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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

mercoledì 26 giugno 2019

Quell’oscuro oggetto del desiderio - Luis Bunuel

Quell’oscuro oggetto del desiderio è il terzo film che vedo di Luis Bunuel, un regista che mi aveva mezzo folgorato ne La via lattea e che mi era piaciuto anche ne Il fascino discreto della borghesia.

Con Quell’oscuro oggetto del desiderio facciamo un passo indietro, perlomeno a mio avviso, per quanto il film rimanga gradevole e godibile.

Come sempre, tra l’altro, siamo a metà via tra commedia, dramma e situazioni grottesco-surreali a dir poco.
Ecco in sintesi la trama di Quell’oscuro oggetto del desiderio: la storia inizia con la fine, ossia col protagonista, l’attempato ma assai benestante Mathieu Favère (l’ottimo Fernando Rey, che ha davvero il physique du role del benestante “per bene” di Bunuel) in viaggio in treno da Siviglia a Parigi, in uno scompartimento di prima classe in cui conosce persone di classe agiata come la sua.
Tutte persone apparentemente per bene (tra di esse anche l’attrice Milena Vukotic), che si stupiscono alquanto quando l’uomo si alzerà e verserà un secchio d’acqua in testa a una giovane donna che stava cercando di salire essa stessa sul treno.
A quel punto i nuovi conoscenti di Mathieu, stupiti, gli chiedono di raccontare i motivi del suo gesto, e l’uomo s’avvierà a spiegare come mai ha gettato un secchio d’acqua in testa alla donna più cattiva del mondo: inizierà così il suo racconto della relazione tormentata con Conchita (personaggio interpretato alternativamente da due attrici, Carole Bouquet e Angela Molina, la prima più elegante e la seconda più sensuale), ragazza bellissima ma di estrazione sociale povera, che l’uomo, ben più anziano e agiato, provvederà a mantenere, madre compresa, pur tra alterne vicende.

Quell’oscuro oggetto del desiderio, che poi è anche l’ultimo film di Luis Bunuel, è tratto dal libro La donna e il burattino di Pierre Louys, e come gli altri film di Bunuel va letto oltre la trama.

La trama racconta di una relazione tormentata, e anzi mai consumata, tra un uomo facoltoso e una bella ragazza, che dietro varie scuse gli si nega sempre, e che non si capisce mai se stia mentendo o dicendo la verità (nemmeno lo spettatore lo capisce mai, e fino alla fine praticamente).

Ciò che si legge tra le righe, tuttavia, è un confronto-scontro, certificato peraltro dai numerosi attentati terroristici che percorrono il film, tra Francia e Spagna, che non è solo quello tra uomo e donna, e anzi questo è il meno, ma è il solito scontro filmato da Bunuel tra classi sociali: in tale scontro le persone “per bene” sono quelle borghesi, ben vestite, ben curate, dai modi impeccabili… ma sono le stesse persone che, assai ben altolocate, nonostante le loro buone maniere non riescono a nascondere la loro natura altezzosa e discretamente classista, tesa a possedere gli altri: si portano la servitù in viaggio (ma in seconda classe), cercano di “comprare” le donne, si disinteressano di attentati, bombe, spari ed esplosioni, prese come sono dalla loro sola vita. 

Mathieu infatti ignora tutto, e pensa solamente a conquistare-possedere la bella Conchita; usa paroloni, infiora e infiocchetta tutto, ma essenzialmente il suo obiettivo da persona per bene è questo, possesso di una persona e per traslazione possesso della società intera, ciò che per l’appunto era il motivo per cui Bunuel aveva in antipatia la classe sociale borghese, che infatti non perdeva occasione di dileggiare in ogni singolo suo film.

Curiosissima la scelta di alternare due attrici nel medesimo ruolo, con tanto di “cambio” anche in corso di scena; si svolta l’angolo ed ecco che la protagonista è mutata. 
Forse il regista voleva, giacché c’era, criticare anche la figura femminile, tanto lunatica e mutevole da cambiare addirittura corpo e volto nel giro di pochi secondi; o più semplicemente si trattava di un escamotage atto a raffigurare la natura ambivalente della protagonista… ma questo si sarebbe dovuto chiedere a lui, e magari qualcuno lo ha anche fatto, chissà.

Per quanto mi riguarda, chiudo la recensione di Quell’oscuro oggetto del desiderio confermando il mio giudizio positivo sul film e in generale sull’anarchico e surreale regista spagnolo, che trovo assai gradevole e intelligente, per quanto un po’ fissato con la critica ironica di una specifica classe sociale (che adesso forse neanche esiste più, il che sa tanto di fiato e talento sprecato, a dirla tutta).

Altra classe invisa a Bunuel era il clero… e pure in questo film, che pure non affronta tale argomento, il regista trova l’occasione per inserire un fantomatico gruppo terrorista: i Gruppi Armati Rivoluzionari del Bambin Gesù

Fosco Del Nero



Titolo: Quell’oscuro oggetto del desiderio (Cet obscur objet du desir).
Genere: commedia, sentimentale, drammatico.
Regista: Luis Bunuel.
Attori: Fernando Rey, Carole Bouquet, Angela Molina, Julien Bertheau, Milena Vukotic, André Lacombe, André Weber, Maria Asquerino, Jacques Debary.
Anno: 1977.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


martedì 25 giugno 2019

Miyuki - Mitsuru Adachi

Miyuki è il terzo manga di Mitsuru Adachi che leggo dopo Rough e Touch, che mi sono entrambi piaciuti moltissimo.
La speranza era ovviamente che il bis divenisse tris… e anzi anticipo che mi sono già procurato anche Misora per sempre, Slow step e H2.

Insomma, mi sono fatto il pieno di Adachi, ed è un bel pieno, devo dire.

Miyuki praticamente è il suo primo lavoro lungo, e segue da vicino il più breve Questa allegra gioventù. Anticipa di poco Touch, di cui peraltro è stato parallelo per alcuni anni, giacché le produzioni dei due si sono accavallate.

Peraltro, parliamo degli ormai lontanissimi anni “80… e la cosa si vede in tanti fattori: dai disegni piuttosto minimalisti (ma questo è un tratto tipico di Adachi a quanto ho visto, al di là del periodo) ad alcuni fattori culturali ormai antichi anche per il Giappone, come il ruolo della donna in famiglia.
Ciò che non cambia mai sono… i volti dei protagonisti, che sono gli stessi di Rough e Touch.

Ecco in sintesi la trama di Miyuki, manga composto da dodici volumetti, che in Italia tanto per cambiare non ha avuto un grande successo (probabilmente Adachi è troppo intimista, leggero, sottile e poco dinamico per incontrare i favori del grosso pubblico italiano): Masato Wakamatsu è infatuato della compagna di classe Miyuki Kashima, la quale non sembra del tutto indifferente alle sue attenzioni, per quanto qualcosa vada sempre storto e pregiudichi la situazione.
Un’altra Miyuki, però, sta per comparire sulla scena, o meglio per ritornarvi: è la sorella di Masato, che si chiama dunque Miyuki Wakamatsu e che pare avere un affetto particolare per il fratello, dimostrandosi piuttosto protettivo e affettuosa… non sapendo peraltro di non essere veramente sua sorella, dal momento che era stata adottata dal padre di Masato quando era piccola, e poi cresciuta in altro luogo, giacché il padre di Masato era sempre fuori per lavoro e le madri dei due ragazzi, ossia le mogli di Wakamatsu padre, sono entrambe morte, cosa che di fatto ha lasciato i giovani a vivere da soli.  

In mezzo tanti altri personaggi: compagni di classe o di scuola, insegnanti, genitori e parenti, anche se il grosso della storia verte proprio sul rapporto tra Masato e Miyuki.

Mio commento: Miyuki è inferiore ai suoi dirimpettai Rough e Touch, e si mostra un po’ acerbo in alcuni tratti. Il finale, inoltre, è assolutamente frettoloso e non rende giustizia al resto del fumetto, e anzi si ha la sensazione che lo renda quasi monco di qualcosa che avrebbe potuto essere molto più intenso e brillante.
Divertenti i siparietti in cui il mangaka si mette in mezzo, ovviamente sempre in chiave comica.

Nel complesso, comunque, Miyuki non mi ha deluso, come Mitsuru Adachi ancora una volta non mi ha deluso, colpendomi come negli altri casi per delicatezza, tenerezza e semplicità, nonché per un umorismo leggero e tenue.
Vediamo i prossimi fumetti.

Fosco Del Nero



Titolo: Miyuki (Miyuki).
Genere: manga, sentimentale, commedia.
Autore: Mitsuru Adachi.
Anno: 1980-1984.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.



mercoledì 19 giugno 2019

Viaggio verso Agartha - Makoto Shinkai

Di Makoto Shinkai, ormai uno dei registi giapponesi di animazione più famosi in assoluto, ho visto ormai diverse cose, e tutte mi hanno impressionato per la bellezza visiva: vidi per primo il lungometraggio breve 5 centimeters per second (bellissimo da vedere, non irresistibile come storia), per secondo il mediometraggio Il giardino delle parole (come sopra: (bellissimo da vedere, non irresistibile come storia), per terzo il lungometraggio Your name (bellissimo da vedere, coinvolgente anche come storia) e per quarto il corto Someone's gaze (bellissimo da vedere e toccante come storia… per quanto sul solito tema della lontananza, evidentemente assai caro al regista, che però dovrebbe iniziare a occuparsi d’altro se vuole salire di livello).

Segue oggi Viaggio verso Agartha, che cronologicamente è il terzo lavoro del regista nipponico, di cui ora mi manca solo la visione di Oltre le nuvole, il luogo promessoci, il suo esordio.

Parlare de Viaggio verso Agartha è tutto sommato facile: esteticamente è bellissimo, e anzi forse è il lavoro che meglio fa risaltare i colori, gli spazi aperti e i cieli sconfinati che Shinkai si diletta a tratteggiare. E quando dico bellissimo intendo bellissimo, non è un modo di dire: il 7 di voto sta tutto in tale bellezza visiva, e anche uditiva, se ascoltate la versione del film originale.

Difatti, avevo dato un’occhiata (anzi, un’orecchiata) alla versione doppiata in italiano, e mi si erano drizzati i capelli in testa: evitatela come si trattasse di una malattia contagiosa e guardatevi il film originale con i sottotitoli… che peraltro io gusto di più in generale quando si tratta di prodotti nipponici, quand’anche vi fosse parallelamente un ottimo doppiaggio italiano.

Con l’audio italiano, il voto del film scende a 3, perché è scandaloso.
Con l’audio giapponese, il voto del film sta sul 7, ed è motivato dalla meraviglia visiva.

Quanto alla sceneggiatura, Makoto Shinkai zoppica ancora, e forse non è un caso che il suo film più valido, contando anche trama, personaggi, coinvolgimento generale, sia a mio avviso il suo ultimo, Your name: evidentemente egli è migliorato col tempo, ed ha iniziato a curare altro oltre che la realizzazione tecnica.   

Vi dico in due parole cosa non va dei contenuti de Viaggio verso Agartha: in generale, è tutto stereotipato, e anzi il film prende a piene mani da altri film d’animazione celebri, soprattutto dello Studio Ghibli.
Ecco un breve elenco: abbiamo l’animale-demone in stile Principessa Mononoke, il ragazzo guerriero che salva la ragazza indifesa in stile La città incantata, il gatto super-intelligente e super -affiatato con la protagonista in stile Kiki - Consegne a domicilio, una casa campagnola in stile Totoro (ma questo è il nome), i giganti di pietra in stile Laputa - Castello nel cielo.
Ci mancava qualcosa preso da Lupin III - Il castello di Cagliostro ed eravamo al completo.

Un’altra cosa stona fortemente del film: il guazzabuglio caotico e sconsiderato di termini occidentali.
Altro breve elenco: abbiamo la civiltà mitica (mitica si fa per dire) di "Agharta", i guardiani di pietra chiamati Quetzal Coatl (che c’entra con essi il nome della divinità mesoamericana?), i vimana (barche volanti dell’antica cultura indiana), la parola latina “clavis”, gli arcangeli di biblica memoria (che poi non sono affatto angeli, ma uomini-messaggeri), e ancora abbiamo Finis Terrae (peraltro recitata male come “finis terra”), nome preso in prestito dal Portogallo… e magari mi sono dimenticato dell’altro.
Persino gli spiriti-demoni che escono dal sottosuolo e dall’ombra mi pare di averli incontrati in qualche storia nel passato, anche se ora non mi ricordo dove.
Ciliegina sulla torta: a un certo punto appare una schermata con, in rapida successione: Cesare, Napoleone, Hitler, Stalin, Alessandro Magno, Gengis Khan.

Insomma, si sarà capito: Viaggio verso Agartha è un grande collage di elementi presi altrove…
… ma perché prendere altrove quando si può creare in proprio?

Ecco perché un prodotto che come valore tecnico sarebbe da 9-9.5 scende a “solo” 7.
E, badate bene: la visione vale il costo del biglietto per quanto è magnificente, ma non attendetevi una storia brillante o personaggi originali, e nemmeno una forte coerenza interiore nella trama, perché non li troverete. 

Ad ogni modo, confido che Makoto Shinkai abbia imparato molto rispetto ai suoi primi lavori come questo Viaggio verso Agartha … e mi auguro per lui un lungo avvenire fatto di opere più vicini a Your name, o ancora più belle e profonde, giacché il trend è in miglioramento.

Fosco Del Nero



Titolo: Viaggio verso Agartha (Hoshi o ou kodomo).
Genere: anime, animazione, fantastico.
Regista: Makoto Shinkai.
Anno: 2011.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


martedì 18 giugno 2019

Una pura formalità - Giuseppe Tornatore

Giuseppe Tornatore è un regista che praticamente ho ignorato per tutta la vita, letteralmente, nel senso che non avevo mai visto un suo film.
Ora ne ho visto due in rapida serie: prima il celebre Nuovo Cinema Paradiso, e poi il meno famoso Una pura formalità, che però mi è piaciuto di più, e non di poco.

Andiamo subito a tratteggiare in modo assai sommario la trama del film: un uomo, che poi si rivelerà essere il noto scrittore Onoff (Gérard Depardieu; Sta' zitto, non rompere, La capra, Le placard - L’apparenza inganna, Vita di Pi, Nemico pubblico N.1 - L'istinto di morte) corre a perdifiato in un bosco, e sotto una piogia battente, quando viene infine fermato da un posto di blocco della polizia.
Verrà trattenuto e interrogato a lungo dal commissario (Roman Polanski, regista più che attore; La nona porta, Rosemary's baby), affiancato da un manipolo di gendarmi, tra cui spicca lo stenografo (Sergio Rubini, lui mezzo attore e mezzo regista; NirvanaDenti, Il viaggio della sposa, La terra, Colpo d'occhio, L'anima gemella, L'amore ritorna) giacché non distante dal luogo nella notte è avvenuto un omicidio.
Il problema è che l’uomo non si ricordo bene cosa gli è successo di recente… 

Impossibile svelare altro della trama senza rovinare il gusto della visione a chi non avesse visto ancora il film, però è doveroso citare perlomeno il genere del film, che oscilla tra drammatico, psicologico, grottesco e fantastico.

Una pura formalità è l’esempio lampante di come si possa mettere su un buon film a partire da una buona sceneggiatura, anche senza mezzi tecnici o persino scenografici notevoli, giacché quasi l’intero film si svolge all’interno di un casolare di campagna, e gli attori principali sono solo tre, circondati da alcuni ruoli men che secondari.

Eppure, la trama regge, e il film è interessante per tutta la sua durata, e anzi alla fine sorprende.
Sorprende anche come il film sia praticamente sconosciuto (o, perlomeno, io non ne avevo sentito parlare fino ad oggi), e dunque non sia stato valorizzato, laddove invece casi similari di film americani hanno avuto successi mondiali.

Un vero peccato.
Di mio, tra la tendenza italico-storica di Nuovo Cinema Paradiso, che pure non mi è dispiaciuto, e l'originalità di Una pura formalità, ho preferito nettamente questo secondo film di Giuseppe Tornatore, tanto che il nome del regista italiano probabilmente non scomparirà dal mio taccuino investigativo.

Bravo come al solito Gérard Depardieu, attore tanto comico quanto drammatico, e bravo anche Roman Polanski, che evidentemente sa di cinema a tutto tondo, essendo stato buon attore e buon regista (La nona porta e Rosemary’s baby, pur se film non particolarmente positivi, sono entrati nella storia del cinema).

Fosco Del Nero



Titolo: Una pura formalità.
Genere: grottesco, drammatico, psicologico, fantastico.
Regista: Giuseppe Tornatore.
Attori: Gérard Depardieu, Roman Polanski, Sergio Rubini, Nicola Di Pinto, Paolo Lombardi, Tano Cimarosa, Maria Rosa Spagnolo, Alberto Sironi, Giovanni Morricone.
Anno: 1994.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 12 giugno 2019

Ghost in the shell - Mamoru Oshii

Il film recensito oggi è Ghost in the shell, titolo che suona come “Lo spirito nel guscio”… certamente più di “Fantasma nella conchiglia”.

Non amo molto i film d’azione, futuristici e tecnologici… a meno che in essi l’azione non sia fine a se stessa e non vi siano anche dei contenuti interessanti: è questo il caso di Ghost in the shell, film d’animazione del 1995 diretto da Mamoru Oshii e tratto dall’omonimo manga di Masamune Shirow, autore che è stato tra le mie passioni fumettistiche adolescenziali, e che a tutt’oggi ogni tanto mi rileggo con piacere (Black magicOrionDominion, Appleseed, etc).

Andiamo davvero indietro nel tempo, tanto che non mi ricordo se in quegli anni vidi o meno il primo Ghost in the shell. Di sicuro vidi il seguito, Ghost in the shell - L’attacco dei cyborg, chiamato anche Ghost in the shell - Innocence, quando uscì, nel 2005, ma non mi ricordavo se avevo visto o meno il primo episodio.

Per colmare l’eventuale lacuna, ho proceduto a una visione contemporanea, con buoni risultati, nel senso che l’opera mi è piaciuta, nonostante il livello tecnico ormai piuttosto risalente e non certo paragonabile alle opere d’animazione odierne (ma lo stesso Innocence dà al primo episodio parecchi punti a livello di tecnica, grazie al suo vantaggio di nove anni).

Andiamo alla trama di Ghost in the shell, ovviamente ambientato in un futuro iper-tecnologico come tutte le opere di Masamune Shirow (l’unica un po’ differente in tal senso è il bellissimo Orion, ispiratissimo mix tra fantasy e fantascienza, e proprio per questo il mio preferito tra tutti): siamo nel 2029, in un mondo ormai quasi del tutto tecnologicizzato. Persino i corpi umani ormai contengono molti impianti tecnologici, quando molto e quando poco, e girano persino umanoidi che son del tutto robot, senza parti umane.
Quel che non è cambiato è che le nazioni sono sempre in guerra tra di loro, e che le diplomazie son sempre al lavoro; e vale la stessa cosa tra le sezioni interne allo stesso governo, come ad esempio la sezione 6 e la sezione 9.
La protagonista della storia è il tenente Motoko Kusanagi, un cyborg impiegato in diverse mansioni: poliziesche, investigative, etc, che finirà per avere a che fare col “Burattinaio” (altrimenti chiamato “Signore dei Pupazzi”, titolo parecchio evocativo), un hacker molto potente che sta combinando guai a tutto spiano.

Non dico altro della trama, ma sottolineo l’elemento portante del film, ciò che lo rende interessante in generale e nel dettaglio da un punto di vista profondo-esistenziale: si parla in sintesi della coscienza e dell’espansione della coscienza.
E, dunque, di concetti correlati come la personalità individuale contrapposta all’esistenza collettiva, la contrapposizione tra realtà e irrealtà, l’apertura, la fusione e la rinascita.

A riprova di tali valenze esistenziali del film, si dica che esso non solo ha avuto un grande successo in Oriente, ma anche un discreto successo in Occidente, ma che è stato anche un punto di riferimento per opere successive, come Matrix

In conclusione di articolo, aggiungo qualche frase interessante estrapolata dal film.

“L’eccessiva specializzazione è una debolezza.
È una lenta morte.”

“Lo sai chi sei?”

“Quella determinata personalità esiste oppure no?
Quando risalgo senza peso, dolcemente, in superficie, immagino di diventare qualcun altro.”

“Ci sono innumerevoli elementi che formano il corpo e la mente degli esseri umani, come innumerevoli sono i componenti che fanno di me un individuo, con la mia propria personalità.
Certo, ho una faccia e una voce che mi distinguono da tutti gli altri, ma i miei pensieri e i miei ricordi appartengono unicamente a me, e ho consapevolezza del mio destino. Ognuna di queste cose non è che una piccola parte del tutto. Io raccolgo dati che uso a modo mio, e questo crea un miscuglio che mi dà forma come individuo, da cui emerge la mia coscienza. Mi sento prigioniera, libera di espandermi solo entro confini prestabiliti.”

“Ciò che vediamo ora non è che una pallida immagine allo specchio, ma presto il velo cadrà e noi vedremo.”

“A volte sospetto di non essere ciò che credo, di essere morta molto tempo fa, e che qualcuno abbia preso il mio cervello e l’abbia infilato in questo corpo.
O forse in realtà non sono mai esistita.”

“Non troverete mai un cadavere perché io non ho mai avuto un corpo.”

“Io mi considero una forma di vita intelligente in quanto consapevole e in grado di riconoscere la mia propria esistenza.
Ma allo stato attuale sono ancora incompleto.”

“Ogni essere vivente deve morire.
Perciò anch’io abbraccerò la morte.”

“Tutte le cose cambiano in un ambiente dinamico.
Il tuo sforzo di rimanere ciò che sei è quello che ti limita.
Fino ad ora siamo stati costretti entro i nostri limiti; ma è arrivato il momento di spezzare questi lacci e di elevare la nostra consapevolezza a un livello superiore. È il momento di diventare parte di tutte le cose.”

“E ora dove andrà questo essere appena nato?
La rete è vasta e infinita.”

“Presto il velo cadrà e noi vedremo.”

Insomma, siamo sì nella fantascienza, ma è anche una fantascienza che sa di consapevolezza, di zen e di non dualità… e non è mica poco, pur se travestito da film d’azione fantascientifica.

Ultimo commento su Ghost in the shell: se il comparto grafico, pur buono, paga necessariamente dazio ai tempi, la colonna sonora è piuttosto magnificente… peraltro bissata anche dal seguito Innocence, che recensirò in seguito.

Fosco Del Nero



Titolo: Ghost in the shell (Kokaku kidotai).
Genere: anime, animazione, fantascienza, cyberpunk.
Regista: Mamoru Oshii.
Anno: 1995.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


martedì 11 giugno 2019

Animali fantastici e dove trovarli - David Yates

Ero abbastanza ansioso (si fa per dire) di vedere Animali fantastici e dove trovarli per diversi motivi.
Il primo, ovvio, è che sono un grande fan della saga di Harry Potter, libri e film, e desideravo che questa nuova saga (una pentalogia) fosse all’altezza della precedente… o comunque non troppo lontano come qualità e interesse.

Il secondo è che l’omonimo libro di J.K. Rowling diveniva film con una sceneggiatura della stessa Rowling.

Il terzo è che in cabina di regia c’era nuovamente David Yates, a cui erano stati affidati gli ultimi quattro degli otto film totali dedicati alla saga di Harry Potter…  film che personalmente non avevo troppo amato, ritenendoli anzi i film peggiori tra tutti quelli prodotti.

A conti fatti, com’è andato questo primo spin off cinematografico della serie di Harry Potter?
Direi bene, e anzi per una volta David Yates mi ha sorpreso in positivo… 
… anche se forse la cosa è legata al non aver letto il romanzo da cui è stato tratto il film (mentre negli altri casi avevo letto i romanzi prima di vedere i film). 

Ma andiamo con ordine, e vediamo la trama di Animali fantastici e dove trovarli, film che peraltro ha vinto il premio Oscar per i migliori costumi: siamo nel 1926 a New York, dove sbarca dalla nave il giovane (ma non troppo) Newt Scamander (Eddie Redmayne; I pilastri della terra), intenzionato a procurarsi un animale raro che viene allevato solo in quella zona.
Newt Scamander ha una particolarità: ama gli animali magici (in questo ricorda Hagrid, anche lui appassionato di animali pericolosi), anche quelli che normalmente sono odiati o temuti, e anzi ne ha un intero allevamento… racchiuso nella sua valigia magica. Valigia difettosa, ahimé, tanto che, proprio a New York, riesce a scappare da essa uno snaso, una creatura che adora i metalli preziosi e li ruba a tutto spiano.
Si accorge della cosa Porpentina Goldstein (Katherine Waterston; Covenant, Animali fantastici – I crimini di Grindelwald), ex auror, espulsa dall’ordine per un episodio di violenza (mentre al contrario Newt Scamander è stato espulso dalla scuola di Hogwarts per intemperanze e inosservanze ai regolamenti), che condurrà il giovane al Macusa, il Magico Congresso degli Stati Uniti d'America, per essere giudicato per la sua violazione del regolamento magico, violazione che rischia di spargere il panico tra la popolazione dei non magici con la quale i rapporti sono già tesi: qualcuno crede all’esistenza delle streghe e dei maghi e vuole impedir loro di esistere, mentre qualcun altro ritiene ciò delle sciocchezze.
Nella storia entreranno anche Queenie Goldstein (Alison Sudol), una legilimens sorella minore della suddetta ex auror; Jacob Kowalski (Dan Fogler; Tutte pazze per Charlie, Fanboys), un no-mag (che è il modo che hanno i maghi americani per chiamare i babbani); il forte auror Percival Graves (Colin Farrell; The new world - Il nuovo mondo, Sogni e delitti, In Bruges - La coscienza dell’assassino); la presidentessa del Macusa Seraphina PicqueryMary Lou Barebone, leader del movimento che mira a scovare ed uccidere tutti i maghi e le streghe; Credence Barebone, un trovatello cresciuto nell’orfanotrofio gestito da Mary Lou Barebone.
E non è tutto: abbiamo in giro il famoso Gellert Grindelwald, il più potente mago oscuro prima di Voldemort, sconfitto solo da Albus Silente, nonché un potente obscurus, che sarebbe un’incontrollata energia magica distruttiva nata dalla negazione del proprio potere magico, che sta andando in giro per New York distruggendo e uccidendo quello che gli capita sotto tiro, esseri umani compresi. 

Ce n’è abbastanza, dunque, e soprattutto ce n’è abbastanza con un cambio completo di ambientazione: addirittura, la Rowling ha deciso di cambiare nazione e continente, forse anche per “colonizzare” e fidelizzare a dovere gli Usa, il mercato letterario e cinematografico più florido tra tutti.
Cambia la nazione, cambia l’epoca, cambia il modo di parlare, cambiano anche cultura e personaggi: un salto coraggioso, ma che dà i suoi frutti, almeno giudicando questo film di buon valore, che dà molto spazio a magia, effetti speciali, azione e anche all’elemento orrorifico, ma che, a differenza degli altri film di David Yates, tiene in buon conto anche commedia e sentimenti umani, proprio quello che era mancato a mio avviso nei suoi film potteriani.
Se ne sarà accorto nel frattempo, o gli sarà stato detto.
Comunque, detto tra parentesi, questo film era stato offerto ad Alfonso Cuarón, regista di Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, non a caso uno dei film più riusciti del ciclo , ma egli, purtroppo, ha rifiutato.

Certo, la trama non è quella di Harry Potter, che credo sarà inarrivabile per qualunque altro romanzo scriverà la Rowling, ma con questo primo film siamo comunque su buoni livelli.

Molto bravo il protagonista Eddie Redmayne, e bene nei loro ruoli anche Alison Sudol e Dan Fogler.
Non mi ha convinto appieno invece Katherine Waterston con il suo perenne broncio.
Curioso il cameo di pochi secondi di Johnny Depp… che personalmente ho trovato, chissà perché, fuori luogo.

In conclusione, ben fatto per questo Animali fantastici e dove trovarli, e speriamo che i prossimi quattro film siano ancora meglio.

Fosco Del Nero



Titolo: Animali fantastici e dove trovarli (Fantastic beasts and where To find them).
Genere: fantasy, commedia.
Regista: David Yates.
Attori: Ezra Miller, Eddie Redmayne, Colin Farrell, Ron Perlman, Jon Voight, Samantha Morton, Gemma Chan, Katherine Waterston, Carmen Ejogo, Dan Fogler, Christine Marzano, Ron Perlman.
Anno: 2016.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 5 giugno 2019

Johnny Suede - Tom DiCillo

Dovevo vedere Johnny Suede da molti anni, ma non lo avevo mai fatto fino ad ora.
Ed ora che l’ho fatto, eccone la recensione.

Intanto, siamo nell’ormai lontano 1991: alla regia c’è l’esordiente Tom DiCillo, che in seguito ha fatto una carriera men che mediocre, mentre davanti alla cinepresa c’è un giovanissimo Brad Pitt, che non era all’esordio, ma quasi.
Da citare anche le partecipazioni del cantante Nick Cave e dell’attrice Catherine Keener (c’è anche Samuel Lee Jackson in una parte del tutto secondaria).

Ed ecco la trama di Johnny Suede: siamo negli anni Cinquanta negli Stati Uniti, e precisamente in una New York molto urbana, cementificata, scura e un po’ povera… o almeno questi sono gli ambienti che frequenta il giovane Johnny, giunto nella Grande Mela con la speranza di diventare un cantante rockabilly di successo, ma di fatto costretto a barcamenarsi per sbarcare il lunario.
Il suo obiettivo momentaneo è mettere su una rock band con alcuni amici, ma anch’essi son costretti a badare a soldi e vita quotidiana, per cui il suo desiderio rimane sempre inesaudito.
Nel mentre, ci sono le donne: prima la femminile Darlette, e poi la più tosta Yvonne, e anzi l’ambito sentimentale prenderà man mano più spazio di quello carrieristico-musicale… per il quale anzi Johnny non sembra impegnarsi troppo.

Johnny Suede ha un tono leggero, nei dialoghi e negli eventi, ma in realtà ha un sottosapore assai triste e drammatico, quello di una persona che non ha trovato il suo posto nella vita e lo cerca nel successo esterno, che sia musica o amore: cerca fuori, insomma, e si “trucca” (capelli, abiti, scarpe ricercate) per darsi un tono.

Brad Pitt già mostrava il suo talento, e proprio questo film ha contribuito ad aumentarne la fama; brava anche Catherine Keener… ma è proprio il film che non si regge troppo bene in piedi da solo, nel senso che non ha niente da offrire oltre alla figura fragile e sola del pur simpatico personaggio di Johnny Suede, e anche i personaggi di contorno sono dello stesso stampo: tutti problematici e un po’ leggeri. I dialoghi piuttosto vuoti e pacchiani riflettono tale caratterizzazione di basso profilo.

In conclusione, sono anche contento di essermi finalmente tolto lo sfizio di vedermi Johnny Suede, ma dubito che lo vedrò ancora in futuro.

Fosco Del Nero



Titolo: Johnny Suede (Johnny Suede).
Genere: drammatico, commedia, sentimentale.
Regista: Tom DiCillo.
Attori: Brad Pitt, Catherine Keener, Alison Moir, Nick Cave, Calvin Levels, Peter McRobbie.
Anno: 1991.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


martedì 4 giugno 2019

L’astronave degli esseri perduti - Roy Ward Baker

Online avevo letto pareri positivi su un vecchio film di fantascienza, L’astronave degli esseri perduti, per cui me lo sono visto.
Preciso di non conoscere né regista, né attori, e quindi di averlo visto “pulito”, per così dire, senza riferimenti o aspettative di alcun tipo.

Ecco la trama de L’astronave degli esseri perduti, film girato nel 1967: a Londra si stanno svolgendo dei lavori per l’ammodernamento della metropolitana, quando viene ritrovato un teschio, e poi altri teschi e parti di scheletri. I lavori vengono allora sospesi e vengono convocati sul posto gli archeologi, guidati dal paleontologo Matthew Roney, i quali a loro volta troveranno qualcosa di ancor più strano, ossia  un materiale sconosciuto, che si rivelerà essere quello di una sorta di missile o navicella spaziale. A quel punto vengono sospesi i lavori degli archeologi e viene affidato tutti ai militari, capeggiati dal Colonnello Breen, uomo particolarmente ottuso e già scontratosi col più brillante Professor Quatermas.
I tre discuteranno a lungo su cosa sia quell’artefatto dal materiale sconosciuto… nonché i vari corpi insettoidi che sono stati trovati al suo interno, simili a locuste lunghe circa mezzo metro. 

Il Colonnello pensa che sia un razzo tedesco fatto dai nazisti (fa ridere come per circa mezzo secolo gli statunitensi abbiano scaricato qualsiasi cosa sui nazisti… e lo fanno ancora oggi, peraltro), allo scopo di terrorizzare la popolazione, mentre il Professor Quatermas, congiuntamente col paleontologo, ha sviluppato un’altra teoria, ben più audace: si tratta di una razza aliena che, scacciata da Marte cinque milioni di anni prima, si è recata sulla Terra per cercare di sopravvivere, ma, non trovando un ambiente ad essa adatto, ha cercato perlomeno una sopravvivenza traslata, modificando una razza di primati trovata sul pianeta e trasferendole parte dei suoi ricordi (a quanto pare l'idea di una razza aliena che in un passato ha interagito l'ominide terrestre non è nuova e anzi è abbastanza radicata nell'inconscio umano).

Il quartiere in cui è stata trovata la navicella, peraltro, è sempre stato conosciuto per le manifestazioni demoniache, vengono a scoprire i ricercatori in questione, mentre la zona era nota fin dall'antichità per i fenomeni diabolici che vi avvenivano.
Insomma, sembra che l’artefatto per qualche motivo veicolasse l’energia di odio e paura portata dagli alieni sulla Terra… col rischio che lo faccia di nuovo ora che è stata riaperta. 

L’astronave degli esseri perduti ha una trama sufficientemente elaborata e interessante, però pecca in modo importante su diversi fronti: l’aspetto tecnico di effetti speciali e dintorni è ridicolo, specie visto con gli occhi di oggi, e certi punti di vista insostenibili per la loro deficienza, quale quello del Colonnello Breen ma in generale dei politici che decidono il da farsi, rendendo la storia estremamente inverosimile, persino più del corpo di insetti super-intelligenti e capaci di costruire navicelle spaziali potentissime, ma privi di mani o qualsivoglia arto utile a comporre e realizzare oggetti materiali (il che dice qualcosa non sull'intelligenza degli insetti, ma su quella dei creatori del film).

Insomma, L’astronave degli esseri perduti si inscrive in quel filone fantascientifico degli anni "50 e "60 parecchio ingenuotto e semplicistico, qua ravvivato un po’ dal filone secondario orrorifico, che però non si regge in piedi visto in modo imparziale e non con gli occhi di qualche nostalgico.
La conclusione è che non mi vedrò gli altri film dedicati al personaggio del Professor Quatermas.

Fosco Del Nero



Titolo: L’astronave degli esseri perduti (Quatermass and the pit).
Genere: fantascienza, drammatico.
Regista: Roy Ward Baker.
Attori: Duncan Lamont, James Donald, Andrew Keir, Barbara Shelley, Julian Glover, Bryan Marshall, Peter Copley, Edwin Richfield.
Anno: 1967.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 29 maggio 2019

Final Fantasy VII - Advent children - Tetsuya Nomura, Takeshi Nozue

Sono un vecchio fan della serie videoludica di Final Fantasy, e anzi giocai a tutti quelli che riuscii a trovare in italiano, ben prima della PS3… ma anche della PS1.
E ancor prima di Final Fantasy, feci anche i vari Phantasy Star, I’s e via discorrendo. Insomma, ho sempre amato i giochi di ruolo.

Dei vari Final Fantasy, però, giocati ormai tanti anni fa, l’unico che mi è rimasto impresso, personaggi e trama, è Final Fantasy VIII, quello con Squall e Rinoa, mentre del suo predecessore avevo scordato quasi tutto: ho dunque guardato Final Fantasy VII - Advent children come uno spettatore “casuale” e non un fan sfegatato del gioco che lo conosce a menadito.

Final Fantasy VII - Advent children si situa temporalmente parlando due anni dopo gli eventi del gioco, e molte cose sono cambiate da allora: il protagonista Cloud gestisce un bar e un'agenzia di consegne insieme a Tifa Lockhart, e vive in modo sereno… almeno fino a quando:
1. non si ammala della misteriosa malattia che sta decimando il pianeta Midgar, ora ridotto in stato di rovina dopo la furiosa battaglia con Shinra.
2. un trio di misteriosi personaggi, i Silver Haired Men, che paiono da subito imparentati col cattivo Sephiroth, lo attacca con lo scopo di sapere dove si trovano i resti della “Madre”, ossia Jenova.

Cloud è in crisi, e il pianeta anche… e le due crisi saranno affrontate all’unisono, dallo stesso Cloud, dalla fidata Tifa, ma anche dagli altri personaggi del videogioco, che compaiono sulla scena tutti allo stesso momento, in modo assai spettacolare.

Questa la trama di Final Fantasy VII - Advent children, film del 2004.
Veniamo ora al commento personale: il film è tecnicamente interessante… e anzi per quegli anni era probabilmente imponente e impressionante, con un utilizzo totale e ambizioso della computer grafica.

Che io personalmente non amo molto, a meno che non le sia accompagnato qualcosa (sia a livello di sceneggiatura, ma anche proprio visivo) che le dia profondità e colore, e che eviti che rimanga fredda e neutra. Cosa che capita solo in parte con Final Fantasy VII - Advent children, che difatti di mio non trovo visivamente così bello.
Il film, inoltre, si fatica a seguire perché è pensato sostanzialmente come spin off del gioco, e non a caso è dedicato in apertura a coloro che hanno giocato a Final Fantasy VII. Morale della favola: chi non ci ha giocato, o chi non si ricorda niente, faticherà non poco a capire cosa sta succedendo, dal momento che niente viene spiegato e lo spettatore viene scaraventato al centro della scena senza le necessarie spiegazioni.
Anche i dialoghi non mi hanno convinto molto, e il tutto, più che un film unitario e a sé stante, sembra un collage di scene d’animazione utili a completare, o ad allungare, il mondo di Final Fantasy VII

C’è inoltre un utilizzo massiccio dell’azione, cosa che toglie ulteriormente al film possibilità di profondità maggiori.

Insomma,  Final Fantasy VII - Advent children a mio avviso, pur non essendo malaccio, non val la pena d'esser visto a meno che, come detto, non conosciate già in partenza la storia del gioco di cui esso costituisce un prolungamento.

Fosco Del Nero



Titolo: Final Fantasy VII - Advent children (Final Fantasy VII - Advent children).
Genere: animazione, fantasy, azione.
Regista: Tetsuya Nomura, Takeshi Nozue.
Anno: 2004.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


martedì 28 maggio 2019

La strada per El Dorado - Bibo Bergeron, Will Finn, Don Paul, David Silverman

Non avevo mai visto La strada per El Dorado, film d’animazione del 2000, né conoscevo i registi del film, ben quattro (cosa invero assai rara... intendo, la presenza di quattro registi insieme, non il fatto che non li conoscessi): Bibo Bergeron, Will Finn, Don Paul, David Silverman.

Il genere, invece, è il più classico relativamente ai film d’animazione statunitensi di quegli anni: avventura, umorismo e buoni sentimenti, col pubblico che è un pubblico di famiglie, e anzi in questo caso sbilanciato dal lato dai bambini, giacché La strada per El Dorado si presenta e si mantiene piuttosto semplice in tutto: sceneggiatura, dialoghi, personaggi, battute, gag.

Ecco in grande sintesi la trama del film: Tulio e Miguel sono due avventurieri che vanno dietro al gioco, alle donne, all’oro… e alle avventure, come suggerisce la loro stessa definizione.
Finiti nei guai in Spagna per truffa, e finiti ancora più nei guai sotto forma di clandestini nella nave di Cortes diretta al nuovo mondo, finiranno ancora al centro dell’attenzione – e ancora una volta potenzialmente nei guai – nelle Americhe, laddove si imbatteranno nientemeno che nella leggendaria El Dorado, di cui avevano casualmente trovato una mappa.

Il loro compagno di viaggio è il cavallo Altivo, mentre la loro compagna di truffa tra la gente di El Dorado sarà la bella e vivace Chel, un’indigena locale che non vede l’ora di andarsene da qualche altra parte, non amando molto la cultura locale.
Quanto a Tulio e Miguel, anch’essi non vedono l’ora di andarsene, e con tutto l’oro che riusciranno a portarsi appresso, agevolati in questo dal fatto di essere stati scambiati per delle divinità e corteggiati in tal senso dai due sacerdoti locali: il sanguinario sacerdote Tzekel-Kan e il bonario sacerdote Tannabok.

Primo punto: mettiamo subito da parte storia, mito, il fatto che spagnoli e indigeni americani parlano la stessa lingua e via discorrendo: è un film d’animazione di genere avventuroso-fantasioso, destinato a un pubblico giovane e familiare, per cui non ha molto senso mettersi a fare i precisini sui vari dettagli (che in realtà dettagli non sarebbero, ma ci siamo capiti).

Globalmente parlando La strada per El Dorado è un film gradevole: vivace, coloratissimo, simpatico.
Visivamente ci siamo, con un bel cartone animato vecchio stile, senza computer grafica o artifici moderni. 
Uditivamente parlando, il film è ben doppiato in italiano, ma la resa italiana delle canzoni non è a mio avviso il massimo, e probabilmente le originali in inglese erano più efficaci.
La storia è caruccia, e i personaggi come detto simpatici.

Non c’è molto altro da dire su La strada per El Dorado, un film che probabilmente ha senso avere solo in ottica famiglia e figli, mentre gli altri adulti potranno al massimo guardarlo una volta e poi metterlo da parte, giacché non vi sono una profondità o un umorismo tali da segnalarlo ulteriormente.

Fosco Del Nero



Titolo: La strada per El Dorado (The way for El Dorado).
Genere: animazione, commedia, avventura, musicale.
Regista: Bibo Bergeron, Will Finn, Don Paul, David Silverman.
Anno: 2000.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 22 maggio 2019

Minuscule - La valle delle formiche perdute - Hélène Giraud, Thomas Szabo

Minuscule - La valle delle formiche perdute è certamente un prodotto particolare.
Partiamo dal genere dell’animazione, e questo è ormai cosa consueta, e ad essa abbiniamo una storia senza parole, fatto certamente più insolito.

Niente dialoghi, dunque, ma solo suoni della natura e versi degli animali protagonisti, il che rende il film di targetizzazione non semplice: probabilmente troppo concettuale e troppo poco “rumoroso” per bambini piccoli piccoli (diciamo sotto i quattro anni), è possibile anche che annoi quelli più grandi… e persino i bambini grandi, ossia gli adulti.

Oppure, al contrario, e questo ovviamente a seconda dell’indole individuale, potrebbe affascinarli moltissimo.

Minuscule - La valle delle formiche perdute ha un’altra particolarità: è un film d’animazione realizzato però sulla base di filmati reali, cui per l’appunto è stata aggiunta l’animazione, cosa che rende il film visivamente parlando davvero bello e realistico, per l’appunto.
Se non fosse che le coccinelle e le formiche si parlano e hanno occhi umani, sembrerebbe a tratti di essere dentro un documentario.

Altra cosa da sottolineare: si tratta di una produzione franco-belga, col film diretto dal duo Hélène Giraud-Thomas Szabo, il che depone bene il partenza, data la qualità media dell’animazione francese (e dintorni).

E veniamo ora alla trama sommaria di Minuscule: una piccola coccinella perde il suo gruppo, e vien poi presa di mira da un gruppo di mosche bulle. Scappando da esse, si ritrova dentro una scatola piena di zuccherini, residuo di un picnic abbandonato in tutta fretta da una coppia che stava per avere un bambino.
Tale picnic, ancora mezzo imbandito, finisce ovviamente per essere preda di vari insetti e animali vari, vero e proprio bottino di guerra.
Una comitiva di formiche nere s’impossessa proprio della scatola contenente lo zucchero, con l’obiettivo di portarla nel proprio formicaio… salvo imbattersi prima nella coccinella e poi in un gruppo di cattive formiche rosse, le quali vorrebbero appropriarsi della scatola in questione.

Ecco, la trama di Minuscule - La valle delle formiche perdute essenzialmente è questa, anche se detta così il prodotto sembra poco interessante.

Invece, Minuscule - La valle delle formiche perdute ha una sua bellezza: quella visiva è notevole, mentre quella d’intrattenimento varia molto a seconda di chi guarda, come detto.
Io lo ho apprezzato discretamente e credo che il film una chance se la meriti, ma fate voi secondo quanto riportato e secondo i vostri gusti.

Fosco Del Nero



Titolo: Minuscule - La valle delle formiche perdute (Minuscule - La vallée des fourmis perdues).
Genere: animazione, commedia.
Regista: Hélène Giraud, Thomas Szabo.
Anno: 2013.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


martedì 21 maggio 2019

L’ultima tempesta - Peter Greenaway

Non avevo mai visto finora un film di Peter Greenaway, e ad essere onesto non mi ricordo come io sia arrivato al suo L’ultima tempesta, sorta di rappresentazione cinematografica de La tempesta di William Shakespeare.

Inizio subito col dire che L’ultima tempesta non è un film convenzionale, quindi non accostatevi ad esso con l’intento di rilassarvi o di assistere ad una trama “normale”.

Già l’origine shakespeariana dell’opera suggerisce un approccio differente… e l’impronta di Peter Greenaway completa il quadro, con l’espressione “quadro” che non è usata a caso, dal momento che L’ultima tempesta, più che un film, è una somma di elementi letterari (Shakespeare, come detto), pittorici (soprattutto della pittura europea del ‘500 e del ‘600), musicali (di genere classico e lirico), e persino il ballo trova un suo ampio spazio. Per non parlare poi degli elementi esistenziali, credo originati più da Shakespeare che dal regista, e comunque presenti in modo abbondante.

Ma andiamo con ordine e tratteggiamo per sommissimi capi la trama del film: Prospero, già Duca di Milano, è stato tradito da suo fratello, che si è impossessato del suo regno, ed esiliato in un’isoletta, dove ha trascorso gli ultimi anni con la bellissima figlia Miranda e un nutrito nugolo di servitori.
E non solo servitori umani, ma anche servitori spiriti, tra cui Ariel, il suo favorito, che lo aiuterà grandemente a raddrizzare le cose, le quali comprendono anche Calebano, uno spirito cattivo, e Ferdinando, il figlio del suo nemico.

Il film procede secondo i vari libri, ventiquattro, che Prospero, gran sapiente e anzi mago, si è portato nell’isola, e che costituiscono la fonte del suo sapere e del suo potere, ma soprattutto procede per immagini e scene tutte surreali, grottesche e apparentemente folli.

In effetti, per certi versi è difficile valutare un’opera come L’ultima tempesta… o meglio, è anche facile valutarla, ma tutto dipende dall’ottica con cui la si inquadra.
Se ci si avvicina ad essa come si fa con un film d’intrattenimento, risulterà inguardabile e noiosa. Se ci si accosta come ad un’opera d’arte che propone bellezza e ispirazione, si troverà molto, soprattutto tra le arti prima citate. Se, infine, la si guarda con occhio esistenzial-spirituale, si troverà anche di più…
… ma in questo caso occorrerà essere ben attenti e saldi e non farsi distrarre da colori, inquadrature e movimenti vari, i quali, proprio come fa la vita, rapiscono l’attenzione dello spettatore dai veri contenuti.

Ed eccoli i veri contenuti dell’opera, o almeno alcuni di essi, narrati dalla voce narrante di Prospero, la quale non è un monologo, ma poco ci manca.

“Il libro degli specchi, legato e broccato d’oro, consta di un’ottantina di pagine, tutte riflettenti. 
Alcuni specchi riflettono semplicemente il lettore; altri il lettore come egli sarà tra un anno da quel momento; oppure come egli sarebbe se fosse un bambino, un mostro o un angelo. 
Quando s’aprono le pagine di questo libro, facciate e prospettive balzano fuori a tutto tondo. Vi sono modellini di vari edifici, costantemente oscurati dall’ombra di nuvole passeggere. Brillano le luci di notturne vedute urbane, e sole e musica dall’interno di saloni e torri.”

“Sia fatta la volontà dall’Altissimo.”

“Stai serena, bada alle angosce. Dì al tuo cuore pietoso che non fu fatto alcun male.”

“Ora il tempo è venuto: è il momento che tu apra le orecchie, obbedisci e sta’ bene attenta.”

“Per questo motivo affidai il governo a mio fratello, estraniandomi dagli affari di stato, assorbito com’ero dallo studio delle scienze occulte.”

“A che punto siamo del giorno?”
“È passato il mezzodì.”
“Il tempo che resta da quest’ora dobbiamo spenderlo in modo altamente proficuo.”

“Perdono, padrone, risponderò fedelmente ai tuoi comandi, e farò sempre il mio dovere di spirito.”
“Se così farai, entro due giorni io ti renderò la libertà.”

“Svegliati, mia diletta, svegliati.” (con le parole scritte sullo schermo a caratteri grandi, a sottolineare il concetto)

“Tutto sta accadendo come il mio spirito suggerisce.”

“Conviene che io renda difficile questa rapida avventura, perché una facile vittoria non renda meno prezioso il premio.”

“Questo mio meschino lavoro potrebbe essermi pesante quanto odioso, ma il padrone che io servo ravviva ciò che è morto, e fa della mia fatica un piacere.”

“Nulla è eterno.”

“Rincuorati, mio signore. La nostra commedia ora è finita. Questi nostri attori erano puro spirito, e si sono dissolti nell’aria sottile.  ”

“Come l’edificio senza fondamenta di questa visione, le torri cinte di nubi, i palazzi sontuosi, i templi solenni, lo stesso globo terracqueo, e tutto ciò che esso contiene, si dissolveranno. E al pari di questo incorporeo spettacolo ora svanito, non lasceranno alcuna traccia.
Noi siamo della materia di cui sono fatti i sogni, e le nostre piccole vite sono circondate da un grande sonno.”

“Lascia stare, buffone, sono solo stracci.
Che senso ha invaghirsi di questo ciarpame?”

“E voi fermi, là, che siete sotto incantamento. 
L’incanto si dissolve veloce, e come il mattino che vince sulla notte sciogliendone l’oscurità, così i loro sensi che riaffiorano cominciano a scacciare i fumi dell’incoscienza che ammantano la loro un tempo chiara ragione.”

“Affrettati, o spirito, che ben presto sarai anche tu libero.”

“Irreparabile è la sua perdita, e la rassegnazione non può darmi aiuto.”
“Credo invece che voi non lo abbiate cercato. Io dalla rassegnazione, per una eguale perdita, ho ricevuto sovrano conforto, e adesso mi trovo contento.”

“Sei bravo e diligente, e preso sarai libero.”

“Scioglietemi da ogni vincolo con un’azione nobile e alta.
Se dei vostri peccati voi clemenza sperate, che la vostra indulgenza ora liberi me.”

Come vedete, c’è parecchio ne L’ultima tempesta, dalla natura effimera e caduca dell’esistenza allo stato di addormentamento, dal principio del perdono alla ricerca e liberazione interiore.
A voi decidere se guardarlo e, nel caso, con che occhi.

Ultime due considerazioni: la prima è che il film non si pone problemi a mostrare corpi nudi, e anzi propone la più alta quantità di corpi nudi che abbia mai visto in un film, e per distacco. Anche questo potrebbe rappresentare un elemento distraente, per cui vi avviso prima.

La seconda è che alcune scene hanno una potenza evocativa non indifferente, come quella in cui Prospero passa in mezzo a due file di specchi (cosa che si commenta da sé), o come quella in cui riferisce della natura dell’esistenza umana (con un sottofondo di campane a sottolineare la gravità), o come quella dello sposalizio tra Miranda e Ferdinando, che al contrario mi ha ricordato un arcano dei tarocchi (gli Amanti, nella versione di Crowley).

Fosco Del Nero



Titolo: L’ultima tempesta (The prospero’s book).
Genere: grottesco, drammatico, psicologico, fantastico, esistenziale.
Regista: Peter Greenaway.
Attori: Erland Josephson, Michel Blanc, John Gielgud, Isabelle Pasco, Michael Clark, Nastassja Kinski, Mark Rylance, Tom Bell, Jim Van Der Woude, Deborah Conway.
Anno: 1991.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


mercoledì 15 maggio 2019

Nuovo Cinema Paradiso - Giuseppe Tornatore

Finora non ho mai recensito un film del regista italiano Giuseppe Tornatore… e dunque ecco qui Nuovo Cinema Paradiso, uno dei suoi classici.

Precisazione di fondo: ho visto la versione del film lunga quasi 170 minuti, quindi una delle versioni più lunghe della pellicola in questione, che ha subito diversi montaggi, da 118 minuti fino a 173 minuti con varie vie di mezzo… il che cambia parecchio le cose.

Seconda precisazione: nonostante una lunghezza abissale e nonostante lo abbia guardato di sera-notte, sono riuscito a non addormentarmi, il che è un buon segnale per il film.

Il quale è senza dubbio un bel film, e peraltro ha il potere di portare lo spettatore nell’Italia del passato: prima alle fine degli anni Quaranta, e poi nei decenni successivi, anche se il film a dire il vero comincia con la fine degli anni Ottanta, ossia il periodo di produzione del film, col protagonista ormai adulto, per poi procedere a raccontare la storia dall’inizio.

Ed eccola la storia, che spiega come mai Salvatore Di Vita, ora regista di successo, negli ultimi trent’anni non è mai tornato nel suo paese d’origine, un paesino della Sicilia chiamato Giancaldo, in cui aveva lasciato famiglia, un lavoro come responsabile delle pellicole del cinema locale, per l’appunto il Nuovo Cinema Paradiso di cui nel titolo… e un’amore infranto. 
Ma anche una madre, una sorella, due nipotini, un vecchio amico, l'anziano Alfredo… per il cui funerale Salvatore rompe il suo voto di non tornare più in paese e ci torna.

Ecco, ho riassunto in pochissime righe, e ovviamente in modo assai incompleto, una trama non complessissima, ma comunque lunga, tanto lunga da riempire circa 170 minuti di film, distribuiti in quattro periodi storici: Salvatore bambino, Salvatore adolescente, Salvatore un poco più grande, e infine Salvatore uomo cresciuto.

Essenzialmente Nuovo Cinema Paradiso è un film drammatico, anche se sono forti anche le componenti sentimentale, storica e pure da commedia.

Bello il montaggio, bella la colonna sonora, andiamo bene anche a livello di recitazione, e la sceneggiatura è sufficientemente interessante, per quanto non brillantissima.
La questione è la lunghezza, motivo per cui per l’appunto il regista lo aveva grandemente ridotto in varie versioni, dopo che la versione lunga era stata male accolta tanto dal pubblico al cinema quanto dalla critica, salvo poi venire rivalutata in seguito.

Personalmente, lo considero uno di quei film di sufficiente valore da vederlo una volta… ma che poi finirà da parte per non essere visto mai più. Almeno da me, che non amo molto i polpettoni drammatici.
E Nuovo Cinema Paradiso, pur se raffinato, è pur sempre un polpettone drammatico, e pure bello lungo.

Fosco Del Nero



Titolo: Nuovo Cinema Paradiso.
Genere: drammatico, commedia, sentimentale, storico.
Regista: Giuseppe Tornatore.
Attori: Philippe Noiret, Salvatore Cascio, Marco Leonardi, Jacques Perrin, Agnese Nano, Brigitte Fossey, Pupella Maggio, Antonella Attili, Enzo Cannavale, Leopoldo Trieste, Leo Gullotta.
Anno: 1988.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



martedì 14 maggio 2019

Matrimoni e pregiudizi - Gurinder Chadha

Avevo visto una volta Matrimoni e pregiudizi, ma parecchi anni fa, prima che aprissi il blog Cinema e film, e difatti in esso del film in questione non vi era alcuna traccia… fino ad ora, giacché l’ho rivisto.

Premessa: il film è una rivisitazione in salsa indiana del classico letterario di Jane Austin Orgoglio e pregiudizio, di cui riprende anche il nome modificandolo leggermente (da Pride and prejudice a Bride and prejudice… gioco di parole non riproducibile in italiano, per cui ci si è accontentati di un meno significativo Matrimoni e pregiudizi).
La regista è Gurinder Chadha, di cui ho visto un altro film, piuttosto scarso in verità, ossia La mia vita è un disastro, e che ho intravisto anche in uno degli episodi del film collettivo Paris, je t’aime.

Partiamo proprio da La mia vita è un disastro, che era un film adolescenzial-sentimentaloide piuttosto banale e con pochissimo mordente. Anche l’umorismo era parecchio piatto. Partiamo da qui perché vale la stessa cosa per Matrimoni e pregiudizi… ed evidentemente è/era una caratteristica della regista.

La quale si distingue per personaggi un po’ macchiette e per dialoghi che definire banali sarebbe un complimento. I dialoghi di Matrimoni e pregiudizi sono davvero scadenti.
Inoltre, anche il mix di generi del film, che oscilla tra la commedia, il polpettone sentimentale, i balletti bollywoodiani, un po’ di denuncia sociale… e ciò vale anche per l’ambientazione, col film che, ammiccando di continuo all’Occidente, si divide tra India, Gran Bretagna e Stati Uniti… con i personaggi protagonisti che addirittura si incontrano per caso negli aeroporti: davvero patetico.

Tra l’altro, nel filone “denuncia sociale”, si calca spesso la mano sulla questione “la vera India”, criticando la visione dell’India degli occidentali-turisti, Goa compreso… salvo poi constatare che l’intero film ha proprio tale visione da turista. 
Perlomeno, nei cinque mesi in cui sono stato in India non ho visto scene del genere, né ho incontrato per caso gli indiani che ho conosciuto negli aeroporti occidentali.

Insomma come sceneggiatura, personaggi e dialoghi il film sarebbe da bocciare in pieno.
Però, e va detto anche questo, offre una bellezza visiva enorme: non tanto i panorami dell’India, palazzi o natura, quanto proprio bellezza umana, tra abiti, colori, costumi, cibo, e per certi versi anche la musica (pure se quella è ampiamente meticciata con l’Occidente, e difatti si canta spesso in inglese)…
… e tutta questa bellezza vale la visione del film.

A proposito di bellezza, un commento sui protagonisti del film, tutti oscillanti tra il belloccio e il bellissimo: al tempo, molti anni fa, pensai che Aishwarya Rai Bachchan fosse bellissima, forse persino una delle più belle donne del mondo, mentre oggi la trovo inelegante e pacchiana, preferendole invece la sorella maggiore o la sorella del suo futuro cognato Balraj.
Proprio questi due personaggi sono interpretati da due attori che ho imparato ad apprezzare per due diverse serie tv: il cognato è Naveen Andrews, protagonista di Lost (ma anche di ), mentre sua sorella è Indira Varma, che ha un ruolo non principale ma affascinantissimo nella serie de Il trono di spade (ed entrambi protagonisti di Kamasutra).

In chiusura, la trama di Matrimoni e pregiudizi, di cui quasi mi stavo dimenticando: la famiglia Bakshi (anche l’indiano protagonista di Hollywood party si chiamava Bakshi, ora che ci penso) è un’allegra famiglia indiana che vive ad Amritsar, nell’India nord-ovest (Punjab). Tale famiglia si caratterizza per la presenza di quattro figlie, Jaya, Lalita, Lakhy e Maya, tutte ormai già abbastanza grandi per essere date in spose, tanto che la madre si sta attivando alacremente per piazzare almeno le prime due, le più grandi (in realtà per gli standard dell'India sarebbero state tutte in forte ritardo, visto che le ragazze lì si sposano in media a 16-17-18-19 anni).
Il piazzamento della prima sembra cosa fatta con Balraj Bingley, un ricco e appetito scapolo indiano che vive negli Stati Uniti, che giunge in visita con la sorella Kiran e l'amico William Darcy.
La secondogenita, invece, rifiuta il matrimonio combinato con tale Kohli, anche lui ricco indiano che vive in America… ma decisamente meno affascinante del primo, per quanto a suo modo premuroso.
Lalita, invece, sembrerà decisamente più interessata ad americani veri e propri: prima a Wickham e poi allo stesso Darcy.

In chiusura, e come già detto, se si sorvola sulla piattezza di sceneggiatura e dialoghi, Matrimoni e pregiudizi, ha molta bellezza visivo-sensoriale da offrire. Decida il singolo spettatore se essa gli basta o meno.

Fosco Del Nero



Titolo: Matrimoni e pregiudizi (Bride and prejudice).
Genere: commedia, sentimentale, musical.
Regista: Gurinder Chadha.
Attori: Aishwarya Rai Bachchan, Martin Henderson, Nadira Babbar, Anupam Kher, Naveen Andrews, Daniel Gillies, Nitin Ganatra, Namrata Shirodkar, Indira Varma,  Thierry Ashanti, Sonali Kulkarni, Marsha Mason.
Anno: 2004.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.