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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare.

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te.

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno.

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Se vuoi che il mondo cambi, inizia a darti da fare tu stesso.

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

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martedì 3 dicembre 2024

Final destination - James Wong

Quando Final destination uscì, nel 2000, ero un giovane studente dell’università, e mi ricordo che il film ebbe un notevole successo, tanto da dar vita a svariati seguiti, fino al quinto film, di qualità tuttavia nettamente discendente. 
Al tempo vidi il secondo e forse il terzo, ma il livello del primo se n’era già andato.

Peraltro, il film è stato l’unica produzione degna di nota del regista James Wong, che infatti non ha diretto niente di rilevante a parte proprio Final destination. Il quale era rilevante sia perché ben girato, con un’ottima tensione scenica, sia perché assai originale… cosa di non poco conto dal momento che, tra cinema e serie tv, ormai assistere a qualcosa di nuovo era ed è raro.

Peraltro, trama a parte, il film per quanto mi riguardava partiva già in positivo poiché, per gli attori presenti, mi ricordava Dawson’s creekAmerican pie e Heroes… tutti prodotti che avevo seguito a suo tempo (di qualità non eccelsa, ma mi ricordavano l'adolescenza).

Detto questo, passiamo ora alla trama di Final destination, che non vedevo da oramai tanti anni e che ho voluto rispolverare: Alex Browning è un liceale neworkese, un po’ introverso, che sta per partire in gita di classe a Parigi… questo sino a che, già seduto sull’aereo, ha una visione-sogno dell’aereo stesso che esplode, per poi svegliarsi di soprassalto mentre accadono gli esatti eventi della sua visione.

A quel punto dà di matto, urla che l’aereo sta per esplodere, che tutti devono scendere e così via: il risultato è che la sicurezza del volo fa scendere lui, una sua compagna di classe che gli ha creduto nonché svariati altri ragazzi, nonché una professoressa, i quali si erano alzati dai loro posti (questo punto della trama è un po’ debole, ma fa niente), volenti o nolenti.

Questi personaggi scendono… e subito dopo vedono l’aereo esplodere in cielo: Alex ha visto il futuro o semplicemente porta male? 

Le cose peggiorano quando, a tali “sopravvissuti” che non avrebbero in teoria dovuto scendere dal volo, iniziano a capitare incidenti strani, tanto che l’FBI si interessa al caso.

La trama di Final destination, come detto, all’epoca era originale. 
Il film, quanto a esecuzione, non fa gridare al capolavoro, visto che non vi sono contenuti profondi (di tipo metafisico-esistenziale, che avrebbero benissimo potuto esservi, dato il tema), ma è ben eseguita in quanto a tensione e adrenalina.

Il film ebbe un ottimo successo al botteghino, vinse anche qualche premio e diede vita al franchising, tuttavia assai meno fortunato.

Fine della storia di Final destination: ora che l’ho riguardato, non credo che lo rivedrò mai più.

Fosco Del Nero



Titolo: Final destination.
Genere: fantastico, thriller. 
Regista: James Wong.
Attori: Devon Sawa, Kerr Smith, Ali Larter, Tony Todd, Kristen Cloke, Seann William Scott, Daniel Roebuck, Roger Guenveur Smith, Chad Donella, Amanda Detmer, Brendan Fehr, Forbes Angus, Lisa Marie Caruk, Christine Chatelain,
Anno: 2000.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.




martedì 9 aprile 2024

Il sesto senso - M. Night Shyamalan

Non ho visto molte volte Il sesto senso, il film che ha lanciato M. Night Shyamalan alla ribalta cinematografica… forse due, ma entrambe prima di aprire il blog Cinema e film. Questa è la prima volta da quando l'ho aperto, per cui ecco qui la recensione del film in questione, che oramai è discretamente datato, essendo del 1999.

Il genere oscilla tra il drammatico, il thriller, il fantastico e l’horror, ma più che un genere specifico va evidenziata l’atmosfera cupa e desolata, formalmente metropolitana eppure pregna di solitudine e di angoscia esistenziale.

Ecco la trama sommaria de Il sesto senso: Malcolm Crowe (Bruce Willis; L'esercito delle dodici scimmieIl mondo dei replicantiFBI - Protezione testimoniIl quinto elementoLa morte ti fa bella) è uno psicologo infantile che fa del suo meglio per aiutare i bambini con problemi di vario tipo: abusi, schizofrenia, generiche paure, disadattamento sociale, etc.

Nonostante sia molto in gamba, tanto da aver appena ricevuto un prestigioso riconoscimento nel settore, non sempre riesce ad aiutare il bambino affidatogli… com’è stato per esempio con Vincent, il quale da adulto, una sera, penetra nella casa del dottore e gli spara un colpo di pistola nell’addome, prima di togliersi la vita. 

Otto mesi dopo, la scena riprende lo stesso Malcolm Crowe alle prese con un bambino problematico, Cole (Haley Joel Osment; Un sogno per domani), il quale afferma di vedere i morti com’erano al momento della loro morte, cosa che ovviamente lo terrorizza. Né la madre, né i vari assistenti son mai riusciti a confortarlo, ma pensa che potrebbe riuscirci Malcolm, il quale dal canto suo vede in Cole la possibilità di fare ammenda per il fallimento di tanti anni prima con Vincent.

Intorno ai due protagonisti, vari comprimari compongono lo sfondo della storia, pur se posti in secondo piano: la moglie di Malcolm, la madre di Cole e pochi altri. In effetti, Il sesto senso, per l’esiguo numero di protagonisti e di scenari, sembra quasi un’opera teatrale.

Il film non può che essere elogiato per la trovata originalissima che lo caratterizza, che non riporto in recensione per quei pochi che non avessero ancora visto il film di Shyamalan, pur se, a parte l’elemento in questione, non risulta essere altro che una sorta di film psicologico-drammatico con sporadici elementi orrorifici… e con un Bruce Willis particolarmente in parte, dal momento che il suo volto ben si attanagliava con la sceneggiatura del film, pur con i limiti della sua monoespressione.

Più di Willis, al tempo colpì l’interpretazione del giovanissimo Osment, il quale tuttavia non ha poi proseguito con la carriera brillante che ci si aspettava…

… curiosamente, la medesima cosa si può dire anche per il regista M. Night Shyamalan, che, dopo il buon abbrivio preso con Il sesto sensoUnbreakable - Il predestinato, Signs e The village, pare essersi smarrito (o aver finito le buone sceneggiature), producendo uno dopo l’altro buchi nell’acqua come Lady in the water, E venne il giorno, L'ultimo dominatore dell'aria e altri film ancora… che ho smesso di guardare visto che la qualità media era drasticamente calata. Con l’unica eccezione di After Earth, per me interessante sia per l’ambientazione fantascientifica, sia per i contenuti di tipo esistenziale (che in effetti ogni tanto fanno capolino nei film del regista indiano).

In effetti, non ho visto gli ultimi suoi cinque film: magari, su cinque, ce n’è almeno uno buono… indagherò.

Tornando a Il sesto senso, il film ha un suo valore oggettivo, accresciuto dal fatto che, a proposito di contenuti esistenziali, esso potrebbe essere considerato anche una sorta di metafora dell’addormentamento collettivo.
La frase che il bambino dice al dottore pare presa da un testo di genere esistenziale-evolutivo.

“Vanno in giro come persone normali.
Vedono solo quello che vogliono vedere.
Non sanno di essere morti.
Sono dappertutto”

Nei Vangeli si parla a lungo di vegli e di addormentamento, come pure nel Dhammapada di Buddha o praticamente ovunque nel settore: “essere addormentati è essere come morti”, lessi tempo fa in un libro.
Ecco, il film in questione potrebbe essere considerato in tale senso e, considerando gli interessi spirituali del regista indo-statunitense, la cosa non è affatto da escludere.

Interessante anche la frase sul magnetismo energetico tra persone e oggetti.

“Secondo me quando le persone possiedono degli oggetti, una parte di sé stessi viene impressa su quegli oggetti.”

Fosco Del Nero 



Titolo: Il sesto senso (The sixth sense).
Genere: psicologico, drammatico, fantastico, horror.
Regista: M. Night Shyamalan.
Attori: Bruce Willis, Haley Joel Osment, Toni Collette, Olivia Williams, Mischa Barton, Donnie Wahlberg, Peter Anthony Tambakis, Jeffrey Zubernis, Bruce Norris, Glenn Fitzgerald, Greg Wood.
Anno: 1999.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui



mercoledì 8 marzo 2023

Stalker - Andrej Tarkovskij

Avevo già visto Stalker, ma probabilmente prima di aprire Cinema e film, dal momento che non c’era ancora la recensione del film di Andrej Tarkovskij (di cui nel blog è già presente Solaris).

Stalker non è certamente un film facile, per vari motivi.
Il primo è che si tratta di un film russo del 1979.
Il secondo è che si tratta di un film d’autore, quindi piuttosto lontano dai canoni cinematografici comuni.
Il terzo è che l’opera propone temi fortemente esistenziali… com’è sempre con Tarkovskij.

Cominciamo con la trama di Stalker, film liberamente ispirato dal romanzo Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij: per qualche motivo imprecisato, dovuto forse a una civiltà aliena o alla caduta di un asteroide, si è creata la cosiddetta Zona, un luogo tra natura ed edifici in rovina, ora abbandonato e anzi recintato e sorvegliato dai militari.
La Zona è proibita perché molte persone che vi si sono avventurate sono sparite nel nulla, compresi i primi militari inviati sul posto per indagare.
Tuttavia, la Zona ha anche una fama positiva, dal momento che si dice che una sua specifica parte faccia realizzare i desideri delle persone; tanto che vi sono delle guide, dette "stalker", le quali accompagnano nella Zona coloro che, per qualche motivo, intendono cimentarsi nell’impresa, a rischio della vita.
Il problema è che la Zona è piena di insidie e trappole, e cambia di volta in volta, tanto che anche i percorsi già fatti in precedenza non sono sicuri.
Uno di questi stalker accompagna nella Zona due uomini, un intellettuale chiamato “lo Scrittore” e uno scienziato chiamato “il Professore”; ognuno dei due ha il suo motivo-desiderio, il quale verrà evidenziato strada facendo.

Detta così la storia sembra piuttosto avventurosa e intrigante, ma di fatto il film non è altro che una lunga sequela di dialoghi e confronti tra i tre protagonisti, via via più diretti e crudi (soprattutto tra l’artista e lo scienziato, ossia tra la creatività e la ragione).

Quando alla scenografia, è davvero povera: si parte da una località urbana piuttosto degradata, si arriva in un bosco e poi ci si muove in rovine di vario tipo: caserme abbandonate, tunnel sotterranei.

In pratica, Stalker si gioca tutto a livello di atmosfera e di stato mentale… un impegno non facile e non adatto a tutti, visto che il film dura quasi 160 minuti.

Le numerose frasi di stampo esistenziale rendono bene l’idea di che tipo di prodotto (per l’appunto tra il mentale e l’esistenziale) sia Stalker
Tra le varie, c’è anche una citazione del Tao te ching, a conferma di quanto già detto e della vocazione esistenziale del film (come peraltro era anche per Solaris).

Da evidenziare un altro dettaglio: il film inizia col color seppia e passa al colore quando si entra nella Zona, cosa che ne certifica il valore differente. A un certo punto si parla della “vocazione” degli stalker, quasi fossero dei sacerdoti… i quali infatti invitano a trattare la Zona come qualcosa di sacro (e si lamentano di chi “non crede più a niente”). La Zona, in tal senso, pare essere una metafora dell’esistenza e delle sue leggi, che gli esseri umani saggi imparano a rispettare in modo devoto.
A proposito, nella Zona le persone spesso spariscono: che sia un simbolo del fatto che sparisce l’ego, e che si tratti di una “zona evolutiva”?

Propongo le frasi con una chiave di lettura tra parentesi.

“Per me dovunque è una prigione.” (l’illusorietà della vita materiale)

“Il mondo è regolato da leggi ferree che lo rendono insopportabilmente noioso.” (le leggi spirituali sono fisse e sempre validi)

“Il mio maestro mi ha aperto gli occhi.” (i maestri elevano la consapevolezza dei loro allievi)

“Suppongo che essere uno stalker in un certo senso sia una vocazione.” (stalker come sacerdozio-guida spirituale)

“Nella Zona non c’è e non può esserci nessuno.” (gli ego a un certo punto spariscono)

“Di qui non si torna indietro.” (una volta che si imbocca un sentiero evolutivo, non si può più tornare alla situazione precedente)

“Nella Zona la strada diretta non è la più corta” (la via larga e la via stretta)

“Posti prima sicuri diventano impraticabili, e il cammino si fa ora semplice e facile, ora intricato sino all’inverosimile. È la Zona: forse a certi potrà sembrare capricciosa, ma in ogni momento è proprio come l’abbiamo creata noi, come il nostro stato d’animo.” (la vita esteriore è il riflesso creativo del mondo interiore)

“Quello che succede non dipende dalla zona, ma da noi.” (ancora sul fattore di manifestazione)

“Che si avverino i loro desideri e che possano ridere delle loro passioni, e soprattutto che posano credere il sé stessi e che diventino indifesi come bambini.” (desideri e passioni egoiche dominati e trattati con distacco, per addivenire a uno stato coscienziale più innocente)

“Ciò che chiamiamo passioni non è energia spirituale, ma solo attrito tra l’animo e il mondo esterno” (le emozioni intese come punto di mezzo tra l’anima e la vita nella materia, l’interazione tra i due livelli)

“La debolezza è potenza, e la forza è niente. 
Quando l’uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido, così come l'albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore. 
Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell'esistenza.
Ciò che si è irrigidito non vincerà.” (citazione del Tao te ching)

“Qui vie dirette non ce ne sono.” (non esistono percorsi prestabiliti nella vita)

“Qui ogni minuto cambia tutto.” (le energie si aggiornano continuamente e, quindi, anche i riflessi esteriori)

“I desideri non si realizzano immediatamente.” (occorre tempo per la manifestazione/cristallizzazione fenomenica)

“L’uomo deve continuamente dimostrare a sé stesso e agli altri che vale qualcosa.” (la personalità ha bisogni e carenze)

“L’umanità esiste per creare.” (l’essere umano non può non creare)

“Tutto in fin dei conti ha un senso, un senso e una ragione.” (principio di perfezione)

“Non può esserci felicità nell’infelicità altrui.” (la condivisione)

“È il momento più importante della vostra vita.” (il momento della creazione… ossia ogni momento, in verità, per quanto alcuni istanti siano particolarmente decisivi a livello interiore)

“L’importante è solo credere.” (l’importanza della fede)

“Non credono più a niente: l’organo con il quale crediamo si è loro atrofizzato.” (l’organo della fede)

“Non è colpa loro, vanno compatiti.”
“Tu non li hai visti: hanno gli occhi vuoti.” (quando gli uomini perdono il contatto con l’anima, sono gusci vuoti o poco più)

Fosco Del Nero



Titolo: Stalker (Stalker).
Genere: fantastico, drammatico.
Regista: Andrej Tarkovskij.
Attori: Anatoliy Solonitsyn, Nikolaj Grinko, Aleksandr Kaydanovskiy, Alisa Frejndlikh.
Anno: 1979.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.



martedì 8 marzo 2022

Il Mahabharata - Peter Brook

La recensione di oggi è dedicata a un film particolare per differenti motivi: Il Mahabharata di Peter Brook.

Il primo, ovvio motivo è che si tratta della conversione cinematografica del famoso poema epico-religioso indiano.

Il secondo è che non si tratta, almeno nella versione che ho visto io, di un solo film, ma di tre film… o di un film diviso in tre parti, se preferite. Ciascuna parte è di circa 1 ora e 40 minuti, e dunque ciascuna parte è un film vero e proprio in quanto a lunghezza. So peraltro che l’opera originaria girata da Brook constava di circa 9 ore, poi ridotte a meno di 6 per la programmazione televisiva e infine a 3 per il cinema e il mercato dell’home video.

L’ultimo motivo, collegato al primo, è che non si tratta di un film “normale”, ossia dedito al mero intrattenimento, ma, coerentemente all’opera cui esso si riferisce, contiene al suo interno molti richiami di tipo spiritual-evolutivo, che proporrò, almeno in parte, come citazioni a fine articolo.
In tale vocazione di fondo, il prodotto non si discosta molto da un altro film di Peter Brook che ho già recensito, ossia Incontro con uomini straordinari, dedicato alla vita di G. I. Gurdjieff. Del regista in questione ho recensito anche il classico Il signore delle mosche, anch’esso film discretamente impegnato, ma più sul versante psicologico-sociologico che non su quello spirituale.

Passiamo alla trama de Il Mahabharata, che non potrà essere che sommaria visto che nell’intera storia succedono tante cose, impossibili da riassumere in poche righe: i Pandava e i Kaurava sono le filiazioni dei due fratelli Pandu e Dhritharashra. Esse non sono in buoni rapporti e, anzi, si profila tra di loro una guerra, con fortissimi guerrieri su entrambi i versanti, con tanto di armi magiche, semidivinità, uomini immortali e via discorrendo. I primi son cinque, mentre i secondi sono cento… ma i primi sono affiancati da Krishna, uomo-avatar incarnazione del dio Vishnu, con tutto ciò che ne consegue.
All’interno del primo gruppo, si distingue Arjuna, mentre all’interno del secondo Karna, i quali non a caso sono nemici giurati tra di loro, oltre che fratellastri (pur senza saperlo). 
Anche se, a onor del vero, il titolo più elevato, di potenziale erede al trono, sarebbe da un lato assegnato a Yudhishthira per i Pandava e a Duryodhana per i Kaurava.
La storia parte con il narratore Vyasa, il quale è sia narratore sia protagonista attivo della storia, e si conclude grossomodo come era iniziata, con Vyasa che termina il racconto del suo poema epico, il quale nel mentre è stato trascritto da Ganesha, il dio uomo-elefante figlio di Shiva.

Prima di dedicarmi alla lunga lista di citazioni, alcune parole sull’opera in generale. Il Mahabharata è un modo di fare cinema non troppo popolare, per il semplice fatto che è molto impegnato e impegnativo, e la gente davanti alla tv o davanti allo schermo del cinema tendenzialmente vuole svagarsi, non impegnarsi. Perciò, è per definizione un film per pochi occidentali, o forse per molti orientali, anche se ho il dubbio che gli indiani possano ritenerlo un po’ troppo spurio; d’altronde, il regista è britannico, il cast è multinazionale, e forse persino troppo: da un film sul Mahabharata ti aspetteresti attori tutti indiani, magari delle varie e numerose etnie dell’India, e invece dentro c’è letteralmente di tutto: indiani, mongoli, cinesi, caucasici, africani di diverse zone dell’Africa. Si dica, per esempio, che Arjuna, uno dei protagonisti principali, è interpretato dall’italiano Vittorio Mezzogiorno.
Onestamente, avrei preferito un casting più fedele alla zona geografica di riferimento, ma tant’è: è stato fatto così. Andrebbe pur detto che la storia, già antica di suo, racconterebbe di un'epoca ancora più antica, nella quale in India si sarebbe mossi gli Arii, popolazione indoiranica che invase la valle dell'Indo scendendo dal nord: la presenza di più razze sarebbe così credibile... anche se non nei livelli proposti dal film (mediterranei, africani, britannici, etc).
La lingua originale, in tale casting multinazionale, è ovviamente l’inglese; ho dunque affiancato l’audio inglese (piacevole da sentire) ai sottotitoli in italiano (facili da leggere, anche se a volte non del tutto fedeli all’originale).

Altre due parole sull’opera: scenografia molto bella; costumi anche; ottima caratterizzazione dei personaggi; dialoghi ispirati; senso di sacralità che pervade tutto quanto, anche nei momenti tragici e durante la guerra; pochi ma efficaci effetti speciali; il tutto sa più di teatro che di cinema, e infatti è stato girato interamente in interno, mai in esterno.
La valutazione complessiva de Il Mahabharata è ottima.

Passiamo ora alle citazioni tratte dall’opera, che renderanno bene l’idea, all’occhio capace di coglierle, del suo valore interno.

Ma prima delle citazioni, una curiosità: nella storia si racconta di una donna che rimane incinta e ha un bambino pur essendo vergine (come Maria e Gesù), la quale mette in una cesta il bambino, lasciato andare in un fiume, per poi essere cresciuto da altri e divenire un uomo importante (come Mosè)… a testimonianza che si tratta di topos spirituali precedenti l'ebraismo e il cristianesimo.

“Se mi ascolterai bene, alla fine sarai diverso.” 
(dice il saggio Vyasa a inizio storia a un ragazzino, toccandolo sul cuore e riferendosi al progresso interiore)

“Ecco i nostri due figli, Nakula e Sahadeva, inseparabili come pazienza e saggezza.”

“Mi metto un velo sugli occhi, lo stringo bene, non lo toglierò mai più.”

“Posso rinunciare a ricchezze e piaceri.
Desidero soltanto imparare.”

“Il mondo pullula di infinite creature. 
Quelle che vediamo e quelle che non vediamo.”

“Tre dei governano l’universo.
Tre, che sono anche uno: Brahma il creatore, Shiva il distruttore e il terzo è Vishnu.”

“Resisti a ciò che resiste in te: diventa te stesso.”

“Tutto quello che vidi lì mi fece impazzire: il palazzo, impareggiabile, fu costruito da Maya, il sommo architetto. È il palazzo dell’illusione, dove i pensieri diventano realtà.”

“Io non amo niente, io non sono niente.”

“Che ognuno vada fino ai propri limiti.”

“A volte penso che l’uomo non è niente: la sua natura gli è imposta, nulla viene da lui. Quello che facciamo o pensiamo è solo un gioco. Siamo ombre mobili.”

“Un minimo di coraggio è tutto quello che ti serve: guardati intorno, guarda le cose come sono."

“Ora ti tolgo il velo.”

“È un’arma che può distruggere il mondo: puoi scoccarla con l’arco, ma anche con gli occhi: le tue parole, i tuoi pensieri. È un’arma che non puoi richiamare, senza limiti, senza pietà. Non potrai mai disfartene, mai darla indietro.”

“Chi sei?”
“Il Dio Dharma, tuo padre. Sono la costanza, la ragione, l’ordine del mondo.”
“Hai preso la forma di un lago.”
“Sono tutte le forme.”

“Vyasa, perché inventi questo poema?”
“Per scolpire il dharma nel cuore degli uomini.”

“Nessuna strada è totalmente tracciata: sei tra i vivi, e vivi.”

“Yudhishthira, si dice che siamo entrati nell'era della distruzione: è vero?”
“Vedo sorgere un'altra era, in cui dei re barbari guidano un mondo corrotto e vizioso. Degli uomini malaticci, spaventati, induriti, vivono vite miserabili. Già canuti a sedici anni, si congiungono carnalmente con animali. Le loro donne, prostitute, si vendono con bocche avide. Vacche asciutte, sterili. Alberi rachitici, senza vita. Niente più fiori, niente più purezza. Ambizione, corruzione, commercio. È l'Era di Kali, l'epoca oscura: campagne desertiche, città infestate dal crimine.”

“Ti posso solo assicurare questo: non potrai scegliere tra la pace e la guerra.”
“Cosa potrò scegliere?”
“Tra una guerra e un’altra.”
“L’altra guerra dove si svolgerà? Sopra un campo di battaglia o nel mio cuore?”
“Non c’è una reale differenza.”

“Ho ricevuto un regno sul quale stampai una cifra: uno.
Non lo mutilerò. Non lo dividerò in pezzi. Lo manterrò intatto, come quando mi fu dato.”

“Un cattivo re è un morbo contagioso: insozza la sua epoca.”

“Digli: svegliati, alzati.
Il tuo corpo è bello, e il tuo corpo è nobile, ma se vivi col timore di morire, perché averti dato la vita?
Brucia come una torcia, fosse anche solo per un istante.”

“L’occhio che illumina ogni cosa veglierà su di noi.”

“Una cosa è sicura, Krishna: faremo un lungo viaggio insieme.”
“Sì, e un giorno ci ritroveremo di nuovo.” 
(parlano poco prima della guerra, dando per scontata la loro morte)

“Cosa fa Krishna?”
“Parla ad Arjuna.”
“Cosa gli dice?”
“Gli dice: ‘Sii disinteressato. Combatti senza desiderio. Devi agire ma senza farti sopraffare dall’azione. Nel cuore dell’azione devi sentirti libero da ogni legame’.”

“Come posso mettere in pratica ciò che vuoi da me? La mia mente è mobile, instabile, evasiva, febbrile, agitata, ostinata. Domarla è più difficile che ammansire il vento.”
“Impara a guardare con gli stessi occhi un tumulo di terra e un cumulo d’oro, una vacca e un saggio, un cane e l’uomo che mangia il cane. Esiste un’altra intelligenza al di sopra della mente.”
“La passione ci trascina, la malvagità ci offusca i sensi: come faccio a trovare questa intelligenza, con quale volontà?”
Per rispondere a questa domanda, Krishna guidò Arjuna attraverso la foresta dell’illusione. Cominciò a insegnargli lo yoga antico della saggezza, e la strada misteriosa dell’azione. Gli parlò a lungo, molto a lungo, tra i due eserciti che si preparavano a distruggersi.

“Tutti gli uomini sono nati nell’illusione. Come raggiungere la verità se si è nati nell’illusione?”
Lentamente Krishna guidò Arjuna per i meandri del suo spirito; indicò i movimenti segreti del suo essere e il vero campo di battaglia, dove non servono né guerrieri né frecce, dove ognuno può combattere da solo. È il sapere più segreto. Gli mostrò tutta la verità, gli insegnò come il mondo va rivelandosi.
“Le mie illusioni svaniscono una dopo l’altra. Adesso, se sono capace di contemplarla, mostrami la tua forma universale. Ti vedo, e vedo pure tutto il mondo in un solo punto. Vedo la vita, la morte, il silenzio. Rivelami la tua natura. Sono precipitato giù negli abissi, ho paura.”
“Sono tutto quello che pensi, sono tutto quello che dici: ogni cosa è appena a me come le perle alla collana. Sono il profumo della terra, il calore del fuoco. Sono ciò che appare, sono ciò che scompare. Sono la beffa dell’imbroglione, sono il fulgore di tutto ciò che splende. Sono il tempo invecchiato. Tutti gli esseri precipitano nella notte e vengono poi riportati alla luce.”

“Chi crede di poter uccidere e chi crede di poter essere ucciso sbaglia comunque.”
“Nessun arma può trafiggere la vita che ho infuso in te. Nessun fuoco bruciarla, nessun’acqua allagarla, nessun vento può prosciugarla. Non temere più. Alzati, perché ti amo. Ora puoi dominare il tuo misterioso e incomprensibile spirito.”

“Tu inganni la tua natura, detesti chi ha le qualità che ti mancano. Eppure sei forte e grande.”

“Attraverso un lungo periodo oscuro con te. Questa lotta è assoluta. Tu e i tuoi fratelli siete l’unica luce del mondo. In ogni momento, ricordate questo: se il vostro cuore è affranto, chiuso, se si fa amaro, nero, asciutto, quella luce sarà persa.”

“La morte non esiste. La morte è negligenza, è ignoranza, mentre la vigilanza è immortalità. 
La morte non può divorare chi si scrolla la vita di dosso, non ha più potere di fronte all’eternità.
Il vento, la vita, scorrono partendo dall’infinito. La luna beve il soffio della vita. Il sole beve la luna. L’infinito beve il sole. Il saggio si libra in mezzo ai mondi. Quando il suo corpo viene distrutto e non rimane nessuna traccia di lui, allora la morte stessa è distrutta a sua volta, e l’uomo saggio contempla l’infinito.”

“Non puoi morire con gli occhi chiusi. 
Togliti il velo.”

“Sogno o sono sveglio?”

“Non hai visto né il paradiso né l’inferno. Qua non esiste né felicità, né castigo, né famiglia, né nemici. Alzati e vivi in pace. Qua le parole finiscono, come i pensieri. Questa era la tua ultima illusione.”

A proposito di quest’ultima citazione, è molto bella, simbolicamente parlando, la scena finale, in cui Yudhishthira, uno dei Pandava, il figlio dei Dio Dharma (che rappresenta, in essenza, il percorso evolutivo), è alle prese con la sua prova finale.

Al di là del numero di frasi di valore, comunque, è di valore soprattutto il simbolo e l’insegnamento dell’opera: la guerra interiore piuttosto che esteriore (il campo di battaglia è l'individuo stesso, col suo karma e il suo dharma), la lotta tra i fratellastri inferi dell’ego (i Kaurava) e quelli superiori dell’anima (i Pandava), l’energia kundalini sposa dei vari vortici-chakra, la contrapposizione tra la cecità e la vista con le varie discendenze e conseguenze, la teorica sovranità dell’anima (Yudhishthira), usurpata dalla personalità e dai suoi desideri terreni (Duryodhana), il rapporto tra maestro (Krishna) e allievo (Arjuna), etc. Il film è ovviamente una riduzione, dal momento che il Mahabharata è il poema più lungo di tutti i tempi, ma se si mettessero in fila anche solo gli insegnamenti del film, faremmo notte, per cui mi limito a quanto riportato sinora.

Fosco Del Nero



Titolo: Il Mahabharata (The Mahabharata).
Genere: fantastico, drammatico, religioso, filosofico, esistenziale.
Regista: Peter Brook.
Attori: Bruce Myers, Miriam Goldschmidt, Robert Langdon Lloyd, Vittorio Mezzogiorno, Andrzej Seweryn, Yoshi Oida, Tuncel Kurtiz, Georges Corraface, Sotigui Kouyaté, Antonin Stahly-Vishwanadan, Mamadou Dioume, Jean-Paul Denizon, Mahmoud Tabrizi-Zadeh, Mallika Sarabhai.
Anno: 1989.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.



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