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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

martedì 7 luglio 2020

Prendimi l’anima - Roberto Faenza

Il film recensito oggi è Prendimi l’anima, diretto da Roberto Faenza nel 2002.
Si tratta di un triplice ingresso nel blog: non avevo mai recensito alcun film diretto da Roberto Faenza (qualcuno lo conosco di nome, ma niente di suo mi ha mai attirato), è la prima volta che compare tra gli attori Emilia Fox ed è il primo film in cui vedo Iain Glen… ma perlomeno il suo volto mi era ben noto per via del suo personaggio nella serie tv Il trono di spade (in cui impersona Jorah Mormont).

Mi son messo a vedere Prendimi l’anima in quanto mi era stato segnalato come film dai contenuti esistenziali… ed essendovi tra i protagonisti C. G. Jung, non faticavo a crederlo.

Ecco la trama del film: nel 1904 la giovanissima Sabina Spielrein viene rinchiusa in un ospedale psichiatrico con la diagnosi generica di “grave isteria”; la ragazza, che viene da un contesto familiare problematico e che ha dovuto affrontare anche la morte della sorella minore, pare avere in effetti turbe psichiche rilevanti, e anzi si è risolta a non mangiare più niente per morire di fame.
La sua fortuna sarà trovare nell’istituto uno psicologo rampante e dai metodi all’avanguardia, tale Carl Gustav Jung, allievo prediletto di Sigmund Freud. L’uomo lavorerà con lei essenzialmente con la parola, ma anche portandola all’esterno dell’istituto, con un approccio decisamente più morbido e meno invasivo rispetto allo standard comprensivo di camice di forza, docce ghiacciate, bavagli, scosse elettriche, etc. La ragazza si affiderà così al suo dottore, e inizierà con lui una relazione sentimentale.

Il film ha peraltro un secondo contesto, ambientato nella Mosca del presente: la giovane Marie Franquin e il meno giovane Richard Fraser indagheranno sulla figura di Sabina Spielrein, che dapprincipio era paziente in una clinica psichiatrica, poi si è laureata in medicina, conobbe Freud, s’iscrisse alla Società Psicoanalitica, partecipò a importanti congressi, scrisse saggi sula materia, aprì a Mosca un asilo all’avanguardia (il cosiddetto Asilo bianco), dovette poi chiuderlo per contrasto con la politica staliniana, e finì uccisa nel 1942 dai tedeschi che eliminarono ebrei e russi durante la guerra.

Una storia triste, quella di Sabina Nikolaevna Spil'rejn, il cui nome è stato poi traslitterato in Sabina Spielrein, indagata per primo dallo scrittore Aldo Carotenuto e poi oggetto di studi e di film.

Se la storia è interessante, il film è francamente deludente.
Si distingue in positivo per scenografia, costumi e colonna sonora (molto belle le canzoni cantate dalla stessa Sabina Spielrein), ma è onestamente avvilente in quanto a psicologia dei personaggi… il che fa quasi ridere detto così.
In particolare, il personaggio di Jung, famoso non solo per la sua pratica psicologica ma anche per la sua profondità spirituale, è ridotto a un essere umano debole e incerto, senza dubbio al fine di far risaltare, per contrasto, il personaggio di Sabina, visto come contorto ma anche forte e coraggioso.

In quanto ai contenuti esistenziali, non ce n’è, e appena si salvano due frasi, che segno di seguito ma che non sono affatto rappresentative dei contenuti e dell’energia del film, la quale viceversa è molto melodrammatica… adatta dunque al largo pubblico, come sovente accade.
Peccato.

“L’amore è la forza che muove il mondo.
Non ci può essere cura senza amore.”

“Se si insegna la libertà a un bambino fin dall’inizio, forse diventerà un uomo veramente libero.”

Fosco Del Nero



Titolo: Prendimi l’anima (Prendimi l’anima).
Genere: psicologico, drammatico, sentimentale.
Regista: Roberto Faenza.
Attori: Emilia Fox, Iain Glen, Craig Ferguson, Caroline Ducey, Jane Alexander (II).
Anno: 2002.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 24 giugno 2020

Bright - David Ayer

Oggi siamo in compagnia di Bright, film del 2017 diretto da David Ayer e con protagonista Will Smith.

Quest’ultimo è apparso già diverse volte nel blog, essendo fin dai tempi di Willy il principe di Bel Air uno dei miei personaggi televisivi preferiti: Io sono leggendaHitch, Men in blackHancockLa leggenda di Bagger VanceAfter Earth, Sette anime.
Del primo invece qua non si hanno notizie, visto che ha diretto solo film d’azione, polizieschi, thriller e drammatici: ossia i generi che evito in partenza… anche se probabilmente lo vedrò perlomeno in Suicide Squad, che ha viceversa una trama fantastica…

… un po’ come Bright, film che ha sì molta azione e dinamismo, e anche eventi drammatici, ma che essenzialmente è un fantasy, per quanto un fantasy urbano e metropolitano.

In esso, infatti, in una realtà alternativa vivono insieme esseri umani, orchi, elfi e fate, pur ciascuno con il proprio livello sociale. A dominare la società sono gli elfi, che metaforicamente corrispondono all’1% umano ricco e potente. Poi vengono gli esseri umani, la gente comune; dopo ancora gli orchi, che pagano l’alleanza di 2.000 anni prima con il Signore Oscuro e che rappresentano le classi sociali attuali meno tutelate negli Usa, neri e ispanici; e infine le fate, che sono considerate alla stregua di animali e che infatti vengono uccise senza problemi… ma che di fatesco non hanno molto in realtà, essendo creature brutte, fastidiose e sgradevoli.
In questo contesto si muove Daryl Ward, agente di polizia cui è stato assegnato come compagno Nick Jakoby, il primo poliziotto orco , inviso tanto agli orchi, che lo considerano un traditore della loro razza, tanto agli esseri umani, che non si fidano di lui. I due si troveranno in mezzo a una vicenda pericolosa: il possesso di una bacchetta magica, quella che gli Inferi, elfi rinnegati, intendono usare per far ritornare il Signore Oscuro (ok, non è molto originale) e quella che le bande di umani, orchi e persino poliziotti corrotti desiderano usare per i propri interessi personali.

L’Agente Ward, decisamente meno eroe dei protagonisti di tanti film similari, dapprima sembra adeguarsi alle cose, ma poi con un colpo di coda opera una scelta etica, per quanto molto pericolosa.

Bright è un film prodotto da Netflix, e con un budget elevato: ben 90 milioni di dollari… ciò per produrre un film direttamente per la piattaforma streaming ignorando le sale cinema: una scelta innovativa, che forse segnerà il futuro delle produzioni cinematografiche.

Non è però un film di grande spessore: inizia in modo assolutamente accattivante, tra la musica e le immagini che spiegano sinteticamente le premesse, tramite l’idea originale di murales cittadini, però, pur avendo tratteggiato un mondo interessantissimo, si dedica poi a trame ed eventi assolutamente banali e per larghissimi tratti prevedibili.
Il tutto sa davvero di spreco: tanto lavoro non per nulla, ma per poco.

Di fatto, Bright è un film d’azione e di denuncia sociale, se vogliamo dir così: tolta la patina fantastica, molto bella e riuscita peraltro, non rimane molto, se non elementi banali.
Peccato: se la tecnica, la bellezza esteriore, non si mette al servizio dei contenuti, della bellezza interiore, non rimane che mediocrità.

Fosco Del Nero



Titolo: Bright (Bright).
Genere: fantastico, fantasy, azione, thriller.
Regista: David Ayer.
Attori: Will Smith, Joel Edgerton, Noomi Rapace, Lucy Fry, Chris Browning, Andrea Navedo, Édgar Ramírez, Veronica Ngo, Alex Meraz, Happy Anderson.
Anno: 2017.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 23 giugno 2020

Le ali della libertà - Frank Darabont

Giacché mi ero visto Il miglio verde e The Majestic, con risultati discretamente positivi, e nonostante non ce l’abbia fatta ad andare avanti a vedere The mist, ho deciso di terminare la visione della breve filmografia del regista Frank Darabont con il suo primo film, che peraltro è probabilmente quello più famoso, e certamente quello più riuscito: Le ali della libertà.

Andiamo subito a tratteggiare la trama del film: siamo nel 1947, quando il vice-direttore di banca Andy Dufresne (Tim Robbins; Allucinazione perversaBull Durham - Un gioco a tre mani, Mister Hula Hoop, The Lucky Ones - Un viaggio inaspettato, Howard e il destino del mondo) viene accusato del duplice omicidio di sua moglie e del suo amante… che in effetti aveva pensato di compiere, con tanto di pistola appresso, salvo poi desistere dal suo intento.
Gli vengono imposti due ergastoli, da scontare nel carcere di Shawshank, un luogo di assassini, stupratori, sodomiti e assortimento vario, anche se nel mucchio si trovano anche delle brave persone, come il “procuratore” Red (Morgan Freeman; Non è mai troppo tardi, Lucy, OblivionUn'impresa da Dio) o il bibliotecario Brooks (James Whitmore; Il pianeta delle scimmie).
Andy passerà quasi vent’anni nel carcere, tra alterne fortune, comprensive sia di violenze sessuali subite da un gruppo chiamato “Le sorelle”, sia del successo nel metter su una biblioteca di gran valore per un carcere, utile anche allo studio e al recupero di tante persone, pur in un ambiente difficile sia per la violenza di tanti detenuti, sia per la violenza delle stesse guardie.

Evidentemente Frank Darabont è attratto dalle tematiche pesanti, giacché in ogni suo film vi sono violenza, tristezza, dramma, ingiustizia, sopraffazione.
O forse è semplicemente un dritto che mette su scenari che fanno presa su largo pubblico, ovviamente portato a simpatizzare per il malcapitato e sfortunato di turno.

Tuttavia, occorre essere onesti e dire anche che il regista sa il fatto suo, tanto a livello di regia quanto a livello di montaggio, e che utilizza dei cast di spessore nonché delle sceneggiature ugualmente accattivanti: in questo caso, il film prende le mosse da un racconto di Stephen King (come era stato per Il miglio verde e The mist, peraltro).
In mezzo a tanta violenza e sopraffazione, c’è perlomeno l’elemento della speranza a fare da sfondo, nonché una sorta di effetto karmico per cui alla fine le persone ottengono quello che si meritano… perlomeno agli occhi del pubblico comune, cui è destinato il film.

Nel complesso, Le ali della libertà è un buon film, di buona fattura e di buon successo (tra gli altri riconoscimenti, dieci candidature ai Premi Oscar, due candidature a Golden Globes e Saturn Award, etc)…
… ma per onestà devo dire anche che, se pure vi fossero stato disponibili altri film di Frank Darabont, non li avrei guardati, giacché il suo tratteggiare eventi drammatici e tristi mi ha già stancato.

Fosco Del Nero



Titolo: Le ali della libertà (The shawshank redemption).
Genere: drammatico.
Regista: Frank Darabont.
Attori: Tim Robbins, Morgan Freeman, Bob Gunton, William Sadler, Clancy Brown, Gil Bellows, James Whitmore, Mark Rolston.
Anno: 1994.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 17 giugno 2020

Sliding doors - Peter Howitt

Avevo visto Sliding doors molto tempo fa, ma talmente tanto tempo, ed evidentemente con non troppo interesse, che della trama non mi ricordavo niente e sapevo solo quello che è diventato un concetto diffuso, e addirittura un modo di dire: “sliding doors”, in italiano “porte scorrevoli”, espressione per indicare il concetto per cui a volte basta poco, una minima differenza, per creare un bivio e portare a due diversi percorsi di vita, e finanche molto diversi.

Per questo motivo, il film in questione è spesso inserito anche nelle liste di film esistenziali suggeriti…
… anche se, curiosamente, l’essenza del film è esattamente opposta a ciò per cui viene ricordato e suggerito.

Difatti, mentre il film viene ricordato per il concetto della “porta scorrevole”, ossia del singolo evento che genera percorsi di vita  assai differenti, in realtà la morale di fondo dell’opera è esattamente opposta, e vien mostrata nel finale: si parla del destino, di ciò che deve comunque succedere a prescindere dai singoli eventi.

In questo senso, il film assume connotati parecchio diversi, e persino educativi, nel senso che un destino c’è, anche se non è inteso come fatto di vita, o come persone da conoscere, come si banalizza nei film e nella letteratura romanzata e spesso romantica: il destino esiste in quanto percorso interiore da compiere.
Nel film la protagonista femminile doveva conoscere il co-protagonista maschile, mentre nella nostra vita noi dobbiamo affrontare certe energie-apprendimenti. Se si sposta il concetto dagli eventi di fuori agli apprendimenti di dentro, il film è perfetto e didattico (e nelle liste esistenziali dunque ci sta), altrimenti vien visto come una banalizzazione romantica.

Ma andiamo alla trama di Sliding doors: Helen Quilley (Gwyneth Paltrow; I Tenenbaum, Paradiso perduto, Shakespeare in love, Il talento di Mr. Ripley) è fidanzata e convive con Gerry (John Lynch; Nel nome del padre, Best), il quale però la tradisce con Lydia (Jeanne Tripplehorn; Travolti dal destino), sua ex fidanzata. Un giorno, tornando a casa prima del solito perché era stata licenziata, la donna prende la metropolitana e trova il fidanzato con la sua amante… oppure non lo trova perché perde la metro, a seconda di come sono andate le cose con le "sliding doors", e da lì il film inizia a seguire le due vicende.

Le quali come detto finiscono in qualche modo per confluire e per mostrare una sorta di “destino”, per quanto in modo molto molto diverso l’una dall’altra.
Da citare anche il personaggio di James (John Hannah; La mummia, La mummia - Il ritorno, Quattro matrimoni e un funerale, Il ritorno del maggiolino tutto matto), che poi è quello che a livello di gag e di battute movimenta la storia.

Segue ora un altro commento sul film, meno esistenziale e più tecnico (tecnico si fa per dire). 
Sliding doors è un discreto film: la protagonista principale è simpatica e carina, e ben interpretata nelle sue due versioni da Gwyneth Paltrow; nel film c’è sufficiente vivacità; i dialoghi sono spesso ispirati, ironici e anche di buona cultura; l’ambientazione inglese ha il suo fascino.
Dal lato negativo, abbiamo alcuni dialoghi e comportamenti piuttosto forzati, nonché un certo senso di sentimentalismo discretamente diffuso, per quanto in parte smorzato dall’umorismo.

Nel complesso, il film se la cava bene, ma non fa impazzire, e si segnala solo per la particolarità del doppio filone, il quale peraltro è portato avanti molto bene, e persino nelle stesse scene, con ingressi ed uscite dei personaggi ben calcolati.

Curiosità: Sliding doors è stato ispirato da Destino cieco, un film polacco del 1981.

Fosco Del Nero




Titolo: Sliding doors (Sliding doors).
Genere: fantastico, commedia, drammatico, sentimentale.
Regista: Peter Howitt.
Attori: Gwyneth Paltrow, John Hannah, John Lynch, Jeanne Tripplehorn, Zara Turner, Douglas McFerran, Paul Brightwell, Nina Young, Virginia McKenna, Kevin McNally, Terry English, Peter Howitt, Joanna Roth.
Anno: 1997.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


The Majestic - Frank Darabont

Dopo aver visto da poco Il miglio verde, sono passato a un libro film diretto da Frank Darabont, ossia The Majestic, film che partiva dal vantaggio, secondo il mio punto di vista, di avere come protagonista principale l’eclettico e dinamico Jim Carrey piuttosto che il gommoso e ingessato Tom Hanks.

In realtà ambo i film mi sono piaciuti grossomodo in egual misura, una misura discreta seppur non traboccante, per quanto per motivi differenti.

La mano di Darabont, comunque, si sente in entrambi i casi, ed è un sentire piuttosto melodrammatico-nazional popolare, per così dire, cosa che rende i suoi film a tratti stucchevoli e pesanti (si fa per dire, è giusto per dare un’idea).

Ma andiamo subito alla trama di The Majestic, film del 2001: Peter Appleton (Jim Carrey; The Truman show, Yes man, Man on the moon, Ace ventura - L'acchiappanimaliThe number 23) fa lo sceneggiatore nella Hollywood degli anni “50, quando viene accusato di essere un comunista. Subisce inoltre uno sfortunato incidente, che lo porta a precipitare con la sua macchina in un fiume, a sbattere la testa e a perdere la memoria. Si risveglierà nei pressi della cittadina di Lawson… che guarda caso anni prima aveva perduto, in qualità di disperso in guerra, un suo giovane, a cui Peter pare assomigliare davvero tanto: tale Luke Trimble.
Tanto che il padre (Martin Landau; Ed Wood, Crimini e misfatti, Spazio 1999 - Oltre lo spazio tempo) è convinto che si tratti del figlio, e man mano se ne convincono tutti quanti, compresa la sua ex fidanzata Adele (Laurie Holden; The walking dead, Silent Hill).

The Majestic è un film molto curato: nelle atmosfere di quegli anni, tanto la confusionaria Hollywood quanto la tranquilla provincia di Lawson. Il casting è di ottimo livello, tra la vecchia guardia e attori più giovani ma già affermati. C’è in esso una certa bellezza, come peraltro negli altri film di Darabont, che dunque è attento in quel senso.

Alcuni momenti sono toccanti in senso positivo, fedeli rappresentanti di ciò che è certamente successo in molte parti del mondo tra guerra, ricostruzione e commemorazione. Peccato che quel senso del melodramma un po’ popolano ogni tanto esca fuori, come nel caso della caccia alle streghe maccartista verso i potenziali comunisti, che fa virare il finale del film, fino ad allora commovente e tenero, verso il ridicolo. Peccato davvero, ma evidentemente Darabont non ne può proprio fare a meno… o semplicemente scrive per un ampio pubblico che ama quel tipo di manifestazioni emotive.

A questo punto, visti Il miglio verde e The Majestic, e iniziato a vedere The mist, salvo poi abbandonarlo per manifesta incapacità (la tendenza drammatico-emotiva-popolare del regista in esso si fa davvero pesante, e stavolta non per modo di dire), mi resta da vedere il rimanente dei suoi quattro film, che forse è il più famoso: Le ali della libertà. Il quale peraltro son sicuro di aver visto in passato, ma di cui non ricordo molto.

Fosco Del Nero



Titolo: The Majestic (The majestic).
Genere: drammatico.
Regista: Frank Darabont.
Attori: Jim Carrey, Martin Landau, Laurie Holden, Bruce Campbell, Frank Collison, Cliff Curtis, Bob Balaban, Jeffrey DeMunn, Hal Holbrook.
Anno: 2001.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 10 giugno 2020

Crimson Peak - Guillermo Del Toro

Il film recensito oggi è Crimson Peak di Guillermo Del Toro.
Di Guillermo Del Toro ho amato Il labirinto del fauno, mentre ho apprezzato La spina del diavolo ed Hellboy.
Viceversa, ho gettato la spugna con la serie tv The strain, che proprio non mi stava piacendo.
Anche Crimson Peak non mi è piaciuto molto, e andiamo a vedere perché.

Cominciamo con la trama sommaria del film: siamo alla fine del diciannovesimo secolo a Buffalo, nella buona società del posto. Lì vi troviamo Edith Cushing (Mia Wasikowska; Alice in wonderland, Solo gli amanti sopravvivono, Tracks - Attraverso il desertoJane Eyre), una ragazza che teoricamente ha tutto, ma che in realtà vive in modo disagiato: sia perché le capita ogni tanto di vedere dei fantasmi, sia perché proietta il suo disagio interiore nel mondo esterno. Quell’irrequietezza, quel senso di stranezza, la porta a preferire al suo vecchio amico d’infanzia Alan McMichael un nuovo arrivato, un giovane baronetto, tale Thomas Sharpe (Tom Hiddleston; Thor, Solo gli amanti sopravvivono), che inizierà da subito a farle la corte.
Il padre, sospettoso, s’informerà sul conto suo e della sorella Lucille (Jessica Chastain; The help, InterstellarThe tree of life), dando però il via a una serie di eventi che certamente non aveva desiderato…

Descritto brevemente l’inizio del film, passiamo ora a inquadrarne il genere: siamo sul gotico-thriller con venature horror, anche se è più un “horror d’atmosfera” che non un “horror da paura”: l’obiettivo del film infatti non è quello di spaventare lo spettatore, ma di infondergli un senso di inquietudine, cosa in cui il film riesce discretamente, ma solo in parte.

Detto questo, diciamo che Crimson Peak è un vero peccato: visivamente è un’opera magnifica, a partire dai costumi della società di fine ‘800 fino alla atmosfere lugubri e tinte di rosso di Allerdale Hall, il palazzo residenza dei due nobili inglesi. 
Anche la recitazione è ottima, col set di attori che fa benissimo la sua parte.

Ad essere carente è proprio la sceneggiatura: il film è scontato fin dal suo avvio, tanto che dopo poche decine di minuti avrei potuto scrivere pari pari come poi si è svolto. Dire che sa di già visto e di prevedibile è poco. Va bene la cura visiva, va bene l’attenzione per la realizzazione tecnica, ma se manca la sostanza il film non ha un gran valore, alla fine della fiera.
Questo peraltro è il rischio che corrono tutti i registi “esteti della forma”, e senza dubbio Guillermo Del Toro lo è, anche se solitamente nei suoi film non c’è solo forma.
Difatti, nonostante le due delusioni di Crimson Peak e di The strain, mi guarderò il suo ultimo film, La forma dell'acqua - The shape of water… sperando in meglio.

Chiudo la recensione con due belle frasi tratte dal film recensito.

“Forse notiamo le cose soltanto quando arriva il momento in cui dobbiamo vederle.”

“Il passato: tu guardi sempre al passato… non è là che mi troverai.”

Fosco Del Nero



Titolo: Crimson Peak (Crimson Peak).
Genere: horror, drammatico, sentimentale.
Regista: Guillermo Del Toro.
Attori: Mia Wasikowska, Jessica Chastain, Tom Hiddleston, Charlie Hunnam, Jim Beaver, Burn Gorman, Leslie Hope, Sofia Wells, Jim Watson
Anno: 2015.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


martedì 9 giugno 2020

Valerian e la città dei mille pianeti - Luc Besson

Non appena ho saputo dell’ultimo film di Luc Besson, ho deciso di guardarlo, e dunque ecco qui la recensione di Valerian e la città dei mille pianeti.

Son sempre stato un fan di Besson, considerato il più americano tra i registi europei, e con buona ragione. A testimoniarlo, produzioni come Il quinto elemento, Lucy o questo stesso Valerian e la città dei mille pianeti, anche se Besson ha diretto anche cose molto differenti, da Nikita a Leon, da Arthur e il popolo dei Minimei Subway, da Adèle e l'enigma del faraone ad Angel-A (questi ultimi due li adoro).

Un regista davvero eclettico, insomma, che ha il coraggio di osare (Nikita, Il quinto elemento, Lucy), nonché il coraggio di proporre cose vivacissime (forse Valerian e la città dei mille pianeti si guadagna la palma di film più vivace) e anche cose dai contenuti profondi (come il magnifico Angel-A).

Premessa: Valerian e la città dei mille pianeti è nato come film in 3D, però io l’ho visto su un normalissimo televisore casalingo, e la mia valutazione si basa su questo. D’altronde, non sono certo gli effetti spettacolari di un 3D che mi fanno valutare bene o male un film.
Da citare il fatto che il film è la conversione cinematografica della graphic novel Valérian et Laureline di tali Pierre Christin e Jean-Claude Mézièrs.

Andiamo a tracciare la storia di Valerian e la città dei mille pianeti, film che oscilla tra fantascienza, commedia, azione e sentimenti: siamo molto nel futuro, nel 2740, e l’umanità non solo ha colonizzato lo spazio, ma ha trovato numerose razze aliene, le quali sono confluite tutte nella cosiddetta Città dai mille pianeti, che in realtà è un’enorme stazione spaziale. La quale ha un problema: al suo interno c’è una zona misteriosa, che si presume radioattiva, tossica o qualcos’altro… sta di fatto che non se ne hanno notizie da tempo e che ogni squadra che è stata inviata non ha fatto ritorno.
Vengono così incaricati della missione il Maggiore Valerian (Dane DeHaan; Chronicle, La cura dal benessere) e il Sergente Laureline (Cara Delevingne; Carnival row, Kids of love), una coppia molto affiatata nonché in odore di relazione sentimentale, da lui ricercata e da lei negata.
Il film, tuttavia, si apre con la loro missione precedente: il recupero di un preziosissimo convertitore (che in realtà è un animaletto simpatico) presso il Big Market del Pianeta Kirian (che ricorda un po’ il Gran Bazar di Istanbul, e infatti porta essenzialmente lo stesso nome), vissuto in due dimensioni, interattive grazie a strumenti tecnologici.
Ma in realtà il film non si apre nemmeno con questa scena, bensì con l’ambientazione del pianeta Mul, dove vive in armonia e beatitudine una razza che ricorda vagamente quella di Avatar, che Valerian vede come in un sogno.

Tutte queste vicende si intrecceranno… in un modo non imprevedibile, e anzi discretamente facile da intuire, ma comunque sufficientemente efficace. 
Il valore di Valerian e la città dei mille pianeti, tuttavia, non sta nell’originalità della sceneggiatura, che anzi ricorda un po’ Avatar, un po’ Il quinto elemento, un po’ Star wars e un po’ Star trek, così come il recente Guardiani della galassia, ma nella vivacità della storia, che si segue più che volentieri nonostante duri 130 minuti suonati.

Merito sia della dinamicità del narrato, sia della bellezza visiva di panorami, costumi ed effetti speciali, ma anche di un cast azzeccato: se in ruoli secondari vi sono attori di fama come Clive Owen (Closer, Inside man, I figli degli uomini) ed Ethan Hawke (Predestination, Daybreakers - L'ultimo vampiro, L'attimo fuggente), in prima fila abbiamo una coppia che funziona: Dane DeHaan ed Cara Delevingne, che mi son piaciuti entrambi, soprattutto la seconda, che in verità come lavoro principale fa la modella, e l’attrice solo a tempo perso.
Nel cast, peraltro, c’è stato posto anche per Rihanna (anche qua si vede la mano del regista europeo più americano tra tutti), che interpreta un personaggio assolutamente secondario, il quale tuttavia ha l’occasione di ballare e di mettersi in mostra.
Piccole parti anche per i famosi, più nel passato che nel presente, Rutger Hauer (Blade runner, Ladyhawke) e John Goodman (Il grande Lebowski, Arizona junior, Fratello, dove sei?).

Nel complesso Valerian e la città dei mille pianeti (il film francese dal più elevato budget di sempre con quasi 200 milioni di euro spesi) mi è decisamente piaciuto, tanto nella sceneggiatura quanto nel comparto tecnico. È ben sorretto dalla coppa principale, ben amalgamata, e inoltre porta un messaggio positivo: il rispetto per i popoli; che si tratti di un altro pianeta, di un altro continente o semplicemente di un altro stato, il concetto con cambia di una virgola.

Fosco Del Nero



Titolo: Valerian e la città dei mille pianeti (Valerian and the city of a thousand planets).
Genere: fantascienza, fantastico, azione, sentimentale.
Regista: Luc Besson.
Attori: Dane DeHaan, Cara Delevingne, Clive Owen, Rihanna, Ethan Hawke, Herbie Hancock, Kris Wu, Rutger Hauer, Sam Spruell, John Goodman, Sam Douglas, Eric Lampaert, Emilie Livingston, Roman Blomme, Aurelien Gaya.
Anno: 2017.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 3 giugno 2020

Solo gli amanti sopravvivono - Jim Jarmusch

Solo gli amanti sopravvivono è il terzo film di Jim Jarmusch che vedo, dopo Broken flowers, che non mi ha entusiasmato, e Dead man, che ugualmente non mi ha entusiasmato.
Solo gli amanti sopravvivono era il terzo e ultimo tentativo dedicato a quello che è considerato uno dei più importanti cineasti indipendenti.

Ecco la trama sommaria del film: Adam (Tom Hiddleston; Crimson peakThe avengersThor - The dark world) vive a Detroit, è appassionato di musica e si fa procurare del sangue pulito dal giovane Ian (Anton Yelchin; ll luogo delle ombre, Cuori in Atlantide, Star Trek - Il futuro ha inizio, Star Trek - Into darkness, Star trek - Beyond).
Eve (Tilda SwintonIl curioso caso di Benjamin ButtonBurn after reading - A prova di spiaIl ladro di orchidee, The beach) vive a Tangeri, è appassionata di libri e si fa procurare del sangue pulito dall’amico Christopher Marlowe (John Hurt; Orwell 1984, Oxford murders - Teorema di un delitto, Hellboy, V per vendetta). Già, perché i due sono entrambi vampiri, nonché innamorati, nonostante vivano a grande distanza l’uno dall’altra, il primo immerso nella decadenza visiva e culturale di una metropoli americana, e la seconda immersa nei dedali arabi che pullulano di spacciatori.
In effetti “decadenza” è una delle parole chiave di questo film di Jim Jarmusch, regista con tutta evidenza particolarmente attratto da decadenza, morte e disagi di vario tipo.
Nella storia entra Ava (Mia Wasikowska; Tracks - Attraverso il desertoAlice in wonderland, Madame Bovary), sorella minore di Eva, ragazza viziata e generatrice di guai, e per questo invisa ad Adam.

Cominciamo il commento al film: tecnicamente Solo gli amanti sopravvivono è un film di valore, che conferma il talento registico di Jim Jarmusch. La regia è buona, la fotografia è bella, cast e recitazione sono di qualità, l’attenzione per i dettagli, dai costumi agli oggetti, è notevole, e anche la colonna sonora piacerà a molti, per quanto la musica elettronica e dai toni cupi a me non risulta troppo gradita.
Tuttavia, occorre dirlo, ci sono solo ambientazione e tecnica registica, ma manca la storia… semplicemente regista e produttori se la sono dimenticata presi dalla costruzione della loro ambientazione dark. Il finale è piuttosto risibile, e non può certo da solo dare spessore al film, anche perché piuttosto banale. E davvero nel film non c’è altro che non la cura per la forma: vestiti old age, musica old age, drappi, e persino ghiaccioli di sangue zero positivo.
In pratica siamo di fronte a una versione adulta, più raffinata e decadente, di Twilight.

Tutto qua, ahimé… e con questa terza occasione sprecata direi che ho chiuso con l’originale ma poco sostanzioso Jim Jarmusch.

C’è però una cosa del film che ho largamente amato: i due vampiri chiamano gli esseri umani “zombie”, intendendo con ciò che, a dispetto del fatto di essere vivi (e, tecnicamente, più vivi di loro), di fatto essi sono morti nell’essere, nel modo di vivere, nella cultura e nel degrado, che infatti circonda grandemente i due protagonisti.
Non so quanto la cosa fosse intenzionale, ma certo che è un termine davvero ottimo per indicare lo stato di addormentamento in cui è immersa la quasi totalità dell’umanità.

Fosco Del Nero



Titolo: Solo gli amanti sopravvivono (Only lovers left alive).
Genere: drammatico, fantastico, sentimentale.
Regista: Jim Jarmusch.
Attori: Tom Hiddleston, Tilda Swinton, Mia Wasikowska, John Hurt, Anton Yelchin, Jeffrey Wright, Slimane Dazi, Carter Logan, Wayne Brinston, Ali Amine, Yasmine Hamdan, Kamal Moummad.
Anno: 2013.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


martedì 2 giugno 2020

Il violinista sul tetto - Norman Jewison

Del regista Norman Jewison finora avevo recensito un solo film, I soldi degli altri, uno dei suoi film minori.
Oggi arriva invece la recensione di uno dei film per cui è più famoso: Il violinista sul tetto (altri suoi film importanti sono Jesus Christ Superstar, La calda notte dell'ispettore Tibbs, Rollerball, Agnese di Dio).

Ecco la trama del film de Il violinista sul tetto: siamo all’inizio del ventesimo secolo, in Ucraina, allora parte dell’impero dello Zar russo, in un villaggio chiamato Anatevka, e seguiamo le vicende del contadino-allevatore ebreo Tevye e della sua famiglia. 
Da un lato lui e sua moglie Golde non hanno nessun figlio maschio e ben cinque figlie femmine, di cui tre da maritare, cosa che in tempo di pace è l’argomento principale di discussione, tra pretendenti e sensali; dall’altro lato si sentono voci di repressioni ai danni degli ebrei, cosa che agita la comunità locale, altrimenti ben integrata col resto della popolazione cristiana.

Il commento sul film non può che cominciare dal titolo: il “violinista sul tetto”, scena con cui peraltro il film si apre, è il simbolo di una situazione di vita in cui si continua a vivere e ad essere felici per quanto si può, ma al contempo si è consci di vivere in equilibrio precario: dal tetto si potrebbe cadere, e comunque si dà per scontato che entro breve tempo si smetterà di suonare e si scenderà dal tetto, come purtroppo dovranno fare tutti i protagonisti della storia… che comunque nel mentre non rinunciano al loro umorismo tipicamente ebreo, che probabilmente è stato sviluppato in migliaia di anni di oppressioni e problemi sociali.

Il film si contraddistingue per due cose: la prima è che si tratta di un musical vero e proprio, con tanti intermezzi musicali, e pure di eccellente qualità. Anche se fa sorridere che degli ebrei che vivono nell’Impero Russo cantino in inglese… ma tant’è, sono esigenze di spettacolo.

La seconda cosa particolare del film è che ogni tanto si ferma tutto, tranne il protagonista Tevye, il quale parla da solo, riflette su quanto appena successo, guarda la telecamera, e spesso in quelle pause prende delle decisioni importanti. 

Il film si trova in equilibrio anche da un altro punto di vista: è una storia di mezzo tra la tradizione e il nuovo che avanza: da un lato abbiamo le tradizioni di un popolo e di una religione, nonché il ruolo ancora fortemente decisionale del pater familias, per non parlare di usi e costumi locali, che, per dirne una, non permettevano che un ragazzo e una ragazza ballassero insieme; dall’altro lato abbiamo il progresso sociale e culturale, nonché i sommovimenti politici, cosa che porterà conseguenze da ogni punto di vista: repressioni, incarceramenti, nuove prospettive sociali, etc.
Questo cambiamento dalla tradizione al nuovo che avanza sarà da alcuni rifiutato, da alcuni accettato solo in parte, e da altri ancora abbracciato nella sua totalità.

Il violinista sul tetto è un gran film, c’è poco da dire: la sceneggiatura è bella, l’ambientazione è bella, la colonna sonora è bella, i dialoghi sono ispirati e credibili, la recitazione all’altezza, e pure i costumi fanno la loro parte.
Inoltre il film ha un suo valore storico nel testimoniare quanto successo da qualche parte… sia in quel luogo e in quel tempo, sia in tanti altri luoghi e tempi e a popoli differenti.
D’altronde, il film non ha ricevuto tanti premi per puro caso: otto tra premi e nomination agli Oscar, quattro ai Golden Globes, tre ai Bafta, ma anche David di Donatello, Satellite Award e altri riconoscimenti.

Una curiosità: ho guardato Il violinista sul tetto dopo che l’ho sentito citato nella sit-com Big Bang theory… e me lo sono visto dal momento che era uno dei pochi film in essa citati che non conoscevo, mentre praticamente tutto il resto lo conoscevo e apprezzavo già.

Fosco Del Nero



Titolo: Il violinista sul tetto (Fiddler on the roof).
Genere: commedia, musicale.
Regista: Norman Jewison.
Attori: Topol, Norma Crane, Leonard Frey, Molly Picon, Paul Mann, Rosalind Harris, Michele Marsh, Neva Small, Paul Michael Glaser, Ray Lovelock, Elaine Edwards, Candy Bonstein, Shimen Ruskin.
Anno: 1971.
Voto: 8.5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 27 maggio 2020

Dead man - Jim Jarmusch

Dead man è il secondo film diretto da Jim Jarmusch che vedo,  dopo Broken flowers.
Il primo non mi aveva entusiasmato, così come non mi ha entusiasmato il secondo, pur catturando una stretta sufficienza.

Andiamo subito a leggere la trama sommaria di Dead man, film del 1995 con un giovanissimo Johnny Depp (accompagnato da altri nomi importanti allora oppure oggi come John Hurt, Crispin Glover, Alfred Molina, Gabriel Byrne… e c’è pure Iggy Pop): siamo nell’America di fine 800, tra cowboy, saloon, treni e nativi, quando il giovane William Blake (Johnny DeppLa nona portaI pirati dei Caraibi - La maledizione della prima lunaIl mistero di Sleepy HollowAlice in wonderlandEd WoodDark shadowsLa sposa cadavere, Edward mani di forbice), che si chiama proprio come il noto poeta, arriva nella desolante cittadina di Machine, forte di una lettera d’assunzione presso la ditta di tale John Dickinson, il quale è una sorta di boss del paese. Gli viene però preannunciato che si tratta di un’azienda poco affidabile, e difatti il ragazzo si trova appiedato, senza lavoro, senza soldi e senza sapere dove andare.
Il destino giungerà in suo soccorso, e in qualche modo egli si troverà sì ferito e fuggitivo, ma con una nuova carriera tra le mani, assistito dal grosso nativo indiano Nessuno… ma anche inseguito da tre sicari assassini.
Man mano che passa il tempo, il giovane smette i panni del timido contabile che era stato prima del viaggio, e indossa sempre più quelli del pistolero tutto d’un pezzo e lesto di pistola, fino al finale della storia.

Dead man è considerato un western sui generis, ed è inevitabile che sia così: intanto essendoci protagonista Johnny Depp non avrebbe potuto essere un western normale; ma tutto quanto è particolare, dalla colonna sonora alla sceneggiatura, dall’atmosfera alle battute.
Il tutto vorrebbe forse assumere i connotati di un western onirico, o forse anche “esistenziale”, ma in questo devo dire che non ha troppo successo.
È curioso, sì, e per certi versi interessante, e certamente propone personaggi insoliti, dal killer cannibale al trio di pistoleri omosessuali (oddio, forse ho sbagliato esempi), e inoltre ha ottimo gioco con il suo bianco e nero e la sua fotografia curata, ma non è un film imperdibile, diciamo, che non si distingue per nulla se non per la buona fotografia e lo stile vagamente surreale.
Ah, e anche per i peggiori nativo-americani della storia del cinema, dal momento che è stato scelto di mettere nei loro posti attori non nativi.

In conclusione, ho apprezzato Dead man per alcune cose, mentre per altre no, e in generale mi ha lasciato perplesso che alcuni considerino tale film un capolavoro. Ma forse solo perché è anomalo e alcuni celebrano le cose anomale per il solo fatto che sono tali, dimenticandosi che quella è una questione di differenze orizzontali, mentre occorre badare soprattutto alle differenze di tipo verticale.

Detto che non sono stato folgorato sulla via di Damasco, Jim Jarmusch avrà una terza e ultima occasione con Solo gli amanti sopravvivono; in caso di esito negativo, pazienza e cari saluti.

Chiudo con due frasi del film che mi sono segnato.

“Le cose che sono simili in natura finiscono per assomigliarsi.”

“Con chi stai viaggiando?”
“Con Nessuno.”
“Dove sei diretto?”
“Non lo so.”

Fosco Del Nero



Titolo: Dead man (Dead man).
Genere: avventura, western, commedia.
Regista: Jim Jarmusch.
Attori: Johnny Depp, Lance Henriksen, Gary Farmer, Alfred Molina, Crispin Glover, Michael Wincott, Eugene Byrd, John Hurt, Robert Mitchum, Iggy Pop, Gabriel Byrne, Jared Harris, Mili Avital.
Anno: 1995.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


martedì 26 maggio 2020

Questione di tempo - Richard Curtis

Ho iniziato a vedere Questione di tempo senza ricordarmi perché me lo fossi segnato in passato, come peraltro mi capita spesso: il che non è un problema, e anzi mi piace, giacché comincio a vedere un film senza sapere trama, genere, e nemmeno regista o attori: inizio “pulito”, insomma.

Tuttavia, l’aver visto subito Bill Nighy mi ha fatto ipotizzare una commedia, giacché finora l’attore inglese lo avevo visto solo in film comico-brillanti, come Guida galattica per autostoppisti o I love  Radio Rock… anche se in parti minori lo avevo incrociato anche ne L’alba dei morti dementi, I pirati dei Caraibi - La maledizione del forziere fantasma e Harry Potter e i doni della morte - Parte 1, con forte prevalenza del genere fantastico, dunque.

Detto, fatto: Questione di tempo è una commedia di genere fantastico, giacché ha il tono da commedia, pur con qualche venatura drammatica, e tratta di viaggi nel tempo.
Anche se, a dire il vero, per come la storia è strutturata più che ricordare i viaggi nel tempo di Ritorno al futuro, essa ricorda le diverse giornate di Ricomincio da capo, film che ha dato seguito a un ricco filone sul tema.

L’altra attrice nota del film, Rachel McAdams, ugualmente l’avevo vista soprattutto in commedie: Mean girls, 2 single a nozze, Midnight in Paris, Sherlock Holmes (ma anche in un paio di film più emotivo-sentimentali come The lucky ones - Un viaggio inaspettato e La memoria del cuore).
Quanto al protagonista maschile, Domhnall Gleeson, anch'egli ha partecipato alla saga di Harry Potter, nei panni di Bill Weasley.

Ecco la trama sommaria di Questione di tempo, diretto da Richard Curtis (che prima di questo film aveva diretto solo Love Actually - L'amore davvero e I Love Radio Rock, anche se come sceneggiatore è affiancato a titoli ben più noti: Quattro matrimoni e un funerale, Notting Hill, Il diario di Bridget Jones... il suo genere preferito si è capito): un giorno il padre di Tim gli svela un segreto di famiglia: gli uomini della loro famiglia sono in grado di andare indietro nel tempo e modificare il passato, cosa che l’uomo ha fatto spesso e sulla quale dà consigli a suo figlio.
Il quale inizia a sua volta a sperimentare il viaggio indietro nel tempo, cominciando dalla cosa più ovvia, le ragazze, e poi proseguendo con altre questioni, a volte sue e a volte di persone a lui care.
Nel mentre il giovane si trasferisce a Londra e cerca sia una ragazza che un lavoro… assai aiutato in questo dalla sua capacità.

Ho guardato Questione di tempo come una commediola fino a venti minuti dalla fine (sui centoventi totali), ritenendola in tal senso piuttosto scialba e banale, né originale né incisiva, e predisponendomi a una valutazione severa… 
… quando all’improvviso il film mostra il suo insegnamento, e non è un insegnamento da poco per chi lo scorge.

Verso la fine della storia, il padre confessa al figlio che lui era abituato a vivere ogni giorno due volte: la prima volta in modo “normale”, con tutte le reazioni emotive “normali”, e la seconda volta in modo più lieve, mettendo da parte emozioni pesanti, attaccamenti, aspettative: aveva così scoperto che in quel modo si viveva molto meglio, con più efficacia e anche in modo più leggero e divertente. Il figlio man mano che passa il tempo completa l’opera paterna finendo per non ripetere più alcun giorno, avendo nel mentre aumentato la sua presenza e vivendo ormai appieno la vita. Ecco così che il potere del viaggio indietro nel tempo mostra il suo insegnamento… e nel mostrarlo diviene infine inutile.

Ed ecco che, in un lampo, Questione di tempo passa da commediola sentimental-fantastica scialba e banale a film che rimane sempre un po’ scialbo, ma che dentro ha un apprendimento importante per chi avrà voglia di farlo proprio.

La valutazione dell'opera guadagna dunque qualcosina, pur non trattandosi comunque di un grande film dal punto di vista cinematografico.

Fosco Del Nero



Questione di tempo - Richard Curtis (film fantastico)
Titolo: Questione di tempo (About time).
Genere: fantastico, commedia, drammatico, sentimentale.
Regista: Richard Curtis.
Attori: Domhnall Gleeson, Rachel McAdams, Bill Nighy, Tom Hollander, Margot Robbie, Rowena Diamond, Lindsay Duncan, Catherine Steadman, Vanessa Kirby, Matt Butcher, Lee Asquith-Coe.
Anno: 2013.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 20 maggio 2020

Il bambino d’oro - Michael Ritchie

Il film recensito oggi è Il bambino d’oro.

In vita mia ho visto davvero pochi film di Eddie Murphy, e infatti nel blog finora non ce n’era recensito manco uno.
Non che l’attore mi fosse antipatico, ma semplicemente non mi diceva niente con tutto quel ridere e quelle battute un po’ scontate e popolari.

Al regista Michael Ritchie invece è andata un poco meglio: nel blog figura il suo Lo strizzacervelli, commedia che peraltro mi era anche piaciuta abbastanza.

Siamo nel 1986, cosa evidente negli abiti, nella musica e nell’atmosfera generale, anche se gli anni “80 cercano di farsi un po’ da parte per lasciare campo al Tibet e ai suoi misteri, sotto forma di un bambino dai poteri esp.

Ecco la trama de Il bambino d’oro, film che si muove tra commedia, fantastico e azione: Chandler Jarrell (Eddie Murphy) è un investigatore specializzato nel ritrovamento di bambini scomparsi, che sta indagando sul caso di una ragazza sparita, tale Cheryl. Il caso in questione farà incrociare la sua strada con quella di Kee Nang (Charlotte Lewis), una bella donna che chiede la sua consulenza per il caso di un bambino rapito. Non si tratta però di un bambino normale, ma di un piccolo monaco buddhista dotato di poteri straordinari… come li detiene il suo rapitore, tale Sardo Numspa (Charles Dance; il Tywin Lannister di Trono di spade e il nonno-magnate di O.C. - Orange County… ma qui molto più giovane).
Abbiamo quindi i buoni da una parte, sorretti dall’umorismo leggero di Chandler e dalla dinamicità attraente di Kee, e i cattivi dall’altra, capitanati da Sardo… che è più cattivo di quanto sembri.

Veniamo al commento de Il bambino d’oro: intanto, un film che ha come protagonista negativo uno che di nome si chiama Sardo comincia già male… e purtroppo il film non si risolleva mai, dimostrandosi esattamente quello che sembra fin dal suo avvio: un film leggerissimo, per un target di pubblico ampio, che si muove tra azione e umorismo, tutto di livello piuttosto basico, e che utilizza la religione buddhista come escamotage per mettere su uno spettacolo di tipo fantastico. Il che sarebbe esattamente come se in India, Cina o Giappone inscenassero la religione cattolica come qualcosa oscillante tra stranezza, superstizione e mitologia.
Beh, per certi versi lo sarebbe, ora che ci penso.

Torniamo al film: Il bambino d’oro è simpatichino e offre qualche momento di leggero divertimento, nonché qualche scenario visivamente bello, ma non va oltre questo… e oltre la risata del doppiatore di Eddie Murphy. Avrebbe anche qualche contenuto interessante dal punto di vista esistenziale, tra reincarnazioni e proiezioni astrali, ma le cose sono appena citate e comunque trattate in modo esclusivamente spettacolarizzato, per cui qualunque ipotesi di valore in questo senso decade alla base.
Vedete voi se il prodotto vi interessa.

Fosco Del Nero



Titolo: Il bambino d’oro (The golden child).
Genere: commedia, fantastico, azione.
Regista: Michael Ritchie.
Attori: Eddie Murphy, Charlotte Lewis, Charles Dance, J.L. Reate, Victor Wong, Randall 'Tex' Cobb, James Hong, Shakti Chen, Tau Logo, Tiger Chung Lee, Pons Maar, Peter Kwong.
Anno: 1986.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


martedì 19 maggio 2020

Un’altra giovinezza - Francis Ford Coppola

Se sento dire “Francis Ford Coppola”, io immediatamente penso al suo Dracula di Bram Stoker, bellissimo film del 1992.
Tuttavia, nel blog finora il nome del regista statunitense, ma di ovvie origini italiane, non era mai comparso se non per l’episodio interno al film New York stories. Prima o poi verrà anche Dracula, molto più probabilmente de Il padrino, per citare un altro suo film famoso, ma per ora ci accontentiamo di Un’altra giovinezza, film del 2007 che segnava il ritorno alla regia di Coppola dopo dieci anni di assenza
Il film è l’adattamento dell’omonimo romanzo del filosofo e storico delle religioni Mircea Eliade… e già solo da tale elemento ci si può aspettare un film “impegnato”, come infatti è.

Curiosamente, Un’altra giovinezza ha diversi e importanti punti in comune con Dracula: l’ambientazione rumena in primo luogo, ma anche e soprattutto la tematica del tempo, che si cerca di travalicare, e che effettivamente alcuni amori riescono a travalicare, inseguendosi incarnazioni dopo incarnazioni (in ambo i film si presenta il tema della reincarnazione).

Ma ecco la trama del film: siamo in Romania nel 1938, quando Dominic Matei (Tim Roth) è un settantenne docente di linguistica il quale, deluso dal fatto di non essere mai riuscito a completare il suo libro sulle origini del linguaggio, nonché pieno di rimpianti per il mancato matrimonio con l’amore della sua vita, Laura, decide di suicidarsi col veleno. Tuttavia, un fulmine agisce prima di lui, e lo colpisce. Sarebbe dovuto morire o rimanere fortemente menomato, e invece non solo si riprende bene, ma addirittura il suo corpo inizia a ringiovanire, e così la sua mente, che trova nuova vitalità.
Sopravvissuto così al fulmine, alla lunga degenza in ospedale, ma anche alla Seconda Guerra Mondiale, alla bomba atomica e alla guerra fredda, Matei decide di portare a termine la sua opera sullo sviluppo del linguaggio in relazione al procedere delle epoche e del tempo.
Tale opera troverà un aiuto nella giovane e bella Veronica (Alexandra Maria Lara), incarnazione di Laura, morta molti anni prima, la quale in alcuni momenti di perdita di coscienza inizia a parlare in lingue antiche, egizio, sanscrito, babilonese, sumero… via via sempre più indietro nel tempo, fino a lingue di cui l’uomo moderno non ha notizia.
Tuttavia…

Un’altra giovinezza propone molto, e forse anche troppo: ci sono l’incidente e la riabilitazione, c’è l’ambientazione storica con la guerra mondiale e i nazisti, ci sono problemi vari, alcuni viaggi, e ci sono anche gli esperimenti eugenetici del Terzo Reich, la questione della metempsicosi, la questione delle anime gemelle, il doppio che emerge dentro Dominic e che intrattiene con lui veri e propri dialoghi, la trance con i linguaggi antichi di cui si è detto, e c’è la questione del personaggio che ringiovanisce anziché invecchiare… che essenzialmente è presa da Il curioso caso di Benjamin Button, o almeno dal racconto del 1922 da cui è tratto (racconto del jazzista Francis Scott Fitzgerald, nientemeno). E c’è anche dell’altro, finale compreso, che tuttavia non anticipo al potenziale spettatore.
Forse è troppo, nonostante il film si prenda i suoi tempi nell’andare avanti in modo lento e compassato, nel suo moto che si potrebbe definire circolare e ritorto su se stesso. Nel suo spessore onirico, inoltre, il film si presenta di non semplice visione, e anzi ricorda quasi più un Lynch che non un Coppola (almeno, il Lynch più moderato degli inizi, non quello scriteriato ch'è venuto fuori dopo).

In tutto questo bailamme di cose strane, la morale del film sembra ridursi alla scelta tra il proprio obiettivo di vita e l’amore per una persona, con le due cose in insanabile conflitto l’una con l’altra.

Rimane ferma una cosa: il film comincia evidenziando fin da subito la questione del tempo, con il suo inquadrare orologi (che viaggiano all’indietro, peraltro), e termina ugualmente con la questione tempo, allorquando il giro di lancette è tornato al punto di partenza, si potrebbe dire.
Altra tematica frequente nel film: le cose sono spesso capovolte rispetto a come dovrebbero essere: ciò si vede tanto in alcune inquadrature letteralmente a testa in giù, e poi in tanti elementi letteralmente capovolti e fuori contesto: 90enni in corpi di 45enni, il tempo che scorre all’indietro, persone che parlano lingue estinte, contesti che sembrano come fuori dal tempo.

Nel mentre, l'opera offre molta bellezza visiva (molto belle fotografia, montaggio e colonna sonora), ma d’altronde parliamo di un regista che sa il fatto suo da questo punto di vista, come anche bellezza e passione interiore.
Nonché qualche spunto interessante dal punto di vista esistenziale (principio circolare, reincarnazione, missione di vita, amore incondizionato, il principio del sogno e dell’addormentamento), per quanto come detto citato en passant e non approfondito.

Chiudo la recensione con alcune frasi dal significato interessante.

“La storia ricomincia da capo.”

“Sto sognando, e quando poi mi sveglierò avrò la sensazione che quello sia un sogno appena cominciato.”

“Io sono perfettamente consapevole che sto sognando. Come succede nella favola del re e della farfalla: narra di un re che sognava di essere una farfalla, che sognava di essere un re, che sognava di essere una farfalla…”

Fosco Del Nero



Titolo: Un’altra giovinezza (Another youth).
Genere: drammatico, fantastico, sentimentale.
Regista: Francis Ford Coppola.
Attori: Tim Roth, Alexandra Maria Lara, Bruno Ganz, Marcel Iures, André Hennicke, Adrian Pintea, Alexandra Pirici.
Anno: 2007.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 13 maggio 2020

La vita è meravigliosa - Frank Capra

La vita è meravigliosa, film diretto nel 1946 da Frank Capra, è uno dei film più vecchi che abbia mai visto, anche se non il più risalente in assoluto: lo battono infatti Scandalo a Filadelfia (1940), Susanna (1938) e soprattutto Metropolis (1927) e Faust (1926), mentre fa pari e patta con Il filo del rasoio e con Il grande sonno (anche questi del 1946).

Questo peraltro è il primo film di Frank Capra che vedo e recensisco, nonostante la sua fama e la sua discretamente ricca filmografia (tra gli altri, cito gli altri due classici Accadde una notte e Arsenico e vecchi merletti)… e nonostante si tratti di un italiano, nato in Sicilia e poi emigrato negli Stati Uniti, finendo per diventare una sorta di emblema del “self-made man all’americana” essendo anche naturalizzato statunitense.

In particolare, La vita è meravigliosa è un classico film di Natale negli Usa per via della sua positività… o almeno di quella che sembra tale, ma che tale proprio non è, e anzi il film si fa portatore di un messaggio assai ambiguo.

Ma cominciamo con la trama: George Bailey è nato in una cittadina di provincia, Bedford Falls, e fin da bambino ha elevate ambizioni, che concordano peraltro con le sue attitudini e il suo talento: egli vuole lasciare la provincia, andare a studiare e laurearsi, viaggiare, conoscere il mondo, divenire un importante architetto.
Tuttavia, nei momenti importanti della vita tende sempre a sacrificarsi e a mettere da parte i suoi obiettivi, e così i suoi sogni svaniscono uno a uno, e anzi lui finisce per rilevare il posto di lavoro del padre che ha sempre odiato… sempre per fare piacere a qualcun altro.
Anziché prendere il volo, così, la sua vita ristagna, sempre sul filo del rasoio, fino a un rovescio economico che lo porta a un tentativo di suicidio… che peraltro è anticipato da un’introduzione che lo svela subito, per poi andare a ripercorrere la vita di George fin da bambino.
Nell’introduzione, peraltro, davvero molto curiosa, sotto forma di galassie parlano Dio e San Giuseppe (…), e quest’ultimo suggerisce a Dio di inviare sulla Terra un angelo per aiutare George. Il suggerimento è approvato, e viene incaricato Clarence Oddbody, un angelo di seconda classe.
L’angelo in questione entrerà in azione e…

La vita è meravigliosa è una classica commedia a lieto fine dai buoni sentimenti: c’è un buono, c’è un cattivo, il cattivo sembra vincere, ma poi tutto si rimette a posto e in sostanza vince il buono.
Fin qui tutto bene, nonostante una certa banalità, melodrammaticità e pateticità della trama.
Il lato ambiguo di questo film è che viene insegnato a sacrificare se stessi e ad andare contro la propria indole e natura (messaggio molto pericoloso, perché induce a seguire l’infelicità e ad andare letteralmente contro se stessi), e viene insegnato che se le cose si mettono male interverrà la provvidenza divina a sistemarle (altro messaggio molto pericoloso perché tende a deresponsabilizzare le persone in attesa di un intervento esterno).

Lo so, c’è di peggio nella vita che un film un po’ sentimentaloide e dai buoni sentimenti (per quanto sentimenti inconsapevoli), ma visto che c’ero ve l’ho detto.

Inevitabile un commento sul lato tecnico: il film, originariamente girato in bianco e nero, è disponibile anche in una versione a colori, i quali sono stati aggiunti successivamente, dando luogo a un’opera visivamente davvero molto bella, colorata in modo simile alle cartoline colorate a mano che si usavano molti decenni fa.
Bella anche la regia, e anche alcune recitazioni… e inoltre è sempre bello vedere la testimonianza storica (strade, abbigliamento, usanze, etc) di un tempo che non c’è più.
Solo il fattore visivo secondo me vale la visione, e comunque il film si fa seguire con simpatia, anche se un po’ melodrammatico e un po’ ingenuo, da cui la valutazione sufficiente ma nulla più.

Fosco Del Nero



Titolo: La vita è meravigliosa (It's a wonderful life).
Genere: commedia, drammatico, fantastico.
Regista: Frank Capra.
Attori: James Stewart, Donna Reed, Gloria Grahame, Thomas Mitchell, Lionel Barrymore, Henry Travers, Beulah Bondi, Frank Faylen, Ward Bond, H.B. Warner, Frank Albertson, Todd Karns, Samuel S. Hinds, Mary Treen.
Anno: 1946.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.