Slide # 1

Slide 1

Nella vita bisogna avere il coraggio di volare.

Slide # 2

Slide 2

L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te.

Slide # 3

Slide 3

Ogni tanto ricordati di amare qualcuno.

Slide # 4

Slide 4

Se vuoi che il mondo cambi, inizia a darti da fare tu stesso.

Slide # 5

Slide 5

Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

mercoledì 29 settembre 2021

Un uomo e una donna - Claude Lelouch

Non mi ricordo come sono arrivato al film del 1966 Un uomo e una donna, ma comunque ci sono arrivato, e dunque ecco qui la sua recensione.

Un uomo e una donna è il primo film che vedo del regista Claude Lelouch, e vale la stessa cosa per la protagonista femminile Anouk Aimée, che per la cronaca mi è piaciuta molto. Viceversa, avevo già visto il protagonista maschile, Jean-Louis Trintignant, in altre due occasioni: l’italiano Il sorpasso e il francese La città dei bambini perduti.

Ecco la trama sommaria di Un uomo e una donna, film di genere drammatico-sentimentale: Anne, giovane e bella donna, ha da poco perso il marito in un incidente su un set cinematografico; una disgrazia simile è capitata all’altrettanto giovane e affascinante Jean-Louis, pilota di formula uno, la cui moglie si è suicidata dopo un grave incidente stradale che aveva coinvolto l’uomo, dato per morto.
I due vedovi si incontrano all’entrata del collegio di Deauville, piccolo paese del nord della Francia, dove studiano i rispettivi figli, e da un passaggio in macchina offerto a causa di un treno perso nasce una relazione sentimentale molto tenera, che sulle prime è solo platonica ma che sulle seconde diventa anche fisica… tuttavia c’è un problema.

Un uomo e una donna è un film alla vecchia maniera: niente budget ampio, niente effetti speciali, nessuna sceneggiatura complessa, e solamente sentimenti e rapporti umani.

Il film è un campione di tenerezza e dolcezza, nonché di una certa difficoltà interiore, tanto che è permeato da una sorta di aria malinconica, e non a caso ha conseguito a suo tempo svariati premi e nomination, tra Oscar, Golden Globe, Bafta, Cannes, Nastro d’argento… 

… non poco, tanto che il film, pur nella sua semplicità, è in qualche modo rimasto nella storia del cinema, grazie anche all’alchimia creatasi tra i due attori protagonisti, i quali a loro volta rappresentano bene una compostezza e una classe d’altri tempi; in realtà, più lontani nella sostanza che non nella cronologia.

Non credo che vedrò ancora Un uomo e una donna di Claude Lelouch, giacché non è proprio il mio genere di film, ma son contento di averlo visto almeno una volta.

Fosco Del Nero



Titolo: Un uomo e una donna (Un homme e une femme).
Genere: sentimentale.
Regista: Claude Lelouch.
Attori: Jean-Louis Trintignant, Anouk Aimée, Pierre Barouh, Valérie Lagrange, Antoine Sire, Souad Amidou, Henri Chemin, Yane Barry, Paul Le Person, Simone Paris, Gérard Sire.
Anno: 1966
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.



martedì 28 settembre 2021

Source code - Duncan Jones

Source code è il secondo film di Duncan Jones che recensisco nel blog, dopo Moon, che era stato il suo esordio alla regia, e Warcraft - L'inizio, più recente e deludente.
Per la cronaca, Duncan Jones è il figlio di David Bowie, ed evidentemente preferisce il cinema alla musica, dimostrando comunque una certa inventiva.

Source code parte da premesse molto originali per il cinema, che in realtà hanno più le caratteristiche di un videogioco: un personaggio si sveglia in una certa situazione e ha otto minuti per ottenere un certo risultato, affatto facile. I suoi primi tentativi saranno esplorativi, per dir così, ma poi, una volta conosciuto meglio il contesto interattivo, egli potrà riuscire nel suo intento.

Ecco la trama sommaria di Source code: in un futuro imprecisato è stata sviluppata una certa tecnologia, il “source code” per l’appunto, in grado di far rivivere all’infinito a una certa coscienza gli ultimi otto minuti della vita di un’altra persona, a patto di avere alcuni parametri di compatibilità non meglio precisati.
Se la teoria non è ben spiegata (e ovviamente non potrebbe esserlo, perché siamo ben oltre la fantascienza, e proprio nel campo dell’impossibile), la situazione è quella per cui tale Colter Stevens (Jake Gyllenhaal; Donnie Darko, Prince of Persia - Le sabbie del tempo, I segreti di Brokeback Mountain), militare dell’esercito statunitense che si trovava in missione in Afghanistan (anche sul tipo di missione si trattasse non viene detto niente nel film…), si risveglia nel corpo di tale Sean Fentress, che viaggiava in un treno diretto a Chicago il quale dopo pochi minuti esploderà per via di una bomba collocata al suo interno. La missione del Capitano Stevens sarà di individuare l’attentatore, in modo che nella realtà al di fuori degli otto minuti egli possa essere arrestato e gli sia impedito di piazzare altri ordigni, salvando così migliaia di vite. 

Source code è un film interessante; ben studiato, ben girato e con un’ottima tensione scenica lungo tutta la sua durata.
Il suo maggior difetto è quello di partire da premesse non solo fantascientifiche, ma del tutto assurde: un uomo è considerato morto (peraltro, senza gambe, senza bacino, senza braccia) ma la sua coscienza viene tenuta in vita (ma allora non era morto) e poi trasferita negli ultimi otto minuti di vita di una persona morta (questa forse morta veramente) allo scopo di scoprire qualcosa per modificare poi la realtà… e non sto nemmeno considerando il finale che comprende il concetto di universi paralleli-linee temporali alternative ma capaci di interagire tra di loro in diversi sensi. Ci sarebbe anche un discorso di preveggenza, ma su questo sorvoliamo.
Con una robusta sospensione dell’incredulità, comunque, ci si può godere lo scenario proposto da Duncan Jones, che propone sia idee, sia azione che emozioni… e anzi soprattutto queste, mettendosi al riparo dal comporre un film intellettuale, ma anche dal portarne avanti uno troppo emotivo e melodrammatico.

Non manca il clamoroso lieto fine tipico del cinema americano; clamoroso non tanto per l’originalità, quanto perché mette a seria prova l’incredulità di cui sopra.

A parte questo dettaglio, Source code di Duncan Jones è un buon film, il quale peraltro è girato, almeno io credo, con non troppi mezzi economici, e anche con un cast ridotto.
A questo riguardo, buone le prove di Jake Gyllenhaal e Michelle Monaghan, protagonisti della scena degli otto minuti.

Fosco Del Nero



Titolo: Source code (Source code).
Genere: fantascienza, drammatico.
Regista: Duncan Jones.
Attori: Jake Gyllenhaal, Michelle Monaghan, Vera Farmiga, Jeffrey Wright, Brent Skagford, Cas Anvar, Michael Arden, Russell Peters, Joe Cobden, Gordon Masten, Neil Napier.
Anno: 2012.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 22 settembre 2021

Clover - Clamp

Era da molto che non leggevo un manga, e particolarmente un manga nuovo, per me sconosciuto, tanto che ho deciso di interrompere il digiuno andando a cercarmi un manga mai sentito di un autore mai sentito.
Il manga in questione è Clover, e i suoi creatori sono le Clamp, un collettivo di mangaka donne, cosa evidente in tutto il tratto dell’opera.

Ecco la trama sommaria di Clover: in un mondo in cui esiste la magia e alcune persone hanno poteri straordinari, i Cinque Maestri di Magia, che governano collegialmente, hanno creato il Clover Leaf Project, un progetto in cui vengono trovati, segregati e studiati alcuni individui particolarmente potenti, denominati in vario modo a seconda del livello dei loro poteri: il quadrifoglio è l’essere più potente, poi viene il trifoglio, poi il bifoglio e infine la foglia unica. 
Il manga segue le vicende, o quantomeno una piccola parte delle vicende, di alcuni di tali personaggi: un quadrifoglio, due trifogli, alcune foglie uniche, e i Cinque Maestri di Magia con i loro scagnozzi.

Non sapevo nulla dell’opera in questione, se non il nome delle autrici, che comunque non avevo mai letto e che dunque non mi offrivano alcun riferimento. Semplicemente, prima dell’acquisto, mi sono premunito di leggere qualche parere online, e le valutazioni medie erano molto positive.

A posteriori, mi è venuto da chiedermi perché, visto che Clover sa di esperimento mal riuscito…
… e infatti, ho scoperto in seguito, pur essendo composto da soli 4 volumetti, è stato realizzato tra il 1997 e il 1999 e poi interrotto, senza alcuna informazione sul se e sul quando verrà ripreso e completato. Un vizio che hanno molti mangaka, i quali evidentemente si fanno prendere da nuovi progetti, o da qualche successo commerciale, e abbandonano i loro precedenti lavori incompiuti; scarso segno di rispetto per i propri lettori e per le loro stesse opere, ma tant’è…

Ad ogni modo, non è per questo (o comunque non solo) che non credo che leggerò più altri lavori delle Clamp, ma per altri motivi, a cominciare dal tratto grafico molto scarno, e praticamente privo di sfondi: si gioca molto sui volti dei protagonisti, ma il tutto sa di davvero spartano ai miei occhi. 
Altra cosa che non ho gradito: l’intervento eccessivo dell’inglese, anche con frasi di discreta complessità, che certamente non tutti potranno capire. Peraltro, alcune espressioni, che nella storia sarebbero o pensieri o pezzi di canzoni, sono ripetute in modo ossessivo fino allo sfinimento, e anzi, sommate, coprono una discreta porzione dello spazio totale; una porzione davvero molto grande.
Ancora: la storia è frastagliata, e rivela un tono piuttosto melodrammatico ed emotivo. In questo si vede agevolmente che le autrici sono donne. Nonostante gli spunti futuristici, essenzialmente si parla di sentimenti e amore.

Allora Clover è tutto un disastro?
No.

Le copertine dei quattro volumi sono molto belle, e nella quarta di copertina ogni volume propone dei versetti veramente accattivanti, leggermente diversi l’uno rispetto all’altro, i quali peraltro sono quello che mi ha spinto all’acquisto.
Anche in questo caso, tuttavia, ci sarebbe stato da migliorare, pur se ciò rientra nella sfera di competenza dell’editore, visto che la metrica in tutti i casi non è precisa.

Versetti a parte, copertine e rime non sono abbastanza per fare di un manga un buon manga.

Fosco Del Nero



Titolo: Clover (Clover).
Genere: manga, fumetto, fantastico, drammatico.
Regista: Clamp.
Anno: 1997-1999.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui



martedì 21 settembre 2021

Stuck in love - Josh Boone

Stuck in love non è malaccio: ha un discreto cast, una discreta vivacità, dei discreti dialoghi, una discreta colonna sonora, dei personaggi caratterizzati abbastanza bene, una sceneggiatura decente.
Il problema è che in nessuno di questi ambiti si distingue particolarmente, finendo giocoforza per essere un film sufficiente-discreto, ma  nulla più.

Cominciamo con le basi: Stuck in love è un film diretto nel 2012 da Josh Boone, regista mai sentito che difatti ha diretto per ora solo tre film, nessuno dei quali famoso, di genere oscillante tra commedia, drammatico e sentimentale.
A dirla tutta, l’ultimo dei tre punti è quello che dà il tenore e l’umore dell’opera, giacché il film segue le vicende sentimentali dei suoi tre protagonisti, i membri della famiglia Borgens: il padre Bill (Greg Kinnear; Little Miss Sunshine, The gift - Il dono, Qualcosa è cambiato), uno scrittore di successo ma ancora sofferente per l’abbandono dell’ex moglie; la figlia universitaria Samantha (Lily Collins; The blind side), intelligente ma cinica; il figlio Rusty (Nat Wolff), timido e riservato.

A completare i personaggi principali, abbiamo l’ex moglie di Bill Erica (Jennifer ConnellyDark cityLabyrinthA beautiful mind, Requiem for a dream, Innocenza infranta, Noah) e la sua amante Tricia (Kristen Bell; Veronica Mars, Veronica Mars - Il film, Ancora tu!).

Stuck in love parte con una vocazione apparentemente intellettuale (il padre scrittore, la figlia novella scrittrice, il figlio pure lui futuro scrittore), ma in realtà si concentra sui dilemmi sentimentali: il matrimonio fallito dell’uomo, i ragazzi usa e getta della figlia, il primo amore del figlio più piccolo.

Il film non eccede nel dramma e opportunamente tiene il tutto sufficientemente leggero per non essere pesante; in questo caso, la mia valutazione sarebbe stata negativa.
Stando così le cose, invece, è positiva, seppur di poco: il film è ben eseguito e non crolla in nessuno dei fondamentali, ma nemmeno brilla, da cui la valutazione tutto sommato tiepida.

Non credo guarderò Stuck in love una seconda volta, e a dire il vero non credo che guarderò gli altri film diretto da Josh Boone, che mi pare siano della stessa pasta di questo (drammi visti in modo non pesante), ma chi fosse appassionato al genere troverebbe comunque dei prodotti ben fatti.

Fosco Del Nero



Titolo: Stuck in love (Stuck in love).
Genere: commedia, drammatico, sentimentale.
Regista: Josh Boone.
Attori: Greg Kinnear, Kristen Bell, Jennifer Connelly, Logan Lerman, Stephen King, Lily Collins, Spencer Breslin, Liana Liberato, Nat Wolff, Alex ter Avest, Patrick Schwarzenegger.
Anno: 2012.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 15 settembre 2021

Nel fantastico mondo di Oz – Walter Murch

Nel fantastico mondo di Oz è una sorta di seguito del film Il mago di Oz, pur se uscito a distanza di tanti decenni rispetto al primo film del 1939.
Anch’esso è basato sulle opere di Frank Baum, e precisamente su Il meraviglioso paese di Oz e Ozma Regina di Oz, i seguiti del classico Il meraviglioso mago di Oz.

Se le fonti sono le medesime, è cambiato tutto il resto: la tecnica registica, la tecnica degli effetti speciali, il modo di rappresentare le creature non umane, e soprattutto lo stile dell’opera: tanto Il mago di Oz era un film per famiglie, bambini compresi, dal tono di dolce commedia musicale, quanto Nel fantastico mondo di Oz ha un tono cupo, che potrebbe persino spaventare i bambini in numerose sue scene.
Tra le altre cose, nella storia abbiamo: un manicomio di fine 800 con elettroshock in azione, il regno di Oz in rovina, uno stregone malvagio, una strega che si cambia le teste, nonché svariate creature potenzialmente inquietanti per un bambino.

Vediamo la trama sommaria de Nel fantastico mondo di Oz: è passato un po’ di tempo da quando Dorothy è tornata da Oz, e la bambina (che era adolescente nel primo film mentre in questo è proprio una bambina) è turbata: non riesce a dormire, racconta di continuo di quelle strane creature che ha conosciuto in quel regno fantastico, e a tutti sembra un po’ pazza, tanto che gli zii la portano in un manicomio e l’affidano alle cure di un dottore che usa l’elettricità per curare gli squilibri delle persone.
La bambina riesce però a scappare da quel luogo così poco invitante, e durante un temporale ritorna nel regno di Oz… trovandolo però in rovina: la Città di Smeraldo è in stato di abbandono, i suoi abitanti son tutti pietrificati e le strade sono invase dai "cattivi ruotanti", servi del Re degli Gnomi, colui che ha conquistato e distrutto la Città di Smeraldo insieme alla principessa Mombi, altra sua servitrice. 
Curiosamente, gli gnomi non sono gnomi, ma creature di roccia.
Sta di fatto che Dorothy, insieme ai suoi nuovi amici la gallina parlante Billina, l’automa Tik Tok, Jack testa di zucca e la slitta-alce vola verso la montagna del Re degli Gnomi, allo scopo di sconfiggerlo.

Come detto, Nel fantastico mondo di Oz è un seguito del film Il mago di Oz solo per certi versi, ma per la gran parte delle cose non lo è, a cominciare dal fatto che, tecnicamente, non è un musical. E nemmeno una commedia, come detto, ma un film drammatico.

In realtà, a essere più fedele alle atmosfere dei libri di Baum è proprio questo film, e non il suo più celebre predecessore, trasformato in film per famiglie allegro e colorato. Anche l’età di Dorothy è più fedele in questo film che non nel film del 1939…

… che tuttavia lo sopravanza in tutto: bellezza visiva, colonna sonora, trucco, dialoghi, simbolismi.

Anche Nel fantastico mondo di Oz, riguardo all’ultimo punto, ha qualcosa da dire: la confusione tra fantasia, squilibri interiori e malattia mentale; il personaggio dalle molte teste (che rappresenta l’essere umano con tante personalità e nessun centro permanente); il principio e l’aiuto che può venire dallo specchio (nel film sotto forma di principessa/guida).
Tuttavia, pure su questo versante il primo film batte il secondo, che rimane così un seguito/non seguito di valore nettamente inferiore, tanto che la storia del cinema se lo è praticamente dimenticato, con l’eccezione di una piccola schiera di fan.

Interessanti gli effetti speciali (i movimenti delle pietre soprattutto), ma francamente son ridicole le realizzazioni dell’automa, dell’uomo di latta, dello spaventapasseri e di altro ancora.

Curiosità: praticamente Nel fantastico mondo di Oz è l’unico film diretto da Walter Murch, viceversa più famoso come montatore.

Altra curiosità: in realtà c’era già stato un altro seguito de Il mago di Oz, ossia Ritorno ad Oz, film del 1972 con Liza Minnelli come protagonista e con una trama simile al film recensito in questa recensione… ma che tuttavia non credo di aver mai visto (o forse solo da bambino in vaghi ricordi).

Fosco Del Nero



Titolo: Nel fantastico mondo di Oz (Return to Oz).
Genere: fantasy, avventura, drammatico.
Regista: Walter Murch.
Attori: Fairuza Balk, Nicol Williamson, Jean Marsh, Piper Laurie, Matt Clark.
Anno: 1985.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



martedì 14 settembre 2021

Il mago di Oz – Victor Fleming

Per Il mago di Oz, il celeberrimo film del 1939 diretto da Victor Fleming, mi è successa la stessa cosa accaduta con Mary Poppins, un altro classico del cinema: alla decima volta o giù di lì che l’ho visto, l’ho capito.

Ma andiamo con  ordine: il film è ispirato al romanzo di Frank Baum Il meraviglioso mago di Oz, pubblicato nel 1900, divenuto col tempo un classico e in particolare un classico per l’infanzia… e che peraltro era uno dei miei libri preferiti per l’appunto quando ero bambino. 
Il che vedo ora che non era un caso, ma procediamo sempre con ordine.

Il genere del film oscilla tra commedia, fantasy, avventura, musicale, con qualche venatura di dramma per via della presenza della strega cattiva, ma ciò è poca roba, coerentemente con un prodotto destinato (anche) ai più piccoli.
Da menzionare la colonna sonora memorabile.

Ecco la trama sommaria del film Il mago di Oz… per quelle tre persone sulla Terra che non la conoscessero: la giovane Dorothy Gale, che vive con lo zio e la zia nella loro fattoria (in cui lavorano anche Zeke, Hickory e Hunk), ha un diverbio con l’influente Almira Gunch, la quale è intenzionata a far sopprimere il cane di lei, il piccolo Totò, e si presenta a casa loro addirittura con un ordine di consegna firmato dallo sceriffo.
Poco dopo alla la ragazzina accade una disavventura ancora più grande: ella, con tutta la casa, viene travolta da un tornado e portata nel mondo di Oz, un regno in cui dominano la magia e l’insolito: vi sono streghe, strani abitanti nani, spaventapasseri vivi e vegeti, uomini di latta, uomini-leone, scimmie volanti, alberi parlanti e via discorrendo. In tale regno vi è anche un famoso e potente mago, il Mago di Oz, il quale pare sia l’unico in grado di riportare Dorothy a casa, nonché di aiutare i suoi tre compagni di viaggio, dando al leone il coraggio, all’uomo di latta il cuore e allo spaventapasseri il cervello, quello che essi anelano sopra ogni altra cosa.
I quattro si mettono così in marcia lungo il sentiero dorato al fine di raggiungere la Città di Smeraldo, dove risiede il potente mago.

Detto questo, ecco il significato simbolico del film, e con le sue energie nascoste è spiegato anche il suo successo secolare e praticamente imperituro: Dorothy rappresenta l’essere umano-anima in cammino lungo il sentiero spirituale, simboleggiato per l’appunto dal sentiero giallo. Si trova in un mondo sconosciuto (l’anima incarnata nella materia) e vuole tornare a casa (ritorno alla divinità, illuminazione, risveglio… non a caso il tutto avviene in un sogno).

I suoi tre compagni di viaggio sono il leone (corpo fisico), l’uomo di latta (corpo emotivo) e lo spaventapasseri (corpo mentale), alla ricerca rispettivamente del coraggio-forza-volontà, del cuore-amore-compassione e del cervello-mente-saggezza, i tre obiettivi del percorso evolutivo dei corrispettivi corpi. Si può ragionare anche per contrari: l’opposto del coraggio-forza è la paura (quella che il leone palesa a inizio film); l’opposto del cuore-amore è la freddezza del metallo (nella Scienza Esoterica il calore è assimilato all’amore); l’opposto dell’intelligenza-saggezza è la stupidità-vacuità (di cui è simbolo la paglia, elemento di ben scarso valore).
Il fatto che si formi una brigata che procede insieme rappresenta il fatto che ciascun corpo deve collaborare con gli altri, e sotto la guida dell’anima umana, ciò che porta a un percorso più rapido e semplice, in luogo di competere e pensare ognuno per sé (questo concetto sa molto di quarta via gurdjieffiana).

Ovviamente lungo il sentiero vi sono anche difficoltà, sotto forma di insidie preparate dalla Strega dell’Ovest: la strega malvagia rappresenta il male, le energie basse e dense, i demoni tentatori (il deviare a sinistra?), mentre la Strega del Nord, la strega buona, rappresenta al contrario il bene, le energie positive, gli angeli (e infatti ogni tanto si attiva per proteggere la sua “allieva”, che lei stessa ha mandato lungo il sentiero dai mattoni gialli).
Lungo il sentiero Dorothy si addormenta persino, nel campo di papaveri: chiaro simbolo dell’addormentamento in cui si finisce quasi inevitabilmente nel mondo della materia (“I papaveri vi faranno addormentare e dormirete un sonno profondo”, vien detto nel film).

La Città di Smeraldo sa molto di quarto chakra, il chakra centrale, il chakra verde, il chakra rappresentato per l’appunto dalla pietra preziosa dello smeraldo, il chakra dell’equilibrio, dove gli opposti si uniscono (il suo simbolo è quella che in Occidente è conosciuta come Stella di Davide, che in realtà ha origine indù e non certo ebraica). L’elemento del quarto chakra è l’aria, e probabilmente non a caso il suo più famoso rappresentante vi arriva e se ne va in  mongolfiera. 
Prima di arrivare alla Città di Smeraldo tuttavia vi sono da affrontare delle prove, come lo stesso campo di papaveri rossi. A proposito, il rosso è il colore della materia, del sangue, della passione, della carne, della sopravvivenza, dei desideri terreni: da un lato, quindi, abbiamo il mondo della materia (che addormenta il viandante con le sue distrazioni mondane), mentre dall’altro lato abbiamo il punto centrale (dove gli opposti si congiungono e si vince la dualità, potendo così "ritornare a casa").

Nella Città di Smeraldo c’è il Mago… e non poteva essere che un mago a risolvere la situazione, per quanto un mago che non è tecnicamente un mago (come ogni essere umano, il quale comunque riesce a fare sia illusioni sia prodezze di qualche genere), ma che comunque riesce a ottenere gli obiettivi preposti, i quali apparentemente sembravano impossibili o comunque difficilissimi.

Il film si chiude con la consapevolezza di Dorothy di dover cercare la felicità-beatitudine esattamente nel punto in cui si trova, e nessun altro, ciò che è un’acquisizione importante del percorso evolutivo (“Ora so che se deciderò di andare alla ricerca della felicità, non dovrò cercarla oltre i confini del mio giardino, perché se non la trovo là non la troverò mai da nessun’altra parte. È così, era talmente semplice”).

Altri elementi interessanti.

I tre personaggi-corpi pensano che manchi loro qualcosa, ma alla fine, grazie alla consapevolezza-magia donata loro dal Mago (una volta arrivati nel punto centrale di equilibrio della Città di Smeraldo), scoprono che in realtà avevano già ciò che credevano mancasse loro e di cui andavano in cerca… tuttavia era necessario il viaggio per prenderne atto.

Le streghe malvagie sono i maghi neri, e le streghe buone sono i maghi bianchi.
Potete anche dire sith e jedi, ché non cambia niente.
A livello sottile potete dire invece demoni e angeli: le corrispondenze sono quelle.
I primi sono attratti dal potere (la Strega dell’Ovest brama le scarpette rosse, dotate di un certo potere terreno-materiale), mentre i secondi sono dediti al servizio agli altri: potere e desideri da un lato, amore e compassione dall’altro (che, per la cronaca, è la scelta cui è chiamato ogni singolo essere umano).

Le streghe, e certamente non solo ne Il mago di Oz, volano a cavallo di una scopa (peraltro in una posizione in passato ritenuta sconveniente per una donna, tant’è che pure a cavallo le donne per bene andavano con ambo le gambe dallo stesso lato): ossia volano dominando l’energia che hanno tra le gambe, ossia l’energia della kundalini.
La stessa scopa ricorda l’asse verticale del canale sushumna e della spina dorsale, e anche questo probabilmente non è un caso.

La Città di Smeraldo è una fortezza, a cui si accede tramite un pesante portone con battente.
Sembra impenetrabile, tanto che anche la Strega dell’Ovest non può far altro che volarci intorno (d’altronde il mondo della materia con le sue tentazioni non può fare nulla contro un cuore ben centrato), ma per entrarvi basta… bussare, proprio come fanno i protagonisti della storia.
Parimenti, per entrare nel quarto chakra-cuore non occorre far altro che presentarsi e bussare al suo portone: “Bussate e vi sarà aperto”.

Questa è più una curiosità, ma la scrivo lo stesso: a un certo punto Dorothy e i suoi tre amici-corpi salgono su una carrozza… e la cosa mi ha ricordato la metafora della carrozza e dei tre corpi, per l’appunto. Magari è un caso, magari no; io ve l’ho scritto, così la prossima volta che vedete il film ci badate.

Il film, e in particolare la canzone Over the rainbow ("Oltre l’arcobaleno"), è divenuto tristemente famoso per il progetto MK-Ultra… ma in realtà simboleggia tutt’altro, il percorso evolutivo, e questo è un simbolo nel simbolo, ossia indica come ogni cosa può essere usata per fini di risveglio o per fini di addormentamento e soggiogamento (e peraltro è ben noto che chi sta dall’altra parte tende a usare nomi e cose belle corrompendoli e deviandone il significato).

Dorothy, a fine film, chiede alla strega buona di aiutarla a ritornare a casa, e quest’ultima risponde che in realtà la giovane aveva sempre avuto il potere di tornare a casa (ritornare alla divinità-ritornare all’uno-risvegliarsi), ma che avrebbe dovuto compiere comunque il viaggio (stesso discorso relativo ai tre corpi). In effetti poco dopo la ragazza si risveglia. E subito dopo la zia  le dice: “Hai fatto solo un brutto sogno”; a confermare la metafora del sonno-addormentamento-risveglio.

Ultima cosa: il consiglio che la strega buona-guida-maestro-angelo dà a Dorothy è quello che si potrebbe dare a qualunque essere umano: “Follow the yellow brick road”, ossia “Segui il sentiero dai mattoni gialli”, laddove tale sentiero si può leggere come percorso evolutivo, ma anche come destino (in realtà i due concetti combaciano, per chi lo ha capito): chi lo abbandona si perde, finendo magari addormentato in un campo di papaveri, mentre chi lo segue prima o poi arriva alla Città di Smeraldo, ossia all’amore e al superamento della dualità.

Era da molto tempo che non vedevo Il mago di Oz, e se l’ho capito solo ora evidentemente era perché prima non ero in grado di comprenderlo.
Proprio come mi era successo per Mary Poppins, la comprensione è stata lampante e sicura, al di là di ogni dubbio: al tempo, una semplice ricerca mi aveva informato, a confermare il tutto, che l’autrice di Mary Poppins, Pamela Lyndon Travers, era un’allieva diretta di Gurdjieff… e stavolta una breve ricerca mi ha indicato che l’autore de Il meraviglioso mago di Oz, Frank Baum, era un teosofo. Nulla di strano dunque che le loro opere abbiano tali contenuti e che con la loro energia sostenuta abbiano attraversato il tempo.

In chiusura, aggiungo altre due frasi tratte dal film, che confermano ulteriormente quanto detto finora.

“Svegliatevi, aprite gli occhi.”

“Sei già stanca, Dorothy? Hai ancora molta strada davanti a te…”

Fosco Del Nero



Titolo: Il mago di Oz (The wizard of Oz).
Genere: fantasy, musicale, commedia, avventura.
Regista: Victor Fleming.
Attori: Judy Garland, Frank Morgan, Ray Bolger, Billie Burke, Amelia Batchelor, Bert Lahr, Jack Haley, Margaret Hamilton, Charley Grapewin, Pat Walshe, Clara Blandick.
Anno: 1939.
Voto: 8.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 8 settembre 2021

Ruby Sparks - Jonathan Dayton, Valerie Faris

Il caso ha voluto che vedessi Ruby Sparks poco dopo aver visto il film Solaris e letto l’omonimo romanzo da cui il film è stato tratto: certamente i due prodotti sono molto diversi, per genere, tono e ambientazione, tuttavia hanno un elemento di fondo in comune: in entrambi una donna si materializza accanto a un uomo. 
La differenza è che nel caso di Solaris, film filosofico di fantascienza, si trattava di una manifestazione da parte di un pianeta in qualche modo senziente, mentre in Ruby Sparks la donna in questione è la creazione letteraria di uno scrittore, la quale per motivi misteriosi prende forma e vita.

Partiamo dalle basi: Ruby Sparks è un film del 2012 diretto dalla coppia Jonathan Dayton-Valerie Faris e di genere fantastico-sentimentale: il fantastico è dovuto alle premesse di cui si è già detto, mentre il sentimentale costituisce l’ossatura del film, il quale esplora da diversi punti di vista il rapporto tra il protagonista, il creatore, e la sua creatura.

Ecco dunque la trama sommaria di Ruby Sparks: Calvin Weir-Fields (Paul Dano) è uno scrittore giovane ma già famoso, dal momento che il suo primo romanzo ha ottenuto un enorme successo. Tuttavia egli è in preda a un blocco e non riesce più a scrivere. Anche la sua vita sentimentale sta attraversando una fase negativa, dopo aver rotto con la ragazza con cui era stato per cinque anni. 
Il blocco sparisce a partire da un sogno, in cui vede una ragazza, che inizia a descrivere per iscritto; man mano, al personaggio vengono aggiunti particolari, tratti caratteriali, interessi, eventi biografici…
… fino a che il personaggio, Ruby (Zoe Kazan, la quale è anche autrice della sceneggiatura) si presenta in carne e ossa in casa di Calvin, il quale sulle prime pensa di essere impazzito ma che, constatato di non essere il solo a vederla, in seguito si tranquillizza e anzi ritorna ad essere felice: ora al suo fianco c’è la ragazza dei suoi sogni, esattamente come lui l’ha descritta.
Sorgono nuovi problemi però quando la ragazza mostra una sua personalità e si comporta come lui non vorrebbe, cose che è tentato di correggere aggiungendo nuovi dettagli/ordini per iscritto.

Ruby Sparks parte da un’idea intrigante, per quanto non nuova in termini assoluti, giacché nella letteratura sono diversi i casi di rapporto tra creatore e creatura, tuttavia sulle prime l’esperimento è piacevole. Il cast non è straordinario, e in realtà niente è straordinario, ma il film si fa vedere.
La seconda parte della pellicola però va a peggiorare in  modo netto, e dilapida il potenziale creativo prodotto fino a quel momento, scadendo nel banalissimo “questo non mi piace e allora lo correggo, così si fa come dico io”. Dopo di che, la parte finale con separazione e ricongiunzione è a dir poco scontata: la prima in omaggio al senso comune per cui non si può costringere gli altri a comportarsi come noi si vuole e la seconda in omaggio al desiderio generale di lieto fine.

Stanti così le cose, Ruby Sparks finisce nel vasto calderone delle commedie romantiche prive di spessore (ossia quasi tutte), con giusto l’elemento distintivo di genere fantastico del personaggio creato magicamente a inizio storia.
Davvero troppo poco per un film che non si distingue nemmeno a livello tecnico.
Una cosa tuttavia è da sottolineare: i genitori di Calvin, due personaggi alquanto alternativi (interpretati da due attori di fama come Antonio Banderas e Annette Bening), vivono in una casa di enorme bellezza; tra il giardino, la casa e la piscina non so cosa fosse più bello. Ecco: questa in effetti è la cosa più bella del film... il che però non depone troppo a favore del film stesso.

Fosco Del Nero



Titolo: Ruby Sparks (Ruby Sparks).
Genere: fantastico, commedia, sentimentale.
Regista: Jonathan Dayton, Valerie Faris.
Attori: Paul Dano, Zoe Kazan, Antonio Banderas, Annette Bening, Steve Coogan, Elliott Gould, Chris Messina, Alia Shawkat, Aasif Mandvi, Toni Trucks, Deborah Ann Woll, Wallace Langham.
Anno: 2012.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 7 settembre 2021

Nerve - Henry Joost, Ariel Schulman

La recensione di oggi è relativa al film Nerve, del 2016.
I film che guardo si dividono in tre categorie: quelli che vado a cercare direttamente, quelli che mi vengono consigliati e quelli che vedo praticamente a caso, senza sapere niente del film. Nerve appartiene a quest’ultima categoria, dalla quale, come ci si potrebbe attendere, a volte escono fuori sorprese positive, ma più spesso negative.
Nerve in realtà non è un film da buttare, ma non è nemmeno un film imperdibile.

Cominciamo dalla trama sommaria: Venus Delmonico, detta "Vee" (Emma Roberts, la quale è peraltro la nipote di Julia Roberts, distintasi in film come Nancy Drew o Come ti spaccio la famiglia) è una ragazza con la testa sulle spalle che vive a Staten Island (una zona di New York) e che vorrebbe andare a frequentare un’università lontana da casa, dove vive con la madre Nancy (Juliette Lewis; Strange days, Dal tramonto all’alba). Tuttavia è troppo insicura per dirlo alla madre, così come è insicura nella vita sociale: ha paura di dichiararsi al giocatore di football J.P. ed è in buona parte succube dell’amica Sydney, che dal canto suo è piuttosto disinibita tanto da essere una delle star di Nerve, un gioco online a cui si può partecipare come spettatori o come giocatori.
Un giorno, Sydney sfida l’amica a parteciparvi e a concludere le sfide che il gioco propone ai suoi giocatori, decise in base alle numerosissime informazioni prelevate dai social network. La prima sfida porterà la ragazza a baciare Ian, e le sfide successive saranno un crescendo di emozione e tensione.

Nerve, tratto dall’omonimo romanzo di Jeanne Ryan, parte da premesse interessanti, e anche discretamente plausibili, nonostante preveda una sorta di associazione-setta segreta che si muove al di fuori della legge e che è capace di acquisire qualunque tipo di informazioni, svuotare all’istante conti correnti o al contrario elargire ricchi premi, tuttavia poi si perde nel proporre situazioni “facili”, e si perde ancora di più con la facilità con cui tutto viene smontato, con una morale di fondo che, per quanto condivisibile (chi partecipa a qualunque titolo a eventi violenti o immorali ne è in qualche modo complice), è proposta in modo poco credibile e anche un po’ pacchiano.

Insomma, Nerve ha un ottimo abbrivio e anche notevoli qualità registiche, ma non riesce a gestire bene il suo potenziale.

Qualche altra considerazione. 
Emma Roberts fa la parte di una diciottenne, ma in realtà ha venticinque anni, e si vede. Con tutte le ragazzine che vogliono fare le attrici negli Stati Uniti, non se ne è trovata una dell'età giusta?
Juliette Lewis era piuttosto carina da giovane, ma sta invecchiando piuttosto male, e peraltro non ha più partecipato a film di valore, fatto che vorrà dire qualcosa.
C’è un’altra morale, in realtà, in Verve: oltre alla complicità nella violenza, anche l’onnipresenza dei moderni cellulari risulta piuttosto inquietante... così come il rivolgersi alla vita finta (social network, gioco online, sfide e classifiche dei giocatori) piuttosto che alla vita reale.

Nel complesso, mi sento di assegnare una sufficiente a Nerve del duo Henry Joost-Ariel Schulman. Forse non se la meriterebbe, ma voglio premiare l’originalità dello spunto di partenza nonché dello stile registico. Il resto, beh, il resto è da rivedere.

Fosco Del Nero



Titolo: Nerve (Nerve).
Genere: drammatico, sentimentale.
Regista: Henry Joost, Ariel Schulman.
Attori: Emma Roberts, Dave Franco, Emily Meade, Miles Heizer, Juliette Lewis, Kimiko Glenn, Marc John Jefferies, Jonny Beauchamp, Samira Wiley, Arielle Vandenberg.
Anno: 2016.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



Il mondo dall'altra parte