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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

mercoledì 29 maggio 2019

Final Fantasy VII - Advent children - Tetsuya Nomura, Takeshi Nozue

Sono un vecchio fan della serie videoludica di Final Fantasy, e anzi giocai a tutti quelli che riuscii a trovare in italiano, ben prima della PS3… ma anche della PS1.
E ancor prima di Final Fantasy, feci anche i vari Phantasy Star, I’s e via discorrendo. Insomma, ho sempre amato i giochi di ruolo.

Dei vari Final Fantasy, però, giocati ormai tanti anni fa, l’unico che mi è rimasto impresso, personaggi e trama, è Final Fantasy VIII, quello con Squall e Rinoa, mentre del suo predecessore avevo scordato quasi tutto: ho dunque guardato Final Fantasy VII - Advent children come uno spettatore “casuale” e non un fan sfegatato del gioco che lo conosce a menadito.

Final Fantasy VII - Advent children si situa temporalmente parlando due anni dopo gli eventi del gioco, e molte cose sono cambiate da allora: il protagonista Cloud gestisce un bar e un'agenzia di consegne insieme a Tifa Lockhart, e vive in modo sereno… almeno fino a quando:
1. non si ammala della misteriosa malattia che sta decimando il pianeta Midgar, ora ridotto in stato di rovina dopo la furiosa battaglia con Shinra.
2. un trio di misteriosi personaggi, i Silver Haired Men, che paiono da subito imparentati col cattivo Sephiroth, lo attacca con lo scopo di sapere dove si trovano i resti della “Madre”, ossia Jenova.

Cloud è in crisi, e il pianeta anche… e le due crisi saranno affrontate all’unisono, dallo stesso Cloud, dalla fidata Tifa, ma anche dagli altri personaggi del videogioco, che compaiono sulla scena tutti allo stesso momento, in modo assai spettacolare.

Questa la trama di Final Fantasy VII - Advent children, film del 2004.
Veniamo ora al commento personale: il film è tecnicamente interessante… e anzi per quegli anni era probabilmente imponente e impressionante, con un utilizzo totale e ambizioso della computer grafica.

Che io personalmente non amo molto, a meno che non le sia accompagnato qualcosa (sia a livello di sceneggiatura, ma anche proprio visivo) che le dia profondità e colore, e che eviti che rimanga fredda e neutra. Cosa che capita solo in parte con Final Fantasy VII - Advent children, che difatti di mio non trovo visivamente così bello.
Il film, inoltre, si fatica a seguire perché è pensato sostanzialmente come spin off del gioco, e non a caso è dedicato in apertura a coloro che hanno giocato a Final Fantasy VII. Morale della favola: chi non ci ha giocato, o chi non si ricorda niente, faticherà non poco a capire cosa sta succedendo, dal momento che niente viene spiegato e lo spettatore viene scaraventato al centro della scena senza le necessarie spiegazioni.
Anche i dialoghi non mi hanno convinto molto, e il tutto, più che un film unitario e a sé stante, sembra un collage di scene d’animazione utili a completare, o ad allungare, il mondo di Final Fantasy VII

C’è inoltre un utilizzo massiccio dell’azione, cosa che toglie ulteriormente al film possibilità di profondità maggiori.

Insomma,  Final Fantasy VII - Advent children a mio avviso, pur non essendo malaccio, non val la pena d'esser visto a meno che, come detto, non conosciate già in partenza la storia del gioco di cui esso costituisce un prolungamento.

Fosco Del Nero



Titolo: Final Fantasy VII - Advent children (Final Fantasy VII - Advent children).
Genere: animazione, fantasy, azione.
Regista: Tetsuya Nomura, Takeshi Nozue.
Anno: 2004.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


martedì 28 maggio 2019

La strada per El Dorado - Bibo Bergeron, Will Finn, Don Paul, David Silverman

Non avevo mai visto La strada per El Dorado, film d’animazione del 2000, né conoscevo i registi del film, ben quattro (cosa invero assai rara... intendo, la presenza di quattro registi insieme, non il fatto che non li conoscessi): Bibo Bergeron, Will Finn, Don Paul, David Silverman.

Il genere, invece, è il più classico relativamente ai film d’animazione statunitensi di quegli anni: avventura, umorismo e buoni sentimenti, col pubblico che è un pubblico di famiglie, e anzi in questo caso sbilanciato dal lato dai bambini, giacché La strada per El Dorado si presenta e si mantiene piuttosto semplice in tutto: sceneggiatura, dialoghi, personaggi, battute, gag.

Ecco in grande sintesi la trama del film: Tulio e Miguel sono due avventurieri che vanno dietro al gioco, alle donne, all’oro… e alle avventure, come suggerisce la loro stessa definizione.
Finiti nei guai in Spagna per truffa, e finiti ancora più nei guai sotto forma di clandestini nella nave di Cortes diretta al nuovo mondo, finiranno ancora al centro dell’attenzione – e ancora una volta potenzialmente nei guai – nelle Americhe, laddove si imbatteranno nientemeno che nella leggendaria El Dorado, di cui avevano casualmente trovato una mappa.

Il loro compagno di viaggio è il cavallo Altivo, mentre la loro compagna di truffa tra la gente di El Dorado sarà la bella e vivace Chel, un’indigena locale che non vede l’ora di andarsene da qualche altra parte, non amando molto la cultura locale.
Quanto a Tulio e Miguel, anch’essi non vedono l’ora di andarsene, e con tutto l’oro che riusciranno a portarsi appresso, agevolati in questo dal fatto di essere stati scambiati per delle divinità e corteggiati in tal senso dai due sacerdoti locali: il sanguinario sacerdote Tzekel-Kan e il bonario sacerdote Tannabok.

Primo punto: mettiamo subito da parte storia, mito, il fatto che spagnoli e indigeni americani parlano la stessa lingua e via discorrendo: è un film d’animazione di genere avventuroso-fantasioso, destinato a un pubblico giovane e familiare, per cui non ha molto senso mettersi a fare i precisini sui vari dettagli (che in realtà dettagli non sarebbero, ma ci siamo capiti).

Globalmente parlando La strada per El Dorado è un film gradevole: vivace, coloratissimo, simpatico.
Visivamente ci siamo, con un bel cartone animato vecchio stile, senza computer grafica o artifici moderni. 
Uditivamente parlando, il film è ben doppiato in italiano, ma la resa italiana delle canzoni non è a mio avviso il massimo, e probabilmente le originali in inglese erano più efficaci.
La storia è caruccia, e i personaggi come detto simpatici.

Non c’è molto altro da dire su La strada per El Dorado, un film che probabilmente ha senso avere solo in ottica famiglia e figli, mentre gli altri adulti potranno al massimo guardarlo una volta e poi metterlo da parte, giacché non vi sono una profondità o un umorismo tali da segnalarlo ulteriormente.

Fosco Del Nero



Titolo: La strada per El Dorado (The way for El Dorado).
Genere: animazione, commedia, avventura, musicale.
Regista: Bibo Bergeron, Will Finn, Don Paul, David Silverman.
Anno: 2000.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 22 maggio 2019

Minuscule - La valle delle formiche perdute - Hélène Giraud, Thomas Szabo

Minuscule - La valle delle formiche perdute è certamente un prodotto particolare.
Partiamo dal genere dell’animazione, e questo è ormai cosa consueta, e ad essa abbiniamo una storia senza parole, fatto certamente più insolito.

Niente dialoghi, dunque, ma solo suoni della natura e versi degli animali protagonisti, il che rende il film di targetizzazione non semplice: probabilmente troppo concettuale e troppo poco “rumoroso” per bambini piccoli piccoli (diciamo sotto i quattro anni), è possibile anche che annoi quelli più grandi… e persino i bambini grandi, ossia gli adulti.

Oppure, al contrario, e questo ovviamente a seconda dell’indole individuale, potrebbe affascinarli moltissimo.

Minuscule - La valle delle formiche perdute ha un’altra particolarità: è un film d’animazione realizzato però sulla base di filmati reali, cui per l’appunto è stata aggiunta l’animazione, cosa che rende il film visivamente parlando davvero bello e realistico, per l’appunto.
Se non fosse che le coccinelle e le formiche si parlano e hanno occhi umani, sembrerebbe a tratti di essere dentro un documentario.

Altra cosa da sottolineare: si tratta di una produzione franco-belga, col film diretto dal duo Hélène Giraud-Thomas Szabo, il che depone bene il partenza, data la qualità media dell’animazione francese (e dintorni).

E veniamo ora alla trama sommaria di Minuscule: una piccola coccinella perde il suo gruppo, e vien poi presa di mira da un gruppo di mosche bulle. Scappando da esse, si ritrova dentro una scatola piena di zuccherini, residuo di un picnic abbandonato in tutta fretta da una coppia che stava per avere un bambino.
Tale picnic, ancora mezzo imbandito, finisce ovviamente per essere preda di vari insetti e animali vari, vero e proprio bottino di guerra.
Una comitiva di formiche nere s’impossessa proprio della scatola contenente lo zucchero, con l’obiettivo di portarla nel proprio formicaio… salvo imbattersi prima nella coccinella e poi in un gruppo di cattive formiche rosse, le quali vorrebbero appropriarsi della scatola in questione.

Ecco, la trama di Minuscule - La valle delle formiche perdute essenzialmente è questa, anche se detta così il prodotto sembra poco interessante.

Invece, Minuscule - La valle delle formiche perdute ha una sua bellezza: quella visiva è notevole, mentre quella d’intrattenimento varia molto a seconda di chi guarda, come detto.
Io lo ho apprezzato discretamente e credo che il film una chance se la meriti, ma fate voi secondo quanto riportato e secondo i vostri gusti.

Fosco Del Nero



Titolo: Minuscule - La valle delle formiche perdute (Minuscule - La vallée des fourmis perdues).
Genere: animazione, commedia.
Regista: Hélène Giraud, Thomas Szabo.
Anno: 2013.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


martedì 21 maggio 2019

L’ultima tempesta - Peter Greenaway

Non avevo mai visto finora un film di Peter Greenaway, e ad essere onesto non mi ricordo come io sia arrivato al suo L’ultima tempesta, sorta di rappresentazione cinematografica de La tempesta di William Shakespeare.

Inizio subito col dire che L’ultima tempesta non è un film convenzionale, quindi non accostatevi ad esso con l’intento di rilassarvi o di assistere ad una trama “normale”.

Già l’origine shakespeariana dell’opera suggerisce un approccio differente… e l’impronta di Peter Greenaway completa il quadro, con l’espressione “quadro” che non è usata a caso, dal momento che L’ultima tempesta, più che un film, è una somma di elementi letterari (Shakespeare, come detto), pittorici (soprattutto della pittura europea del ‘500 e del ‘600), musicali (di genere classico e lirico), e persino il ballo trova un suo ampio spazio. Per non parlare poi degli elementi esistenziali, credo originati più da Shakespeare che dal regista, e comunque presenti in modo abbondante.

Ma andiamo con ordine e tratteggiamo per sommissimi capi la trama del film: Prospero, già Duca di Milano, è stato tradito da suo fratello, che si è impossessato del suo regno, ed esiliato in un’isoletta, dove ha trascorso gli ultimi anni con la bellissima figlia Miranda e un nutrito nugolo di servitori.
E non solo servitori umani, ma anche servitori spiriti, tra cui Ariel, il suo favorito, che lo aiuterà grandemente a raddrizzare le cose, le quali comprendono anche Calebano, uno spirito cattivo, e Ferdinando, il figlio del suo nemico.

Il film procede secondo i vari libri, ventiquattro, che Prospero, gran sapiente e anzi mago, si è portato nell’isola, e che costituiscono la fonte del suo sapere e del suo potere, ma soprattutto procede per immagini e scene tutte surreali, grottesche e apparentemente folli.

In effetti, per certi versi è difficile valutare un’opera come L’ultima tempesta… o meglio, è anche facile valutarla, ma tutto dipende dall’ottica con cui la si inquadra.
Se ci si avvicina ad essa come si fa con un film d’intrattenimento, risulterà inguardabile e noiosa. Se ci si accosta come ad un’opera d’arte che propone bellezza e ispirazione, si troverà molto, soprattutto tra le arti prima citate. Se, infine, la si guarda con occhio esistenzial-spirituale, si troverà anche di più…
… ma in questo caso occorrerà essere ben attenti e saldi e non farsi distrarre da colori, inquadrature e movimenti vari, i quali, proprio come fa la vita, rapiscono l’attenzione dello spettatore dai veri contenuti.

Ed eccoli i veri contenuti dell’opera, o almeno alcuni di essi, narrati dalla voce narrante di Prospero, la quale non è un monologo, ma poco ci manca.

“Il libro degli specchi, legato e broccato d’oro, consta di un’ottantina di pagine, tutte riflettenti. 
Alcuni specchi riflettono semplicemente il lettore; altri il lettore come egli sarà tra un anno da quel momento; oppure come egli sarebbe se fosse un bambino, un mostro o un angelo. 
Quando s’aprono le pagine di questo libro, facciate e prospettive balzano fuori a tutto tondo. Vi sono modellini di vari edifici, costantemente oscurati dall’ombra di nuvole passeggere. Brillano le luci di notturne vedute urbane, e sole e musica dall’interno di saloni e torri.”

“Sia fatta la volontà dall’Altissimo.”

“Stai serena, bada alle angosce. Dì al tuo cuore pietoso che non fu fatto alcun male.”

“Ora il tempo è venuto: è il momento che tu apra le orecchie, obbedisci e sta’ bene attenta.”

“Per questo motivo affidai il governo a mio fratello, estraniandomi dagli affari di stato, assorbito com’ero dallo studio delle scienze occulte.”

“A che punto siamo del giorno?”
“È passato il mezzodì.”
“Il tempo che resta da quest’ora dobbiamo spenderlo in modo altamente proficuo.”

“Perdono, padrone, risponderò fedelmente ai tuoi comandi, e farò sempre il mio dovere di spirito.”
“Se così farai, entro due giorni io ti renderò la libertà.”

“Svegliati, mia diletta, svegliati.” (con le parole scritte sullo schermo a caratteri grandi, a sottolineare il concetto)

“Tutto sta accadendo come il mio spirito suggerisce.”

“Conviene che io renda difficile questa rapida avventura, perché una facile vittoria non renda meno prezioso il premio.”

“Questo mio meschino lavoro potrebbe essermi pesante quanto odioso, ma il padrone che io servo ravviva ciò che è morto, e fa della mia fatica un piacere.”

“Nulla è eterno.”

“Rincuorati, mio signore. La nostra commedia ora è finita. Questi nostri attori erano puro spirito, e si sono dissolti nell’aria sottile.  ”

“Come l’edificio senza fondamenta di questa visione, le torri cinte di nubi, i palazzi sontuosi, i templi solenni, lo stesso globo terracqueo, e tutto ciò che esso contiene, si dissolveranno. E al pari di questo incorporeo spettacolo ora svanito, non lasceranno alcuna traccia.
Noi siamo della materia di cui sono fatti i sogni, e le nostre piccole vite sono circondate da un grande sonno.”

“Lascia stare, buffone, sono solo stracci.
Che senso ha invaghirsi di questo ciarpame?”

“E voi fermi, là, che siete sotto incantamento. 
L’incanto si dissolve veloce, e come il mattino che vince sulla notte sciogliendone l’oscurità, così i loro sensi che riaffiorano cominciano a scacciare i fumi dell’incoscienza che ammantano la loro un tempo chiara ragione.”

“Affrettati, o spirito, che ben presto sarai anche tu libero.”

“Irreparabile è la sua perdita, e la rassegnazione non può darmi aiuto.”
“Credo invece che voi non lo abbiate cercato. Io dalla rassegnazione, per una eguale perdita, ho ricevuto sovrano conforto, e adesso mi trovo contento.”

“Sei bravo e diligente, e preso sarai libero.”

“Scioglietemi da ogni vincolo con un’azione nobile e alta.
Se dei vostri peccati voi clemenza sperate, che la vostra indulgenza ora liberi me.”

Come vedete, c’è parecchio ne L’ultima tempesta, dalla natura effimera e caduca dell’esistenza allo stato di addormentamento, dal principio del perdono alla ricerca e liberazione interiore.
A voi decidere se guardarlo e, nel caso, con che occhi.

Ultime due considerazioni: la prima è che il film non si pone problemi a mostrare corpi nudi, e anzi propone la più alta quantità di corpi nudi che abbia mai visto in un film, e per distacco. Anche questo potrebbe rappresentare un elemento distraente, per cui vi avviso prima.

La seconda è che alcune scene hanno una potenza evocativa non indifferente, come quella in cui Prospero passa in mezzo a due file di specchi (cosa che si commenta da sé), o come quella in cui riferisce della natura dell’esistenza umana (con un sottofondo di campane a sottolineare la gravità), o come quella dello sposalizio tra Miranda e Ferdinando, che al contrario mi ha ricordato un arcano dei tarocchi (gli Amanti, nella versione di Crowley).

Fosco Del Nero



Titolo: L’ultima tempesta (The prospero’s book).
Genere: grottesco, drammatico, psicologico, fantastico, esistenziale.
Regista: Peter Greenaway.
Attori: Erland Josephson, Michel Blanc, John Gielgud, Isabelle Pasco, Michael Clark, Nastassja Kinski, Mark Rylance, Tom Bell, Jim Van Der Woude, Deborah Conway.
Anno: 1991.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 15 maggio 2019

Nuovo Cinema Paradiso - Giuseppe Tornatore

Finora non ho mai recensito un film del regista italiano Giuseppe Tornatore… e dunque ecco qui Nuovo Cinema Paradiso, uno dei suoi classici.

Precisazione di fondo: ho visto la versione del film lunga quasi 170 minuti, quindi una delle versioni più lunghe della pellicola in questione, che ha subito diversi montaggi, da 118 minuti fino a 173 minuti con varie vie di mezzo… il che cambia parecchio le cose.

Seconda precisazione: nonostante una lunghezza abissale e nonostante lo abbia guardato di sera-notte, sono riuscito a non addormentarmi, il che è un buon segnale per il film.

Il quale è senza dubbio un bel film, e peraltro ha il potere di portare lo spettatore nell’Italia del passato: prima alle fine degli anni Quaranta, e poi nei decenni successivi, anche se il film a dire il vero comincia con la fine degli anni Ottanta, ossia il periodo di produzione del film, col protagonista ormai adulto, per poi procedere a raccontare la storia dall’inizio.

Ed eccola la storia, che spiega come mai Salvatore Di Vita, ora regista di successo, negli ultimi trent’anni non è mai tornato nel suo paese d’origine, un paesino della Sicilia chiamato Giancaldo, in cui aveva lasciato famiglia, un lavoro come responsabile delle pellicole del cinema locale, per l’appunto il Nuovo Cinema Paradiso di cui nel titolo… e un’amore infranto. 
Ma anche una madre, una sorella, due nipotini, un vecchio amico, l'anziano Alfredo… per il cui funerale Salvatore rompe il suo voto di non tornare più in paese e ci torna.

Ecco, ho riassunto in pochissime righe, e ovviamente in modo assai incompleto, una trama non complessissima, ma comunque lunga, tanto lunga da riempire circa 170 minuti di film, distribuiti in quattro periodi storici: Salvatore bambino, Salvatore adolescente, Salvatore un poco più grande, e infine Salvatore uomo cresciuto.

Essenzialmente Nuovo Cinema Paradiso è un film drammatico, anche se sono forti anche le componenti sentimentale, storica e pure da commedia.

Bello il montaggio, bella la colonna sonora, andiamo bene anche a livello di recitazione, e la sceneggiatura è sufficientemente interessante, per quanto non brillantissima.
La questione è la lunghezza, motivo per cui per l’appunto il regista lo aveva grandemente ridotto in varie versioni, dopo che la versione lunga era stata male accolta tanto dal pubblico al cinema quanto dalla critica, salvo poi venire rivalutata in seguito.

Personalmente, lo considero uno di quei film di sufficiente valore da vederlo una volta… ma che poi finirà da parte per non essere visto mai più. Almeno da me, che non amo molto i polpettoni drammatici.
E Nuovo Cinema Paradiso, pur se raffinato, è pur sempre un polpettone drammatico, e pure bello lungo.

Fosco Del Nero



Titolo: Nuovo Cinema Paradiso.
Genere: drammatico, commedia, sentimentale, storico.
Regista: Giuseppe Tornatore.
Attori: Philippe Noiret, Salvatore Cascio, Marco Leonardi, Jacques Perrin, Agnese Nano, Brigitte Fossey, Pupella Maggio, Antonella Attili, Enzo Cannavale, Leopoldo Trieste, Leo Gullotta.
Anno: 1988.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



martedì 14 maggio 2019

Matrimoni e pregiudizi - Gurinder Chadha

Avevo visto una volta Matrimoni e pregiudizi, ma parecchi anni fa, prima che aprissi il blog Cinema e film, e difatti in esso del film in questione non vi era alcuna traccia… fino ad ora, giacché l’ho rivisto.

Premessa: il film è una rivisitazione in salsa indiana del classico letterario di Jane Austin Orgoglio e pregiudizio, di cui riprende anche il nome modificandolo leggermente (da Pride and prejudice a Bride and prejudice… gioco di parole non riproducibile in italiano, per cui ci si è accontentati di un meno significativo Matrimoni e pregiudizi).
La regista è Gurinder Chadha, di cui ho visto un altro film, piuttosto scarso in verità, ossia La mia vita è un disastro, e che ho intravisto anche in uno degli episodi del film collettivo Paris, je t’aime.

Partiamo proprio da La mia vita è un disastro, che era un film adolescenzial-sentimentaloide piuttosto banale e con pochissimo mordente. Anche l’umorismo era parecchio piatto. Partiamo da qui perché vale la stessa cosa per Matrimoni e pregiudizi… ed evidentemente è/era una caratteristica della regista.

La quale si distingue per personaggi un po’ macchiette e per dialoghi che definire banali sarebbe un complimento. I dialoghi di Matrimoni e pregiudizi sono davvero scadenti.
Inoltre, anche il mix di generi del film, che oscilla tra la commedia, il polpettone sentimentale, i balletti bollywoodiani, un po’ di denuncia sociale… e ciò vale anche per l’ambientazione, col film che, ammiccando di continuo all’Occidente, si divide tra India, Gran Bretagna e Stati Uniti… con i personaggi protagonisti che addirittura si incontrano per caso negli aeroporti: davvero patetico.

Tra l’altro, nel filone “denuncia sociale”, si calca spesso la mano sulla questione “la vera India”, criticando la visione dell’India degli occidentali-turisti, Goa compreso… salvo poi constatare che l’intero film ha proprio tale visione da turista. 
Perlomeno, nei cinque mesi in cui sono stato in India non ho visto scene del genere, né ho incontrato per caso gli indiani che ho conosciuto negli aeroporti occidentali.

Insomma come sceneggiatura, personaggi e dialoghi il film sarebbe da bocciare in pieno.
Però, e va detto anche questo, offre una bellezza visiva enorme: non tanto i panorami dell’India, palazzi o natura, quanto proprio bellezza umana, tra abiti, colori, costumi, cibo, e per certi versi anche la musica (pure se quella è ampiamente meticciata con l’Occidente, e difatti si canta spesso in inglese)…
… e tutta questa bellezza vale la visione del film.

A proposito di bellezza, un commento sui protagonisti del film, tutti oscillanti tra il belloccio e il bellissimo: al tempo, molti anni fa, pensai che Aishwarya Rai Bachchan fosse bellissima, forse persino una delle più belle donne del mondo, mentre oggi la trovo inelegante e pacchiana, preferendole invece la sorella maggiore o la sorella del suo futuro cognato Balraj.
Proprio questi due personaggi sono interpretati da due attori che ho imparato ad apprezzare per due diverse serie tv: il cognato è Naveen Andrews, protagonista di Lost (ma anche di ), mentre sua sorella è Indira Varma, che ha un ruolo non principale ma affascinantissimo nella serie de Il trono di spade (ed entrambi protagonisti di Kamasutra).

In chiusura, la trama di Matrimoni e pregiudizi, di cui quasi mi stavo dimenticando: la famiglia Bakshi (anche l’indiano protagonista di Hollywood party si chiamava Bakshi, ora che ci penso) è un’allegra famiglia indiana che vive ad Amritsar, nell’India nord-ovest (Punjab). Tale famiglia si caratterizza per la presenza di quattro figlie, Jaya, Lalita, Lakhy e Maya, tutte ormai già abbastanza grandi per essere date in spose, tanto che la madre si sta attivando alacremente per piazzare almeno le prime due, le più grandi (in realtà per gli standard dell'India sarebbero state tutte in forte ritardo, visto che le ragazze lì si sposano in media a 16-17-18-19 anni).
Il piazzamento della prima sembra cosa fatta con Balraj Bingley, un ricco e appetito scapolo indiano che vive negli Stati Uniti, che giunge in visita con la sorella Kiran e l'amico William Darcy.
La secondogenita, invece, rifiuta il matrimonio combinato con tale Kohli, anche lui ricco indiano che vive in America… ma decisamente meno affascinante del primo, per quanto a suo modo premuroso.
Lalita, invece, sembrerà decisamente più interessata ad americani veri e propri: prima a Wickham e poi allo stesso Darcy.

In chiusura, e come già detto, se si sorvola sulla piattezza di sceneggiatura e dialoghi, Matrimoni e pregiudizi, ha molta bellezza visivo-sensoriale da offrire. Decida il singolo spettatore se essa gli basta o meno.

Fosco Del Nero



Titolo: Matrimoni e pregiudizi (Bride and prejudice).
Genere: commedia, sentimentale, musical.
Regista: Gurinder Chadha.
Attori: Aishwarya Rai Bachchan, Martin Henderson, Nadira Babbar, Anupam Kher, Naveen Andrews, Daniel Gillies, Nitin Ganatra, Namrata Shirodkar, Indira Varma,  Thierry Ashanti, Sonali Kulkarni, Marsha Mason.
Anno: 2004.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 8 maggio 2019

I miei vicini Yamada - Isao Takahata

Se Hayao Miyazaki non ha bisogno di presentazioni, e ormai per una fetta di pubblico assai vasta dal momento che i suoi film d’animazione hanno conquistato il mondo, Isao Takahata invece sì.
Molto semplicemente, si tratta del collaboratore con cui Miyazaki, nell’ormai lontano 1985, creò lo Studio Ghibli, destinato poi nel tempo a divenire una delle maggiori case di produzione d’animazione del mondo.

Se Miyazaki si è segnalato soprattutto come regista, Takahata si è dedicato soprattutto alla produzione, pur non disdegnando egli stesso la direzione di qualche film, ovviamente d’animazione.

Gli ultimi due titoli sono a mio avviso i migliori, e anzi Pom Poko può rivaleggiare in bellezza, originalità, profondità e grazia con i titoli del suo più blasonato collega.
Anche La storia della principessa splendente ha una sua bellezza poetica, per quanto è un film più delicato e meno intenso di altri dello Studio Ghibli. Ma è quello che ci interessa di più nella recensione del film di oggi, I miei vicini Yamada, giacché la tecnica di realizzazione è la medesima, con dei disegni assai semplici, che paiono presi direttamente da un manga: tratti rapidi, disegni e soprattutto fondali incompleti o appena accennati, colori acquerellati, grande leggerezza e rapidità di movimento.

A me tale tecnica non piace molto, ma sarà questione di gusti.

Se la tecnica non mi fa impazzire in generale, ho apprezzato di più La storia della principessa splendente, che almeno propone una storia, e molto dolce e immaginifica, nonché immersa nella natura per una sua buona parte.
Viceversa, molto semplicemente, I miei vicini Yamada illustra molte scene di vita quotidiana della suddetta famiglia Yamada, nonna, padre, madre, figlio maggiore e figlia minore, nelle sue varie sfaccettature, mostrando complessivamente dei personaggi simpatici ma un po’ debolucci: non una famiglia di “vincitori” o di “superuomini-superdonne”, ma una famiglia di persone normali con le proprie debolezze e le proprie abitudini.

Non c’è una trama, dunque, ma solo un collage di numerosissimi episodi, anche molto rapidi come durata.
Anche questo, è questione di gusti, e io non mi sono appassionato troppo a tale collage.

Ogni tanto spunta fuori una canzone… e come sempre in questi casi la lingua originale è migliore rispetto a quella doppiata.

I miei vicini Yamada nel complesso è un film anche simpatico, ma che non va oltre il livello sufficiente-discreto, e che va a confermare il grande divario esistente, perlomeno in media, tra i film interni allo Studio Ghibli: da un lato Miyazaki e dall’altro gli altri registi.

Fosco Del Nero



Titolo: I miei vicini Yamada (Hohokekyo tonari no Yamada-kun).
Genere: animazione, commedia, comico.
Regista: Isao Takahata.
Anno: 1999.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


martedì 7 maggio 2019

Taxi driver - Martin Scorsese

Non c’è niente da fare: con i film di Martin Scorsese non mi trovo bene, e nemmeno il celebre Taxi driver è riuscito a invertire il trend, nonostante un abbrivio incoraggiante.

Così, dopo New York stories, Re per una notte e il più recente Hugo Cabret, anche Taxi driver va ad unirsi alla lista dei film di Scorsese che non ho gradito molto.
Unica eccezione a tali valutazioni: Shutter Island… con tutto che, a livello di attori, preferisco di gran lunga Robert De Niro (protagonista di due film della lista) a Leonardo di Caprio (protagonista dell’ultimo film citato).

Ma veniamo a noi, e in dettaglio alla trama di Taxi driver, che poi è il primo film in cui vedo De Niro giovane, appena 33enne (anche se ne film dice di avere 26 anni): Travis Bickle (Robert De NiroStardust, Brazil, Limitless, Il lato positivo, Ti presento i miei) è un giovane uomo disadattato, fatto evidente in ogni lato della sua vita. Reduce dalla guerra del Vietnam come marine, è insonne, e spende il suo tempo libero diurno nei cinema a luci rosse; di notte, invece, giacché proprio non ce la fa a dormire, sceglie di fare il tassista notturno, e in questo modo conosce tante persone strane e vede un modo losco, pericoloso e sporco, cosa che, a seguito di una delusione relazionale con la bella Betsy (Cybill Shepherd; Uno strano caso, Alice), lo porterà a improvvisarsi giustiziere.
Da citare anche i personaggi della giovane prostituta Iris (Jodie Foster; Una ragazza, un maggiordomo e una lady, Contact, Ombre e nebbia, Inside man, Il silenzio degli innocenti) e del suo protettore-amante Sport (Harvey Keitel; Le iene, Dal tramonto all’alba, The congress).

Il film, che parte come una commedia, diviene strada facendo un dramma con contorni psicologici e violenti.
Ed essenzialmente è questo che non mi piace del cinema di Scorsese: il ricorso continuo ai problemi psicologici e ai drammi umani… ma capisco che tante persone abbiano ancora bisogno di questo cibo, per cui va bene.

Non fatico a riconoscere il fatto che Taxi driver sia un film ben realizzato, peraltro con un cast di giovani attori che poi avrebbero avuto una carriera eccellente, e con scene che hanno fatto storia, su tutte quella davanti allo specchio, omaggiata da tanti film successivi; tuttavia, molto semplicemente, il film si rivela pesante e gretto, e mostra molta bruttezza… mentre nei film io cerco proprio il contrario.
Per cui voto negativo al film e bollino arancione-rosso al regista.

Fosco Del Nero



Titolo: Taxi driver (Taxi driver).
Genere: drammatico, psicologico.
Regista: Martin Scorsese.
Attori: Robert De Niro, Cybill Shepherd, Peter Boyle, Jodie Foster, Harvey Keitel, Leonard Harris, Albert Brooks, Martin Scorsese, Diahnne Abbott, Joe Spinell, Murray Moston.
Anno: 1976.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.