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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare.

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te.

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno.

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Se vuoi che il mondo cambi, inizia a darti da fare tu stesso.

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

giovedì 26 agosto 2021

50 e 50 - Jonathan Levine

50 e 50 partiva con i favori del pronostico, dal momento che ogni in passato mi era piaciuto ogni prodotto con protagonista Joseph Gordon-Levitt: i film 500 giorni insiemeInception, Sin City - Una donna per cui uccidere e Looper - In fuga dal passato, e le sit-com Una famiglia del terzo tipo e That '70s show, in cui recitava da adolescente. 

Devo però constatare che c’è una prima volta per tutto, e 50 e 50 si è rivelato un film di fattura mediocre.

Ma andiamo con ordine, partendo dalla trama: Adam Lerner lavora alla radio ed è un bravo ragazzo; forse troppo, dal momento che la fidanzata Rachael (Bryce Dallas Howard; The help, The village) si approfitta di lui e che a lavoro non si fa rispettare abbastanza. In effetti, fin da subito il personaggio è mostrato come debole e irresoluto, come gli evidenzia ogni tanto Kyle (Seth RogenZack e Miri - Amore a primo sesso, Tu, io e Dupree), il suo miglior amico.
Un giorno il giovane ha una diagnosi medica a dir poco infausta: quel mal di schiena che lo tormentava da un po’ è in realtà un raro tumore maligno, per combattere il quale dovrà prima sottoporsi a diversi cicli di chemioterapia e poi a una difficile operazione chirurgica, nella speranza di debellarlo. Le speranze di sopravvivenza, come recita il titolo del film, sono cinquanta e cinquanta.
La cosa naturalmente provocherà uno scossone nella sua vita: con la fidanzata, che già era poco premurosa nei suoi confronti in partenza, con suo madre (Anjelica Huston; La famiglia AddamsI TenenbaumLe avventure acquatiche di Steve Zissou, L’onore dei Prizzi, Le nebbie di AvalonCrimini e misfatti), che viceversa era troppo invadente, e con Katie (Anna Kendrick; Twilight, Scott Pilgrim vs. The world, Into the woods), la giovanissima psicoterapeuta assegnatagli.

Essenzialmente 50 e 50 si suddivide in due, seguendo due ambiti della vita del giovane protagonista: l’aspetto medico-salutistico e l’aspetto relazionale-sentimentale.
In ambo i casi, procede in modo facile: c’è la lotta, c’è una fidanzata migliore, c’è il lieto finale… e si capisce tutto da subito, quindi è riservato davvero poco spazio ai colpi di scena e all’originalità.

Probabilmente il film voleva costituire un incoraggiamento per coloro che si trovano a dover affrontare un cancro, nonché per coloro che stanno loro intorno, e questa intenzione è lodevole, ma in tal sede va valutato il film, e non le intenzioni lodevoli. 
Il film ha un discreto cast, una sceneggiatura come detto banale, una colonna sonora rada, dialoghi affatto brillanti e anch’essi un po’ scontati, un apparato da commedia davvero scarso che non riesce a controbilanciare bene la parte drammatica dell’opera, che viceversa è meglio eseguita. Evidentemente il regista si trova più a suo agio con i toni pesanti che con quelli lievi; a proposito del regista, non ha diretto niente di valore, il che è un ulteriore conferma alla valutazione di 50 e 50.
Tra l’altro, ho appena letto la trama di uno degli altri film del regista, e mi si son rizzati i capelli in testa; non vi dico nemmeno di quale film si tratta, così non siete tentati di andarlo a cercare.

Chiudendo la recensione di 50 e 50, film che mi è stato consigliato e che non è stato un buon consiglio, si tratta di uno di quei film melodrammatici che vanno abbastanza di moda… ma che personalmente non amo: energie basse, pesantezza, nessun insegnamento se non il generico “la vita vale la pena". È già qualcosa, intendiamoci, ma per dirlo non c’è bisogno di girare un film noioso e pesante di un’ora e quaranta minuti... senza contare che se davvero si volesse lottare contro il cancro occorrerebbe consigliare vegetarianesimo, yoga, lavoro interiore e vita a contatto con la natura, non certo chemioterapia e operazioni chirurgiche.

Fosco Del Nero



Titolo: 50 e 50 (50 and 50).
Genere: drammatico, sentimentale.
Regista: Jonathan Levine.
Attori: Joseph Gordon-Levitt, Seth Rogen, Anna Kendrick, Bryce Dallas Howard, Anjelica Huston, Julia Benson, Jessica Parker Kennedy, Philip Baker Hall, Marie Avgeropoulos, Geoff Gustafson.
Anno: 2011.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 24 agosto 2021

The time machine - Simon Wells

Avevo già visto The time machine anni fa, prima di aprire il blog Cinema e film, per cui la recensione arriva solamente adesso con una nuova visione.
A essere onesto non mi ricordavo moltissimo del film, ma ne serbavo un ricordo discretamente positivo: non eccellente, ma abbastanza buono da rivederlo dopo lungo tempo.

Ecco la trama sommaria di The time machine, film conversione dell’omonimo romanzo del 1960 di Herbert Wells e diretto nel 2002 da Simon Wells (il quale ha lavorato soprattutto come animatore): siamo a New York, alla fine dell’Ottocento. Alexander Hartdegen (Guy Pearce; Memento, Prometheus, Non avere paura del buio) insegna fisica alla Columbia University e intende dimostrare che viaggiare nel tempo è possibile. Le sue ricerche ricevono un’accelerata quando la sua innamorata muore: egli intende a tutti i costi costruire una macchina del tempo, tornare indietro nel tempo e salvare la sua fidanzata.
Ci riesce, ma le cose non vanno come nelle sue intenzioni ed egli, dopo una breve sosta nel 2030, dove conosce l’intelligenza artificiale Vox 114 (Orlando Jones; Evolution, Le riserve), si ritrova involontariamente 800.000 anni nel futuro, allorquando vi sono un’umanità semi-civilizzata, gli Eloi, e dei mostruosi predatori umanoidi, i Morlock, guidati da una creatura umanoide super-intelligente, una sorta di Super Morlock (Jeremy Irons; Missions, Inseparabili, Io ballo da sola). Nel frattempo, la Luna è stata distrutta dall’uomo e si trova in cielo in mille pezzi. Uno scenario non troppo allegro.

La mia impressione su The time machine è essenzialmente confermata: è un buon prodotto, non trascendentale ma onesto e ben fatto.

Tra i suoi lati positivi, una grande varietà, un certo dinamismo, nobili sentimenti, una certa presenza scenica.
Tra i lati negativi, l’incedere molto velocemente da una situazione all’altra, una certa faciloneria riguardo all’aspetto scientifico, all’aspetto linguistico e al solito modo ingenuo in cui il cattivo super-intelligente si fa infinocchiare dall’eroe.

Complessivamente, The time machine è un film gradevole e ben fatto… che mi ha fatto venir voglia di vedere anche il suo predecessore L'uomo che visse nel futuro, del 1960… e forse anche di leggere il romanzo di Wells La macchina del tempo, il quale a quanto pare è parecchio differente dalle sue conversioni cinematografiche (come spesso capita, edulcorate e rese più sentimentali per il largo pubblico).

Ultima considerazione: impossibile non notare il cognome del regista: Wells come il famoso e antico scrittore… ma non so se sia un suo lontano parente o meno.

Fosco Del Nero



Titolo: The time machine (The time machine).
Genere: fantascienza, drammatico, sentimentale.
Regista: Simon Wells.
Attori: Guy Pearce, Orlando Jones, Samantha Mumba, Yancey Arias, Sienna Guillory, Mark Addy, Phyllida Law, Alan Young, Omero Mumba, Laura Kirk, Josh Stamberg.
Anno: 2002.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui



mercoledì 18 agosto 2021

Lo spazio che ci unisce - Peter Chelsom

Lo spazio che ci unisce è il quarto film che vedo con protagonista il giovane Asa Butterfield, dopo Hugo Cabret, Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali ed Ender’s game. Devo dire che la media non è troppo incoraggiante: se uno dei quattro mi è piaciuto a dismisura (Miss Peregrine) e uno si è guadagnato la sufficienza (Hugo Cabret), gli altri due sono sprofondati in valutazioni pessime, compreso il film recensito oggi.

La motivazione di tutto ciò probabilmente va ricercata nei nomi dei registi: il primo film è stato diretto da Tim Burton, il secondo da Martin Scorsese, mentre il terzo da tale Gavin Hood e infine il quarto da tale Peter Chelsom, questi ultimi due nomi con pochi e mediocri film alle spalle.

Ma andiamo alla trama sommaria de Lo spazio che ci unisce: siamo in un futuro non troppo lontano, e l’umanità è ora capace di inviare un gruppo di astronauti su Marte perché vi fondi una comunità (anche se non si capisce bene per quale scopo). Sventura vuole che una ragazza del gruppo sia incinta e se ne renda conto solo durante il viaggio, quando ormai è impossibile tornare indietro. Il bambino, per decisione di Nathaniel Stepherd (Gary Oldman; Dracula, Interstate 60, Il quinto elemento, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban) viene così concepito su Marte, ma la ragazza muore nel darlo alla luce; Gardner, questo il nome del bambino, viene così cresciuto dall’equipaggio marziano, soprattutto da Kendra (Carla Gugino; Sin CityWatchmen, Sucker punch). Anche se la sua compagnia preferita è Tulsa (Britt Robertson; The secret circle, La risposta è nelle stelle, Tomorrowland - Il mondo di domani), una ragazza che vive sulla Terra e che non sa di corrispondere con una persona su Marte… 
... in effetti Gardner è l’unico essere umano a esser mai nato sul pianeta rosso, e per forza di cose è assai curioso riguardo alla Terra e al vivere sulla Terra. A ciò si aggiunga che la nascita e la vita stessa del ragazzo è stata tenuta segreta dalla NASA alla popolazione terrestre per motivi di immagine e di finanziamenti.
A un certo punto però, per motivi contingenti, per Gardner si profilerà l’opportunità di andare sulla Terra, opportunità che coglierà in pieno nonostante il grande rischio per la salute de suo corpo, non abituato alla gravità terrestre.

Lo spazio che ci unisce ha una sceneggiatura a dir poco traballante: la NASA che spedisce una ragazza incinta su Marte, la nascita di un essere umano marziano che viene tenuta segreta, il suddetto marziano che viene mandato sulla Terra pur sapendo per certo che andrà a morirne, il suddetto ragazzino marziano che riesce a fuggire da NASA e polizia… peraltro correndo in modo goffo, etc. Non c’è una sola cosa del film sensata, o se c’è è una su un centinaio.

Quel che è peggio, per tutto il film si respira un’aria melensa e strappalacrime; laddove mi aspettavo brillantezza e originalità, ho trovato invece banalità da soap opera, che certamente il personaggio schietto e sopra le righe di Tulsa non basta a riequilibrare (anzi, anche questo personaggio si inserisce nell’atmosfera melensa del film). 

Ci sarebbe come meritevole l’elemento di originalità dei due adolescenti che comunicano a grande distanza, con mezzo sistema solare a dividerli… se non fosse che l’idea è ripresa dal famoso cortometraggio d’animazione giapponese La voce delle stelle (famosissimo in Oriente, meno da noi).

Insomma, non c’è un solo motivo per vedersi Lo spazio che ci unisce… se non forse la bellezza visiva dei panorami marziani e terrestri e una certa cura per i dettagli estetici; ma è davvero troppo poco.

Fosco Del Nero



Titolo: Lo spazio che ci unisce (The space between us).
Genere: fantascienza, drammatico, commedia, sentimentale.
Regista: Peter Chelsom.
Attori: Asa Butterfield, Britt Robertson, Carla Gugino, Gary Oldman, BD Wong,  Janet Montgomery, Lora Martinez-Cunningham, Jenny Gabrielle, Sarah Minnich, John-Paul Howard.
Anno: 2018.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui



martedì 17 agosto 2021

Animali fantastici – I crimini di Grindelwald – David Yates

Avevo saluto con positività il primo film della seconda saga cinematografica dedicata al mondo di Harry Potter inventato da J.K Rowling, ossia Animali fantastici e dove trovarli… ma purtroppo devo fare uno se non proprio due passi indietro per Animali fantastici - I crimini di Grindelwald.
Troppo traballante infatti la sceneggiatura, troppo incerti numerosi personaggi, poco significative e convincenti alcune sotto-trame.

Ecco la storia molto riassunta del film, o quantomeno del suo inizio: siamo nel 1927 a New York, pochi mesi dopo che il Macusa (Magico Congresso degli Stati Uniti d'America) ha catturato Grindelwad, il noto mago oscuro. Il cattivo non ci mette molto a fuggire, con grandi magie e uccisioni, anche di famiglie e bambini innocenti. Dopo di che, si organizza e si mette a reclutare i suoi seguaci, in modo da organizzare una sorta di colpo di stato generale e da lì in poi governare tanto il mondo dei maghi quanto il mondo degli umani a suo piacimento.
Già sentito? 
In effetti la trama è storia vicina a quella di Voldemort… ed entrambi peraltro son stati individui molto vicini a Silente, il che rende quest’ultimo alquanto miope, e in definitiva poco saggio, riguardo a quello che gli succede davanti.
La differenza in questo caso è che Silente non può intervenire, in virtù di un patto magico siglato col sangue quando i due maghi erano ragazzi… e peraltro si continua ad alludere, pur senza affermarla esplicitamente, all’omosessualità dell’uomo.
Ad agire dovrà allora essere Newt Scamander, il protagonista del primo film, anche stavolta affiancato da Porpentina "Tina" Goldstein e dal babbano Jacob Kowalski. Quanto alla sorella di Tina, Queenie, per motivi ignoti, per non dire senza senso, si avvicina man mano allo schieramento di Grindelwald. 

La gestione di Queenie è forse la cosa che mi è piaciuta meno di Animali fantastici - I crimini di Grindelwald: nel film precedente le era stato cucito addosso un personaggio delizioso, femminile, dolce e positivo, mentre in questo secondo film pare un’isterica che agisce completamente a caso. Davvero privo di senso e di logica.
Tina, dal canto suo, qua è poco più di un personaggio di contorno: compare dopo molto e anch’essa si comporta in modo insensato, a cominciare dal fatto che tiene il broncio a Newt per un articolo letto su un giornale. Newt stesso, nel primo film eroe per caso, in questo secondo non tiene il passo: anche a lui è stato sottratto spazio vitale, concesso in bilanciamento a vari altri personaggi: Silente (interpretato da Jude Law), Grindelwald (interpretato da Johnny Depp), Leta Lestrange (interpretata da Zoe Kravitz… un casting decisamente più hollywoodiano rispetto a quello dei film di Harry Potter).
Giacché ne stiamo parlando, pure il personaggio di Leta pare mezzo schizofrenico e allude a trascorsi non risolti ma in fin dei conti non troppo importanti. Senza commento lo scambio degli infanti, avvenuto per motivi futili (il fratellino piangeva troppo…) e invece così rilevante per la trama.
Del tutto ridicolo invece il personaggio di Nicolas Flamel… davvero potevano risparmiarselo. Poco sensato anche il fatto che Silente sia sempre vestito in giacca, cravatta e panciotto: più che Silente sembrava l’allenatore dell’Inghilterra.

I crimini di Grindelwald, rispetto ad Animali fantastici e dove trovali si avvicina assai di più al mondo potteriano: si intravede Hogwarts, con tanto di musica di sottofondo ormai celebre, si conosce il serpente Negini, come detto si vede Silente più giovane, stessa cosa per la professoressa McGranitt (ma la scena era del tutto inutile), parimenti l’elfo Dobby e certamente qualcos’altro che ora mi sto dimenticando.

Ma, insieme al casting hollywoodiano, ai numerosi effetti speciali e alle tante sotto-trame e ai sotto-personaggi inseriti senza tuttavia molto criterio, anche i collegamenti potteriani sembrano più un’operazione spettacolaristica che non degli elementi di valore inseriti in un film di valore… che infatti non c’è.
Un peccato… sperando che i successivi tre film della serie siano migliori e non rovinino troppo il mondo di Harry Potter... ma tra la piega che hanno preso le cose e la regia di David Yates che a me non è mai piaciuta, ci credo poco a essere onesto.

Fosco Del Nero



Titolo: Animali fantastici – I crimini di Grindelwald (Fantastic beasts - The crimes of Grindelwald).
Genere: fantasy, drammatico, commedia.
Regista: David Yates.
Attori: Eddie Redmayne, Katherine Waterston, Dan Fogler, Alison Sudol, Ezra Miller, Zoë Kravitz, Callum Turner, Claudia Kim, William Nadylam, Kevin Guthrie, Jude Law, Johnny Depp, Carmen Ejogo, Victoria Yeates, Ólafur Darri Ólafsson, Fiona Glascott, Jessica Williams.
Anno: 2018.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 11 agosto 2021

Il grande silenzio - Philip Groning

Il grande silenzio non è un film, e ancor più di un documentario è una sfida: una sfida allo spettatore moderno, e in generale all’uomo contemporaneo, nel restare attento per gli oltre 160 minuti della sua durata… nonostante nelle riprese non succeda assolutamente niente.

Non essendo un film, difatti, Il grande silenzio non offre una trama, né personaggi, se non i monaci del monastero della Grande Chartreuse, che sta sulle Alpi francesi, poco fuori Grenoble.
La pellicola tuttavia non è nemmeno un documentario classico, il quale comunque cerca di intrattenere e interessare lo spettatore proponendo bellezza visiva e descrivendo quanto egli sta guardando.

Viceversa, come suggerisce il titolo, i 160 minuti (e oltre) della pellicola sono muti, senza dialoghi e senza colonna sonora. Fanno brevissima eccezione le orazioni comunitarie dei monaci, ma comunque si tratterà forse di un minuto su 160 (e oltre).

Ad ogni modo, poniamo le basi dell’opera: il regista Philip Groning, conoscendo l’abate del monastero della Grande Certosa, che ospita dei frati certosini (ordine eremitico fondato nel 1804 considerato tra i più estremi del cristianesimo cattolico), gli chiese di poter girare delle riprese nel monastero, cosa mai consentita ad alcuno.
Quattordici anni dopo la sua richiesta, gli fu data risposta positiva, con alcune condizioni: avrebbe girato il solo Groning, senza troupe, non sarebbe stata usata alcuna luce artificiale, né nessuna musica, né alcun commento, e la pellicola non avrebbe potuto concorrere ad alcun premio, ma solamente essere presentata ad un festival (cosa che avvenne a Venezia nel 2005).

Stanti queste condizioni, ne derivano alcuni corollari: l’opera è visivamente incerta, per via di luci e limitazioni varie; l’opera è piuttosto lenta e rischia di annoiare a morte, per via dell’assenza di parole e suoni; l’opera essenzialmente mostra lo stile di vita monacale-eremitico dei certosini, fondato sulla preghiera, sulla solitudine e sul silenzio (non assoluto, ma tendenziale).

Il film è stato girato tra il 2002 e il 2003, in diverse stagioni, e propone così differenti scenari naturali del luogo, paesaggisticamente piuttosto bello.

Ora un mio commento sull’opera: va da sé che Il grande silenzio non ha un grande valore cinematografico; il valore può averlo invece come educazione al silenzio, all’introspezione e all’osservazione (in luogo di partecipazione e automatismo, più consueti nell’uomo moderno).
Tuttavia, non mi sbilancio nel senso opposto al senso comune; come alcuni hanno criticato il film ritenendolo noioso e privo di senso, altri sono andati in direzione opposto elogiandolo come esempio di spiritualità e misticismo. Tuttavia, la spiritualità non è data dal luogo, dalle attività o da qualsivoglia abito talare, ma dalla consapevolezza: questo è il solo e unico parametro. In tal senso, ne Il grande silenzio non ho visto una grande consapevolezza, né in chi girava, né in chi veniva ripreso… anche se gli occhi di qualche monaco avevano in effetti una certa presenza-profondità, mentre quelli dei più no.

Per chi cerca consapevolezza in un video, la soluzione è semplice: guardate un video di Osho o di Papaji; Il grande silenzio rimane tuttavia come documento storico sull’ordine certosino, nonché come esercizio di silenzio, concentrazione e presenza per coloro che lo guardano per cimentarsi in tal senso… e magari anche come ispirazione per alcuni nel distaccarsi dalla frenesia e dagli orpelli della vita consumistica per orientarsi verso un’esistenza più sottile e rarefatta.

Fosco Del Nero



Titolo: Il grande silenzio (Die grosse stille.).
Genere: documentario.
Regista: Philip Groning.
Attori: i monaci del monastero.
Anno: 2005.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



martedì 10 agosto 2021

Thermae Romae - Hideki Takeuchi

Era da un po’ che non trovavo un film giapponese ispirato e originale, e finalmente ci sono riuscito con Thermae Romae.

A dirla tutta, trovare film nipponici originali nei soggetti, e finanche creativi, non è difficile, tuttavia all’originalità poi occorre abbinare qualità sotto forma di sceneggiatura, casting, dialoghi, etc, e questo è meno frequente.

Thermae Romae è la conversione cinematografica dell’omonimo manga di  Mari Yamazaki. Il film è stato girato nel 2012 dal regista Hideki Takeuchi (che non ho mai incontrato).

Ecco la trama sommaria: siamo nel 135 d.C. a Roma, e seguiamo le vicende di Lucius Modestus, un architetto piuttosto giovane ma dai gusti classici, tanto da essere considerato superato e dalle idee vecchie.
Un giorno egli ha la dis-avventura di finire, per motivi mai precisati, in un cunicolo temporale, che lo porterà nel moderno Giappone, dritto dentro un bagno termale. La cosa si ripete più volte, e così l’uomo ne approfitta per rubare qualcosa dalla cultura da bagno nipponica, piuttosto sofisticata anche per i tempi contemporanei (i giapponesi amano le terme all’aperto e hanno una notevole attenzione per l’igiene e per lo spazio del bagno, curatissimo anche se di dimensioni ridotte); ciò lo riporta sulla cresta dell’onda, tanto da attirare lo sguardo dell’imperatore Adriano, che gli commissioni lavori sempre più importanti a Roma.
Ad accompagnare la storia di Lucius, da un lato abbiamo il duello per la successione all’impero tra Antonino o Ceionio, e dall’altro lato abbiamo la bella e dolce Mari Yamakoshi, aspirante mangaka che, per motivi parimenti imprecisati, si trova sempre presente durante i salti temporali di Lucius, e che a un certo punto finisce essa stessa a Roma.

Alcuni commenti sparsi sul film.
Il primo è legato alla scelta di inserire nei ruoli chiave degli attori giapponesi (magari non troppo giapponesi); così l’imperatore romano è di etnia giapponese, parimenti l’architetto protagonista e così pure gli aspiranti eredi al trono imperiale.
Ovviamente è di etnia giapponese anche Mari, interpretata dalla bella Aya Ueto, una cantante e idol locale. Lucius è invece interpretato da Hiroshi Abe, che oltre ad avere un fisicaccio (e al tempo aveva 48 anni) ha anche una mimica facciale piuttosto spiccata.
Le comparse sono invece tipicamente europee.

Secondo commento: la scenografia, con la ricostruzione a computer della Roma di allora, è discreta.
Non fa gridare al miracolo, ma si difende bene. Spesso peraltro ci si muove tra bagni e terme, e anche paesaggi naturali, cosa che dà un tocco di particolarità al film anche solo da un punto di vista visivo.

Terzo commento: la colonna sonora è ugualmente spuria, un po’ come per il discorso delle etnie. Ossia, un po’ ci prende e un po’ no: ci prende perché il luogo è giusto, ossia l’Italia, e non ci prende è sbagliato il tempo, dal momento che vengono proposti a più riprese Puccini e Verdi, tra Aida, Traviata, Madama Butterfly e via discorrendo. Se si conta tuttavia che parte nel film è ambientata in un lontano passato, mentre parte nel presente, non è poi così sbagliato che sia stata scelta musica di un passato meno recente, come una sorta di via di mezzo.
Luogo e lingua, quantomeno, erano giusti.

Quarto commento: i personaggi principali son ben caratterizzati e anche i dialoghi sono sufficientemente interessanti, pur senza far gridare allo strepitoso.

Quinto e ultimo commento: il tutto sa molto di “operazione simpatia”. Senza pretese eccessive, senza l’ambizione di metter su un colossal, con Thermae Romae è stato comunque realizzato un film originale e divertente, cosa che già da sola è un buon merito.

Fosco Del Nero



Titolo: Thermae Romae (Thermae Romae).
Genere: commedia, fantastico.
Regista: Hideki Takeuchi. 
Attori: Hiroshi Abe, Aya Ueto, Kazuki Kitamura, Riki Takeuchi, Kai Shishido, Takashi Sasano, Masachika Ichimura, Midoriko Kimura.
Anno: 2012.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 4 agosto 2021

Il libro della giungla - Wolfgang Reitherman

Come avevo anticipato in una passata recensione, sono andato a recuperarmi i film d’animazione diretti da Wolfgang Reitherman che non avevo ancora visto.

Difatti, avendo apprezzato molto alcuni suoi classici come La spada nella roccia e Robin Hood, mi era sembrato insensato che non andassi a vedermi anche gli altri film da lui diretti, alcuni altri parimenti grandi classici del cinema per l’infanzia, come Gli aristogatti, Il libro della giungla e La carica dei cento e uno.
Non so però se avrò voglia di avventurarmi in Le avventure di Winnie the Pooh e Le avventure di Bianca e Bernie, visto che mi sembrano troppo infantili e non mi ispirano granché.
Tra i film più vecchi, invece, rimarrebbe La bella addormentata nel bosco (del lontanissimo 1959), di cui Reitherman era uno dei registi. Vedremo.

Per ora, concentriamoci su Il libro della giungla… che, lo confesso, non avevo mai visto, nemmeno da bambino.

Ecco la trama sommaria, peraltro ben nota anche per via dell’omonimo libro originario di Rudyard Kipling: Mowgli viene abbandonato in una cesta in una giungla del Madhya Pradesh, uno stato centrale dell'India. Lo trova per primo Bagheera, una pantera, il quale lo porta presso i lupi, che hanno appena avuto una cucciolata e che aggiungono il cucciolo umano ai loro figli.
Passano gli anni, Mowgli è ora un vivace bambino di dieci anni, ma è minacciato dall’arrivo nella giungla di Shere Khan, una tigre del bengala che ha in avversione tutti gli uomini in quanto assassini di animali (qualche ragione ce l’ha, occorre dire) e che intende eliminare anche Mowgli prima che diventi lui stesso un cacciatore.
Il clan dei lupi si lava le mani della cosa, dichiarando che l’umano non più più stare con loro, e Bagheera allora pensa di portare il bambino in un villaggio umano.
Mowgli vuol però restare nella giungla, e trova un alleato in Baloo, un grande orso, che lo prende sotto la sua ala protettrice.
Ma Shere Khan è in agguato…

Nel “cast” entrano svariati altri animali: serpenti, elefanti, scimmie di vario tipo, avvoltoi, con la giungla che è ben rappresentata, per quanto sempre antropomorfizzata per esigenze narrative (in caso contrario l’avventura di Mowgli sarebbe finita con la pantera stessa).

Il libro della giungla peraltro è un film musicale, come si usava a quei tempi nei classici di questo tipo, e le canzoni son tutte orecchiabili e carine, per quanto non indimenticabili. Come stile s’avvicinano molto a Gli aristogatti, ossia sul jazz.
 
Nel complesso Il libro della giungla è un ottimo film d’animazione nel suo genere: simpatico, carino, positivo, colorato. Non è imperdibile, ma comunque è un prodotto veramente buono. Anzi, occorre dire che, con la loro qualità media molto alta, i film di quegli anni fanno impallidire i loro corrispettivi attuali… che a dire il vero nemmeno esistono più come genere, e in effetti non mi vengono in mente film d’animazione per l’infanzia di pari struttura e valore.

Poco male: chi vuole potrà ricorrere a questi classici, belli ed educativi, e gli altri ricorrano a quel che preferiscono.

Fosco Del Nero



Titolo: Il libro della giungla (The jungle book).
Genere: animazione, commedia, musicale.
Regista: Wolfgang Reitherman.
Anno: 1967.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 3 agosto 2021

Ender’s game - Gavin Hood

Raramente ho visto una conversione cinematografica da un romanzo scarsa come quella di Ender’s game, la quale paga molti elementi, di cui parlerò di seguito.

Il primo ovvio elemento di criticità è la bellezza del romanzo da cui il film è tratto: Il gioco di Ender di Orson Scott Card, un maestro della scrittura, che non a caso è uno dei romanzieri che ho più letto in vita mia. Il gioco di Ender, nel dettaglio, è un vero e proprio capolavoro, che è persino studiato a livello narrativo e psicologico. Il confronto sarebbe stato difficile persino per un film ben fatto.

Il secondo elemento è la durata del film: il film in sé non è breve, ma è sempre difficile rendere in video una storia narrata discretamente lunga e ricca di dettagli, come è per l’appunto il libro originario. Tanto che numerose cose importanti nel libro (il rapporto con fratello e sorella, il gioco, le pubblicazioni sotto pseudonimo atte a influenzare l’opinione pubblica, la scuola, l’ascesa tra le orde) sono ignorate o fortemente trascurate. Sarebbero probabilmente serviti due film interi, e meglio curati di questo… ma, meglio ancora, sarebbe stato il caso di dedicare a Il gioco di Ender e ai suoi seguiti (Il riscatto di Ender, Ender III - Genocidio, I figli della mente, Ender in esilio… questo ultimo mai tradotto in italiano, così come numerosi altri libri di O.S. Card, cosa un po’ avvilente considerando il livello dell’autore nonché tutto il resto che invece viene portato qui) una serie televisiva di alto profilo.

Il budget: ho il timore che buona parte del budget sia stato speso per assicurare al film due nomi famosi come Harrison Ford e Ben Kingsley, senza tener conto che: il primo è ormai un ex attore, il secondo è utilizzato come macchietta inespressiva. Il resto del film difatti sa di produzione a basso costo…
… ma forse il problema è stato genericamente il regista, tale Gavin Hood, che difatti ha prodotto poca roba e niente di valore. Mi son chiesto per l’appunto perché hanno affidato a lui la regia di una storia così potenzialmente ricca e importante la quale, al contrario che in Italia, è ben nota negli USA, dove Orson Scott Card ha venduto molto.
Tornando al cast, il protagonista è Asa Butterfield, allora un bambino/ragazzino di belle speranze, che ha già partecipato a produzioni di un certo spessore (Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali, Hugo Cabret), che probabilmente avrà una carriera importante, ma che in questa parte, in cui servivano carisma e anche fisicità, pare un pesce fuor d’acqua… senza tener conto delle scene ridicole in cui atterra o ferisce gravemente avversari ben più dotati fisicamente di lui.

Altro difetto grave del film: quello che nel libro era un punto assai ben curato, ossia la psicologia del personaggi e di tutto l’insieme, qua diviene una cosa ridicola. Letteralmente ridicola, tanto da far pensare a un target di pubblico infantile… cosa che però il libro non ha assolutamente, essendo molto maturo e intenso da ogni punto di vista.

Ancora: mancano troppe cose rispetto al libro, e l’atmosfera e la storia generale ne risentono pesantemente. Questione di tempo, forse, ma son state comunque fatte delle scelte, ed erano scelte sbagliate.
Si dica solo che mentre il romanzo copre un periodo di sei anni, il film racchiude tutto in un anno solo: troppo frettoloso, anche perché manca il necessario periodo di crescita del personaggio.

Si salva pochissimo in Ender’s game.
Che cosa si salva?
Bella domanda.
Gli effetti speciali e tutta la scenografia, ossia la componente visiva, non sono male. Anche le animazioni son discrete, pur senza essere eccellenti.
E non mi viene in mente nient’altro.

Insomma, il mio consiglio è lasciar perdere il film e leggervi invece il magnifico Il gioco di Ender.

Fosco Del Nero



Titolo: Ender’s game (Ender’s game).
Genere: fantascienza, drammatico.
Regista: Gavin Hood.
Attori: Asa Butterfield, Harrison Ford, Hailee Steinfeld, Viola Davis, Abigail Breslin, Ben Kingsley, Moises Arias, Aramis Knight, Jimmy 'Jax' Pinchak, Brandon Soo Hoo, Brendan Meyer, Khylin Rhambo, Suraj Partha.
Anno: 2013.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui



Il mondo dall'altra parte