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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

mercoledì 24 aprile 2019

Inseparabili - David Cronenberg

Ho visto ormai tanti film di David Cronenberg, anche se, devo essere sincero, mi sono un po’ annoiato di guardarli, tanto che Inseparabili rischia seriamente di essere l’ultimo o uno degli ultimi.

Quando penso a Cronenberg, difatti, penso a grandi film come Existenz o Il pasto nudo, ma poi, a conti fatti, mi ritrovo ad avere davanti o i suoi vecchi film grotteschi, semi-orrorifici e semi-splatter come Il demone sotto la pelle o Videodrome (certamente film non brutti, ma spesso sanguinolenti e inquietanti), oppure i suoi nuovi film di genere fortemente drammatico e violento, come La promessa dell’assassino, A history of violence o Spider; questi ultimi film ben fatti, per carità, ma a me di Cronenberg interessava soprattutto il talento visionario tipico dei primi due film citati.

Andando a guardarmi gli anni di produzione, al massimo potrei dare una chance a M. Butterfly, che Cronenberg ha diretto tra Il pasto nudo ed Existenz, periodo di confine tra i due filoni prima descritti.

Veniamo ora a Inseparabili, il film che nella cronologia di Cronenberg precede Il pasto nudo (1988 il primo e 1991 il secondo), e nel quale recita come protagonista centrale il bravo Jeremy Irons… anche se forse dovrei dire come protagonisti centrali, al plurale, giacché il buon Irons interpreta due gemelli, ovviamente identici nell’aspetto (cambiano un poco però pettinatura, modo di parlare e soprattutto carattere).

Ecco la trama del film: Elliott e Beverly sono due gemelli identici, identici anche nello stile di vita, dal momento che entrambi sono diventati ginecologi, e di grande successo. La loro uguaglianza e il medesimo campo di competenza permette loro di scambiarsi pazienti e lavori, senza che nessuno si accorga di niente.
I due conducono praticamente due vite parallele e interdipendenti, ed arrivano anche a scambiarsi le amanti, oltre che il lavoro.
Questo fino a che Beverly, il più dole e fragile dei due, conosce un’attrice famosa, tale Claire Niveau, e se ne invaghisce, cosa che causa inevitabili problemi interpersonali… anche perché la donna gli era stata “passata” dal fratello più intraprendente: lei inizia a subodorare qualcosa e il tutto provocherà squilibri anche nel rapporto tra Elliott e Beverly.

Inseparabili è essenzialmente un film psicologico e drammatico. Ogni tanto si intravede qualcosa del più classico Cronenberg, come allucinazioni o strumenti ginecologici che sembrano più strumenti di tortura, ma di base si tratta di un film drammatico, e molto drammatico, ricco di tristezza e difficoltà psicologiche… nonostante l’abbrivio che descrive due persone brillanti e di grande successo.

Un’avvisaglia dunque del genere drammatico e violento (anche se qui la violenza è più interna che esterna) che avrebbe predominato nella parte successiva della carriera di David Cronenberg.
Il film è valido, sempre se apprezziate questo genere di emozioni-energie-svago.

Fosco Del Nero



Titolo: Inseparabili (The man with the iron fists).
Genere: drammatico, psicologico.
Regista: David Cronenberg.
Attori: Jeremy Irons, Geneviève Bujold,  Jill Hennessy, Heidi von Palleske, Barbara Gordon, Shirley Douglas, Stephen Lack.
Anno: 1988.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


martedì 23 aprile 2019

L’uomo con i pugni di ferro - RZA

Ero arrivato a L’uomo con i pugni di ferro poiché da qualche parte nel web avevo letto di una buona recitativa di Russell Crowe.
Così, incautamente, avevo inserito il film nella lista di quelli da vedere.

Probabilmente non l’avrei fatto se ne avessi conosciuto il genere (azione, combattimento, splatter), o se avessi saputo che era l’esordio alla regia nientemeno che di un rapper, tale RZA, o che il film inizia con la frase “Quentin Tarantino presenta…”.

Ora, Quentin Tarantino è un regista di valore nel suo genere, ma le sue presentazioni, così come peraltro anche i suoi film, portano sempre in posti dove scorrono sangue e violenza a fiotti.

Questo lo trovo accettabile se accanto ad essi vi sono trama interessante, personaggi con una loro profondità, e molta bellezza visiva a livello di fotografia, come ad esempio in Kill Bill… ma decisamente meno accettabile se, al contrario, la trama è ridicola, la recitazione è ridicola (e come abbiano fatto Russell Crowe e Lucy Liu a prestarsi a tale progetto mi risulta un mistero), e tutto si basa unicamente su scene di combattimento e su sangue-violenza-splatter.

A conti fatti, L’uomo con i pugni di ferro è uno dei peggiori film che abbia mai visto… e ciò nonostante sia evidente la cura messa in quelli che avrebbero dovuto essere i suoi punti di forza (combattimenti e violenza, per l’appunto).

Ecco la trama sommaria: siamo nella Cina feudale, e seguiamo la vita del fabbro Taddeus Blacksmith (il tipico fabbro dell’era feudale cinese: di razza afroamericana, col nome latino e il cognome anglofono, e che per di più è il regista RZA, che si rivela pessimo attore oltre che pessimo regista… confido che come rapper sia meglio), il quale sogna di riscattare la sua concubina dalla proprietà di Madame Blossom (Lucy Liu), la tenutaria di un affascinante bordello.
Nella storia di inseriscono da un lato il cattivo di turno, tale Silver Lion (Byron Mann), nonché il buono di turno (buono si fa per dire), l’inglese Jack Knife (un Russell Crowe davvero in pessima forma), affiancato dall’altro buono, questo locale, Zen Yi (Rick Yune), che intende vendicare la morte del padre Golden Lion ad opera del traditore Silver Lion.
Intorno ad essi, tutta una pletora di personaggi minori, ovviamente tutti combattenti, chi forte e chi meno forte.

La trama sarebbe anche abbastanza lunga e ricca di personaggi, ma alla fine della fiera è tutta una scusa per mettere in scena combattimenti e violenza, a volte anche gratuita e visivamente disturbante come nella migliore tradizione di questo genere di film, comprese braccia amputate, pance squartate, e via discorrendo.

Che altro dire di L’uomo con i pugni di ferro e di RZA?
Io vi consiglierei di evitarli entrambi… a meno che non vi piaccia proprio questo genere di cose, nel quale caso pazienza e in bocca al lupo per il prosieguo della vostra vita.

Fosco Del Nero



Titolo: L’uomo con i pugni di ferro (The man with the iron fists).
Genere: azione, combattimento, drammatico.
Regista: RZA.
Attori: Russell Crowe, Cung Le, Lucy Liu, Byron Mann, Rick Yune, David Bautista, Jamie Chung, Pam Grier, Daniel Wu.
Anno: 2012.
Voto: 3.5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 17 aprile 2019

Anomalisa - Charlie Kaufman, Duke Johnson

Anomalisa è un film difficile da valutare, per i motivi che poi vi dirò.
Per il momento, inizio a dirvi che è un film d’animazione del 2015 girato da  Charlie Kaufman e Duke Johnson con la tecnica dello stop motion.

Commento sui registi: il secondo mi è sconosciuto, mentre del primo conosco qualcosa, per quanto come sceneggiatura e non come regia: Il ladro di orchideeEssere John Malkovich, Se mi lasci ti cancello… tutti film particolari e con contenuti psicologico-interiori piuttosto marcati, tanto da sfiorare il genere esistenziale.

Regola rispettata per Anomalisa, film decisamente poco gradevole come energia di fondo, dato il suo carattere fortemente drammatico e psicologico, tanto da sfiorare la psichiatria, ma utile come contenuti, per chi si dà pena di vederli.

Partiamo dalla trama sommaria: Michael Stone è un uomo celebre e benestante, autore di successo e conferenziere motivazionale, autore del best seller “Come posso aiutarti ad aiutarli?”, giunto a Cincinnati proprio per una conferenza. 
Egli però è essenzialmente una persona triste, ben oltre il limite di soglia della solitudine e della depressione, tanto che cerca rifugio prima in una vecchia fiamma che vive in quella città, e poi in una donna appena conosciuta in albergo, Lisa Hesselman, che ha attratto la sua attenzione per via del fatto che essa è l’unica con una voce diversa da quella di tutti gli altri.
Già, perché Michael vive in un mondo in cui tutti hanno lo stesso volto, modificato solo dalla capigliatura, nonché la stessa voce: donne incluse, le quali hanno tutti la medesima voce maschile… ad eccezione di Lisa, per l’appunto. 

Che si fosse in un mondo fittizio si era notato fin dall’inizio, dal momento che tutti i visi, oltre che semi-uguali tra di loro, mostrano una linea divisoria tra parte superiore del volto e parte inferiore, ossia la mandibola… e infatti in un incubo notturno l’uomo sognerà proprio di perdere la mandibola.
Insomma, sono tutti pupazzi, tutti più o meno uguali, e Michael è egli stesso un pupazzo, per quanto se ne accorga solo inconsciamente, ed è un pupazzo che si sente talmente tanto solo da cercare di continuo distrazioni esteriori… le quali, una volta trovate dopo tanta pena, poi rivelano la loro natura illusoria, e tutto torna come prima.

A conferma di tale interpretazione psicologico-psichiatrico-diagnostica, l’hotel in cui l’uomo sta e conosce Lisa si chiama Fregoli Hotel: la sindrome di Fregoli è una malattia psicologica tanto rara quanto invadente per cui la persona mostra paranoia e delirio di persecuzione: vede tutte le persone come uguali, come fossero la stessa persona che ce l’ha con lei. Proprio come accade nella “veglia” di Michael (tutti sono uguali) e nel suo incubo (sono tutti la stessa persona e lo hanno preso di mira).

Insomma, il film ha natura psicologico-esistenziale, e oscilla tra dramma, paranoia, solitudine, depressione e vuoto interiore. 

Per curiosità, la sindrome di Fregoli deve il suo nome all’attore italiano Leopoldo Fregoli, famoso per i suoi trasformismi scenici.

Il film è tecnicamente ben realizzato, ma la valutazione su di esso non si basa soprattutto sul lato tecnico, che diviene assolutamente secondario, ma sui suoi contenuti.
Da questo punto di vista, Anomalisa è poco piacevole e un po' pesante da vedere, tanto che è probabile che non lo guarderò più.
Tuttavia, a livello di contenuti, può essere una visione valida, giacché ricorda lo stato di addormentamento e di separazione dualistica dell’essere umano… che dovrebbe condurlo non alla ricerca di distrazioni esteriori, come fa Michael, che difatti non risolve niente, ma alla ricerca della pienezza interiore, come difatti hanno indicato tutte le tradizioni spiritual-esistenzial-esoteriche della storia. 

Ultimi due appunti: Anomalisa ha ricevuto svariate nomination per premi prestigiosi.
Fuori luogo ed essenzialmente superflue le scene di nudo e di sesso semi-pornografico. 

Fosco Del Nero



Titolo: Anomalisa (Anomalisa).
Genere: animazione, drammatico, psicologico.
Regista: Charlie Kaufman, Duke Johnson.
Anno: 1976.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


martedì 16 aprile 2019

Una lettera per Momo - Hiroyuki Okiura

Sono da ormai tanti anni un appassionato di animazione giapponese, per cui non appena vengo a conoscere un titolo che ha buona fama, vado a guardarmelo.
Lo Studio Ghibli viene naturalmente al primo posto, ma un’occasione la si concede a tutti, e stavolta è toccato alla casa di animazione Production I.G, al regista Hiroyuki Okiura e al film Una lettera per Momo.

Non è Studio Ghibli, ma poco ci manca, almeno nelle intenzioni dei produttori: la protagonista ricorda la bambina de La città incantata, gli spiriti-mostri che compaiono nel film ricordano anch’essi il mondo Ghibli, e il generale tutta l’opera vorrebbe inserirsi in quel filone.

La suddetta casa di produzione, peraltro, ha collaborato con lo stesso Studio Ghibli in alcuni titoli, tra cui La città incantataIl castello errante di Howl, cosa che spiega alcune somiglianze di stile.

Il problema, detto molto semplicemente, è che l’intento non è stato raggiunto, e anzi la differenza di energia, di qualità, è enorme.
Non è un discorso tecnico, giacché l’opera è stata eseguita bene sia negli sfondi sia nell’animazione, ma è una questione di direzione dietro le quinte: è l’anima che sta dietro alla storia che è molto diversa.

Andiamo con ordine, partendo dalla trama di Una lettera per Momo (persino il nome della protagonista è preso da un’altra opera, ossia Momo di Michael Ende): Momo ha undici anni, e sta attraversando un periodo difficile. Ha da poco perso il padre, e si è appena trasferita da Tokyo all’isoletta di Shio, tra campagna e mare, dove la madre Ikuko aveva passato parte dell’infanzia per curare la sua asma.
Alle difficoltà di ambientamento si aggiunge un problema non da poco: la bambina d’improvviso inizia a intravedere quelli che sembrano degli spiriti, che poi vede man mano più chiaramente… mentre le altre persone non li vedono e non li sentono.
Tali spiriti-demoni-mostri, di chiara impronta ghibliana, sono peraltro i responsabili dei numerosi furti di frutta e ortaggi che stanno avvenendo nell’isola, e di cui invece sono incolpati dei poveri cinghiali.

I tre spiriti, di nome Iwa, Kawa e Mame, sarebbero l’elemento vivacizzante, immaginifico e scombussolante della storia, ma purtroppo non riescono ad incidere, e fanno il paio con il personaggio di Momo, davvero poco interessante e anzi un po’ troppo melodrammatico… come è piuttosto melodrammatica l’intera storia, che punta a far leva su emozioni basse come pietà e tristezza… e sta proprio qui la differenza con i film di Hayao Miyazaki: questi ultimi ispirano e veicolano forza e coraggio, mentre Una lettera per Momo punta più banalmente al coinvolgimento emotivo basso (pietà, tristezza, compassione, etc).

Il fatto che il film abbia ricevuto numerosi premi e il consenso di pubblico, anche quello italiano, mi conferma il fatto che il grosso delle persone non sa distinguere le cose della vita, che siano film o libri o altro.
O, semplicemente, ha bisogno ancora di “cibo” un po’ denso e grossolano, e in tal senso va bene così.

Per conto mio, Una lettera per Momo e il regista Hiroyuki Okiura sono promossi nella tecnica, ma bocciati nella sostanza, che poi è ciò che importa di più.

Fosco Del Nero



Titolo: Una lettera per Momo (Momo e no tegami).
Genere: anime, animazione, fantastico, commedia.
Regista: Hiroyuki Okiura.
Anno: 2011.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 10 aprile 2019

Io ballo da sola - Bernardo Bertolucci

Non avevo mai visto per intero Io ballo da sola, ma ne avevo scorto solo alcuni spezzoni di quando in quando.
Tuttavia, dopo aver visto e apprezzato molto Piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci, ho deciso di vedermi qualche altro film del regista italiano.

Io ballo da sola parte avvantaggiato, giacché comincia subito con la bellezza delle campagne toscane, di Liv Tyler e di Rachel Weisz, cui aggiungo anche la bravura di Jeremy Irons.
Nel cast anche altri nomi noti come Jason Flemyng, Joseph Fiennes e la nostrana Stefania Sandrelli.

A tale bellezza si aggiunge la bellezza della fotografia e del montaggio… ma, ahimé, il tutto rimane piuttosto vuoto e di maniera, artificiale e dallo spessore ben sottile.

Ma andiamo a vedere la trama sommaria del film: Lucy, una ragazza americana di 19 anni dalla bellezza semplice e fresca, si reca in vacanza dal padre presso una tenuta di campagna nelle colline intorno a Siena presso la quale era già stata da bambina.
In essa la giovane troverà tanti personaggi, di diversa età e di diversa estrazione: dal pittore-scultore che le fa un ritratto al drammaturgo in fin di vita, dal ragazzo di cui si era invaghita da bambina a una coppia assai vivace.
La ragazza, spensierata fuori ma triste dentro (ha appena perso la madre, tra l’altro), è alla ricerca di due cose: un uomo che le faccia perdere la verginità e il vero padre biologico, giacché quello che l’ha cresciuta non lo è.
E siccome sua madre al momento del concepimento si trovava proprio in quel casolare, è possibile che il suo vero padre sia una delle persone di quel giro, una sorta di comunità che si muove tra arte, nudismo, seduzione, vita nella natura.

E questo è anche Io ballo da sola: arte, nudismo, seduzione, paesaggi naturale.

C’è troppa mente in Io ballo da sola e poco cuore. 
Personaggi ed eventi appaiono davvero artefatti, come dipinti, e non personaggi ed eventi veri; sembra di assistere ad uno spettacolo, e in effetti è così, ma un film dovrebbe far dimenticare il fatto che si tratta di uno spettacolo… e purtroppo Io ballo da sola non ci riesce, e alla fine rimane con la bellezza proposta inizialmente, le campagne senesi e Liv Tyler, e basta.

Inoltre, che distanza tra i temi e l’energia di Piccolo Buddha, con tutto che Io ballo da sola è il film che lo segue immediatamente nella filmografia di Bertolucci.
Questo, a dire il vero, mi ha fatto riconsiderare l’eventualità di vedere altri film del regista parmense.

Beh, magari ne vedrò almeno un altro.

Fosco Del Nero



Titolo: Io ballo da sola.
Genere: commedia, sentimentale.
Regista: Bernardo Bertolucci.
Attori: Liv Tyler, Jeremy Irons, Rachel Weisz, Jean Marais, Carlo Cecchi, Stefania Sandrelli, Joan Cusack, Leonardo Treviglio, Francesco Siciliano, Roberto Zibetti, Ignazio Oliva, Sinéad Cusack, Donal McCann,  Joseph Fiennes.
Anno: 1996.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 9 aprile 2019

L’appartamento spagnolo - Cédric Klapisch

Anni fa, prima di aprire il blog, avevo visto il film di produzione franco-spagnola L’appartamento spagnolo: non me lo ricordavo di preciso ma lo avevo ancora sottomano, cosicché ho deciso di rivedermelo per decidere se valeva la pena averlo ancora sottomano.

Ecco la trama sintetica: Xavier (Romain Duris; Arsenio Lupin) è un giovane francese universitario, studente di economia, a cui un caro amico del padre promette in prospettiva futura un buon posto di lavoro, a condizione che egli sappia parlare bene lo spagnolo.

Il ragazzo, così, decide di partire per fare un Erasmus a Barcellona, proprio con l’idea di imparare per bene lo spagnolo. Non tenendo conto di due cose, tuttavia, e anzi tre: primo, da quelle parti si parla più il catalano, università compresa; secondo, la relazione con la sua fidanzata Martine (Audrey Tautou; Il favoloso mondo di Amelie, Una lunga domenica di passioni, Il codice da Vinci) risente molto della distanza; terzo, ciò che imparerà sarà soprattutto una nuova prospettiva di vita, fatta della vita in comune in un appartamento con studenti di tutta Europa, e fatta della vita cittadina e festaiola di Barcellona.
Il primo impatto con la città sarà con la coppia di francesi Jean-Michel e Anne-Sophie, che gli offriranno ospitalità in attesa di trovare una sistemazione, e il secondo impatto sarà con l’appartamento oggetto del titolo del film, in cui egli trova due inglesi, una spagnola, un italiano, un tedesco, cui si aggiungerà lui stesso e in seguito una ragazza belga.
Insomma, un fritto misto con tutte le sue peculiarità e anche le sue criticità.

L’appartamento spagnolo non è malaccio: mostra molte bellezze di Barcellona, a cominciare da Parc Guell di Gaudì fino alla Sagrada Familia, e mostra uno squarcio di esperienza universitaria all’estero, nonché la convivenza tra diverse culture, e anche i desideri e le scelte di vita, professionali e relazionali.

Tuttavia, non può certo definirsi un capolavoro, e difatti ho optato per il non averlo più sottomano.
Al tempo vidi anche il seguito Bambole russe, ma non vidi il terzo “episodio”, Rompicapo a New York, di parecchi anni seguente.

Il ricordo del secondo film tuttavia è simile al primo: non malaccio, ma niente di imperdibile, e probabilmente non è un caso che il regista Cédric Klapisch non abbia avuto una carriera di qualche rilevanza, distinguendosi anzi soprattutto per questa “trilogia”.

Se avete voglia di respirare un po’ di aria leggera, sognatrice e festaiola della vita da Erasmus, potrebbe fare al caso vostro, altrimenti non importa.

Fosco Del Nero


Titolo: L’appartamento spagnolo (L'auberge espagnole).
Genere: commedia, sentimentale.
Regista: Cédric Klapisch.
Attori: Romain Duris, Audrey Tautou, Cécile De France, Judith Godrèche, Wladimir Yordanoff, Kelly Reilly, Cristina Brondo, Federico D'Anna, Barnaby Metschurat, Christian Pagh.
Anno: 2002.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 3 aprile 2019

Il ragazzo invisibile - Gabriele Salvatores

Non sono un grande fan del cinema italiano… e come potrei, dal momento che è precipitato ad un livello qualitativo medio imbarazzante e che è clamorosamente assente proprio nelle nicchie per me più importanti e d'impatto per l'immaginario collettivo, come animazione e in fantastico…

Persino nell’unico genere in cui il cinema italiano di decenni fa aveva un valore, la commedia, è degenerato a livelli inquietanti, specie se si considera che i film prodotti in una nazione la rispecchiano come cultura e consapevolezza.

Se poi uno dei più importanti registi italiani, Gabriele Salvatores, propone un film come Il ragazzo invisibile, allora questa è la prova che possiamo solo risalire.

Andiamo subito a parlare della trama sommaria de Il ragazzo invisibile, film del 2014: siamo a Trieste, dove Michele Silenzi vive con sua madre Giovanna. Lui è un adolescente timido, impacciato e preso di mira dai bulli della scuola, tali Ivan e Brando. Lei è un commissario di polizia.
Altri protagonisti degni di nota: Stella, la ragazza di cui Michele è infatuato; lo psicologo Basili, che giunge nella scuola di Michele in seguito ad alcune sparizioni di bambini per aiutare a livello mentale i ragazzi; Andreij, un misterioso uomo non vedente.
Il titolo del film si riferisce al fatto che Michele un bel giorno scopre di possedere il dono dell’invisibilità… e di non essere l’unico ragazzino dotato di talenti di tal fatta, tanto che vi è qualcuno che si interessa ad essi per sfruttarli in qualche modo.

Bene, passo subito al dunque: la storia è davvero scontata, e peraltro prende le mosse da un elemento affatto originale; i dialoghi del film sono penosi (occorre essere sinceri); la recitazione è di bassa qualità; gli effetti speciali sono pochi e certamente non notevoli; trama e finale sono telefonati. 

Come se tali difetti non bastassero, la cosa peggiore del film è un’altra: la poca credibilità-coerenza interna. E non mi riferisco ovviamente al discorso dei poteri speciali, ma proprio alla coerenza e al buon senso. Ad esempio: abbiamo dei bulli che sparano proiettili di vernice dentro la scuola e nessuno dice niente e nessuno li sospende (già il fatto che andassero in giro con dei fucili  di discrete dimensioni avrebbe dovuto portare quantomeno al sequestro degli oggetti in questione); sempre i suddetti bulli picchiano compagni di scuola di fronte a tutti, con centinaia di testimoni, e nessuno dice niente e nessuno prende provvedimenti; abbiamo dei bulli che se la prendono proprio col figlio di un commissario di polizia, cosa alquanto stupida; superata in stupidità solo dal fatto che il suddetto figlio non dice niente al genitore commissario.

E questo senza contare la banalità del fatto che la persona divenuta invisibile procede a compiere tutte quelle azioni da luogo comune che più banali non potrebbero essere (e peraltro danno bene l’idea della cultura che c’è dietro): la vendetta contro i propri nemici (dimostrando peraltro di essere della loro stessa pasta, e questo è forse l’unico insegnamento utile del film, anche se per converso), andare a guardare le ragazze nude nello spogliatoio femminile, etc.

E non è tutto: la madre che sta cercando il figlio raccoglie i suoi vestiti da terra senza accorgersi che sono ancora caldi perché appena tolti; il ragazzino in questione va in giro sempre nudo, pure dopo che viene sorpreso nel suddetto spogliatoio femminile dopo essere improvvisamente tornato visibile… sa che gli risuccederà, eppure va di nuovo in giro nudo; senza contare scene ridicole come quella dell’asciugamano in testa o di come il giovane si fa mettere nel sacco dalla sorella bambina, o del fatto che Stella non si accorge dell’uguaglianza dell’evento dell’uomo invisibile con un telo sulla testa nello spogliatoio femminile e in camera sua.

L’unica parte bella e ben fatta del film è quella relativa al racconto flashback sui ragazzi speciali e sugli esperimenti, che poi dà il la alla seconda parte del film, tutta azione e movimento.

Globalmente parlando, Il ragazzo invisibile è un film di livello men che mediocre, triste rappresentante del livello medio del cinema italiano.
Costato abbastanza, per essere un film di nostra produzione, negli incassi non ha raggiunto i costi di produzione… cosa che però non ha scoraggiato i produttori dal programmare il suo seguito, Il ragazzo invisibile 2. Santa pazienza.

Fosco Del Nero



Titolo: Il ragazzo invisibile.
Genere: fantastico, commedia, sentimentale.
Regista: Gabriele Salvatores.
Attori: Ludovico Girardello, Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio, Christo Jivkov, Noa Zatta, Assil Kandil, Filippo Valese, Enea Barozzi.
Anno: 2014.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.


martedì 2 aprile 2019

Your name - Makoto Shinkai

Avevo già visto due film di Makoto Shinkai, regista giapponese di animazione, ed ero rimasto letteralmente impressionato per la bellezza visiva: ambientazioni spesso cittadine, ma anche tanto verde, cielo, pioggia, animazioni dei personaggi fluide e convincenti, giochi di luce incredibilmente belli.

Non avevo giudicato dei capolavori 5 centimeters per second e Il giardino delle parole, i due film in questione, per mere questioni di sceneggiatura, giacché mancava loro una profondità importante, si rimaneva su temi un po’ sentimentaloidi e banalotti, che a mio avviso abbassavano un po’ il tono del lavoro di Shinkai.

Finalmente, con Kimi no nawa - Your name, ho iniziato a vedere quella profondità e quell’originalità che mancava ai film visti in precedenza, unite alla solita bellezza dei lavori di Shinkai, e difatti il risultato finale è decisamente più notevole.

Ecco la trama sintetica di Kimi no nawa - Your name (film non ancora importato in Italia, e infatti l’ho visto in lingua originale e con i sottotitoli in inglese): siamo nel Giappone del 2010, e seguiamo la vita di  Mitsuha Miyamizu, una ragazza che vive in una piccola cittadina di montagna di Itomori, non lontano da Tokyo, e che sogna proprio Tokyo, e magari di vivere la vita di qualcun altro, visto che la sua non le piace.
Sarà accontentata, e un giorno si sveglierà nel corpo di Taki Tachibana, un ragazzo che vive e lavora proprio a Tokyo, il quale a sua volta si sveglierà nel corpo di Mitsuha.
Ma non per sempre, bensì secondo flash: vanno e vengono casualmente, ma ormai tanto spesso che i due prendono a lasciarsi l’un l’altro appunti su quello che hanno fatto, sugli impegni del giorno dopo, e ovviamente iniziano a influenzare le rispettive vite a seconda delle loro personalità.
Un giorno Taki prova a chiamare al cellulare Mitsuha (e perché non lo abbiano fatto subito è un’enorme crepa nella storia), e scopre che non risponde, e che anzi la ragazza risulta essere… non dico altro, se non che si parla di diversi livelli di esistenza.

Ho già detto che Your name è visivamente stupendo.
I due personaggi principali sono simpatici e gradevoli, ed è molto gradevole anche l’alternarsi dell’ambientazione tra la città, con le sue luci e il suo movimento, e la campagna, con il suo ritmo più lento e immerso nella natura.
La storia è fortemente fantastica e per certi versi poco credibile, e peraltro chiama in ballo non solo il trasferimento corporeo, ma anche diversi livelli temporali, comete che si schiantano sulla Terra (producendo effetti ben poco consistenti, ad occhio), e altro ancora.
Questo è forse il suo punto debole, ma chiudendo un occhio su tale fattore ne esce fuori un film che è un’esperienza visiva notevole, finalmente gradevole anche nei contenuti. 

Ma la bellezza visiva delle opere di Makoto Shinkai, a mio avviso, è un motivo sufficiente per vederli, e infatti, dopo aver già visto 5 cm per second, Il giardino delle parole e Your name (due mediometraggi e un lungometraggio), ho già in programma di vedere anche gli altri lavori da lui realizzati: Oltre le nuvole, il luogo promessoci, Viaggio verso Agartha, Someone's gaze (due lungometraggi e un corto).

E anzi, pur ognuno con le sue specificità nel campo dell’animazione, Makoto Shintai è ora uno dei miei tre registi giapponesi preferiti: il primo è ovviamente Hayao Miyazaki, e l’altro è Mamoru Hosoda.
Vedremo chi dei tre continuerà a produrre più opere belle… o se qualcuno sarà scalzato sul podio da qualcun altro.

Buona visione a chi vorrà.

Fosco Del Nero



Titolo: Your name (Kimi no nawa).
Genere: animazione, fantastico, sentimentale.
Regista: Makoto Shinkai.
Anno: 2015.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 27 marzo 2019

The holiday - L’amore non va in vacanza - Nancy Meyers

Sono arrivato a The holiday - L’amore non va in vacanza dalla filmografia di Jack Black, il vivacissimo musicista-cantante-attore statunitense, in cui si lodava il fatto che egli si sapesse disimpegnare bene anche in commedie romantiche come per l’appunto The holiday - L’amore non va in vacanza.

Film che completava il suo cast con Cameron Diaz, Kate Winslet Jude Law; le prime due a dire il vero non mi hanno mai entusiasmato (la prima, ogni volta che la vedo, mi fa pensare alla rana dalla bocca larga e la seconda è troppo legata a film e figure melodrammatiche e melense per entusiasmarmi anche solo come presenza), mentre al contrario ho sempre ritenuto Jude Law un grande attore, peraltro legato a film che ho apprezzato molto come Existenz, Sleuth - Gli insospettabili, Alfie, Gattaca - La porta dell'universo, Closer, I heart huckabees - Le strane coincidenze della vita, Sherlock Holmes
… in effetti, vi sono certi attori che la cui presenza va a coincidere in modo importante con film di valore, e senza dubbio sono attori che si scelgono molto bene i copioni cui partecipare.

Così è a quanto pare per Jude Law…
… anche se a dire il vero proprio The holiday - L’amore non va in vacanza è l’unico suo film che ho visto a non essermi piaciuto granché.

Per carità, il film è caruccio, tenero, a tratti divertente, ma essenzialmente è un film sentimentale che si sa già come finisce fin dal suo inizio, e anzi fin dalla copertina a dirla tutta, e che oscilla tra la prevedibilità assoluta e sconfortante all’improbabilità degli eventi, se cogliete l’apparente paradosso: da un lato il tutto è assai improbabile, mentre dall’altro è tutto scontato. 

Il film non è migliorato, devo dire, dai due personaggi femminili protagonisti: uno è melenso e un po’ patetico (indovinate chi lo interpreta?) e uno è nevrotico.

Ad ogni modo, ecco in grande sintesi la trama di The holiday - L’amore non va in vacanza: Amanda Woods, ricca donna di successo che vive a Los Angeles, e Iris Simpkins, giornalista inglese di cronaca rosa (anche il lavoro è melenso), hanno entrambe dei problemi, nati in ambito sentimentale: la prima vive l’ennesima separazione da un uomo che l’ha pure tradita, mentre la seconda è stata tradita in passato da quello che è rimasto come suo amico, ma di cui lei è ancora invaghita. All’improvviso, esse decideranno di fare una vacanza per allontanarsi dai loro problemi, e si scambieranno la casa per le due settimane del periodo natalizio.
Amanda dunque andrà in un borgo inglese, mentre Iris si recherà nella più vivace Los Angeles… e i due avranno a che fare anche con i rispettivi amici e/o parenti.

The holiday - L’amore non va in vacanza non è del tutto un disastro: ha qualche dialogo valido e qualche spunto divertente, ma tutto qui, per il resto è il trionfo della banalità e del sentimentalismo… e infatti è diretto da una donna, che peraltro in passato si è distinta per un paio di buoni film come Genitori in trappola e What women want - Quello che le donne vogliono.

Ma, stringi stringi, The holiday - L’amore non va in vacanza è una commedia natalizia sentimentale priva di spessore.

Fosco Del Nero



Titolo: The holiday - L’amore non va in vacanza (The holiday).
Genere: commedia, sentimentale.
Regista: Nancy Meyers.
Attori: Cameron Diaz, Kate Winslet, Jude Law, Jack Black, Eli Wallach, Rufus Sewell, Edward Burns, Shannyn Sossamon, John Krasinski.
Anno: 2006.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 26 marzo 2019

Il cigno nero - Darren Aronofsky

Da tempo mi ero segnato Il cigno nero, ma non lo avevo ancora visto dal momento che sapevo che si trattava di un film piuttosto drammatico. 
Se ho proceduto a vederlo è solo per via del regista, quel Darren Aronofsky autore di lavori di ottimo valore, come L’albero della vita o Requiem for a dream, o più in generale di film particolari come Pi greco - Il teorema del delirio o lo stesso Noah.

La particolarità dei suoi lavori, peraltro, per me riveste un doppio interesse, dal momento che spesso si finisce ai margini delle tematiche esistenziali… seppure solo ai margini, per l’appunto, e Aronofsky non si addentra veramente.

La valutazione de Il cigno nero per certi versi è facile, mentre per altri versi è meno semplice.
Partiamo da ciò che è facile: il film è realizzato ottimamente, la recitazione è superba e il montaggio è ugualmente ottimo.
Introduciamo ora ciò che normalmente mi farebbe valutare in modo assai più negativo un film: la storia è drammatica e pesante, oscillante tra dramma umano e turbe psicologiche… e si tratta di un genere di film (più in generale un genere di energie) che non mi è molto congeniale e che dunque non mi attira.
Terminiamo col terzo punto, il quale torna a far pendere l’ago della bilancia dal lato positivo: Il cigno nero è un’enorme allegoria sulla vita interiore e sul fatto che i demoni sono sempre interni… messaggio in sé breve e semplice ma che vale probabilmente a Il cigno nero la palma di film di maggior valore tra i film di Darren Aronofsky (di cui non ho visto The wrestler, ma spero mi perdonerà se non lo guarderò mai).

Natalie Portman è semplicemente monumentale, e dimostra in questo film di essere una grande attrice, e non solo una bella ragazza-donna che è stata fortunata ad aver ricevuto parti in film importanti come Star wars: Episodio I - La minaccia fantasma, V per Vendetta, Closer, e non a caso ha ricevuto dei premi per questa interpretazione, così come il film ha ricevuto caterve di premi.
Belle le prove anche dei comprimari Vincent Cassel (L’odioNemico pubblico N.1 - L'istinto di morteLa promessa dell’assassinoIl racconto dei raccontiIl patto dei lupi) e Mila Kunis (Il grande e potente OzJupiter - Il destino dell’universoThat 70's show). Nel film c’è anche Winona Ryder, ma in una parte essenzialmente trascurabile.

Vi dico la verità: pur essendo immancabilmente ben fatti, e a volte anche interessanti come contenuti, i film di Darren Aronofsky li vedo una volta sola e poi li mando in pensione, giacché sono effettivamente molto pesanti e densi come energie… e dunque una volta sola basta, e anzi, a seconda dello spettatore, non sarebbe una brutta idea evitare anche quella singola volta.

Probabilmente dunque non vedrò più Il cigno nero, ma sarà inevitabile ricordarmelo per tutta la vita, data la sua intensità e il suo significato simbolico, senza contare che a tratti offre anche sprazzi di bellezza visiva, pur immersa in molta tristezza interiore.

Dimenticavo la trama: Nina Sayers (Natalie Portman) è una ballerina molto attenta all’esecuzione tecnica, ma assai meno portata per l’aspetto emotivo-interpretativo. La sua stessa vita è molto fredda e scialba, e anzi essa si rivela assai immatura, una sorta di bambina cresciuta solo nel corpo, non aiutata in questo dalla madre che effettivamente la tratta come una bambina (beh, ma non a torto, col senno di poi).
Le cose si vivacizzeranno, diciamo così, nel momento in cui essa verrà scelta dal suo maestro di danza Thomas Leroy (Vincent Cassel) per interpretare la prima ballerina nella sua versione de Il lago dei cigni, che prevede il doppio ruolo di cigno bianco (per il quale la donna è già perfetta) e di cigno nero (per il cui ruolo viceversa occorre una qualche miglioria-trasformazione).
Ad aiutarla nella trasformazione necessaria, lo stesso Leroy, nonché la collega Lily (Mila Kunis), con la quale Nina svilupperà un rapporto a dir poco ambiguo.

Nel caso, buona visione.

Fosco Del Nero



Titolo: Il cigno nero (Black swan).
Genere: drammatico, psicologico, thriller.
Regista: Hiroyuki Okiura.
Attori: Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Barbara Hershey, Winona Ryder, Christopher Gartin, Sebastian Stan, Janet Montgomery.
Anno: 2010.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 20 marzo 2019

Il domani che verrà - The tomorrow series - Stuart Beattie

Ieri mi sono visto il film Il domani che verrà - The tomorrow series, film diretto nel 2010 da Stuart Beattie, personaggio al suo esordio come regista ma con alle spalle una fiorente carriera come sceneggiatore (La maledizione della prima luna, La maledizione del forziere fantasma30 giorni di buioAi confini del mondo, Oltre i confini del mare, La vendetta di Salazar).

Il film peraltro non è “originale”, ma è tratto dal romanzo  La guerra che verrà di John Marsden.

Scrittore australiano e ambientazione australiana, come si vedrà tra breve dalla trama.
Per ora sintetizzo le tre anime del film: nella prima parte il film ha un’aria adolescenzial-sentimentale; nella seconda parte si immerge nella natura, e ha un’aria da documentario naturistico-avventuroso; nella terza e ultima parte, che poi è quella che dura di più, il film è azione e guerra.
Tre anime molto diverse, come evidente, per un film che dura parecchio… e che è molto famoso da quelle parti (Australia), ma decisamente meno da noi.
Anzi, a livello internazionale il film non ha avuto un grande successo, tanto che i seguiti programmati sono stati annullati.

Ed ecco la trama sommaria de Il domani che verrà - The tomorrow series: Ellie Linton (la bella e brava Caitlin Stasey) un bel giorno programma con la sua amica Corrie McKenzie di fare una campeggio con qualche amico, e a tal scopo invitano il fidanzato della seconda, il biondo Kevin Holmes, un ragazzo che piace alla prima, il thailandese Lee Takkam, un amico di infanzia, il vivace Homer Yannos, la bella e dolce Fiona Maxwell, e infine la timida e riservata Robyn Mathers, figlia di un pastore.
Luogo del campeggio: Rockpool Eden, meglio noto come "l’Inferno" per via di qualche superstizione passata. Sta di fatto che:
1. il posto è bellissimo,
2. quel posto salverà le loro vite, o quantomeno le loro libertà, perché proprio nei giorni del campeggio l’Australia viene inaspettatamente invasa da una nazione asiatica, probabilmente la Cina (forse i cinesi avevano finito lo spazio e servivano loro nuove terre).
Una volta tornati nella zona abitata, i cinque si rendono conto di quanto è successo; dapprima si nascondono, ma poi iniziano una sorta di guerriglia… che poi proseguirà nei libri seguenti. 

Cominciamo dal cast: è buono. Molto bene la protagonista, mentre gli altri comprimari qualcuno bene e qualcuno meno bene.
Ambientazione e fotografia sono molto belle, e in questo senso l’Australia selvaggia è certamente un buon soggetto. Il film, in generale, è molto curato.
La sceneggiatura, però , è un po’ balbettante. Intanto, la guerra e l’attacco asiatico/cinese non previsto è alquanto improbabile, data la distanza tra il continente asiatico e l'Australia e dati i mezzi di comunicazione e di visione di oggi (quanto agli altri stati dagli occhi a mandorla, il discorso è ancora meno probabile per vari motivi, che sia Giappone o una delle due Coree); per non parlare del fatto che un atto di belligeranza del genere avrebbe determinato massicci interventi internazionali e dunque non si sarebbe trattato di invasori contro resistenza, ma di una vera e propria guerra mondiale.
Come è ugualmente improbabile la trasformazione dei ragazzini in soldati; lo so che in questi anni vanno di moda i film con protagonisti adolescenti che si trasformano in qualunque cosa (soldati, campioni sportivi, manager, zombie, vampiri e altro ancora), ma la trasformazione rapida in miliziani è persino meno credibile di quella in vampiri o lupi mannari. 

Se si chiude un occhio su tale fattore di scarsa credibilità, Il domani che verrà - The tomorrow series offre un discreto intrattenimento e anche molta bellezza visiva.
Tanto che, se ne avessero girato i seguiti, forse, e dico forse, me li sarei guardati.
Forse.

Fosco Del Nero



Titolo: Il domani che verrà - The tomorrow series (Tomorrow, when the war began).
Genere: drammatico, guerra, azione, sentimentale.
Regista: Stuart Beattie.
Attori: Caitlin Stasey, Rachel Hurd-Wood, Lincoln Lewis, Deniz Akdeniz, Phoebe Tonkin, Chris Pang, Ashleigh Cummings, Andrew Ryan.
Anno: 2011.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


martedì 19 marzo 2019

Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali - Tim Burton

Prima premessa: non ho letto il romanzo originale di Ransom Riggs La casa per bambini speciali di Miss Peregrine, e dunque non posso rapportare il film Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali ad esso.

Seconda premessa: non sapevo che si trattasse di un film di Tim Burton, e l’ho visto semplicemente perché me ne aveva parlato un’amica.

Terza premessa: finalmente è tornato il Tim Burton delle origini, visionario, brillante e coinvolgente, ai livelli di Big fish e Il mistero di Sleepy Hollow… e non è affatto poco.

Quarta premessa: ho visto il film in inglese con i sottotitoli, e dunque non valuterò il doppiaggio italiano.

Ecco la trama sommaria di Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali, film del 2016: Jacob è un adolescente molto legato alla figura del nonno Abraham, affettuosamente chiamato Abe. Paradossalmente, più al nonno che non ai genitori… anche se la fiducia nel nonno ha subito degli scossoni lungo gli anni, per via delle strane storia ch’egli gli raccontava e che crescendo Jacob ha pensato essere false: racconti e favole, in cui il nonno avrebbe passato l’infanzia in un orfanotrofio per bambini speciali… ma speciali veramente, e non nel senso buonistico e falso del termine: c’era chi levitava, chi aveva la bocca nella nuca, chi possedeva una forza sovrumana, chi poteva gestire il tempo… e chi poteva vedere i mostri, come Abe.
Una volta cresciuto, però, Jacob ha cominciato a considerare suo nonno un po’ pazzo, e anzi vittima di demenza senile. Jacob stesso, dal canto suo, non se la cava troppo bene, tanto che va da una psicologa.
Una coincidenza avvenuta dopo la misteriosa morte del nonno (il quale è stato trovato morto dopo un attacco, e privo di occhi) porterà il ragazzo in Galles, nel luogo dove sorgeva l’orfanotrofio di Miss Peregrine, il quale era stato vittima di una bomba tedesca durante la seconda guerra mondiale e dunque in completo sfacelo… o forse no?

Ho letto che il romanzo da cui è stato tratto il film è stato a lungo nelle classifiche statunitensi, così come ho letto che il film differisce parecchio dal romanzo… che forse è stato meglio non aver letto, per valutare il solo film.

E il film, beh, è bellissimo: fotografia bellissima, personaggi interessantissimi, Eva Green in stato di grazia (è il film in cui è più vestita, ma è quello in cui è più bella, e peraltro la sua voce originale è a dir poco accattivante), sceneggiatura interessantissima, fascino a tutto spiano.

Tra gli altri protagonisti, molto bene la giovane Ella Purnell, che vedo per la prima volta, e bene anche Asa Butterfield, che avevo già visto in Ender’s game e in Hugo Cabret, ma che qui mi è piaciuto più che negli altri due casi.

Il film è anche ricco di effetti speciali, tanto da aver vinto dei premi a riguardo, ma soprattutto è ricco di fascino, atmosfera, bei personaggi; anche i dialoghi funzionano bene, e quanto a fotografia e colori non ne parliamo nemmeno.

Insomma, un plauso a Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali e un bentornato a Tim Burton… il quale forse ha bisogno di scegliersi sceneggiature particolarmente brillanti per riuscire a dare il meglio di sé, mentre in caso contrario rischia di risultare semplicemente grottesco.

Fosco Del Nero



Titolo: Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali (Miss Peregrine's home for peculiar children).
Genere: fantastico.
Regista: Tim Burton.
Attori: Eva Green, Asa Butterfield, Ella Purnell, Samuel L. Jackson, Judi Dench, Rupert Everett, Allison Janney, Chris O'Dowd, Terence Stamp, Finlay MacMillan, Lauren McCrostie,
Anno: 2016.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 13 marzo 2019

Touch - Mitsuru Adachi

Lo avevo annunciato nella recensione passata di Rough: dopo aver visto la bellezza di Rough, manga che avevo ignorato per decenni, giacché lui e il suo "gemello" mi erano sembrati erroneamente tiepidi e debolucci e insipidi, mi sarei letto anche Touch, e così è stato.

Pubblicato a puntate su una rivista giapponese dal 1981 al 1986, Touch è stato portato in Italia con grande ritardo, dal 1999 al 2001, essenzialmente al causa del poco successo avuto dal suo predecessore Rough (predecessore come pubblicazione in Italia, ma in realtà successivo come realizzazione), che in Italia a quei tempi faticò molto, salvo poi essere apprezzato alla distanza.

I fumetti, dunque, ebbero vita difficile, mentre ebbero vita più facile i cartoni animati da essi tratti, che andarono sulle reti italiane: Touch divenne, in versione animata,  Prendi il mondo e vai… che io non guardai per l’appunto perché mi sembrava un po’ scialbo.

Ecco la trama sostanziale: Kazuya e Tatsuya Uesugi sono due gemelli, ma sono l’uno agli antipodi dell’altro: il primo è un ragazzo modello, studente eccellente a scuola e asso nel suo sport, il baseball, corteggiato dalle ragazze e apprezzato dai ragazzi; il secondo, invece, è pigro e nullafacente, a scuola va malino, non fa sport e le ragazze lo ignorano, e così lui si dedica a tv e giornaletti.
I due, identici a parte la pettinatura, sono cresciuti insieme a Minami  Asakura: vicina di casa e compagna di classe dei due, nonché grande amica… quasi fidanzata, se non fosse difficile capire di quale dei due. Anche se Kazuya, nel pensiero di tutti, dai genitori ai compagni di classe, parte assai avvantaggiato.

Non dico altro per non rovinare la lettura a chi non conoscesse l’opera, se non che essa si muove tra scuola, sport, amicizie, famiglia e amore.
E che, proprio come era stato Rough, possiede una dolcezza e una delicatezza impareggiabili.
Tra i due ho preferito leggermente il primo, ma forse solo per il fatto di averlo letto per primo… e magari la successiva lettura capovolgerà il tutto.

In questo senso, Mitsuru Adachi si conferma mangaka di gran classe, capace di comunicare con uno sguardo o con una postura assai più di tante tavole con conversazioni o azione. E difatti mi procurerò qualche altro fumetto del disegnatore giapponese, magari Misora per sempre, oppure H2.

Son contento, perché Mitsuru Adachi ha risposto alla mia richiesta di leggere dei manga di valore oltre ai classici che già avevo… e con la produzione degli ultimi due decenni che è aumentata molto come numero ma calata drasticamente come qualità, tanto che ho smesso di seguire il settore.

Fosco Del Nero



Titolo: Touch (Tatchi).
Genere: manga, commedia, sentimentale, sportivo.
Autore: Mitsuru Adachi.
Anno: 1981-1986.
Voto: 8.5.
Dove lo trovi: qui.


martedì 12 marzo 2019

Taron e la pentola magica - Richard Rich, Ted Berman

Di recente mi sono rivisto alcuni classici della Disney di decenni fa, e parlo di grandi classici, che rientrano a buon diritto nel novero dei film d’animazione più belli e ispirati di sempre: La spada nella roccia, Robin Hood.

Ho prolungato questo piccolo viaggio nel passato aggiungendo al breve elenco un altro film, che però non avevo mai visto, né da bambino né da grande: Taron e la pentola magica.

L’anno è il 1985 e la regia passa da Wolfgang Reitherman al duo Richard Rich-Ted Berman, il secondo personaggio più significativo del primo, giacché ha lavorato alle non trascurabili animazioni di Fantasia, Alice nel paese delle meraviglie, La bella addormentata nel bosco, Mary Poppins, etc, anche se ad onor del vero l’esperienza di regia di entrambi era scarsa prima di questo film ed è rimasta scarsa poco… segno che forse il film non è stato considerato un grande successo… e anzi a dirla tutta è considerato tra i film minori della Disney.

Premessa: il film è tratto dai primi due romanzi della saga di Taran di Prydain di Alexander Lloyd: chi conosce il nome dello scrittore saprà dunque che siamo in pieno fantasy avventuroso.

Ecco la trama sommaria di Taron e la pentola magica: il malvagio Re Cornelius vuole impadronirsi della pentola magica, che darà a chi la possiede una forza tale da divenire padroni del mondo. Ad opporglisi saranno Dallben e il suo aiutante Taron, di professione guardiani di porci, nonché una strana combriccola di personaggi.

Prima considerazione: il film come tratti ricorda molto i disegni dei due citati in apertura di articolo, nonostante la diversità di regia, prova evidente che dietro vi era lo stesso gruppo di animatori: Taron somiglia così sia al giovane Artù che a Robin Hood, e vi sono altre somiglianze sparse nell’opera.
Tuttavia, forse la somiglianza principale è quella tra il film in generale e Il signore degli anelli, cui è debitrice una buona parte delle letteratura fantasy dei decenni tra il 1960 e il 1990. Mentre qualcuno se ne è ispirato quasi a livello di plagio (esempio: La spada di Shannara di Terry Brooks), altri si sono ispirati in modo più vago, come questa opera di Lloyd (rispetto alla quale comunque il film si differenzia in molti dettagli): il giovane adolescente che deve salvare il mondo, l’artefatto magico capace di dare un potere invincibile, un sovrano malvagio dalle fattezze malefiche, un esercito di morti, una compagnia piuttosto variegata, umana e non umana, uno sgorbietto simil-Gollum, creature alate simil-ombre alate (le cavalcature volanti dei Nazgul di Tolkien), e probabilmente qualcos’altro che ora non mi ricordo.

Se ci aggiungiamo la presenza di un trio di streghe, la simpatia tra il protagonista ragazzo e la protagonista ragazza, l’animale simpatico, le segrete, etc, ecco che Taron e la pentola magica non va certo a brillare di originalità… e forse ha scontato proprio questo nel suo non diventare famoso e apprezzato come altri suoi colleghi Disney di quegli anni.

L’animazione del film è infatti buona, e peraltro il film è godibile da molte fasce d’età. Anche se forse la presenza di qualche spunto semi-horror lo ha allontanato dal classico pubblico disneyano di bambini e famiglie riunite.
Mancano invece le classiche canzoni dei film Disney di quegli anni, compresi i più famosi film d’animazione suoi colleghi.

Insomma, nel complesso Taron e la pentola magica è un discreto film d’animazione, che però non si fa ricordare con grande trasporto.
La spada nella roccia, per dire, gli fa 10 a 0.
10 a 2, và.

Fosco Del Nero



Titolo: Taron e la pentola magica (The black cauldron).
Genere: animazione, fantasy, avventura.
Regista: Richard Rich, Ted Berman.
Anno: 1985.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 6 marzo 2019

2022 - I sopravvissuti - Richard Fleischer

Avevo già visto svariati anni fa il film di fantascienza del 1973 2022 - I sopravvissuti, e ciò prima di aprire il blog, ragion per cui non v’era la sua recensione.
L’ho rivisto da poco spinto da un amico che me lo descriveva come film di gran valore e persino profetico.

Intanto, una precisazione: il film, diretto da Richard Fleischer (regista di cui non ho mai visto niente), è tratto dal romanzo di Harry Harrison Largo! Largo!.

Seconda precisazione: il suo protagonista è Charlton Heston, al tempo uno degli attori big di Hollywood, protagonista di pellicole cult come Il pianeta delle scimmie o 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra.

Terza precisazione: Charlton Heston non mi è mai piaciuto come attore; l’ho sempre trovato brutto e rozzo, privo di grande espressività.

E ora veniamo alla trama di 2022 - I sopravvissuti, film che si inserisce nel filone fantascientifico e precisamente distopico: siamo in un futuro imprecisato, con la Terra che pare destinata alla rovina per via dell’abuso del cibo e delle risorse, della sovrappopolazione e dell’inquinamento, tanto che a New York, ora megalopoli di 40 milioni di abitanti, molti dormono nelle scale degli edifici o dentro le chiese, mentre il cibo e gli appartamenti veri sono una rarità per ricchi… mentre al contrario molti si recano nei centri di eutanasia perché stanchi di quella vita.
Quanto al cibo, per la massa della popolazione l’unico disponibile è il cosiddetto “soylent”, consistente in tavolette di vari colori ricavate dal plancton marino, ora unica fonte di cibo col pianeta ormai inaridito.
Un assassinio assai sospetto di una persona ricca e vicina agli ambienti della ditta Soylent porterà il detective Thorn a scoprire una verità a dir poco inquietante.

Sono un appassionato di fantascienza e di tematiche distopiche (anche perché ci stiamo vivendo dentro, per chi non se ne fosse accorto… e questo è il motivo per cui il genere sta riscuotendo molto successo negli ultimi anni, attirando l’interesse anche del pubblico inconsapevole… ma inconsciamente interessato), però questo 2022 - I sopravvissuti proprio non mi è piaciuto.
Ambientazione grigia e brutta, protagonista ugualmente grigio e brutto, dialoghi banali, scazzottate davvero ridicole (quelle di Bud Spencer e Terence Hill sono assai più realistiche al confronto), e soprattutto un concetto di fondo che rende tutta la storia non credibile: ossia il fatto che nessuno si sia accorto della vera provenienza del soylent, o che nessuno che lavorasse alla sua produzione avesse spifferato la cosa, volontariamente o involontariamente. Davvero poco credibile, cosa che da sola manda per aria l’intero film.

Il quale, comunque, è dal canto suo piatto e noiosetto, anche sospendendo l’incredulità per quell'elemento poco credibile.

Interessanti tuttavia gli spunti profetici su sovrappopolamento, disinformazione e manipolazione dei cibi, questi di grande attualità ora e presumo ancor di più in futuro.

Fosco Del Nero



Titolo: 2022 - I sopravvissuti (Soylent green).
Genere: drammatico, fantascienza, distopia.
Regista: Richard Fleischer.
Attori: Charlton Heston, Joseph Cotten, Edward G. Robinson, Chuck Connors, Leigh Taylor-Young, Paula Kelly, Brock Peters, Stephen Young.
Anno: 1973.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


martedì 5 marzo 2019

Le chat du rabbin - Joann Sfar, Antoine Delesvaux

Come sempre o quasi, la scuola francese di animazione non tradisce le attese, e Le chat du rabbin è l’ennesima conferma.

“Tradisce le attese” per modo di dire: non sapevo niente del film in questione, se non che fosse un film d’animazione francese, come suggerisce il titolo, e basta: niente su trama, ambientazione, realizzazione.

Partiamo dunque dalle basi: si tratta della conversione filmica dell’omonima serie a fumetti disegnata dal francese Joann Sfar, che peraltro è anche uno dei registi di questo film insieme ad Antoine Delesvaux, nomi che mi erano entrambi sconosciuti.

Ecco la trama di Le chat du rabbin: siamo all'inizio del XX secolo, e precisamente ad Algeri, in Algeria. Conosciamo subito il rabbino Sfar e sua figlia Zlabya, nonché qualche altro personaggio minore, come un’amica di Zlabya o il suo gatto…
… il quale diviene rapidamente il personaggio centrale quando comincia a parlare, per lo stupore del rabbino e di sua figlia.
E, giacché la prima cosa che dice è una bugia, il rabbino si mette subito in testa di allontanarlo dalla figlia, verso cui è molto protettivo, onde evitare che abbia cattiva influenza su di lei. Di più: inizia a insegnargli la legge ebraica, affinché divenga un gatto più onesto.
Il gatto, dal canto suo, vuole molto bene alla sua padroncina, per cui farebbe di tutto per tornare da lei. Anzi, addirittura il gatto preme per essere un ebreo vero e proprio ed avere il suo bar mitzvah, ma il rabbino del rabbino si rifiuta categoricamente, iniziando una sorta di disquisizione dottrinale col gatto.

Le chat du rabbin, si sarà capito, è un film piuttosto surreale e grottesco, e non fa niente per diminuire tale sensazione, anzi l’accresce a furia di personaggi un po’ bislacchi: rabbini ebrei, guerrieri, mistici sufi, pittori russi, locandiere africane, principi musulmani, e via discorrendo, col tutto che assume i contorni di una sorta di affresco culturale… e surreale, come si diceva.

Affresco assai gradevole, anche per via del tratto visivo ben disegnato, assai lontano, come spesso capita con la scuola d’animazione francese, dall’animazione iper-tecnologica statunitense e più vicino invece al fumetto e al disegno. 

E, tra la piacevolezza del disegno, la simpatia del gatto, la bizzarria di ambientazione e sceneggiatura, Le chat du rabbin finisce per essere un film d’animazione davvero carino e certamente meritevole di visione… che non manca peraltro di porre delle domande ironiche su credenze e religioni varie.

Fosco Del Nero



Titolo: Le chat du rabbin (Le chat du rabbin).
Genere: commedia, animazione.
Regista: Joann Sfar, Antoine Delesvaux.
Anno: 2011.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.