
Regista: Michael Engler.
Attori: Hugh Bonneville, Jim Carter, Michelle Dockery, Elizabeth McGovern, Maggie Smith, Imelda Staunton, Penelope Wilton, Tuppence Middleton, Joanne Froggatt, Stephen Campbell Moore, Laura Carmichael. 
Anno: 2019.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.



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