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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare.

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te.

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno.

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Se vuoi che il mondo cambi, inizia a darti da fare tu stesso.

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

Corso di esistenza

mercoledì 24 febbraio 2021

Il giardino di gesso - Ronald Neame

Mi sono guardato Il giardino di gesso per due motivi: mi piacciono i film degli anni “60, giacché in essi si trova un’eleganza e delle buone maniere che ai tempi d’oggi son rare, per non dire estinte, e perché recitava in esso la bravissima Hayley Mills, enfant prodige di Hollywood di quel periodo, già vista in film di grande successo come Il segreto di Pollyanna, Il cowboy con il velo da sposaF.B.I. - Operazione gatto, film che al tempo ottennero grandissimi riscontri e che sono entrati nella storia del cinema.

Il giardino di gesso si differenzia però da tutti i suddetti titoli, dal momento che ha un’impronta drammatica invece che da commedia: la giovanissima Hayley Mills, al tempo diciottenne, ebbe così l’occasione di dar prova di sé in un altro contesto narrativo, con buoni risultati personali, ma meno buoni a livello di film.

Ecco la trama de Il giardino di gesso: Laurel è una sedicenne che vive con la nonna, la  signora St. Maugham, e che crede di esser stata abbandonata da sua madre, la quale nel mentre si è risposata e che ora aspetta un altro bambino. La donna in realtà non ha mai rinnegato la figlia e anzi vorrebbe ricongiungersi a lei, ma la nonna, in modo egoistico, le si oppone e racconta alla nipote varie bugie sulla genitrice.
A scombinare le carte arriva in casa, una grande e bella tenuta di campagna, una nuova governante, Miss Madrigal, che si rivelerà persona con non meno problemi interiori rispetto alla bambina, alla nonna e persino al maggiordomo di casa, Maitland

In effetti, Il giardino di gesso oscilla tra il film drammatico e il film psicologico, per quante sono le turbe emotive dei suoi protagonisti, a cominciare dalla ragazzina, che ha come passione principale quella di fare dei grandi falò e danzarci intorno urlando.
La nonna come detto è egoista e manipolatrice. Il maggiordomo pure ha dei trascorsi particolari, e peraltro ha ucciso per sbaglio sua moglie investendola con la macchina. Quanto alla governante, ha avuto più problemi di tutti quanti, e qua non li sintetizzo nemmeno.

Il giardino di gesso è un buon film: la scenografia è bella, i costumi sono belli, i personaggi son ben caratterizzati, i dialoghi sovente interessanti, e anche la trama non è banale. 
Tuttavia è un po’ pesante come argomenti, e diletta e ispira certamente meno dei vari Il segreto di Pollyanna e Il cowboy con il velo da sposa.

Se, però, amate le vecchie ambientazioni, i vecchi modi di fare (vecchi si fa per dire: son passati appena 60 anni, non 400) e le trame un po’ torbide e pesanti, allora potrebbe piacervi. Oppure se, come me, avete il piacere di vedere un altro film con la brava, graziosa e vivace Hayley Mills.

Fosco Del Nero 



Titolo: Il giardino di gesso (The chalk garden).
Genere: drammatico, psicologico.
Regista: Ronald Neame.
Attori: Hayley Mills, Edith Evanson, Deborah Kerr, John Mills, Felix Aylmer, Elizabeth Sellars, Lally Bowers, Toke Townley, Tonie MacMillan.
Anno: 1964.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 23 febbraio 2021

Zathura - Un’avventura spaziale - Jon Favreau

Avevo trovato segnalato Zathura - Un’avventura spaziale come discreto film di fantascienza per famiglie dall’impianto simile al classico Jumanji: tutto vero, visto che il genere è quello e che il film è ispirato al romanzo Zathura, scritto dallo stesso autore di Jumanji, cosa che ne spiega la somiglianza… ma che non ne giustifica la carenza di originalità.
In effetti, si tratta della medesima trama con un’ambientazione fantascientifica anziché urbana-avventurosa.

Ecco la trama di Zathura - Un’avventura spaziale, diretto da Jon Favreau nel 2005: Walter (Josh Hutcherson; Un ponte per Terabithia, Viaggio al centro della Terra 3D, Aiuto vampiro, Hunger games) e Danny, fratelli di dieci e cinque anni rispettivamente, ma non particolarmente uniti tra di loro, trovano in casa un vecchio gioco da tavolo intitolato Zathura e iniziano a giocarci, mentre la sorella maggiore Lisa (Kristen StewartInto the wild - Nelle terre selvaggeTwilight, Biancaneve e il cacciatore), che in teoria dovrebbe controllarli, se ne sta in camera sua al piano di sopra…
... e così non si accorge, perlomeno non subito, che il gioco ha letteralmente trasportato la loro casa nello spazio, esponendola a varie insidie, anticipate dalle carte proposte di volta in volta dal gioco da tavolo a chi sta muovendo la sua pedina.
L’unico modo per tornare alla normalità è finire il gioco.

Zathura - Un’avventura spaziale ha un impianto narrativo piuttosto semplice, e come detto non brilla per originalità per via del suo più famoso parente.
Purtroppo, anche i personaggi e i dialoghi sono assai stereotipati, e nulla emerge dalle mediocrità. Ciò nonostante un cast in teoria ottimo: Josh Hutcherson e Kristen Stewart stanno avendo una buona carriera, mentre Tim Robbins l’aveva già avuta (Allucinazione perversaLe ali della libertàMister hula hoopBill Durham - Un gioco a tre mani), per quanto in questo film reciti un ruolo assai marginale.

Ma non c’è niente da fare: il valore di attori, effetti speciali, colonna sonora e altri tecnicismi scompare se non c’è dietro una sceneggiatura di valore. E, d’altro canto, se c’è quest’ultima non c’è nemmeno bisogno di tecnicismi per metter su un buon film.

Dal canto suo, Zathura - Un’avventura spaziale è un film per famiglie mediocre e innocuo, che non solo è banale in apertura come genesi, ma anche nel prosieguo: il finale è scontato, e anche il colpo di scena teorico era assolutamente prevedibile e previsto.

Il regista Jon Favreau è dunque bocciato senza appello… peraltro, vedendo la sua filmografia, non si scorge alcun film di valore, per cui gli indizi si sommano.

Fosco Del Nero 



Titolo: Zathura - Un’avventura spaziale (Zathura - A space adventure).
Genere: fantascienza, commedia.
Regista: Jon Favreau.
Attori: Josh Hutcherson, Jonah Bobo, Dax Shepard, Kristen Stewart, Tim Robbins, 
Derek Mears, Douglas Tait.
Anno: 2005.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 17 febbraio 2021

La mia vita è uno zoo - Cameron Crowe

Sono arrivato a La mia vita è uno zoo dalla filmoografia del regista Cameron Crowe, che ho apprezzato in diversi suoi film: Vanilla skyElizabethtown, Quasi famosiJerry Maguire. I suoi film, in particolare, si distinguono, oltre che per una buona realizzazione, comprensiva anche di cast eccellenti, anche per avere un taglio introspettivo-esistenziale: non arriviamo allo spirituale, ma comunque ci avviciniamo decisamente di più rispetto alla media dei film prodotti.

Quanto al cast de La mia vita è uno zoo, abbiamo un Matt Damon ormai maturo e una Scarlett Johansson al top della sua bellezza, peraltro qua nelle vesti di una ragazza di campagna, pratica e senza grilli per la testa (pur essendo in campagna).

Ecco in sintesi la trama de La mia vita è uno zoo: dopo aver perso l’amata moglie, Benjamin Mee (Matt DamonRounders - Il giocatoreLa leggenda di Bagger VanceDogmaI guardiani del destinoElysium, Will hunting) decide di trasferirsi con i suoi due figli in una casa di campagna… e s’imbatte in una casa che ha come pertinenza obbligatoria l’acquisto e il mantenimento di uno zoo, al momento chiuso. Nonostante la cosa preveda tante difficoltà, nonché tante spese, l’uomo si rimbocca le maniche e verrà aiutato dalla bella e forte Kelly Foster (Scarlett JohanssonMatch pointScoopVicky Cristina Barcelona, The islandLucyThe prestige, Under the skin), che tiene molto allo zoo e ai suoi animali come anche gli altri lavoratori dello zoo.
In mezzo a tutto questo, la simpatia sentimentale che viene a crearsi con la stessa Kelly, e le difficoltà relazionali col figlio Dylan (a sua volta alle prese con Lyly, ragazza interpretata da Elle Fanning, sorella minore della più famosa ma ancora giovane Dakota Fanning).

La mia vita è uno zoo è un film dolce e carino, che mostra difficoltà ma anche affetto e bellezza: tra esseri umani e tra animali. Anzi, se gli zoo fossero tutti così amorevoli si avrebbero ben pochi motivi per essere contrari (l’unico motivo rimarrebbe la limitazione alla libertà degli animali… ma quella c’è anche per tutti i milioni di animali domestici, a cui comunque viene assicurata una vita migliore e più lunga rispetto agli animali randagi, per cui in definitiva questa è una questione di spazi e di benessere più che di libertà assoluta).

Dico la verità: pur essendo La mia vita è uno zoo un film carino e dolce, gli ho preferito i suoi fratelli: Vanilla sky in primis, ma anche Elizabethtown e Quasi famosi (giusto Jerry Maguire mi è piaciuto di meno).
Quanto invece a Cameron Crowe, conferma la sua tendenza a realizzare commedie psicologiche e introspettive, ma non tortuose e mentali, bensì più semplici e dolci, cosa da me apprezzata, e difatti, mi vedrò anche Sotto il cielo delle Hawaii.
A conferma di quanto dico, ecco alcune frasi estrapolate dal film.

“Un po’ di sole, rapporti umani, gioia.”

“È come è.”

“A volte tutto quello che serve sono venti secondi di spudorato coraggio.”

“È giunta l’ora.”

“L’importante non è come un’avventura finisce, perché non è quello che conta nelle avventure.
Qualunque cosa accada da ora in avanti è un di più.”

Fosco Del Nero 



Titolo: La mia vita è uno zoo (We bought a zoo).
Genere: commedia.
Regista: Cameron Crowe.
Attori: Matt Damon, Scarlett Johansson, Thomas Haden Church, Patrick Fugit, Elle Fanning, John Michael Higgins, Colin Ford, Maggie Elizabeth Jones, Angus Macfadyen, Nicole Andrews.
Anno: 2011.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.



martedì 16 febbraio 2021

Madre! - Darren Aronofsky

In rete ho letto diverse interpretazioni di Madre!, film del 2017 di Darren Aronofsky, ma erano tutte piuttosto intellettuali e cerebrali… e in ciò mancavano completamente il punto centrale, che è un punto del regista ancora prima che del film: Aronofsky dirige opere essenzialmente simboliche, in cui trama, personaggi ed eventi sono rappresentativi di concetti e situazioni. Occorre dunque guardare ai simboli che stanno dietro e non tanto a personaggi, eventi, trama, etc.

La filmografia del regista statunitense d’altronde parla chiaro: Pi greco - Il teorema del delirio, Requiem for a dream, The fountain - L’albero della vita, Il cigno nero, fino alla sua penultima produzione, Noah, non a caso d’ambientazione biblica, pur se molto narrativizzata.
Impossibile approcciarsi a un film di Aronofsky senza tener conto dei simbolismi psicologico-esistenziali, pena l’annoiarsi a morte o chiedersi scioccati dove si è capitati… come per l’appunto facevano le recensioni intellettuali cui accennavo prima (e come testimoniano anche le recensioni assai variegate di critica e pubblico).

In realtà le cose con Madre! son molto semplici, e lo sono fin dall’inizio, senza attendere il finale e le spiegazioni date a parole dagli stessi protagonisti (chi non ha visto il film e non vuole sentirne la spiegazione salti al paragrafo seguente): l’uomo è il principio attivo-generativo maschile e difatti è uno scrittore e produce poesie; la donna è il principio ricettivo femminile che accoglie, nella sua casa e nel suo corpo; nel simbolismo del film, la donna si identifica con la casa stessa, che lei stessa ha curato in ogni dettaglio e che difatti marcisce quando lei è triste  arrabbiata, e finanche sanguina. La casa a sua volta rappresenta l’ego dell’essere umano, che è invaso e attaccato da tanti demoni, che nel film sono esteriori, sotto forma di persone, ma nella vita umana sono interiori: essi si chiamano rabbia, paura, violenza, senso di inadeguatezza, egocentrismo, lussuria, e metaforicamente sono i personaggi secondari del film, quelli che invadono la casa-ego della protagonista, costretta così a subire angherie e ingiustizie di vario tipo (che lei prende molto sul personale, in modo egoico per l’appunto).
È costretta a subirle, ma è chiamata anche a perdonare, come a fine film le chiede a chiare lettere l’uomo: altrimenti, tutto deve ricominciare; questo è tanto il principio del perdono-amore (e difatti l’uomo le chiede anche d’amare incondizionatamente) quanto il principio ciclico-karmico (per cui si è costretti a rivivere un’altra volta, e ancora e ancora, ciò che non si è risolto col perdono-amore), e difatti alla fine il film si ritorce su se stesso e riprende esattamente dal suo avvio, visto che l’occasione del perdono è stata sprecata. 
Il tema dell’amore è peraltro evidenziato in svariati momenti del film con l’inquadratura di un cuore che batte (o che fa fatica a battere, nel caso di difficoltà di accettazione/amore/perdono); a fine film viene addirittura estratto dal corpo della protagonista e mostrato quale elemento simbolico centrale della storia.
Per non rendere le cose troppo facili, il regista ha inserito nel film, oltre che più azione di quanto ci si potesse aspettare data l’ambientazione bucolica e riservata, altri simbolismi, presi dalla religione cristiana; c’è il diluvio, ad esempio, e ci sono tutti e sette i sacramenti: il battesimo (del bimbo appena nato, battezzato però con il latte e non con l’acqua), la comunione (per quanto apparentemente macabra, ma che chiaramente rifà il verso al “corpo di Cristo”), la cresima-unzione (i fedeli vengono tinti di nero sulla fronte), il perdono-confessione (quello che viene chiesto alla protagonista), il matrimonio (quello tra l’uomo e la donna), il sacerdozio (c’è un sacerdote vero e proprio, per quanto anch’esso dall’aria inquietante) e l’estrema unzione (l’uomo in fin di vita cui viene data assistenza, il figlio di lui che muore accudito dai cari).

Insomma, la struttura di Madre! è chiaramente psicologico-esistenzial-spirituale, ma è difficile scorgerla se non la si guarda con occhi adatti.
Al di là dei richiami a sacramenti e Bibbia, comunque, per quanto mi riguarda l’essenza del film è più psico-esistenziale che non religioso-dottrinale, e riguarda come detto ego, demoni interiori e risoluzione delle proprie energie squilibrate (quando l’ospite Michel Pfeiffer guarda la protagonista Jennifer Lawrence, per esempio, è chiaro che non si stanno guardando due personaggi reali, ma due energie in azione). 

Per sintetizzare, Madre! è un film sull’ego e sui suoi drammi interiori (e su ciò che occorre fare per superarli).
Alcune frasi non lasciano adito a dubbi:

“Dentro c’è una voce che sta urlando per farsi sentire.”

“Anni e anni di preoccupazioni. Anni di giorni, giorni di ore, ore di secondi, ma in ogni secondo una quantità infinita d’amore.”

“A un tratto sembra non esserci niente d’amare: solo una vasta e silente oscurità.”

“Io sono chi sono.”

A proposito, passiamo al cast: i personaggi principali sono Jennifer Lawrence (Il lato positivoHunger games) e Javier Bardem (Mangia, prega, ama, Vicky, Cristina, Barcelona), cui si uniscono poi Ed Harris (The Truman Show, A beautiful mind, Pollock) e Michelle Pfeiffer (Le streghe di Eastwick, Dark shadows, Stardust): il cast di attori è dunque di alto livello, e difatti essi si destreggiano bene, pur dovendo essere espressivi in contesti bizzarri a dir poco.

Passiamo all’ambientazione: la casa è bellissima, e davvero rende l’idea di un macro-simbolo. A tratti pare echeggiare le atmosfere di The others, e difatti si percepisce da subito che le cose non sono come sembrano e che c’è qualcosa fuori posto, sensazione immediatamente accresciuta dall’arrivo degli ospiti inattesi e dal loro atteggiamento innaturale, oltre che dalle bizzarrie che vengono dapprima mostrate col contagocce e che poi esplodono letteralmente in un delirio che sarebbe senza senso senza le chiavi di lettura citate prima (e infatti molti lo hanno definito come un film privo di senso, non avendo compreso tali chiavi).

Nel complesso, Madre! è un film che ha un suo valore, e anche molta bellezza in certi frangenti, ma che risulta essere anche piuttosto sguaiato ed eccessivo, soprattutto nella sua seconda ora; personalmente non l’ho apprezzato troppo... e devo dire che, spesso, non apprezzo enormemente il lavoro di Aronofsky: simbolico, sì, esistenziale, sì, con una certa dose di bellezza, utile anche per chi lo guarda con occhi giusti, ma anche violento, melodrammatico e inquietante-disturbante, cose che gradisco molto meno. Non è dunque scontato che mi veda anche i suoi film futuri, per quanto, per il momento, non nascondo che essi sovente propongono-nascondono apprendimenti esistenziali importanti (L’albero della vita, Il cigno nero, Requiem for a dream, lo stesso Madre!).

Fosco Del Nero



Titolo: Madre! (Mother!).
Genere: psicologico, esistenziale, drammatico, surreale.
Regista: Darren Aronofsky.
Attori: Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Michelle Pfeiffer, Ed Harris, Domhnall Gleeson, Jovan Adepo, Cristina Rosato, Brian Gleeson, Stephen McHattie, Kristen Wiig.
Anno: 2017.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 10 febbraio 2021

8 semplici regole - Tracy Gamble

Spesso le serie tv che ho gradito molto son durate poco, evidentemente per carenza di ascolti; questo è valso sia per le serie "serie", sia per le "sit-com", abbreviazione di "situation comedy", ossia le serie televisive umoristiche, le quali tipicamente hanno episodi brevi di 20-22 minuti ciascuno.

Se in alcuni casi la serie da me gradita è durata molto (penso a FriendsDharma & Greg o The Big Bang theory), in altri casi è durata pochissimo (Wonderfalls su tutti): questo è il caso anche di 8 semplici regole, sit-com andata in onda dal 2002 al 2005 e chiusa dopo solo tre stagioni, e senza un finale nemmeno abbozzato. 

Peraltro, è una serie tv che ha una storia unica, e purtroppo drammatica: durante le riprese della seconda stagione uno dei protagonisti, John Ritter (famoso fin dagli anni “70 per via della serie televisiva di grande successo Tre cuori in affitto), ha avuto un problema cardiaco ed è morto poche ore dopo, lasciando la serie orfana della figura paterna. Non è stato sostituito da un altro attore e viceversa la sua morte è stata inglobata nella storia: così, muore anche il padre della famiglia Hennessy, e il suo vuoto viene colmato da due nuovi personaggi: il nonno Jim e il cugino C.J..

Ma ecco la storia sommaria di 8 semplici regole: la famiglia Hennessee è composta dal padre Paul (John Ritter), giornalista sportivo, dalla madre Cate (Katey Sagal), infermiera, dalla figlia maggiore Bridget (Kaley Cuoco), dalla figlia minore Kerry (Amy Davidson) e dal terzogenito Rory (Martin Spanjers), ancor più adolescente delle sorelle maggiori.
Dalla seconde serie come detto si aggiungono il nonno Jim (James Garner) e il cugino C.J. (David Spade).

Essenzialmente, come recita il titolo originario della serie, che era 8 semplici regole… per uscire con mia figlia, il tutto verte sulla vita scolastica e relazionale delle figlie adolescenti, di cui il padre Paul si dichiara custode ad oltranza, avendo il suo bel daffare dal momento che la maggiore è uno schianto e la seconda è carina anch’essa, oltre che piuttosto sveglia.
Nella terza serie si affronteranno anche le prime avventure amorose del piccolo Rory, quelle più mature dei due nuovi protagonisti maschili, nonché quelle della madre, a quel punto vedova single.

8 semplici regole è semplicemente delizioso: è una sit-com vecchio stile, divertente, dolce e mai volgare, altamente educativa per famiglie e bambini/ragazzi, ma al contempo propone un’ironia che raramente ho trovato da altre parti. A volte letteralmente a raffica.
I personaggi son tutti ottimamente caratterizzati e il tutto è davvero ben bilanciato. 
Personalmente gradisco sia la prima parte, quella col padre, sia la seconda, quella col nonno e il cugino: entrambe le “formazioni” hanno dei punti di forza… ma purtroppo con la morte di John Ritter la serie ha perso ascolti e ha così finito per essere cancellata.
Davvero un peccato.
 
Due curiosità: la prima è che essa è tratta da un libro, l’omonimo 8 simple rules for dating my teenage daughter, di W. Bruce Cameron.
La seconda è che, come peraltro del tutto evidente, tra le due ragazze in realtà la più grande anagraficamente parlando è quella presentata come minore, e di ben sei anni. È più bassa, d’accordo, ma presentarla come minore pur essendo evidentemente più vecchia avrà richiesto un grande sforzo artistico.
La minore, peraltro, è quella Kaley Cuoco che poi avrebbe letteralmente sfondato in The Big Bang theory nella parte di Penny.

La serie è ormai vecchiotta e non dura molto, ma ora sapete che si tratta di un piccolo gioiello, e non avrete problemi a recuperarla da qualche parte… fermo restando che ogni tanto passa ancora in tv.

Fosco Del Nero 



Titolo: 8 semplici regole (8 simple rules).
Genere: serie tv, commedia, comico.
Regista: Tracy Gamble.
Attori: John Ritter, Katey Sagal, Kaley Cuoco, Amy Davidson, Martin Spanjers, James Garner, David Spade.
Anno: 2002-2005.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.



martedì 9 febbraio 2021

Mary e il fiore della strega - Hiromasa Yonebayashi

Era inevitabile che mi guardassi Mary e il fiore della strega, il primo film dello Studio Ponoc, studio d’animazione in cui sono confluiti alcuni degli animatori dello Studio Ghibli (e che probabilmente vorrebbe raccoglierne l’eredità).
Tra questi, anche Hiromasa Yonebayashi, già regista di Arrietty e Quando c'era Marnie, e già animatore di Principessa MononokeLa città incantataIl castello errante di Howl, Ponyo sulla scogliera di Miyazaki senior, nonché de I racconti di Terramare, di Miyazaki junior.
Insomma, il curriculum ce l’ha, e la qualità pure.

Tuttavia, occorre dire che tra i film di Miyazaki e i due da lui precedentemente diretti, pur se discreti, vi erano non uno ma differenti livelli di differenza; non tanto nell’animazione, ottima sia in Arrietty sia in Quando c'era Marnie, e nemmeno nella sceneggiatura, in ambo i casi presa da libri di successo, quanto nell’atmosfera e nell’energia di fondo delle opere, meno epica, profonda, importante, e più melensa, soprattutto in Quando c'era Marnie.
Vediamo come è andata con Mary e il fiore della strega.

Non benissimo, lo dico subito, e il problema dei due precedenti film si ripropone anche qui. Purtroppo non siamo nella tecnica, che è una questione in cui è facile imparare, ma nella sensibilità artistica, e qua è più difficile intervenire.

Ma prima sintetizziamo a grandi linee la trama di Mary e il fiore della strega: dopo un’introduzione che costituisce un antefatto che diverrà chiaro in seguito, seguiamo la protagonista Mary Smith, una bambina con i capelli rossi che trascorre le vacanze con la prozia in una bella tenuta di campagna. Qui conosce subito il bambino Peter, e i suoi due gattini Tib e Gib, coppia di maschio e femmina. Il primo, in particolare, diverrà una sorta di assistente di Mary, che diventa una specie di strega pro-tempore per via di alcuni fiori viola che ha trovato nel bosco e che per l’appunto trasmettono poteri magici.
Così, le finisce in mano una scopa magica, che la porta in una scuola di magia, dove conosce la preside Madama Mumblechook, nonché il Dottor Doe, che si occupa di esperimenti magici su animali. Sembra tutto bello, ma lo è meno di quanto appaia…

Cominciamo a parlare del film dal punto di vista estetico: è favoloso; fondali e animazione sono eccellenti, e per l’appunto si è sull’eccellenza del settore, Ghibli o Ponoc che sia. Davvero il film merita di esser visto solo per questo, e si conquista una valutazione decente soprattutto per questo.
I personaggi invece son tutti trascurabili e caratterizzati malino, con l’eccezione della protagonista, molto bella a vedersi, anche se essa stessa caratterizzata non particolarmente bene.

Il film ha due grossi problemi di fondo: il primo è che non ha mordente; gli manca proprio la profondità tipica dei lavori di Miyazaki, sia quelli più grandiosi ed epici come Nausicaa o Laputa, sia quelli più teneri e intimisti come Totoro o Kiki - Consegne a domicilio.
E, a proposito di Kiki, ma non solo di Kiki, impossibile non notare svariate, troppe somiglianze con i famosi film dello Studio Ghibli, talmente tante e talmente palesi da chiedersi cosa sia venuto in testa ai creatori di Mary e il fiore della strega. Forse intendevano tessere un’estesa rete di omaggi ai suddetti film, ma il risultato finale è un coacervo di elementi presi dalle opere dello Studio Ghibli… tanto che l’ipotesi alternativa è che abbiano tentato di costruire un “successo a tavolino” prendendo elementi “di successo” a destra e a sinistra.

Ecco un elenco probabilmente incompleto:
- la scena iniziale del film ricorda le battaglie aeree magiche de Il castello errante di Howl,
- abbiamo una ragazzina strega, come in Kiki - Consegne a domicilio,
- la suddetta ragazzina strega è accompagnata da un gattino nero, come in Kiki,
- la casa della protagonista come stile ricorda molto quella di Arrietty (e non sorprende dato che il regista è lo stesso),
- la protagonista segue un animale misterioso lungo sentieri misteriosi nel bosco, come in Totoro,
- c’è un personaggio protagonista che fa consegne a domicilio, come in Kiki (in Mary però non è il protagonista, ma un coprotagonista),
- volando in alto si arriva in una terra volante misteriosa tra le nuvole, come in Laputa - Castello nel cielo,
- la protagonista cavalca un cervo (tipo lo stambecco di Mononoke),
- topos dello Studio Ghibli: c’è un ragazzino/a che salva un altro ragazzino/a (Laputa, Kiki, Howl, Ponyo, La città incantata, ma anche Conan, il ragazzo del futuro),
- altro topos tipico: l’uso distorto di tecnologia o magia,
- altro ancora: è sbagliato manipolare la natura, che alla fine si ribella e vince,
Come se non bastassero i riferimenti allo Studio Ghibli, abbiamo una scuola per maghi e streghe come in Harry Potter. Davvero troppo e davvero troppo evidente, specialmente contando che tutto ciò si accompagna ad una sceneggiatura un po’ carente.
Insomma, davvero un peccato che tale eccellente lavoro a livello di animazione sia stato effettuato per un’opera non altrettanto notevole anche nella narrazione, la quale così guadagna una valutazione sufficiente e poco più, ma nient’affatto entusiastica.

Detto ciò, vi lascio con una frase interessante tratta dal film:
“Ci rivedremo dopo.
Il sole tramonta e la luna sorge, e la luna tramonta e il sole sorge.”

Fosco Del Nero 



Titolo: Mary e il fiore della strega (Mary to majo no hana).
Genere: animazione, anime, fantasy.
Regista: Hiromasa Yonebayashi.
Anno: 2018.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 3 febbraio 2021

Quasi famosi - Cameron Crowe

Di base la trama di Quasi famosi non mi avrebbe interessato: un adolescente che s’infiltra nel mondo del rock per fare interviste e conoscere gruppi musicali, produttori, groupie e via discorrendo. 
Tuttavia, a fare il film c’era Cameron Crowe, che ho apprezzato, quando molto e quando discretamente, in ogni suo film visto: Jerry Maguire, Vanilla sky ed Elizabethtown; ho dunque pensato di vedermi anche Quasi famosi, che alcuni indicavano come il suo miglior film e che ha ottenuto ottimi riscontri sia dal pubblico che dalla critica.

Non sapevo tuttavia che esistessero due versioni del film: una lunga di 2 ore e 40 e una “corta” di sole 2 ore; sono capitato per caso sulla prima, che ho poi scoperto avere un doppiaggio differente dalla seconda, e a quanto ho letto in rete molto peggiore.
Ad ogni modo, il doppiaggio della seconda non l’ho sentito, per cui nella recensione mi baserò sulla versione da 160 minuti.

Iniziamo con un commento proprio sulla durata: 160 minuti sono tanti, anche per un film ben fatto, e probabilmente la versione da 120 fila meglio come scorrevolezza. Tuttavia, non ho patito tale durata, segno del fatto che il film è un film di buon valore.

Ecco la trama sommaria di Quasi famosi: siamo nel 1973, e il giovanissimo William Miller (Patrick Fugit) intraprende quasi per gioco una carriera come giornalista musicale, a dispetto dei desideri della madre (Frances McDormand; Fargo, Burn after reading), che odia il rock e tutto ciò che gli gira intorno (droga, sesso, alcol, etc). Gli viene commissionato il lavoro di recensire un’esibizione dei Black Sabbath, e in questa occasione conosce prima Penny Lane (Kate Hudson; La ragazza del mio migliore amico, Tu, io e Dupree, Nine) e poi il gruppo in ascesa dei Stillwater, i cui membri più rappresentativi sono Russell (Billy Crudup; Big fish, Innocenza infranta, Watchman) e Jeff (Jason Lee; Dogma, Cose da maschi, My name is Earl).
Il giovane li accompagnerà in giro nella loro tournée negli USA, tra pullman e aereo, vedendo molte cose e imparandone altrettante.
Tra gli altri attori presenti, da citare le piccole parti di Zooey Deschanel, Philip Seymour Hoffman e Anna Paquin.

Quasi famosi non ha contenuti musicali eccessivi, e per fortuna direi, ma si concentra sul mondo del rock, o almeno su come lo vede e lo vive il protagonista William; ne viene fuori che le persone del mondo del rock hanno gli stessi identici problemi delle altre: relazioni personali, relazioni sentimentali, autostima, successo, denaro, paura, etc. Magari giusto qualche problema in più con le droghe e con l’alcol.

Il film tuttavia non commette nemmeno l’errore di prendere il tutto troppo sul serio, ma viaggia in modo disincantato e leggero lungo tutte le due ore e passa della sua durata.

Terminato con Quasi famosi, e anche in questo caso con esito positivo, di Cameron Crowe mi vedrò anche La mia vita è uno zoo e Sotto il cielo delle Hawaii.

Per ora, chiudo la recensione del film con alcune citazioni tratte da esso.

“Io lo dico sempre alle ragazze: non prendetela sul serio.
Se non la prendete sul serio, non potere soffrire. E se non soffrite, vi divertirete sempre.”

“Un tempo ero capace di sentire i suoni del mondo… ogni cosa: tutto mi sembrava musica.”

“Secondo la tesi di Carl Jung, tutti abbiamo un sesto senso: l’intuito.”

“A conti fatti, direi che la maggior parte delle cazzate del mondo nasce dal cervello, e non dall’istinto: il mio scopo è cercare di far tacere il mio cervello.”

“Prenditi una vacanza da te stesso.”

Fosco Del Nero 



Titolo: Quasi famosi (Almost famous).
Genere: commedia, musicale.
Regista: Cameron Crowe.
Attori: Patrick Fugit, Kate Hudson, Billy Crudup, Frances McDormand, Jason Lee,  Zooey Deschanel, Bijou Phillips, Rainn Wilson, Noah Taylor, Michael Angarano, Philip Seymour Hoffman, William Mapother,
Anno: 2000.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

martedì 2 febbraio 2021

Jin-roh - Uomini e lupi - Hiroyuki Okiura

Jin-roh - Uomini e lupi è un film d’animazione piuttosto particolare: di genere fantascientifico-ucronico-distopico, tira in ballo tanto elementi fantastici quanto la favola di Cappuccetto rosso, oscillando tra guerra, sentimenti e politica.

Ma partiamo dai nomi che lo hanno prodotto, che per quanto mi riguarda non sono grandissimi nomi: del regista Hiroyuki Okiura ho recensito tempo fa Una lettera per Momo, film d’animazione mediocre e tendenzialmente melodrammatico e melenso.
Dello sceneggiatore Mamoru Oshii, invece, nome più famoso, ho recensito Avalon, più interessante come esperimento ma non ottimamente riuscito, ma anche i ben più notevoli Ghost in the shell e Ghost in the shell 2, per i quali soprattutto è noto, oltre che per una lunga serie di episodi di tante serie animate giapponesi (Yattaman, Calendar Men, I predatori del tempo, Lamù la ragazza dello spazio, etc).

Globalmente parlando, siamo lontani dall’eccellenza dell’animazione nipponica, sarebbe a dire Miyazaki e Studio Ghibli, ma anche registi più giovani come Mamoru Hosoda e Makoto Shinkai (specie il primo dei due).

Andiamo alla trama di Jin-roh - Uomini e lupi: siamo nel Giappone degli anni “60, ma in una realtà parallela (ucronia) in cui la Germania ha vinto la Seconda Guerra Mondiale ed esercita una forte influenza sul Giappone, cosa visibile anche in una società molto militarizzata, politicizzata e iper-controllata (distopia). 
Nonostante ciò, il popolo protesta ed è vicino ad una rivolta: oltre alla polizia normale, c’è anche la DIME, una divisione speciale addetta alla pubblica sicurezza metropolitana, specializzata in anti-sommosse e in caccia ai ribelli della Setta, considerati terroristi… laddove naturalmente questi ultimi considerano terroristi e assassini le milizie regolari, mentre loro sarebbero i buoni partigiani.
Il film segue due personaggi: il primo è Fuse, membro della DIME che entrerà in crisi dopo non essere riuscito a sparare a una bambina-partigiana-terrorista che stava per far esplodere una bomba suicida; l’altro è Kai, la sorella maggiore della bambina suicida, con la quale il ragazzo avvierà una relazione complicata e per certi versi imprevedibile, fatta di affetto da un lato e di doppi giochi dall’altro.
Il tutto immerso in un dramma umano, sociale e politico piuttosto intenso e pesante…

… il che è ciò che mi ha reso altrettanto pesante e noiosa la visione di Jin-roh - Uomini e lupi: purtroppo, quando gli autori si perdono dietro emotività e melodrammi al fine di confezionare prodotti ad alto tasso emotivo-sentimentale, i prodotti in questione risultano sempre di scarsa qualità, per quanto, come in questo caso, sostenuti da una grafica di buon valore e da una sceneggiatura originale.

Non migliora la situazione il fatto che la trama del film sia affiancata a quella di Cappuccetto Rosso, o quantomeno ad alcuni suoi episodi: il film rimane pesante e melodrammatico, e anzi i richiami fiabeschi non fanno che sottolineare il tentativo di melodrammatizzazione del tutto. 

In conclusione, Jin-roh - Uomini e lupi è un film d’animazione che non ho gradito affatto e che lascio ad altre platee che non la mia. 
E, questo punto, anche il nome di Hiroyuki Okiura verrà messi in disparte. 

Fosco Del Nero



Titolo: Jin-ro - Uomini e lupi (Jinro).
Genere: animazione, anime, fantascienza, drammatico.
Regista: Hiroyuki Okiura.
Anno: 1999.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.



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