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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

mercoledì 25 marzo 2020

Dick Tracy - Warren Beatty

Mi ricordo che quando ero ragazzino e andavo a trovare mia nonna, ogni tanto tiravo fuori dei vecchi fumetti che stavano a casa sua, immagino comprati per mia madre e mio zio quando erano ragazzi.
Tra di essi, c’era un fumetto di Dick Tracy, che mi aveva sempre colpito per gli strani personaggi che lo popolavano.

Oggi torno un po’ ragazzino recensendo il film Dick Tracy, girato da Warren Beatty nel 1990.

Un po’ di storia: il personaggio di Dick Tracy è nato nel 1931 e ha avuto una vita lunghissima con le sue strisce di fumetti e tutti gli extra che ha prodotto, come i quattro film realizzati tra il 1937 e il 1941, la serie televisiva degli anni 1950-51 o questo stesso film del 1990… con le strisce del fumetto che sono andate avanti imperterrite per decenni.
Il personaggio centrale del fumetto era per l’appunto Dick Tracy, un poliziotto tutto d’un pezzo, incorruttibile e fedele a un’unica donna, alle prese con gangster tanto violenti quanto bizzarri.

Il film di Warren Beatty, che fa da regista, attore e produttore, propone per l’ennesima volta il personaggio in questione, e lo fa in grande stile, a cominciare da un cast letteralmente di lusso: abbiamo, tra i vari attori, Warren Beatty (Shampoo), Al Pacino (L’avvocato del diavolo), Madonna (Evita... e già il titolo diceva tutto), Dustin Hoffman (Tootsie), Mandy Patinkin (La storia fantastica), Dick Van Dyke (Mary Poppins), Kathy Bates (Misery deve morire), oltre ad altri attori di buona fama.

Il cast non è però la cosa più grandiosa del film, che si distingue per una scenografia davvero molto bella, misto tra disegni e riprese cinematografiche; in questo senso, il fumetto è davvero ben rappresentato, con visioni ampie e colori vivaci. Non a caso, il film vinse l’Oscar per la scenografia nel 1991, nonché per il trucco e per la miglior canzone, e si guadagnò anche delle nomination per la fotografia, il sonoro, i costumi e il miglior attore non protagonista, ossia Al Pacino, che in ciò rubò la scena a tutti, compresi i “buoni” Warren Beatty e Madonna.

Ma ecco la trama sintetica di Dick Tracy: siamo negli anni “30, quando un bambino senzatetto, chiamato genericamente “ragazzo”, assiste a un massacro tra gangster, realizzato dai sicari Zucca Piatta e Grilletto per volontà del mafioso Big Boy.
Tracy, indagando sul caso, prima incontra il bambino, poi lo adotta insieme alla fidanzata Tess Cuorsincero, dopo ancora conosce la conturbante Mozzafiato Mahoney, donna di Big Boy e cantante nel Club Ritz, e infine cerca di sgominare da solo tutto il crimine della città, pur tra fortune alterne.

Il film ha bellezza visiva, ritmo, originalità e molti spunti extra, come canzoni o gag varie.
A proposito di canzoni, impossibile non rapportare Mozzafiato Mahoney alla mitica Jessica Rabbit, ugualmente cantante conturbante di un film mezzo recitato e mezzo animato, Chi ha incastrato Roger Rabbit?: non è di sicuro un caso che Dick Tracy lo segua di appena due anni e che per certi versi lo ricordi… anche se il film, come ambientazione, ricorda più una via di mezzo tra Gotham City e Sin City, due storie successive che certamente hanno preso spunto da Dick Tracy quantomeno a livello di atmosfera.

Quell’Oscar non fu certamente il solo premio vinto dal film di Warren Beatty, che spopolò anche tra Golden Globe, Saturn Award, Bafta ed altro ancora, segnalandosi come film notevole in molti sensi… di cui la storia si è un po’ dimenticata, devo dire, tanto che nessuno me lo ha mai consigliato, a voce o per iscritto, e che ci sono arrivato per caso per conto mio.

Poco male, ora la recensione di Dick Tracy è su Cinema e film, e chi ci arriverà troverà questo consiglio.

Fosco Del Nero



Titolo: Dick Tracy (Dick Tracy).
Genere: azione, thriller, sentimentale.
Regista: Warren Beatty.
Attori: Warren Beatty, Madonna, Al Pacino, Glenne Headly, Charlie Korsmo, Dustin Hoffman, William Forsythe, Charles Durning, Paul Sorvino, Mandy Patinkin, Dick Van Dyke, Kathy Bates.
Anno: 1990.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.


martedì 24 marzo 2020

Prendi il mondo e vai - Touch - Hiroko Tokita

Tempo fa ho avevo visto e recensito il manga Touch, il fumetto che ha dato larga fama a Mitsuru Adachi, tanto in Giappone quanto nel mondo occidentale.
Nel mentre, peraltro, mi ero letto altri fumetti del mangaka giapponese, tra cui Rough, Miyuki, Slow step, Misora per sempre (i primi due i migliori, Miyuki via di mezzo, e gli ultimi due i peggiori… ma comunque al di sopra della sufficienza).

Non pago di questo scavo nel passato, son andato a vedermi anche Prendi il mondo e vai, la serie animata tratta da Touch, che quando ero bambino veniva trasmessa su Italia 1 ma che ai tempi avevo snobbato in quanto cartone “moscio”.

In realtà, non era affatto moscio, ma semplicemente introspettivo, delicato e sensibile, molto lontano dalle rotte tipiche di quel periodo: robot, azione, magia, drammi e sentimenti, etc (al tempo i miei preferiti erano Ken il guerriero, Holly e Benji, Ranma, Maison IkkokuÈ quasi magia, Johnny e Flo, la piccola Robinson, mentre i robottoni spaziali non mi hanno mai attirato).
Ci ho messo un po’ di tempo per rivalutare Prendi il mondo e vai, ma tutto è bene quel che finisce bene.

La serie animata segue passo passo il fumetto, pur permettendosi qualche leggera deviazione, e propone in ben 101 episodi l’epopea di Tatsuya, Katsuya e Minami… per l’occasione trasformati in Tom, Kim e Minami, in omaggio alla barbara usanza di allora di rendere italiani o inglesi gli originali nomi giapponesi: a tal riguardo, grida ancora vendetta il trio Kyosuke-Madoka-Hikaru trasformato in Johhny-Sabina-Tinetta.
Anzi, nel caso di Touch, il cui titolo dell’opera è stato ugualmente banalizzato in Prendi il mondo e vai, si è mantenuto qualcosa dei nomi originali: Minami è rimasta Minami, mentre i due maschietti hanno mantenuti le iniziali, ch'erano presenti graficamente nell’opera su magliette e cappellini.

Altra pessima abitudine nostrana di quei tempi: rifare le sigle dei cartoni, sovente modificando di molto l’energia originaria di sigla e opera. Nel caso di Touch, la sigla italiana, cantata da Cristina D’Avena, non è nemmeno malaccio, ma scompare letteralmente rispetto alle sigle giapponesi, che peraltro erano non una ma cinque: se l’ultima era un po’ moscia (quella sì), le prime quattro, che si davano il cambio man mano che gli episodi procedevano, erano davvero belle e toniche; iniziare con quelle o con la canzonetta melodica e sentimentaloide di Cristina D’Avena non è affatto la stessa cosa.

Per il resto, l’anime mantiene abbastanza inalterato lo spirito contemplativo e introspettivo del fumetto originario, pur non riuscendo a trasferirlo interamente su schermo.
Per quanto il “trasferimento” non sia stato perfetto, e nonostante un doppiaggio alle prese con evidenti limiti e gestione fai da te, poco professionale, il risultato finale è in ogni caso godibile, e non si tarderà ad affezionarsi ai vari personaggi: il trio protagonista, ma anche i loro genitori, i compagni di scuola e di squadra, e via discorrendo, compresi i cani parlanti della famiglia di Kim e Tom. 

Non esito anzi a dire che da Touch ai prodotti d’intrattenimento medi odierni per il mondo infantile si sono fatti parecchi passi indietro, e non pochi.
Fa nulla: come si è scesi, così si risalirà.

Fosco Del Nero



Titolo: Prendi il mondo e vai - Touch (Touch).
Genere: anime, sportivo, commedia, sentimentale.
Regista: Hiroko Tokita.
Anno: 1999.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 18 marzo 2020

Il professor Cenerentolo - Leonardo Pieraccioni

Con Il professor Cenerentolo ho terminato di vedere gli ultimi tre film di Leonardo Pieraccioni, regista che adoravo anni fa per i suoi film divertenti, ironici, poco volgari e originali, ma che poi è andato scemando in ogni senso: qualità dei film, originalità, incassi al cinema, gradimento del pubblico.
Lo avevo così messo da parte, salvo poi ripescarlo da poco per “vedere che fine aveva fatto”.

Finalmente la felicità mi era sembrato poco men che sufficiente, mentre Un fantastico via vai persino meno che mediocre, confermando in pieno il trend che avevo constatato dai suoi primi ottimi lavori, passando per quelli buoni di mezzo, poi quelli decenti, e infine questi ultimi insufficienti.
Temevo dunque quel che avrei trovato ne Il professor Cenerentolo… ma per fortuna è andato meno peggio del previsto, per quanto non si sia per nulla tornati ai livelli dei lavori migliori del regista toscano, il quale, pur rimanendo simpatico e divertente a tratti, pur proponendo sempre scenari naturali assai belli, manifesta una carenza di idee preoccupante (e si sarà preoccupato anche lui, credo).

Ecco la trama de Il professor Cenerentolo: Umberto Massaciuccoli (Leonardo Pieraccioni) sta in carcere per via di una tentata rapina in banca, fallita miseramente. Di professione egli era ingegnere, e per via del suo livello culturale in carcere è chiamato “Professore”: con questo abbiamo la metà del titolo del film.
L’altra metà deriva dal fatto che, a una proiezione di un film diretto dallo stesso Umberto e con protagonisti i personaggi del carcere, galeotti, guardie e direttore (Flavio Insinna), l’uomo conosce la bella Morgana (Laura Chiatti), che lo scambia per un educatore e che sembra interessata a frequentarlo. Umberto inizia dunque a trovare dei modi per vedere la donna, salvo poi dover rientrare in carcere tutti i giorni entro mezzanotte: ecco l'altra metà del titolo del film, una Cenerentola versione maschile, moderna e carcerata.
Il film ha svariati altri personaggi, tra i quali si evidenziano quello di Arnaldo (Davide Marotta) e quello di Sveva (Lorena Cesarini), entrambi a loro modo vivaci e particolari.

Ormai lo si sa: i film di Pieraccioni seguono lo stesso canovaccio, o perché il regista non è in grado di proporre qualcos’altro o perché semplicemente sta a posto con questo: c’è un uomo tutto sommato normale, di medio aspetto e media cultura, che incontra in qualche  modo una donna super bella con cui inizia una relazione.
L’unico film che si è sottratto a questo schema è stato Un fantastico via vai, nettamente il peggior film di Pieraccioni (a meno che non sia peggio di esso I laureati, il suo primo film, l’unico che non ho mai visto, ma non credo), il quale non a caso è tornato presto al suo canovaccio solito.

Per assicurare varietà a uno schema ben noto e prevedibile, di volta in volta subentrano attori differenti, o cambiano le location, e ovviamente cambiano lavori e situazioni e gag.
Stavolta la bella di turno è Laura Chiatti, che fa bene la sua parte, le spalle comiche sono Davide Marotta e Flavio Insinna, più la prima che non la seconda, e lo scenario naturale è quello del sud del Lazio, tra Ventotene, Formia e Gaeta.
Nel film è presente inoltre una parte drammatica, data dal passato di Umberto: l’ex moglie che si risposa e la figlia che si vergogna di lui e non vuole più andarlo a trovare in carcere; parte comunque piccola e trascurabile, che anzi fa un contrasto non ben modulato con la commedia e la comicità del resto del film.

Nel complesso, Il professor Cenerentolo non è un disastro, e si segnala per qualcosa di buono; ma siamo comunque bel lontani dai fasti del giovin Pieraccioni, fasti che, di questo passo, non torneranno mai più.
A lui nel caso il compito di smentirci.

Fosco Del Nero



Titolo: Il professor Cenerentolo.
Genere: commedia, comico, sentimentale.
Regista: Leonardo Pieraccioni.
Attori: Leonardo Pieraccioni, Laura Chiatti, Davide Marotta, Sergio Friscia, Nicola Acunzo, Massimo Ceccherini, Flavio Insinna, Lorena Cesarini, Manuela Zero, Emanuela Aurizi, Lucianna De Falco.
Anno: 2015.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.


martedì 17 marzo 2020

Una storia vera - David Lynch

Da ragazzino ero un grande fan di David Lynch; non solo per la mitica serie I segreti di Twin Peaks, che al tempo fece furore e che di recente è stata bissata da una serie televisiva sequel, ma anche per i vari Dune, Mulholland driveVelluto blu… anche se in mezzo a tali produzioni ce ne sono state altre come Erasehead, Cuore selvaggio, Inland empire, troppo tendenti alla follia-non senso oppure troppo melodrammatiche per i miei gusti.
In mezzo, ma più verso la fine, c’era stato anche Una storia vera, film del 1999 assolutamente al di fuori dei canoni lynchiani, famoso più per questo che non per i suoi contenuti.

Ecco la trama sommaria di Una storia vera, film che, come recita il titolo, è basato su una storia reale: nel 1994 il 73enne Alvin Straight, che vive in una cittadina con la figlia Rose, ancora zitella perché un po’ lenta di mente, riceve via telefono una brutta notizia: suo fratello Lyle, con cui aveva litigato e con cui non parla da dieci anni, ha avuto un infarto.
L’anziano uomo (che in realtà sembra molto più anziano dei 73 anni dichiarati, tra aspetto, stampelle, problemi di vista, di salute, etc), dopo aver elaborato la notizia, decide di andare a trovare il fratello. Il problema, però, è che lui non ha la patente per via della scarsa vista (scarsa vista, ma niente occhiali, e il luogo in cui si trova ha l’aria di non aver mai sentito parlare di lenti a contatto); potrebbe cercare un passaggio, ma decide che è un viaggio che deve fare da solo, così si mette in strada guidando un tosaerba con attaccato un piccolo rimorchio.
In tutto sono circa 380 chilometri… che percorrerà in sei settimane. 

Alcune curiosità legate al film: intanto il titolo, che in inglese è un gioco di parole significante tanto “La storia di Straight”, cognome del protagonista, quanto “Una storia dritta”, con allusione al fatto che il viaggio dell’uomo è tutto dritto, pur se molto lungo, lineare tanto nei fatti quanto in senso allegorico.
L’attore principale si è suicidato un anno dopo il film, sparandosi con un fucile nel proprio ranch.
Nel film vi sono due attori storici di Twin Peaks, ossia Everett McGill e Harry Dean Stanton… entrambi piuttosto malridotti.

E ora il mio commento sul film: alcuni lo hanno visto come opera poetica, sulla bellezza della natura, del viaggio, come metafora della vita o come testimonianza dell’importanza dei rapporti familiari e umani in generale (i primi per il rapporto di parentela tra i protagonisti e i secondi per gli incontri casuali ma importanti che il personaggio principale effettua lungo il percorso). Di mio ho però un’altra sensazione: che David Lynch, spesso accusato di sapere fare solamente film contorti o inquietanti, si sia voluto togliere lo sfizio di dirigere un film normale, con una storia normale, tanto normale da essere ispirata a un fatto vero, senza incubi o fatti anomali.

Almeno, apparentemente normale, giacché in ogni personaggio di Lynch si cela un qualche turbamento psicologico che si evince con chiarezza o con un poco di sforzo nella visione. Anche i protagonisti di Una storia vera palesano disagi umani di vario tipo, come sempre con Lynch… e in questo senso ritengo suicidi e pessimi invecchiamenti un risultato di tali energie di fondo (a tal riguardo cito anche l’attrice feticcio Laura Dern, presente in molte opere del regista americano).

Insomma, di fronte a Una storia vera non grido al capolavoro come hanno fatto alcuni, e nemmeno al grande film: è un film normale, persino troppo normale, a tratti noioso e senza significato. C’è qualche bel panorama e qualche dialogo simpatico, e c’è la testardaggine del suo protagonista, ma non molto di più.
Le grandi opere di Lynch, pur nel loro essere disturbate e inquietanti, sono altre, e son le prime, dal momento ch’egli poi si è probabilmente fatto prendere troppo la mano, con evidente deterioramento della qualità nei film e della sua stessa carriera.

Fosco Del Nero



Titolo: Una storia vera (A straight story).
Genere: avventura, psicologico.
Regista: David Lynch.
Attori: Sissy Spacek, Harry Dean Stanton, Richard Farnsworth, Everett McGill, Jane Galloway.
Anno: 1999.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 11 marzo 2020

Finalmente la felicità - Leonardo Pieraccioni

Con Finalmente la felicità ho quasi terminato il ripescaggio degli ultimi tre film di Leonardo Pieraccioni, che non avevo mai visto perché, dopo Una moglie bellissima e Io & Marilyn, mi era sembrato che il regista toscano avesse imboccato la parabola discendente e quindi, pur piacendomi molto all’inizio (adoro per esempio Il pesce innamorato Ti amo in tutte le lingue del mondo), lo avevo ignorato…

… fino a che un giorno mi son chiesto “Ma che fine avrà fatto Pieraccioni”?
Ho visto che nel mentre aveva girato tre film, e ho deciso di guardarmeli, per quanto un po’ dubbioso sia per la mia sensazione iniziale, sia per le critiche non troppo lusinghiere, sia per il crollo degli incassi al botteghino. Incassi cui in realtà non bado mai molto ma che, per un regista che ha sempre celebrato storie dell’italiano normale-medio, ritenevo in questo caso affidabili come termometro.

Ho cominciato a vedere il penultimo film del lotto, ossia Un fantastico via vai, nettamente il più brutto tra tutti i film di Pieraccioni che avessi visto, e ho proseguito andando indietro di un passo, per l’appunto, con Finalmente la felicità. Il quale è esattamente il trait d’union tra i precedenti film di Pieraccioni, in discesa ma ancora decenti, e il più recente Un fantastico via vai, in cui nemmeno ho riconosciuto il buon vecchio Pieraccioni. Letteralmente: persino la voce gli era cambiata (o forse quando ha girato il film aveva mal di gola, non so).

A questo punto mi mancano da vedere solo il suo ultimo film, Il professor Cenerentolo, e il suo film d’esordio, I laureati, che curiosamente non ho mai visto. E ho la fondata certezza che sia più valido quest’ultimo, e anzi che il primo dei due sia pessimo, se la parabola discendente verrà confermata.
Sembra proprio che il regista toscano abbia perso il tocco, non so come altro dirlo.

Finalmente la felicità non è proprio un disastro, per quanto non raggiunga la sufficienza: ci sono alcune battute e alcune gag valide, molti panorami sono spettacolari, e infatti parte del film si svolge in Sardegna, ci sono un paio di personaggi interessanti, ma non convince del tutto. Intanto perché è la solita storia, quella dell’italiano normale nella cui vita capita all’improvviso una ragazza mozzafiato; in secondo luogo perché ormai Leonardo si faceva anagraficamente troppo maturo perché il già improbabile evento della bomba sexy che capita nella vita dell’uomo normale fosse credibile, data la giovane età della ragazza (infatti nel film successivo cambierà registro, dimostrando peraltro di non essere ancora in grado di farlo). Inoltre l’umorismo inizia a mostrare qualche crepa, che già si era intravista prima e che si vedrà meglio dopo.
Insomma, la parabola discendente sembra quasi inarrestabile, anche se io spero che ci possa essere un guizzo a risollevare il tutto.

Ecco in grande sintesi la trama di Finalmente la felicità: Benedetto Parisi (Leonardo Pieraccioni) è un giovane uomo che di lavoro fa il musicista. In piccolo, insegnando e suonando per conto suo, senza aver ottenuto successo.
Un bel giorno egli viene chiamato alla trasmissione televisiva C’è posta per te (bella l’idea del film dentro la trasmissione), e ivi incontra la bellissima Luna Parisi (Ariadna Romero), ragazza brasiliana che si scopre essere l'adozione a distanza segreta della mamma di Benedetto, nel mentre morta in un misterioso incidente. La giovane ci tiene a conoscere quello che considera una sorta di fratello adottivo, e i due si frequenteranno un poco tra vacanza e lavoro, fino a che…
Da citare anche i ruoli di Sandrino Terracciano (Rocco Papaleo), unica spalla comica in questo film), e di Jesus (Thyago Alves), ex fidanzato di Luna.
Piccole parti o camei per Maria de Filippi, Shel Shapiro e Massimo Ceccherini.

Il finale si sa già sin dall’inizio, il film è il solito mix tra comicità e romanticheria, ma il tutto è già visto, e certamente non basta cambiare location (da Capri alla Sardegna, etc) per confezionare un prodotto di valore. Qualcosa di buono c’è, come detto, ma siamo lontani dai fasti dei primi film di Pieraccioni.

Fosco Del Nero



Titolo: Finalmente la felicità.
Genere: comico, commedia.
Regista: Leonardo Pieraccioni.
Attori: Leonardo Pieraccioni, Ariadna Romero, Rocco Papaleo, Andrea Buscemi, Thyago Alves, Shel Shapiro, Michela Andreozzi, Maurizio Battista, Francesco Ciampi.
Anno: 2011.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 10 marzo 2020

Un fantastico via vai - Leonardo Pieraccioni

Come prima cosa, una piccola introduzione linguistica: si dice "viavai" e non "via vai", e quindi il film recensito quest'oggi avrebbe dovuto intitolarsi Un fantastico viavai, con la grafia corretta e non con quella sbagliata con cui è stato pubblicizzato.

Veniamo ora a noi: i film di Leonardo Pieraccioni mi son sempre piaciuti: da Il ciclone in poi (dico da Il ciclone perché non ho mai visto I laureati, che comunque per fama positiva penso di poter aggiungere al gruppo) il regista toscano ha sempre prodotto film di buon valore, ironici, leggeri e dissacranti, e a loro modo rappresentativi dei tempi.
Questo, almeno, fino a Ti amo in tutte le lingue del mondo; dopo di esso, son seguiti due film decenti ma non imperdibili, ossia Una moglie bellissima e Io & Marilyn.
Dopo di essi, ho praticamente smesso di seguire Pieraccioni, salvo decidere adesso di ridargli una chance, nonostante fama, incassi e gradimento nettamente in calo (in particolare, gli esiti al botteghino sono in discesa libera).
Avevo così pensato di vedermi tutti e tre i film mancanti, ossia Finalmente la felicità, Un fantastico via vai e Il professor Cenerentolo, anche se la visione del secondo dei tre mi sta già facendo vacillare nella mia decisione.

Difatti, Un fantastico via vai è in assoluto il più brutto dei film di Pieraccioni che ho visto, e per distanza.
Non c’è nemmeno da discutere su battute, gag, situazioni e personaggi: pare semplicemente che il regista abbia perso il tocco, o banalmente che sia terminata l’ispirazione, o ancor più banalmente che sia invecchiato dentro ancora prima che fuori (elemento il quale peraltro è il perno centrale del film).
Tra l’altro, gli è cambiata parecchio la voce, cosa strana.

Ma andiamo alla trama sommaria di Un fantastico via vai: Arnaldo Nardi (Leonardo Pieraccioni), un banchiere di 45 anni, è in crisi con la moglie Anita (Serena Autieri), che, sospettando un suo tradimento, in realtà inesistente, gli intima di non presentarsi più a casa. L’uomo, pur innocente, decide di dar seguito all’invito di sua moglie e si cerca una camera in affitto presso un appartamento di studenti: in assenza di concorrenti di livello umano, verrà preso proprio lui, per quanto un po’ anzianotto.
Egli così conoscerà Camilla, Anna, Marco ed Edoardo, ed entrerà a far parte delle loro vite, tra gravidanze, studi, ambizioni, relazioni personali, etc.
Da citare anche i personaggi dei due colleghi di Arnaldo, Esposito e Giovannelli, interpretati dai comici Marco Marzocca e Maurizio Battista
Piccole parti inoltre per Giorgio Panariello e per Massimo Ceccherini, vecchi compagni di riprese di Pieraccioni.

In buona parte abbiamo molti topos di Pieraccioni: una coppia in crisi, degli amici mezzo fuori di testa, un gruppo di giovani, battute e gag varie, la voce fuori campo del protagonista…
… eppure manca la verve e la freschezza delle origini e dei successi di Pieraccioni. Anzi, si riesce nell’impresa di rendere poco divertenti pure le due spalle prese da Zelig, nonché di essere pacchiani e banali molto spesso.
Forse mi guarderò anche gli altri due film recenti, ma non ho buone sensazioni.

Fosco Del Nero



Titolo: Un fantastico via vai.
Genere: comico, commedia.
Regista: Leonardo Pieraccioni.
Attori: Leonardo Pieraccioni, Serena Autieri, Maurizio Battista, Marco Marzocca, Marianna Di Martino, Chiara Mastalli, Giuseppe Maggio, David Sef, Alice Bellagamba, Massimo Ceccherini, Giorgio Panariello.
Anno: 2013.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 4 marzo 2020

Tekkonkinkreet - Soli contro tutti - Michael Arias

Tekkonkinkreet - Soli contro tutti è stata una vera sorpresa, ed è stata una sorpresa che ho dovuto fermare e riavviare a un certo punto per poterla inquadrare appieno.
Partiamo dalle premesse: il film, del 2006, è un anime, ossia un film d’animazione giapponese, ma non è diretto da un giapponese, bensì da uno statunitense, per quanto giapponese d’adozione, Michael Arias (uno dei produttori di Animatrix, qua al debutto come regista), ed è a sua volta basato sull’omonimo manga disegnato da Taiyo Matsumoto.

Tekkonkinkreet - Soli contro tutti si fa subito notare per due elementi, che creano uno strano contrasto tra di loro: il primo è un tipo d’animazione e di caratterizzazione visiva dei personaggi molto stilizzato e minimalista, quasi pacchiano, ma voluto, mentre il secondo è la straordinaria precisione e definizione dei fondali. Fondali e scenografia sono a dir poco impressionanti, e ben testimoniano il livello eccellente raggiunto dall’animazione odierna (e, anzi, il film ha qualche anno sulle spalle).
Il grande dettaglio dell’animazione va a braccetto con l’esplosione di colori che il film regala allo spettatore, tanto negli sfondi di ambientazione quanto nelle sequenze astrarre e acquarellate in cui  vengono descritti sogni e immaginazioni dei protagonisti.
In tutto ciò, si nota con chiarezza l’alto budget di cui ha goduto la produzione.

Passiamo ora alla trama di Tekkonkinkreet, che però, lo dico subito, non è la cosa più importante del film, ma funge solo da cornice: nella babilonica Takaramachi (infatti Babilonia è citata, come il suo sovrano Nabucodonosor), la “Città-tesoro”, vivono due bambini orfani, Nero e Bianco, i quali sono soprannominati Gatti. I due sono dei bulletti piccoli ma innaturalmente agili e forti, che amano la “loro città” e ne vogliono preservare l’equilibrio.
Tale equilibrio rischia di essere compromesso da due apparizioni: la prima è quella del vecchio yakuza detto Topo; la seconda è quella del losco faccendiere chiamato Serpente. Le varie parti in causa metteranno in campo la loro forza, e letteralmente, tanto che risse, violenza, sparatorie e uccisioni sono apparentemente il piatto principale di Tekkonkinkreet - Soli contro tutti.

Apparentemente, per l’appunto, perché il film ha in realtà un significato simbolico, e anzi è pregno di simbolismi visivi, tanti che senza dubbio qualcuno mi sarà sfuggito nel marasma di disegni, dettagli e colori.

La “Città-tesoro” è un posto sovra-temporale, su cui infatti aleggia un’aria di indefinitezza e di irrealtà: in essa alcune cose sembrano iper-tecnologiche e futuristiche (statue che si muovono, edifici innovativi, androidi), mentre altre hanno uno stile retrò, forse da anni “60 (le automobili, ad esempio).
La città oltre ad essere fuori dal tempo sembra anche fuori dallo spazio, nel suo non essere solo città giapponese, ma anche indiana e occidentale. Accanto ai disegni dei draghi stanno statue di Ganesh, e accanto agli yakuza giapponesi stanno uomini d’affari occidentali. Babilonia viene citata non a caso.
Ma il centro del film non è nemmeno questo.

L’essenza di Tekkonkinkreet è l’equilibrio degli opposti e la lotta interiore: i bambini Bianco e Nero sono compagni come il bianco (yang) e il nero (yin) sono i due elementi del Tao, simbolo che infatti compare spesso nell’animazione, tra disegni sulle pareti e magliette. Il primo è luce solare, il secondo oscurità (cosa espressa con pienezza a fine film), il primo è energia attiva e maschile e il secondo è energia ricettiva e femminile, e l’uno serve all’altro, con i due opposti che non vanno mai scissi… altrimenti si creano problemi, che il film indaga sia dal punto di vista interiore che dal punto di vista della realtà esteriore. Sottolineo peraltro che l'opera da cui è stato tratto il film è un manga intitolato proprio Black and White, ossia "bianco e nero", a sottolineare il fatto che l'elemento delle due opposte polarità è l'elemento centrale dell'opera.

Che il film abbia natura simbolica è sicuro: oltre a statue di divinità e a disegni del Tao, si vedono spesso altri simboli, l’occhio soprattutto, e in una scena si vede la mappa della Città-tesoro, che è una sorta di isola all’interno di un fiume che le scorre intorno… formando il disegno dell’Occhio di Horus.

La “città” non è dunque una città fisica, ma metaforica e interiore, ed è “tesoro” perché il tesoro va conquistato interiormente. Si parla dunque di percorso interiore e di risveglio, contrapposto all’addormentamento.

La trama del film lo suggerisce essa stessa: teoricamente i “Gatti” e il “Topo” sarebbero nemici, ma in realtà essi amano entrambi la loro vecchia città, e vorrebbero ch’essa rimanesse com’è. A spingere perché essa cambi è invece il “Serpente”, loro nemico comune, il quale vorrebbe trasformarla in un enorme parco giochi: da “città-tesoro” a “parco-giochi”, dunque, da luogo in cui si può trovare un tesoro a luogo di distrazione di massa (di assopimento e addormentamento, fuori di metafora).
Alcune frasi del film, che riporto a fine recensione, supportano tutto ciò.
Per ora mi limito a dire che il gradimento o meno di Tekkonkinkret, film d’animazione sui generis e certamente poco immediato e leggero, varierà molto a seconda dell’approccio dello spettatore.
La bellezza visiva di città e sfondi vale da sola il prezzo del biglietto. L’animazione, viceversa, potrebbe piacere o meno; io, personalmente, non l’ho gradita affatto, affezionato ad animazioni più eleganti (quali quelle di Hayao Miyazaki).
Nella trama abbiamo molta violenza, e nessun sotto-plot; anzi, non c’è nemmeno una trama principale, a dirla tutta. 
E poi abbiamo il significato metaforico di fondo, con tanto di numerosi simbolismi e varie frasi interessanti: questo interesserà a una minoranza più “attenta”.

Altri elementi interessanti: una delle prime cose che compare nel film è proprio il simbolo del Tao; uno dei due protagonisti ha una maglia col numero 96 stampato dietro, il quale simboleggia i due elementi contrapposti e capovolti; a inizio film Nero e Bianco incontrano altri due fratelli, che si chiamano invece Alba e Crepuscolo… ancora contrapposizioni, ancora inizio e fine; oltre a elementi giapponesi, indiani e occidentali, si intravedono anche moschee, a citare un’altra religione-cultura; subito dopo che si vede la mappa-Occhio di  Horus, connesso al sesto chakra, si parla di sesto senso; il numero 96 è disegnato anche sulla macchina nella quale i due bambini dormono e che usano come quartier generale; quando Bianco e Nero si separano, entrambi entrano in una fase di squilibrio, fino a che non si riuniscono... ciò che poi è il messaggio di fondo dell'opera.

Veniamo ora alle frasi estratte dal film, in ordine cronologico da quella di partenza (che già suggerisce una valenza “interiore” della storia nel suo parlare di fuoco e verità) a quella conclusiva (che riferisce dell’armonia raggiunta).

“Come è strano il fuoco: da fuori sembra così calmo e tranquillo, ma dentro è tutto potenza e distruzione.
Il fuoco nasconde qualcosa, proprio come le persone. A volte devi avvicinarti se vuoi scoprire che cosa c’è dentro. A volte devi bruciarti se vuoi scoprire qual è la verità.”

“Cerca almeno di credere nell’amore.
L’amore nella vita è tutto.”

Bianco a Nero:
“La notte è triste.
Io penso che la notte mi faccia sentire così triste perché il buio mi fa pensare alla morte”.

Nero a Bianco: 
“Non preoccuparti: nessuno ci separerà mai" (subito dopo si vede un arcobaleno: ancora colori e ancora elementi immortali e inseparabili).

“La vita non si sceglie; è lei che sceglie te.”

“Sii felice.
Sii felice.”

“Se parli male degli altri poi ti si secca il cuore.”

“Stai dormendo?”

“Quando facciamo del male a qualcuno, io chiedo scusa a Dio.”

“Noi seguiamo i suoi progetti.
Io obbedisco solo a lui.
Che il Signore sia sempre con noi.”

Un tipo chiede a un altro: “Hai visto Nero?”.
L’altro risponde: “È incollato a Bianco, non si stacca da lui”.

“Non avere paura.
Seguimi: ti mostrerò la strada.”

“Non farti offuscare la mente: ti condurrà alla morte.”

“Questo è un sogno?”
“È più reale della realtà.”

“Qui pianeta Terra: è l’agente Bianco.
Pronto, mi sentite?
Oggi ho mantenuto la pace su questo pianeta, passo.
Questo pianeta è in pace adesso.”

Fosco Del Nero



Titolo: Tekkonkinkreet - Soli contro tutti (Tekkon kinkuriito).
Genere: anime, azione, drammatico.
Regista: Michael Arias.
Anno: 2006.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


martedì 3 marzo 2020

Stargate - Roland Emmerich

È sempre interessante rivedere con l’occhio di vista adulto, che si spera sia adulto non solo per motivi anagrafici ma per altri e più importanti motivi, un film che si è amato durante la propria adolescenza.
Nel caso specifico, avevo quindici anni quando, nel 1994, uscì Stargate, all’epoca uno dei rari colossal di fantascienza, e all’epoca uno dei miei film preferiti.

A volte il tempo è gentile, e la bellezza del film rimane intatta, evidentemente perché non si basava su effetti speciali all’epoca sorprendenti o su una qualche moda del momento (penso ad esempio a LabyrinthGhostbustersPiramide di pauraRicomincio da capoAlienRitorno al futuro: tutti film rimasti inalterati nella loro bellezza), mentre altre volte il tempo è ingeneroso, freddo giustiziere (Robocop, per dire, oggi è inguardabile).
In altri casi ancora, invece, si sta a metà strada: il film ha un suo valore, ma non tanto quanto si pensava da ragazzini (penso a Terminator, La mummia, Il quinto elementoI Goonies).

Per Stargate vale quest’ultimo discorso.
Senza dubbio al tempo gli effetti speciali erano notevoli, ma oggi decadono a semplici e persino ingenui in certi frangenti, il ritmo è buono e sufficientemente incalzante, inoltre l’idea di fondo degli stargate è brillante, e non a caso ha dato il via a un franchise comprensivo di serie tv e serie animata, nonché seguiti di minor livello. Ancora, alcune recitazioni sono validissime…

… ma altre no, e inoltre il film palesa evidenti difetti nella sceneggiatura, che lo rendono in alcuni frangenti semplicistico (per non parlare del fatto che la cultura e il ricco pantheon di divinità egizio è ridotto al solo Ra, come se non vi fosse stato nient’altro).
Inoltre, lo stile all’americana, mezzo melodrammatico e mezzo statunitensecentrico, ogni tanto fa capolino e toglie fascino all'opera (il colonnello grand’uomo che insegna a fumare a un ragazzino indigeno; il popolo che al momento dell’addio fa il saluto militare “terrestre”; il cattivo dall’aria piuttosto efebico-omosessuale (è circondato da bambini, ragazzini e forti guerrieri muscolosi, senza nemmeno una donna in giro), etc.

Ma andiamo a vedere la trama sommaria di Stargate: la storia prende le mosse nientemeno che nell’8000 a.C., quando un alieno morente, l’ultimo della sua razza, scende sulla Terra, nel Nord Africa, e rapisce un ragazzo del cui corpo si impossessa, stabilendovisi lui e divenendo virtualmente immortale grazie a una tecnologia in grado di riparare e rinnovare tutti i corpi (tranne che il suo originario, a quanto pare, ma forse la tecnologia era fin dal principio disegnata sul corpo umano...). A quel punto, dall’alto della sua superiore tecnologia, si mostra come dio, l’egiziano Ra, e viene adorato dalla popolazione per millenni. Parte di essa viene spostata su un altro pianeta affinché lavori nell’estrazione di un metallo particolarmente prezioso per l’alieno, finché l’alieno stesso finisce per rifugiarsi su quel pianeta dopo che una rivolta dei terrestri lo costrinse a scappare.
Nel 1929 l’archeologo Robert Langford, attentamente osservato dalla figlia Catherine, scopre lo stargate terrestre, ossia l’artefatto alieno che permette di passare da un mondo a un altro dotato di uguale stargate, previa indicazione della rotta, su cui l’esercito (ovviamente l’esercito statunitense) inizia a studiare.
Arriviamo così al 1994, tempo di svolgimento della storia, in cui Catherine, ora anziana, collabora con l’esercito stesso al fine di svelare finalmente il mistero dello stargate, e magari riuscire ad utilizzarlo. A tal scopo recluta il promettente giovane studioso Daniel Jackson, che in breve tempo, grazie a conoscenza, apertura mentale, intuito e anche fortuna, riesce a venire a capo del mistero: lo stargate ora è funzionante, e viene approntata una spedizione comandata dal Colonnello Jonathan O'Neill, di cui fa parte lo stesso Jackson come esperto di lingue e simboli.
Il gruppo umano verrà a contatto con una civiltà umana arretrata, con un’altra piramide, e soprattutto con Ra in persona… ossia l’alieno ancora vivente nel corpo del ragazzetto nordafricano (e, a questo proposito, devo dire che il casting per il suddetto ragazzetto, abbinato alla voce cavernosa, è stato fantastico). 

Come facile immaginare, una simile idea aveva un potenziale quasi infinito (un po’ alla Star trek)… e infatti è un peccato che si sia finiti al solito scontro tra alieni cattivi e umani buoni, e al solito eroe americano che si mette in evidenza. Anzi, due eroi in questo caso: l’intellettuale e il militare.
Tale potenziale è stato almeno in parte esplorato durante la lunga serie televisiva, di cui vidi al tempo tanti episodi e che mi ricordo come buona (ma, d’altronde, c’era MacGyver come protagonista, per cui per il me di allora era buona per forza).
Nonostante alcune ingenuità, comunque, il film rimane un buon film.

Curiosità finale: Stargate ha un primato, quello di esser stato il primo film ad avere un sito web ufficiale.

Fosco Del Nero



Titolo: Stargate (Stargate)
Genere: fantascienza, azione.
Regista: Roland Emmerich.
Attori: Viveca Lindfors, Kurt Russell, Mili Avital, James Spader, Jaye Davidson, Alexis Cruz, Leon Rippy, John Diehl, Carlos Lauchu, Erick Avari, Gianin Loffler, French Stewart, Djimon Hounsou, Christopher John Fields.
Anno: 1994.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.