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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

martedì 20 giugno 2017

Allucinazione perversa - Adrian Lyne (film psicologico)

Ormai parecchio tempo fa avevo visto e recensito Allucinazione perversa, solo che probabilmente avevo per sbaglio cancellato la recensione, cosa che mi dispiacque per il valore del film e per quanto il testo poteva essere utile, così a distanza di un po’ di tempo me lo sono rivisto e l’ho ri-recensito.

Cominciamo partendo dal titolo: chi ha motificato l’originale “Jacob’s ladder” nell’italiano “Allucinazione perversa” andrebbe radiato da qualunque lavoro comunicativo, nel cinema o nell’editoria.
Non gli dovrebbero nemmeno far aprire un blog, per quanto il titolo svia l’attenzione e fa sembrare una cosa come un’altra.

Diciamo poi che non ci si aspetterebbe certo un film così simbolico, al contempo così oscuro e così pieno di luce, dal regista di film patinati e sensuali come Flashdance, Nove settimane e mezzo, Lolita e Proposta indecente… film che non ho mai visto ma che ovviamente conosco di fama.

Veniamo ora al film, che prima riassumerò a livello di trama, e poi riassumerò a livello di contenuti e simbolismi.
Jacob Singer, ex caporale dei Marines, è un reduce del Vietnam, ed è uno di quei reduci messi male: dopo la guerra, nonostante una laurea in filosofia e una mente brillante (veniva chiamato “il professore” dai suoi commilitoni), si mette a fare il postino per non dover usare la mente, giacché ha ricordi brutti e confusi riguardo alla guerra… specialmente di un giorno, in cui successe una carneficina e lui stesso fu gravemente ferito.
Dopo la guerra, inoltre, ha lasciato la moglie Sarah e i due figli Jed ed Elia, e si è messo con Jezebel, sua collega alle poste.
All’improvviso, egli sta male, sia fisicamente che interiormente, e inizia a vedere demoni ovunque, anche nel volto della sua compagna Jezebel, e dopo aver scoperto che la stessa cosa succedeva anche ai suoi ex commilitoni, inizia a indagare su cosa il governo degli Usa ha loro somministrato durante la guerra… ma in questo viene “scoraggiato” da alcuni uomini dall’aria di gangster.

Detto così, Jacob’s ladder (mi rifiuto di chiamarlo col nome italiano) sembra un film drammatico di genere antimilitarista, e con qualche contenuto horror causato dalle turbe psicologiche derivanti dalle sostanze psicotrope assunte durante la guerra…
… ma l’antimilitarismo è solo una scusa, e in realtà il film ha contenuti esistenziali e simbolici.
Tanto che ricorda il più brillante Cronenberg, quello del Il pasto nudo o Existenz, ma se è forse meno immaginifico, è decisamente più simbolico.
Quasi tutto, anzi, nel film ha una sua simbologia, e andiamo a vedere.

Partiamo dal titolo: “Jacob’s ladder”, ossia "la scala di Giacobbe", riferimento biblico a un sogno di Giacobbe e riferimento esistenziale al percorso spirituale di ascesa… e infatti lo stesso protagonista si chiama Jacob.

Le due protagoniste femminili invece sono Jezebel, anch’esso nome biblico, Gezabele, di origini incerte ma comunque associato a qualcosa di maligno o di insinuante, e infatti la donna del film è scura di carnagione, bruna di capelli e sensuale, e Sarah, sorella e moglie di Abramo, madre anziana e miracolata di Isacco, uno dei grandi patriarchi, la quale infatti è chiara di pelle, bionda e decisamente più rassicurante e materna. E difatti la prima è amante, mentre la seconda è madre. I figli di Jacob, inoltre, si chiamano Jed (Jedidiah, “amato da Yahweh”), Elia (il noto profeta), e Gabe (Gabriel, l’arcangelo), a conferma che l’ambientazione biblico-esoterica non è casuale.

Cosa peraltro certificata dal nome del sceneggiatore: Bruce Joel Rubin, che leggo su internet essersi interessato a spiritualità e meditazione, essere andato in Tibet ed India, e aver vissuto per un certo tempo in un monastero nepalese.
Quanto al protagonista Jacob, egli è laureato in filosofia, e anche qui siamo in tema conoscenza-sapienza-mondo interiore.

Il film chiarisce subito che si sta parlando di percorso evolutivo, ossia di risveglio, e infatti i primi personaggi che si scorgono, a parte il protagonista Jacob, sono persone mezzo addormentate, che paiono sonnambule: sono nel vagone di un metropolitana (un oggetto che percorre un percorso nel buio, e in cui poco dopo manca la luce, due simbologie in una) e sembrano mezzi morti… come peraltro è lo stesso Jacob, e infatti sono sue proiezioni, come si capirà dopo.

In quel vagone di metropolitana, peraltro, Jacob si risveglia: prima era addormentato, e ora vede mezzo addormentati quelli che ha intorno, a cominciare da una signora il cui volto assente è tutto un programma. 
A certificare la cosa, poco dopo Jacob dice: “Mi sono addormentato”.

Sempre sul tema veglia-sonno, Jacob torna a casa e dice al cane: “Ciao, Chester, torna a dormire. Hai di nuovo l’insonnia?”.
Più avanti, invece, in una scena si sente una voce che dice, parlando di Jacob: “Sta sognando”.
Ancora, Jezebel gli chiede “C’è nessuno in casa?”, e poi esclama “Se ci siete rispondete!”.
Non è finita, perché a un certo punto Jacob stesso si chiede: “Sono morto, vero?”.
E poco più vanti una voce glielo conferma: “Tu sei morto”.

Veniamo ora al settore “diavoli”.
Si comincia inquadrando, a inizio film, una mela e l’inferno, riferimento al mito dell’Eden e del serpente-diavolo.
Nel vagone della metropolitana Jacob vede che un barbone sdraiato ha una specie di coda rettiloide-demoniaca.
Poi, persosi nei tunnel della metropolitana (se non era chiara la metafora del vagone che percorre il cammino-tunnel tenebroso della metro, ecco che Jacob scende a piedi proprio in quei tunnel, e ci si perde) vede passare un vagone con tante persone addossate ai vetri, anch’esse tipo zombie, e una di queste, dagli occhi illuminati-diabolici, gli fa un segno con il braccio.
Più avanti una macchina tenta di investirlo, e dentro ci sono quegli stessi individui demoniaci del vagone della metropolitana (cioè, non so se fossero proprio gli stessi, ma ci somigliavano).
Lo stesso Jacob, parlando di loro, dirà in un momento di sconforto a Jezebel: “Sembrano dei diavoli”. 
Ancora, egli vede una donna con delle escrescenze in testa tra i capelli, simili a piccole corna.
E soprattutto, durante una festa, precisamente durante un ballo di gruppo abbastanza scatenato, si intravedono strani figuri, alcune persone fanno strane espressioni, volano corvi, molti sembrano impegnati in una specie di orgia collettiva, Jezebel compresa, e poi alcuni divengono mostri-demoni… e Jacob infine sviene.
A contorno del tutto, si inquadrano libri su sabbath, su demoni, sul male, su pentacoli e riti, nonché la Divina Commedia (lo so, va di moda metterla in mezzo, ma in effetti è stata scritta da uno “addentro”).

Passiamo ora al lato opposto, quello “angelico”.
Il massaggiatore-fisioterapista di Jacob è Louis, che gli sistema la schiena ma in realtà sembra più sistemargli l’anima e fungere da angelo custode… raggi di luce compresi.
Peraltro, notate che nella schiena risiedono i vortici dei chakra, e che sistemare l’una significa sistemare gli altri… e che nella stessa Bibbia c’è scritto di “preparare la via del Signore e di raddrizzare i suoi sentieri”, con riferimento proprio al percorso d'illuminazione dei chakra.
Jacob dice all’amico che sembra il suo angelo: “Lo sai, Louis, che sembri un angelo?”.
E non a caso a conferma della cosa più avanti Louis gli dice “Alleluia”.
E, sempre non a caso, è Louis a salvarlo dall’“ospedale” in cui era finito.

Sempre non a caso, è proprio Louis che rivela a Jacob il senso di quello che stava vivendo, e a noi il senso del film, ben prima che il finale lo mostri con chiarezza per quelli che non lo avevano capito in modo più sottile: Jacob’s ladder parla del purgatorio interiore e del passaggio dall’inferno al paradiso, che sono essi stessi interiori, ossia stati di consapevolezza.
Ergo, anche gli abitanti del primo, i diavoli, e del secondo, gli angeli, sono nostre proiezioni, e dipendono da noi.
Il film intero rappresenta la battaglia interiore, una sorta di battaglia energetica, di salto di consapevolezza, del protagonista, che si dibatte nei suoi demoni e nelle sue paure personali, in primis l’attaccamento. 

Louis glielo dice citando Meister Eckhart, il teologo mistico tedesco del 1300: “La sola cosa che brucia all’inferno è la parte di te che rimane aggrappata alla vita.”

E Louis aggiunge: “I ricordi, gli affetti… ti bruciano via tutto.
Non lo fanno per punirti, ma per rivelarti l’anima.
Se abbiamo paura di morire e ci aggrappiamo di più alla vita, vedremo i diavoli strapparcela via. Ma se raggiungiamo la pace, i diavoli diventeranno degli angeli, e ci liberano dalle cose umane.
È solo un problema di approccio.”

Si sta parlando dunque di eventi interiori, di uno scatto di consapevolezza interiore: il resto è tutta sceneggiatura dello spirito, potremmo dire.

La scena finale lo mostra con chiarezza: Jacob è stato per tutto il temo sdraiato sul lettino di un ospedale da campo in Vietnam, mentre un dottore cercava di salvarlo, ma invano… muore lì.
E che il resto sia stato tutto un suo percorso interiore è mostrato anche dalla scena precedente in cui Jacob e suo figlio Gabe, quello morto, salgono al piano di sopra di un appartamento, tra raggi di luce. 
Gabe dice al padre: “Ora saliamo, papà”.
Salire per l’appunto sulla scala di Giacobbe, la scala evolutiva, dopo che Jacob-Giacobbe si è distaccato dai suoi attaccamenti terreni… e quindi può salire di livello, per così dire, passando dalle tenebre alla luce.

Jacob’s ladder è un gran film… e non a caso a posteriori è quello di Adrian Lyne che si è conservato meglio e che è stato apprezzato alla distanza, mentre gli altri hanno perso ben presto il loro successo del momento: questo perché Jacob’s ladder-Allucinazione perversa ha un suo senso interiore.

Anche le scene disturbanti del film, che sono abbastanza (il finto ospedale, il ballo durante la festa, i volti degli uomini-demoni sulla metro o in macchina, l’amante il cui volto si trasfigura), non sono fini a se stesse, ma funzionale a dipingere il quadro interiore del protagonista, che si agita tra le tenebre e la ricerca dalla luce, che trova alla fine.

Insomma, si tratta di un film ben fatto con contenuti importanti, la cui visione è davvero raccomandata.

Fosco Del Nero



Titolo: Allucinazione perversa (Jacob’s ladder).
Genere: drammatico, thriller, psicologico, esistenziale, grottesco.
Regista: Adrian Lyne.
Attori: Tim Robbins, Elizabeth Peña, Danny Aiello, Pruitt Taylor Vince, Matt Craven,Jason Alexander, Macaulay Culkin, Ving Rhames, Eriq La Salle.
Anno: 1990.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 14 giugno 2017

Il giardino delle parole - Makoto shinkai (film sentimentale)

Ultimamente non ho visto grandissimi film, oscillando tutti tra il poco meno e il poco più rispetto alla sufficienza… ovviamente a mio personale parere.
Sperando di risalire verso l’alto, mi sono visto un film d’animazione giapponese che prometteva molto bene, dal momento che, essendo di ultima generazione, visivamente si presentava come uno spettacolo per gli occhi: il titolo del suddetto film è Il giardino delle parole, diretto peraltro da Makoto Shinkai, già regista di 5 centimeters per second, film di qualche anno prima non indimenticabile per la trama ma bellissimo (e con bellissimo intendo davvero bellissimo) in quanto ad apparato visivo.

Il giardino delle parole, però, è un film breve, forse neanche ascrivibile alla categoria del lungometraggi, per via dei suoi 45 minuti circa.

Il genere: siamo decisamente sul sentimentale, e sul giovanile, come da tipica tradizione nipponica. In effetti, pare di esser davanti a un manga animato… e animato molto bene, devo dire: esteticamente, difatti, Il giardino delle parole è bellissimo, e in questo senso non delude affatto le attese.

Inoltre, il film è assai delicato nei toni, cosa che apprezzo, pur essendo caldo nelle emozioni… caldo nonostante tutta la pioggia che casca giù, la quale è quasi un coprotagonista della storia.

Ma ecco in grandissima sintesi la trama del film: Takao Akizuki è uno studente di 15 anni, che vive praticamente da solo con il fratello date le lunghe assenze della madre, e che a scuola non brilla, ma che coltiva un sogno segreto… decisamente originale, a dire il vero, e anzi non mi pare di averlo mai sentito in un altro film e nemmeno in un libro: il ragazzo vuole diventare un calzolaio artigianale, nel senso che è proprio appassionato di scarpe e sta studiando per imparare a crearle per conto proprio. 

Tanto che egli, quando piove, diserta la scuola, va in un bel parco sotto un porticato, e si mette a studiare come progettare e creare delle scarpe.

Si dà il caso che il medesimo porticato è il luogo di sosta di un’altra persona: una ragazza, tuttavia nettamente più grande del giovane, di circa 27 anni, che passa il suo tempo lì a mangiare cioccolata e a bere birra.
Il suo nome è Yukari Yukino, e i due in qualche modo bizzarro faranno amicizia.

Il modo in cui faranno amicizia in realtà va a finire in un topos del fumetto/cinema giapponese, e difatti nel prosieguo l’opera non si rivela molto innovativa, e nemmeno particolarmente meritevole: a parte la bellezza visiva, non c’è altro che regga il passo, né i dialoghi né l’originalità dei personaggi, né la trama.

Il tutto anzi sa di estremamente semplice, e anzi si ha un po’ la sensazione che la trama fosse quasi una scusa per sceneggiare il bellissimo parco e i bellissimi giochi di luce della città giapponese.

In questo senso, Il giardino delle parole non è certo un film d’animazione memorabile, ma val certamente la pena vederlo per la bellezza visiva che propone, che da sola gli fa meritare quantomeno una sufficienza larga.

Fosco Del Nero



Titolo: Il giardino delle parole (Kotonoha no niwa).
Genere: animazione, sentimentale.
Regista: Makoto shinkai.
Anno: 2013.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 13 giugno 2017

Unbreakable - Il predestinato - M. Night Shyamalan (film drammatico)

Visto che mi ero stancato di aspettare un nuovo bel film di M. Night Shyamalan, che dopo Il sesto senso, Signs e The village non ne ha imbroccata una buona (vedasi Lady in the water, E venne il giorno, L’ultimo dominatore dell’aria… anche se After Earth è perlomeno decente), sono andato a ritroso all’unico film del “periodo buono” che non avevo ancora visto, sperando che fosse rappresentativo del suddetto periodo.

Il film in questione è Unbreakable - Il predestinato, film che ha ricevuto al tempo un discreto consenso di pubblico e di critica.

Si tratta di un film drammatico di circa 100 minuti, che peraltro ha confermato l’impressione che avevo maturato nel mentre riguardo al regista indiano: sarebbe a dire che gli sono congeniali le atmosfere cupe e tristi mentre al contrario fa clamorosi buchi nell’acqua quando c’è da gestire non dico commedie, ma quantomeno un’atmosfera meno intensa e tesa.

Ecco dunque che Il sesto senso e The village funzionano alla grande, mentre Lady in the water e L’ultimo dominatore dell’aria sono quasi inseguibili (nel doppio senso del termine)… e dire che quest’ultimo visivamente è molto bello, e si vede che è diretto da un regista che ha mestiere… ma che evidentemente non ha nelle sue corde tutto ciò che non è paura e tensione psicologica.

Ma veniamo ad Unbreakable - Il predestinato, che poi è uno dei film che ha lanciato M. Night Shyamalan… e che per l’appunto fa della tensione interiore il suo elemento dominante.
Pure troppo, giacché dalla tensione presente nel film, tra sguardi, dialoghi, silenzi, commento sonoro, etc, sembra che si stia parlando della terza guerra mondiale, mentre, a conti fatti, si parla di una persona particolarmente fortunata dotata di una grande forza (il che, detto così, sembra persino una cosa bella, pensate un po’!).

La persona in questione è David Dunn (Bruce Willis; (L'esercito delle dodici scimmieIl mondo dei replicantiFBI - Protezione testimoniIl quinto elementoLa morte ti fa bella), uomo triste e disadattato, che ha dovuto rinunciare a una promettentissima carriera di giocatore professionista di football dopo un incidente stradale che ha coinvolto anche la sua futura moglie, Audrey Dunn (Robin Wright Penn; La leggenda di Beowulf, La vita segreta della signora Lee, ma soprattutto l’indimenticabile La storia fantastica).
Nella storia vediamo i due una quindicina di anni dopo, più vecchi, con un figlio a carico, Joseph (Spencer Treat Clark) ma soprattutto in piena crisi coniugale, con i due che non dormono assieme e che a malapena si parlano.

Tuttavia, sopraggiunge una circostanza utile a riavvicinare i rapporti: David rimane clamorosamente illeso in un terribile incidente ferroviario che uccide tutti i passeggeri di un treno diretto a Philadelphia… tranne lui, per l’appunto, che non solo sopravvive, ma non si fa un graffio.

Cosa che suscita la curiosità di Elijah Price (Samuel L. Jackson; Il negoziatoreDjango unchained), appassionato di fumetti che scorge in David i segni di un supereroe dotato di grande forza, quasi invincibile.

L’idea sulle prime sembra ridicola, però poi…

Unbreakable - Il predestinato è un film strano: non è fatto male, e non annoia, però si ha continuamente la sensazione che sia troppo scuro e torbido in relazione alla storia presentata, cosa che non giova certamente alla finzione scenica e alla famosa sospensione dell’incredulità dello spettatore.

Bruce Willis è perfetto per la parte in questione, giacché deve mostrare un grugno immusonito per tutti i 100 minuti, senza alcuna altra espressione, mentre Samuel L. Jackson (e il suo ottimo doppiatore italiano) ha buon gioco nello spiccare come espressività e interesse suscitato.

Nel complesso, Unbreakable - Il predestinato non mi è dispiaciuto, ma la sufficienza è appena stiracchiata, e non credo che lo guarderò mai più… persino se M. Night Shyamalan non dovesse mai più produrre un buon film, cosa a questo punto discretamente probabile.

Fosco Del Nero



Titolo: Unbreakable - Il predestinato (Unbreakable).
Genere: drammatico, fantastico.
Regista: M. Night Shyamalan.
Attori: Bruce Willis, Samuel L. Jackson, Robin Wright, Spencer Treat Clark, Charlayne Woodard, Eamonn Walker, Leslie Stefanson, Johnny Hiram Jamison.
Anno: 2000.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

martedì 6 giugno 2017

Pallottole su Broadway - Woody Allen (film commedia)

Con Pallottole su Broadway potrei aver finito i film dell’enorme filmografia di Woody Allen… ma devo controllare, giacché in cotanto grande elenco potrebbe essermi sfuggito qualcosa.

La prima cosa che valuto dei film di Woody Allen è se recita lui o meno, giacché ciò fa molta differenza, specie in relazione a chi deve “sostituirlo”, ossia a chi deve rimpiazzarlo come protagonista intellettualoide e pieno di manie, paure e tic nervosi.

Stavolta è toccato a John Cusack (che aveva già diretto in Ombre e nebbia, peraltro, e che io mi ricordo anche per L’ultimo contratto), che se la cava discretamente bene (anche se dovrei sentire la lingua originale e non il doppiaggio italiano per valutarlo appieno), attorniato peraltro da svariato attori feticcio del Woody Allen di quel periodo, come Dianne Wiest (Hannah e le sue sorelle, La rosa purpurea del Cairo) o Jack Warden (Settembre, La dea dell’amore). 

Parlando di feticci, siamo peraltro in pieno “Woody Allen’s style”, giacché la ricetta è sempre quella: un protagonista astista, in questo caso un autore teatrale, il tentativo di affermarsi professionalmente, i compromessi, le turbe psicologiche, l’intellettualismo e la cultura metropolitana, relazioni sentimentali difficili con tradimenti annessi…
… e in questo caso c’è in più la variante della mafia, ovviamente italiana. 

Il tutto in salsa umoristico-ironica, tipica del regista newyorkese, che qua non dà il massimo di sé ma che comunque si difende bene.
Sempre ovviamente che piaccia il suo tipo di umorismo tra l’intellettuale e lo psicoterapeutico.

A me diverte, specie quando ad esso sono accompagnate trovate brillanti come ne Il dormiglione, in Amore e guerra, La maledizione dello scorpione di giada, o Midnight in Paris

Altrimenti, il rischio è quello di trovarsi invischiati in un commedia metropolitana un po’ troppo cerebrale… che comunque rimane gradevole e scorrevole, laddove invece proprio non mi piacciono i film drammatici cui Allen si è convertito nell’ultima parte della sua carriera (salvo poi ottenere i risultati più brillanti con prodotti tipo Midnight in Paris, come ovvio che fosse data la natura del regista).

Ad ogni modo, a mio avviso Pallottole su Broadway, pur essendo vivace e movimentato, non si segnala come uno tra i migliori film di Woody Allen, ma nemmeno come uno dei peggiori, e anzi merita una visione… ma probabilmente non due.

Fosco Del Nero



Titolo: Pallottole su Broadway (Bullets over Broadway).
Genere: sentimentale, commedia.
Regista: Woody Allen.
Attori: Jennifer Tilly, John Cusack, Chazz Palminteri, Tracey Ullman, Jack Warden, Rob Reiner, Mary-Louise Parker, Dianne Wiest, Joe Viterelli.
Anno: 1994.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 30 maggio 2017

Castaway on the moon - Hae-jun Lee (film drammatico)

Come spesso mi capita, non mi ricordo come mai mi ero segnato il titolo del film recensito oggi, Castaway on the moon, ma sta di fatto che me lo sono prima segnato e poi visto, e ora ne scrivo la recensione.

Come prima cosa, la provenienza del film, che spesso già da sola è in grado di dare informazioni sul film stesso: Castaway on the moon è un film coreano… e come è ben noto, spesso i film orientali sono piuttosto strani, se non proprio fuori di testa.

L’ultima definizione, “fuori di testa”, risulta particolarmente adatta a questo film, e anzi andrebbe specificato il senso plurale, dal momento che, dei due protagonisti della pellicola, non si sa chi sia il più “fuori”.

Anzi, in un certo senso si sa, giacché uno sta molto “fuori”, vivendo su una specie di isola disabitata, mentre l’altra si è barricata in camera, e quindi sta molto “dentro”. 

Per chiarire meglio le cose, ecco la trama sommaria di Castaway on the moon: Kim Seung-geun è un giovane uomo che, evidentemente, non ne può più di vivere, e tenta il suicidio gettandosi da un ponte nel fiume di Seul, che per chi non lo sapesse è la capitale della Corea del Sud.
Essendo un fallito, come nota egli stesso, non gli riesce neanche di uccidersi, e il risultato che ottiene è quello di trovarsi da solo in un isolotto al centro del fiume, troppo lontano dalla città per poter essere sentito o visto da qualcuno.
Al contrario, Kim Jung-yeon è una ragazza disadattata che ha fatto la scelta singolare di barricarsi in camera sua e vivere lì, senza alcun contatto col mondo esterno, famiglia compresa, che non vede più e di cui sente appena le voci e i rumori (nel gergo giapponese codeste persone vengono chiamate “hikikomori”). Tra le passioni della ragazza c’è quella di osservare e fotografare la Luna con un telescopio… che un giorno punta per sbaglio sull’isolotto dove vive Kim, che comincia a osservare come se la cosa fosse una specie di reality show televisivo, e con cui a un certo punto comincia a interagire inviandogli dei messaggi chiusi in bottiglie di vetro, in pieno stile da naufrago. 

Abbiamo dunque da un lato la linea narrativa (se si può definir così) del naufrago Kim Seung-geun, che superato il primo momento di sconforto si accorge che vivere lì gli piace più che vivere nella società moderna, e che dunque sceglie di darsi da fare cacciando uccelli, pescando pesci, coltivando mais, trovando una dimora per la notte, etc.
E dall’altro lato la linea narrativa della disadattata Kim Jung-yeon, che un po’ fa le sue cose, al computer per esempio, e un po’ segue le vicende dell’altro Kim, l’uomo…

… fino a un epilogo davvero facile da indovinare e che certamente non fa onore a un film che avrebbe certamente voluto nelle sue intenzioni iniziali essere un film originale e a suo modo accattivante.

Sfortunatamente, non basta mettere su schermo qualcosa di strano per ottenere un film originale e brillante, e in questo sta il fallimento di Castaway on the moon, se lo si vuole guardare da questo punto di vista.

Se, invece, si rinuncia fin dall’avvio alla brillantezza, si può anche godere di qualche scena intensa o ispirata… pur all’interno di un film senza troppo senso. A meno che non si voglia vederne il senso-morale di fondo nel fatto che le cose importanti della vita sono quelle semplici, ma per tale morale non serviva certo metter su un film strano e disadattato come questo. 

Comunque, guardiamo la parte del bicchiere mezzo piena e a mio avviso siamo poco sotto la sufficienza.

Fosco Del Nero



Titolo: Castaway on the moon (Kimssi pyoryugi).
Genere: drammatico, grottesco, sentimentale.
Regista: Hae-jun Lee.
Attori: Min-hee Hong, So-yeon Jang, Jae-yeong Jeong, Ryeo-won Jeong, Gyo-hwan Koo, Jeong-won Lee, Sang-hoon Lee, Sang-il Lee, Kyeong-jin Min.
Anno: 2009.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 23 maggio 2017

Oxford murders - Teorema di un delitto - Alex de la Iglesia (film commedia)

Ho visto un solo film del regista spagnolo (basco) Alex de la Iglesia: il brillante Crimen perfecto, che mi era piaciuto molto per il suo essere al contempo originale e grottesco.
In lista d’attesa c’è peraltro La comunidad - Intrigo all’ultimo piano, ma per ora mi sono visto Oxford murders - Teorema di un delitto, film del 2008 che passa dallo stile spagnolo a quello inglese… pur mantenendo il senso del grottesco tipico del regista.

Il film mostra un’eccellente regia, e un cast davvero ben scelto: il protagonista centrale è Elijah Wood (l’indimenticabile Frodo de Il signore degli anelli, ma visto anche in Sin City e Ogni cosa è illuminata), il quale è affiancato dal bravissimo John Hurt (Alien, 1984, V per Vendetta, Harry Potter e la pietra filosofale, Hellboy, The elephant man, ) e dalla bella Leonor Watling (Paris, je t'aime, La stanza del bambino, A mia madre piacciono le donne). 

Personalmente non posso inoltre menzionare il francese Dominique Pinon, che incontro a ogni piè sospinto nei film francesi (Il favoloso mondo di AmelieUna lunga domenica di passioni, L’esplosivo piano di BazilDelicatessenLa città dei bambini perduti, e Jean Pierre Jeunet se lo era portato appresso persino in Alien - La clonazione)… e ora anche in quelli non francesi a quanto pare.

L’altra spiccata caratteristica di Oxford murders - Teorema di un delitto è la sua grande intellettualità, e non a caso i due protagonisti sono due matematici, studente e professore, alle prese con vari enigmi: matematici e investigativi.
E non a caso il regista è laureato in filosofia.

Il film dunque è film intellettuale, colto e citazionista, ma che non fa l’errore di avere un’impronta pedante e noiosa (non so, alla Umberto Eco), e anzi mescola alla cultura commedia e ironia, e anche sentimenti.

Inoltre ogni tanto spunta fuori qualche frase dal tono esistenziale, come le seguenti.

“Niente accade mai per caso.”

“- Tu sei felice. Basta guardarti per capirlo.
- Beh, ci provo.
- Come ci riesci?
- È facile, basta seguire la corrente.”

“Preferisco fallire che non agire.
È meglio sbagliare che perdere un’occasione.”

Insomma, Oxford murders - Teorema di un delitto è film ben girato, ben recitato, intrigante, dotto e intellettualmente vivace, e vivace anche in senso emotivo.
Come detto, il trio di attori protagonisti è scintillante, e il tutto scorre benissimo.

L’unica cosa: il finale è un po’ debole: il film si scioglie come una bolla di sapone che non mantiene le promesse attese… o almeno a me ha dato questa impressione.
E inoltre, pur non essendo pedante, ogni tanto si trastulla un po’ troppo nell’intellettualismo perdendo di veridicità e di mordente.

Ma, nel complesso, Oxford murders - Teorema di un delitto è un buon film, che sfiora il risultato ottimo.
E Alex de la Iglesia si conferma regista di talento.

Fosco Del Nero



Titolo: Oxford murders - Teorema di un delitto (The Oxford murders).
Genere: commedia, giallo.
Regista: Alex de la Iglesia.
Attori: Elijah Wood, John Hurt, Leonor Watling, Julie Cox, Anna Massey, Alex Cox, Dominique Pinon, Jim Carter, Burn Gorman, Alan David, Tim Wallers.
Anno: 2008.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 17 maggio 2017

The secret of Kells - Tomm Moore (film animazione)

The secret of Kells è uno dei motivi per cui continuo a guardare film: su tanti ogni tanto esce fuori un gioiello, e questo è uno di quelli.

Non a caso, il film, pur assai originale nello stile e quindi anticonvenzionale, ha ottenuto all’epoca della sua uscita una candidatura all’Oscar come miglior film d’animazione. 

Incredibilmente, il film non è mai stato portato in Italia, e infatti l’ho visto in inglese coi sottotitoli: ciò è un esempio di quanto attualmente la creatività italiana e la sensibilità alla bellezza sia ai suoi minimi storici… e infatti siamo in fondo alla lista dei paesi produttori di film d’animazione, settore che riflette la creatività e l’innovazione nel cinema e in generale in una cultura.

Ma partiamo dalla trama: siamo nell’IX secolo, nell’Abbazia di Kells. L’abate di Kells è Cellach, ed è lo zio di Brendan, il protagonista della storia.
Mentre lo zio, uomo buono ma autoritario e severo, lo vorrebbe ligio al dovere e futuro abate, Brendan tende più alle avventure e alla creatività, e non a caso rimarrà affascinato dall’arrivo all’abbazia di Padre Aidan, famoso miniaturista, che gli insegnerà come produrre l’inchiostro verde… e che soprattutto gli parlerà dell’Occhio di Crom, strumento col quale è possibile eccellere nell’arte della miniatura.

Ma l’Occhio di Crom è andato perduto, ed ecco che il temerario Brendan, affiancato dal gatto Pangur, andrà alla ricerca dell’artefatto, e nel farlo conoscerà Aisling, una bambina che rappresenta una sorta di spirito celtico della natura.

Abbiamo dunque un’abbazia cristiana, che sta costruendo delle mura per difendersi dai barbari, e abbiamo una sorta di druidismo, benché solo accennato e non spiegato (che si difende da sé, nella natura).
E inoltre abbiamo un’altra lotta, quella tra dovere-ragione e istinto-fantasia.

Ma soprattutto abbiamo un’opera visivamente bellissima: raramente ho visto un film così bello dal punto di vista visivo, animazione o meno che fosse. E poco importa che sia un’animazione vecchio stile, in bidimensione. Sembra di essere entrati in un quadro di Klimt… un quadro che parla di abbazie, natura, magia…

Il film è ugualmente intenso dal punto di vista emotivo… e tutto ciò, badate, rimanendo essenzialmente semplice: è semplice nella trama, è semplice nei dialoghi.
C’è solo l’essenza delle cose, e quella basta.

Anche il sonoro è molto bello: le voci (quelle inglesi che ho sentito) sono linde e pulite, adatte al tono fiabesco della storia, e il commento sonoro è anch’esso bello… e a tratti incantevole, vedasi la canzone di Aisling, per cui quasi non ci sono parole.

L’unica cosa che dispiace di The secret of Kells è che dura solo 70 minuti, e alla fine sembra come monco.
Ma probabilmente la scelta di non proporre qualcosa di più ampio, epico, e magari contornato anche di una morale più sostanziosa, è voluta: è stata proposta solo bellezza… e scusate se è poco.

Tra l’altro, il film si rifà a qualcosa di vero, giacché il Libro di Kells è un libro miniaturato reale, ritenuto una delle cose più meravigliose prodotte in quei decenni.

Se il film non si premura di fornirci morali o simili, contiene comunque qualche accenno interessante. 
A cominciare dalla frase “Mutare le tenebre in luce”, che è tutto un programma.
Viene citato inoltre il terzo occhio, per quanto in modo molto naif, e infatti l’oggetto della ricerca del giovane Brendan è un appunto un oggetto-occhio.

Ancora, nel film si vede una lotta contro un serpente che ha un occhio solo, centrale… e il protagonista per l’appunto glielo prende e se ne impossessa, giacché quell’occhio gli serve per vedere qualcosa. Inoltre, c’è un accenno anche ai segni-energie zodiacali.

Insomma, qualcosa buttato in mezzo c’è… ma comunque è un di più, magari solo ispirato e non meditato, e la bellezza prodotta da tale fiaba animata sarebbe stata bastevole per conto suo.

E a questo punto mi vedrò qualunque film successivo del regista irlandese Tomm Moore, a cominciare dall’unico già uscito, Song of the sea.
Regista irlandese, cosa evidente nell’ambientazione britannica, ma film di produzione franco-belga… e ancora una volta la Francia si dimostra il paese più avanti in Europa riguardo il cinema di animazione, con The secret of Kells che si aggiunge ad altri splendori come I figli della pioggia o Azur e Asmar… ma anche ad La bottega dei suicidiKirikù e la strega Karabà, L’illusionista, Appuntamento a Belleville, Un gatto a Parigi, e tanti altri film di valore.

Fosco Del Nero



Titolo: The secret of Kells.
Genere: animazione, fantastico, fantasy.
Regista: Tomm Moore.
Anno: 2010.
Voto: 8.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 16 maggio 2017

Paprika - Sognando un sogno - Satoshi Kon (film animazione)

Avevo già visto Paprika - Sognando un sogno parecchi anni fa, talmente tanti che non avevo ancora aperto il blog Cinema e film, per cui Paprika ne era rimasto escluso.
Alla luce di un ricordo positivo, però, l’ho rivisto ora, ed ecco la recensione.

Intanto, si tratta di un film d’animazione, fatto assai normale in Giappone, laddove l’animazione è pane quotidiano e fa concorrenza ai film recitati, e anzi forse li supera persino, mentre in Occidente, e in Italia in particolare, il settore dei film d’animazione è parecchio carente.
Purtroppo, aggiungo io.

La seconda cosa che occorre dire è che Paprika appartiene a quel filone di film un po’ fuori di testa, di cui ugualmente il Giappone è ricco.
Tra i film recitati in carne e ossa, cito Yaji and Kita - The midnight pilgrims, probabilmente il film più bizzarro che abbia mai visto, mentre tra i film d’animazione cito Mind game, altro film che come Paprika si muove tra realtà e sogno, mischiando i due in modo non perfettamente chiaro.

E non mi metto a citare i film di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli, se no facciamo notte.
Anzi, no, almeno La città incantata lo cito, se no poi mi vengono i rimorsi.

In sintesi, ecco la trama di Paprika - Sognando un sogno: siamo in un non lontano futuro, in Giappone, quando viene inventata dal brillante ma un po’ disadattato Tokita una tecnologia in grado di far inserire le persone nei sogni altrui, la DC-Mini.
L’ambito dell’invenzione è la ricerca e la cura psicologica, ma presto la macchina viene rubata e utilizzata per fini negativi, mettendo a rischio la vita di tante persone.

Cercheranno di risolvere la situazione il detective Konakawa, e soprattutto Paprika, personaggio onirico che svolge la funzione di terapeuta dei sogni, aiutando le persone a superare i loro blocchi interiori… essenzialmente ciò che si voleva realizzare con la tecnologia suddetta.

Va da sé che un film con queste due premesse, ossia animazione e mondo onirico, si presta a una grande vivacità, sia di trama che visiva-uditiva-sensoriale, e difatti Paprika - Sognando un sogno è così… anche se, a dire il vero, si eccede perfino, risultando a volte un po’ confuso e poco ispirato, mentre d’altro canto la trama lineare, quindi quella del mondo di veglia, non convince appieno, e anzi pare un poco pretestuosa, ossia sembra un mero pretesto per metter su l’ambaradan degli effetti visivi-spettacolaristici dei sogni, piuttosto che una trama convincente e solida.

Insomma, il mio ricordo positivo di Paprika è stato in parte offuscato da questa nuova e probabilmente più matura visione.
Comunque, gli esperimenti filmici, seppur singolarmente possono non risultare graditissimi, spesso valgono la pena di esser visti, per cui nel caso fateci un pensierino.

Di mio, vedo che la valutazione attuale di Paprika coincide con quella dell’altro film di Satoshi Kon che avevo recensito, ossia The millennium actress, per cui probabilmente questo regista non fa per me… anche se ora che mi ricordo mi era piaciuto di più in Perfect blue, film però non recensito nel blog, per cui nel caso potrei dargli qualche altra chance.

Fosco Del Nero



Titolo: Paprika - Sognando un sogno (Paprika).
Genere: anime, animazione, fantastico, psicologico, drammatico.
Regista: Satoshi Kon.
Anno: 2006.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 9 maggio 2017

Shutter Island - Martin Scorsese (film drammatico)

Spesso mi guardo film di cui so poco o niente, o perché me li ha consigliati qualcuno, o perché li trovo citati su internet.
È così che, a volte, capitano coincidenze strane, come quella per cui prima mi vedo un film con contenuti di tipo cospirazionistico, che cita apertamente l’esperimento Mk-Ultra, ossia Ipotesi di complotto, e poi pochi giorni dopo mi vedo un altro film che ha come tematica il controllo mentale, ossia Shutter Island, che poi è il film recensito quest’oggi nel blog.
Peraltro, entrambi i film vanno a sfumare l’argomento in questione, chi perché la butta sul ridicolo e sul grottesco, e chi perché la gira sullo psicologico e sul psichiatrico. 

Vediamo comunque se a Shutter Island è andata meglio che ad Ipotesi di complotto, che globalmente, al di là degli argomenti rilevanti, avevo ritenuto di scarso valore.

Intanto, il regista è di maggior fama, quel Martin Scorsese direttore di svariati film di successo che però personalmente non ho praticamente mai apprezzato. Davanti alla macchina da presa, invece, un big di Hollywood, ossia Leonardo Di Caprio, che personalmente ricordo soprattutto per The beach e per Inception (ma recensito anche in Revolutionary road, Django unchained e Celebrity).
Insieme a lui, Mark Ruffalo e Ben Kingsley, a loro volta visti il primo in Vizi di famiglia Nel paese delle creature selvagge, e il secondo in Medicus - The physician, Lezioni d’amorePrince of Persia - Le sabbie del tempo.

Ecco in breve la trama del film, perlomeno quella con cui il film parte: Edward “Teddy” Daniel, agente federale, viene mandato insieme al suo partner Chuck a investigare sulla scomparsa di una donna all’interno di un istituto psichiatrico, per persone autrici di gesti violenti, locato a Shutter Island, isola da cui non si può andare via se non col battello, ovviamente controllato dagli agenti penitenziari.
La donna, però, tale Rachel Solando (Emily Mortimer; Match point, Faccia a faccia), pare svanita nel nulla: uscita dalla cella chiusa a chiave da fuori, sparisce nell’isola, pur essendo scappata scalza, senza dare alcun segno di sé.
Mentre indagano, i due agenti federali scoprono qualcosa che sembra non quadrare, tanto che Teddy comincia a sospettare che l’isola sia teatro di qualcosa di ben più misterioso che non un normale istituto penitenziario… anche per via di visioni strane e possibili avvelenamenti ricevuti. E in effetti ha una certa ragione nel pensarlo, anche se la realtà andrà ben oltre le sue aspettative.

Come accennato, il film propone dapprima l’indagine sulla persona scomparsa, e poi la tematica del controllo mentale, mettendo di mezzo i soliti nazisti (cosa che ogni volta mi fa pensare ai film su americani ed inglesi che sarebbero stati proposti nell’Europa conquistata dai nazisti qualora questi avessero vinto la guerra)… e poi svariate altre tematiche drammatiche e violente, che non svelo per non rovinare la visione ad eventuali spettatori che non avessero ancora visto il film.

Il quale procede in modo cupo e pesante, anche nei colori scelti, oscillanti tra i grigio e il color terra, con i colori vivaci che sono praticamente banditi.

Il risultato finale è quello di un’isola davvero cupa e pesante, e parlo tanto dell’isola esteriore, quella fisica, quanto di quella interiore, quella psicologica.

In effetti, Shutter Island non mette allegria, mettiamola così (come capita di solito con Martin Scorsese alla regia), tanto che non ve ne consiglio la visione se siete facilmente contagiabili da emozioni di paura, rabbia o tristezza.
Detto questo, Shutter Island è tecnicamente un buon film, con una buona sceneggiatura e una buona recitazione, da cui la buona valuazione… sempre ammesso che vi piaccia il genere psico-drammatico-thriller.

Quanto a me, il prossimo film sarà più vivace e colorato.

Fosco Del Nero



Titolo: Shutter Island (Shutter Island).
Genere: drammatico, psicologico, thriller.
Regista: Martin Scorsese.
Attori: Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Patricia Clarkson, Max von Sydow, Emily Mortimer, Jackie Earle Haley, Elias Koteas, Ted Levine.
Anno: 2010.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

martedì 2 maggio 2017

L’amore bugiardo - David Fincher (film drammatico)

La recensione odierna è dedicata al film L’amore bugiardo, girato nel 2014 e diretto dal’ottimo David Fincher (regista di film del calibro di Fight Club, The game - Nessuna regola, Il curioso caso di Benjamin Button, The social network, Seven… quasi una garanzia, in effetti), con protagonista Ben Affleck (Dogma, La vita è un sogno, Will hunting – Genio ribelle) e Rosamund Pike (Il mondo dei replicanti, La fine del mondo).

Ecco la sua trama, perlomeno in grande sintesi, dato che si tratta di un film pieno di capovolgimenti di fronte e assai lungo, più di due ore e venti minuti: Amy e Nick Dunne sembrano una coppia modello: belli entrambi, brillanti entrambi, lei personaggio del mondo dello spettacolo e lui scrittore, anche se a dire il vero sono incappati in una situazione finanziaria difficile.
E inoltre sembrano avere qualche problema relazionale che a una prima occhiata non sembrava esserci.

Ed ecco l’essenza del film, col quale l’espressione “problema di coppia” assurge a un nuovo livello, decisamente inaspettato, oltre che improbabile.

Difatti, Nick si rivela non essere il maritino perfetto che sembrava… così come Amy mostra di avere qualche segreto da nascondere (giusto giusto qualcuno).

Il tutto tra sparizione di lei, indagini della polizia, ipotesi di rapimento, ipotesi di omicidio, indizi sparsi un po’ ovunque, misteriosi acquisti con carte di credito, violenze, sangue e assassini…
… e, quel che è ancora peggio, manipolazioni e finzioni mediatiche.

In effetti, se non si trattasse di un film, L’amore bugiardo sarebbe una specie di inferno sceso in terra, una sorta di incubo vivente.

A un certo punto del film, però, la storia si fa talmente tanto ingarbugliata e improbabile che l’atmosfera di tensione del film sparisce, si dissolve letteralmente, e tutta la sua credibilità – che fino a quel momento si reggeva su una sorta di partita a scacchi a distanza – evapora, e il film passa dall’essere un drammatico-giallo-thriller all’essere una sorta di film sentimental-grottesco.

Insomma, probabilmente L’amore bugiardo avrebbe giovato di un finale più semplice e di un minutaggio un poco più breve, anche se comunque va detto che scorre via facilmente, da film “di marca” qual è, e incuriosisce lo spettatore su come andrà a dipanarsi quella che diventava via via una matassa sempre più complicata…

… e che è stata srotolata troppo facilmente, con troppa faciloneria e in modo davvero poco credibile, a mio avviso.

Comunque, se volete un film per passare 165 minuti davanti allo schermo, e se magari amate le storie ingarbugliate o contorte, e anche un poco torbide, L’amore bugiardo potrebbe fare al caso vostro.

Per conto mio, poco men che sufficiente: da un film pretendo di più, specie se così tanto lungo… e specie se porta la firma impegnativa e brillante di David Fincher.

Fosco Del Nero



Titolo: L’amore bugiardo (Gone girl).
Genere: drammatico, thriller, sentimentale.
Regista: David Fincher.
Attori: Ben Affleck, Rosamund Pike, Neil Patrick Harris, Tyler Perry, Kim Dickens, Patrick Fugit, Carrie Coon, David Clennon, Missi Pyle, Sela Ward.
Anno: 2014.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

martedì 25 aprile 2017

L’illusionista - Sylvain Chomet (film animazione)

Il film recensito quest’oggi su Cinema e film è L’illusionista, un film d’animazione del 2010.

Da sempre sono un grande appassionato di film d’animazione, e anzi vi dirò in confidenza che, essendo esso il cinema per definizione più libero da vincoli e più capace di dar sfogo a idee e creatività, lo ritengo la cartina di tornasole dello stato di salute di un cinema e di un intero popolo a livello di innovazione, fantasia e inventiva.

E devo dire che purtroppo il cinema italiano è parecchio scarso dal punto di vista del cinema d’animazione… e infatti anche il cinema recitato ha perso la brillantezza che lo caratterizzava mezzo secolo fa, producendo solamente sporadiche opere di valore e al contrario molta spazzatura.

Viceversa, il cinema francese negli ultimi decenni si è caratterizzato per una certa vivacità nel’ambito del cinema di animazione.
Così, al volo, cito i vari I figli della pioggiaAzur e AsmarKirikù e la strega Karabà, La profezia delle ranocchie, La bottega dei suicidiAppuntamento a Belleville (quest’ultimo diretto dal medesimo regista di questo)… tutti prodotti che l’Italia cinematografica attualmente si sogna.

Anche se a dire il vero alcuni mesi fa ho visto un buon film d’animazione italiano, ossia L’arte della felicità, che difatti mi aveva fatto piacere vedere.

Ma veniamo al film di oggi.
L’illusionista, oltre al fatto di essere un film d’animazione di essere di provenienza francese (franco-britannica, per completezza d’informazione), ha anche un’altra caratteristica, ossia quella di non avere in pratica parlato.
Non è un film muto, perché c’è una colonna sonora, e anche bella, nonché qualche parolina e qualche verso sparso qua e là, ma in pratica non ha dialoghi, cosa che lo rende un’esperienza essenzialmente visiva e uditiva… nonché emotiva, giacché il film, tra i bellissimi panorami e la bella colonna sonora, nonché quanto proposto dalla trama, riesce a toccare le corde emotive dello spettatore.

Nonostante esso non abbia alcun dialogo, la trama si segue senza problemi, e come prevedibile è assai semplice, e peraltro non è pesante da seguire giacché il film è assai breve, appena 75 minuti.

Ed ecco in poche parole la sintesi del film: siamo nel 1959, e il protagonista della storia è un uomo anziano che di lavoro fa l’illusionista. Il mestiere però non attira più come un tempo, tanto che egli si trova costretto a passare dalle esibizioni nei teatri ad ingaggi sempre più modesti.
Durante uno di questi conosce una giovane cameriera, che lavora in una specie di taverna e che, presolo in simpatia, lascia il suo lavoro e lo segue.
Tra i due verrà così a crearsi una sorta di rapporto tipo padre e figlia… compreso il fatto che lei gli chiede delle cose, vestiti e scarpe, e lui cerca di procurargliele, pur dovendo fare i conti con guadagni sempre minori.

Visivamente L’illusionista è molto bello: è una sorta di fumetto d’altri tempi, e propone ambientazioni davvero d’atmosfera, sia naturali che urbane. L’animazione è fluida e ben integrata con gli sfondi “dipinti”, rendendolo un’esperienza visiva di valore.

Il film manca però di mordente, e la tara dei mancati dialoghi è pesante, e anzi rende L’illusionista più un esperimento che non un film vero e proprio.
Un esperimento gradevole, e sensorialmente d’impatto, a dirla tutta, ma a mio avviso non si può dire che sia riuscito in pieno, da cui la mia valutazione discreta ma non esaltante.

Fosco Del Nero



Titolo: L’illusionista (The illusionist).
Genere: animazione, commedia, drammatico, sentimentale.
Regista: Sylvain Chomet.
Anno: 2010.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

martedì 18 aprile 2017

La ricompensa del gatto - Hiroyuki Morita (film animazione)

La ricompensa del gatto, film d’animazione giapponese del 2002 è una sorta di seguito del precedente I sospiri del cuore, che avevo già visto e recensito in precedenza, e che aveva maturato un’ottima valutazione.

In realtà, avevo già visto anche il presente film, ma non lo avevo recensito, forse per una dimenticanza.
Poco male, provvedo ora.

Il genere del film è sempre il medesimo: siamo sulla commedia fantastica surreale, condita con un pizzico di sentimentalismo.

Ecco la trama: Haru è un’adolescente che si giostra come tutte le sue coetanee tra la scuola, le amiche e i ragazzi che le piacciono. 
Un bel giorno, l’equilibrio della sua vita viene scosso, e anzi proprio travolto, dalle conseguenze di un atto in teoria poco rilevante: la ragazza salva un gatto da un possibile investimento… 
… e poi viene a sapere che si trattava del principe del Regno dei Gatti, regno che provvederà a sdebitarsi con lei, seppure in modi inaspettati e non del tutto graditi, compresa la proposta di matrimonio del Re verso il figliol principe.

Haru, che ovviamente non vuole sposare un gatto, dietro suggerimento di una voce misteriosa (ma bella), si rivolge a un misterioso ufficio per risolvere le divergenze con i gatti, che vede come titolare Baron, che per l’appunto era uno dei protagonisti del precedente film I sospiri del cuore, col quale comunque questo non ha alcun rapporto di parentela a livello di trama.
Dell’ufficio fanno parte anche il gatto Muta e il corvo Toto.

I tre aiuteranno Haru nel suo tentativo di evitare le “ricompense” del Regno dei Gatti.

Ok, ok, detta così la trama sembra piuttosto demenziale, e in effetti il film ha una forte dose di surrealismo, come detto fin da subito, però La ricompensa del gatto non si propone come film giapponese “fuori di testa” (e Dio solo sa quanti ce ne sono, d’animazione o recitati), ma come sorta di favola dolce e un po’ bizzarra, sospesa tra mondo umano e mondo felino.

Dico la verità: La ricompensa del gatto non ha molto da offrire, se non un poco di passatempo di genere onirico-fantastico, magari a qualche appassionato di anime.
O magari a qualcuno cui era piaciuto I sospiri del cuore, decisamente superiore a questo suo seguito spurio.

Pur non essendo pessimo, La ricompensa del gatto è comunque un film d’animazione di cui si può benissimo fare a meno, senza dubbio uno dei prodotti peggiori che abbia mai visto dello Studio Ghibli
… e, per carità, se il peggio è questo ben venga il meglio.

Chiudo la recensione con una citazione di genere psicologico-introspettivo-esistenziale, che sapete che mi piacciono molto:
“Hai bisogno di riflettere su come imparare ad essere te stesso. Allora, non avrai più nulla da temere.”

Fosco Del Nero



Titolo: La ricompensa del gatto - Il ritorno del gatto (Neko no ongaeshi).
Genere: fantastico, commedia, surreale, sentimentale.
Regista: Hiroyuki Morita.
Anno: 2002.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 12 aprile 2017

Moebius - Gustavo Mosquera (film grottesco)

La recensione di oggi è dedicata a un film argentino del 1996… che peraltro dato il bassissimo budget sembra un film ben più vecchio, più o meno degli anni “80: parlo di Moebius.

Bassissimo budget, dicevo, e la perenne sensazione che sia un film fatto in casa, per così dire.

Ecco in sintesi la trama di Moebius: nella metropolitana di Buenos Aires sta succedendo un mistero: non solo alcuni semafori diventano rossi o verdi di testa loro, in contrasto con gli orari di traffico previsto, ma un intero convoglio è scomparso… passeggeri compresi.
Come se non bastasse, di tale convoglio ogni tanto si sente il rumore e la vibrazione, proprio come se stesse continuando a viaggiare nel circuito della metropolitana, ma senza essere guidato o visto.
Un mistero che porterà il direttore della metropolitana a chiedere assistenza: finirà ad occuparsene il giovane topologo Daniel Pratt, che dopo aver analizzato la questione (non molto dopo, in realtà, il ragazzo a quanto pare è svelto) formula un’ipotesi più inverosimile che strana, che non a caso viene rigettata dai suoi referenti.

Egli però insiste nelle sue indagini, e alla fine scopre il mistero della metropolitana, scoprendo che in esso era invischiato il suo vecchio professore di topologia, Hugo Mistein.

Veniamo ora al commento del film: va bene avere pochi soldi e mezzi a disposizione, però questo non è un buon motivo per mettere su un film che da un lato è noioso, e dall’altro completamente campato per aria.
Praticamente siamo nella fantascienza mistica, anche se la cosa viene affrontata in modo assolutamente naif.

Insomma, la mia valutazione di Moebius è complessivamente negativa. Non bastano in tal senso quegli unici due minuti di film con un qualche valore, durante i quali vengono enunciati alcuni principi esistenziali interessanti. In tali due minuti, peraltro, vi sono contenuti bastevoli per l’intero film, e forse da soli valgono la visione, ma la valutazione di un film deve comprenderlo per intero, e per questo è negativa.

Tornando ai minuti in questione, riassumo la scena per dare l’idea gurdjieffiana della situazione (chi non ha visto il film e vuole vederlo forse farebbe meglio a smettere di leggere): c’è un un treno fantasma che viaggia all’interno di un sistema a forma di infinito, nel quale dentro cui vi sono delle persone che sembrano come addormentate, mezze sonnambule, sveglie ma non sveglie.
Gli unici svegli sono il professore che ha capito com’è la questione e il suo ex allievo che lo raggiunge.
Il professore, quello sveglio che sa cosa sta succedendo, così definisce gli avventori mezzo addormentati: “Loro non potranno mai svegliarsi prima di rendersi conto che si sono addormentati.” 

Aggiungo inoltre che il giovane topologo cerca di spiegare la situazione ad alcuni signoroni, ognuno col suo titolone sociale di dottore, ingegnere, impresario, direttore, etc, ma nessuno capisce. Il professore commenta questo fatto dicendo al suo ex allievo, incompreso, che gli altri non comprendono perché non hanno voglia di ascoltare.

A parte questi due minuti gurdjeffiani, effettivamente molto emblematici, nulla di meritevole in Moebius, e se essi siano sufficienti per l’intera visione del film decidetelo voi.

Fosco Del Nero



Titolo: Moebius (Moebius).
Genere: fantastico, surreale.
Regista: Gustavo Mosquera.
Attori: Guillermo Angelelli, Roberto Carnaghi, Annabella Levy, Jorge Petraglia, Miguel Ángel Paludi, Fernando Llosa.
Anno: 1996.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.

martedì 11 aprile 2017

Patch Adams - Tom Shadyac (film commedia)

Come immagino un po’ tutti, conoscevo perlomeno di fama Patch Adams, intendendo con ciò sia il film omonimo, sia il personaggio dalla cui vera storia è stato tratto il film, ma finora non me lo ero mai andato a vedere.

Anche perché, a dire il vero, pur apprezzando e ritenendo simpatico Robin Williams, non sono mai stato un suo fan sfegatato, e anzi non ho visto tantissimi suoi film.
Forse l’unico suo film cui sono particolarmente legato, per via delle tematiche esistenziali che propone, ma anche per la grande bellezza visiva, è Al di là dei sogni. Mentre i vari Miss Doubtfire e L’uomo bicentenario, pur gradevoli e ben fatti, mi hanno coinvolto decisamente meno.
E poi mi ricordo Jumanji, visto quando ero ragazzino.

Quanto al regista, Tom Shadyac, lo lego viceversa a film decisamente comici come Ace Ventura l’Acchiappanimali e Un'impresa da Dio, ma anche all’ispirato Dragonfly - Il segno della libellula.

Veniamo dunque a Patch Adams, che curiosamente e tristemente comincia col personaggio di Patch Adams in crisi depressiva dopo aver tentato il suicidio, tanto che si autoricovera in un istituto per persone con problemi mentali… alcuni grossi e alcuni meno grossi.
Qui l’uomo scoprirà la sua vera missione di vita: ossia aiutare il prossimo e farlo star meglio.
Seguirà quindi il corso di laurea in medicina, in cui il lato assistenziale e umoristico di Patch emergerà sempre di più… insieme ai problemi che gli porterà il suo essere così originale.

Il mio commento sul film è piuttosto semplice: Patch Adams è un film gradevole, che parte da una storia vera (che però non conosco nei particolari, ma solo nel binomio medicina-umorismo) e propone personaggi ed eventi interessanti e coinvolgenti, tanto sul lato “didattico” quanto su quello relazionale, compresa l’affettuosa storia d’amore con la bella Carin Fisher (Monica Potter; Saw - L'enigmista, Boston legal).

A tratti il film fa ridere, e a tratti commuove, ma soprattutto propone un tipo di assistenza medica meno formale e teorico, e più legata al paziente e al suo benessere.
Quando poi, e questa è una mia aggiunta, si sarà fatto il passo verso la medicina naturale, o ancora meglio verso il benessere di base con la singola persona che si prende cura di se stessa senza aver bisogno di medici, allora il percorso sarà completato.

Per ora accontentiamoci di tale passaggio, e di tale film, simpatico anche se un po’ qualunquista e semplicistico (e infatti non è piaciuto per tale motivo al vero Adams).

Chiudo la recensione di Patch Adams con due citazioni che mi sono piaciute.
La prima è relativa al percorso di ricerca personale, che in questa formulazione può essere inteso sia come percorso umano psicologico, sia come percorso animico-interiore:
“Tutti i cuori irrequieti del mondo cercano la strada di casa. È difficile descrivere cosa provassi allora. Immaginatevi di camminare per giorni in un turbine di neve, senza neppure accorgervi di camminare in tondo. La pesantezza delle gambe nei cumuli, le vostre grida che scompaiono nel vento, con la sensazione di essere piccoli, e immensamente lontani da casa”.

La seconda è relativa all’obiettivo assistenziale di Patch Adams: “Sarà una comunità dove la gioia è uno stile di vita, dove imparare è l’ambizione più alta, dove l’amore è il principale obiettivo”.

Fosco Del Nero



Titolo: Patch Adams (Patch Adams).
Genere: drammatico, commedia.
Regista: Tom Shadyac.
Attori: Robin Williams, Daniel London, Monica Potter, Philip Seymour Hoffman, Bob Gunton, Peter Coyote, Harold Gould, Josef Sommer.
Anno: 1999.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 5 aprile 2017

Mariti e mogli - Woody Allen (film sentimentale)

Mi manca ormai poco a terminare tutta la filmografia di Woody Allen, e per l’appunto Mariti e mogli è uno dei pochi esemplari finora mancanti.

Si tratta peraltro di un film che rispecchia in toto i canoni tipici del regista newyorkese, e che anzi per tanti versi è fortemente autobiografico, non solo perché ambientato a Manhattan, non solo perché tra i protagonisti vi sono lui stesso e l’allora sua compagna Mia Farrow, non solo perché il film comincia su note jazz di clarinetto, ma anche e soprattutto perché Mariti e mogli riflette per intero le caratteristiche tipiche di Allen: intellettualismo da un lato, ironia dall’altro, e per finire idiosioncrasie e turbe psicologhe, con ovvi effetti in campo relazionale.

Nonostante nel film sia presente l’intero campionario di Woody Allen, tuttavia, questo a mio parere non è affatto uno dei suoi migliori film, giacché si perde troppo nei dilemmi psicologici dei protagonisti, finendo per risultare non eccessivamente divertente e godibile.
Tra l’altro, ciò conferma la mia sensazione passata riguardo al “periodo Farrowesco” di Woody Allen, meno brillante e più contorto-psicologico-relazionale, e senza dubbio la cosa rifletteva il suo vissuto di quegli anni.

Ma ecco la trama in grande sintesi: la coppia formata da Gaby (Woody Allen) e Judy (Mia Farrow; Rosemary’s baby, Crimini e misfatti, Hannah e le sue sorelle, La rosa purpurea del Cairo, Ombre e nebbia, Una commedia sexy in una notte di mezza estate, Broadway Danny Rose), rimane scioccata nel sapere che la coppia di amici Jack (Sydney Pollack; Eyes wide shut, La morte ti fa bella, Tootsie) e Sally (Judy Davis; Il pasto nudo, Harry a pezzi, Alice, To Rome with love) ha deciso di separarsi di comune accordo.
Il risultato è che, mentre Gaby e Judy vanno avanti, pur tra qualche difficoltà, Jack si trova una ragazzina, mentre Sally non riesce a frequentare nessuno, ancora attaccata al marito.
Entrano poi in scena Michael (Liam Neeson; Star wars 1 - La minaccia fantasma, Haunting - Presenze), che Judy presenta a Sally ma che lei per l’appunto non vede come partner, e la giovanissima Rain (Juliette Lewis; Dal tramonto all’alba, Strange days), studentessa di Gaby, che si invaghisce del suo professore, in qualche mod ricambiata.

Le cose vanno avanti in modo instabile, fino a che…

In Mariti e mogli ci sono tanti topos, tipici del cinema di Allen ma più in generale della letteratura: la coppia che prova un periodo di separazione per vedere come va e poi torna insieme, la coppia che sembra solida ma poi si separa, l’uomo avventuriero e l’uomo più dolce e sensibile, la studentessa che ha una cotta per il suo professore e in generale per gli uomini grandi (altra tematica cara a Woody Allen, e non a caso la coppia Allen-Farrow si separa nella vita reale dopo questo film, per via della relazione tra Allen e la giovanissima figlia adottiva della Farrow… non so però se fosse allieva del regista), etc.

E in effetti uno dei punti deboli del film è proprio che non presenta originalità: né nella trama, né nei dialoghi, che solitamente Allen propone più ficcanti e brillanti.
Di qualche originalità (forse inserito proprio per sopperire a una carenza di innovazione interna del film) è lo stile documentaristico di alcune parti del film, in cui i vari protagonisti della storia commentano storia e personaggi proprio come se si trattasse di un documentario… curioso e di qualche interesse.

Ad ogni modo, pur non brillando di luce propria, Mariti e mogli si fa guardare e si conquista perlomeno una risicata sufficienza.
Stando così le cose, i film migliori di Allen per me rimangono Amore e guerraManhattanLa dea dell’amoreIl dormiglioneLa maledizione dello scorpione di giada, e ci aggiungo anche il più recente e brillantissimo Midnight in Paris.

Fosco Del Nero



Titolo: Mariti e mogli (Husbands and wives).
Genere: sentimentale, commedia.
Regista: Woody Allen.
Attori: Mia Farrow, Woody Allen, Judy Davis, Liam Neeson, Sydney Pollack, Juliette Lewis, Lysette Anthony, Cristi Conaway, Timothy Jerome, Ron Rifkin.
Anno: 1992.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

martedì 4 aprile 2017

Ipotesi di complotto - Richard Donner (film thriller)

La recensione odierna è dedicata al film Ipotesi di complotto, e la ragione per cui l’ho visto risiede nella tematica del film, tutta concentrata sul cospirazionismo… ma anche nel nome del regista, quel Richard Donner già direttore di Omen - Il presagio, de I Goonies, di S.O.S. fantasmi, di Ladyhawke, di Arma letale, tutti film di ottimo successo negli anni 80…

… ma poi più niente.
O meglio, qualche altro film come Ipotesi di complotto, ma evidentemente il periodo di creazione ispirata era già terminato.

Come evidente anche in Ipotesi di complotto, nonostante il film parta col botto per via del cast: Julia Roberts e Mel Gibson, come dire il top per il 1997.

Ecco in breve sintesi la trama del film: Alice Sutton (Julia Roberts; Mangia, prega, ama, Tutti dicono I love you, Closer, Pretty woman) è assistente alla procura di New York, mentre Jerry Fletcher (Mel Gibson; Arma letale, Braveheart - Cuore impavido, Batman) è un bizzarro tassista che appesta tutti i suoi clienti con teorie di genere cospirazionistico…

… che peraltro non sono inventate di sana pianta, ma sono reali, ma usate in modo semplicistico a beneficio del film e per la costruzione di un personaggio evidentemente un po’ svitato.

Il che già chiarisce il segno del film, piuttosto ridicolizzante…
… anche se poi a dire il vero esso tira in ballo addirittura l’Mk-Ultra, con tanto di personaggi (il dottor Jonas, interpretato da Patrick Stewart) e di obiettivi concreti.

Il tutto si muove tra commedia, dramma, sentimentale, psicologico, azione, thriller e cospirazionismo… con l’elemento bizzarro-grottesco che prevale, e che rende Ipotesi di complotto, nonostante le tematiche in teoria pesanti e importanti, e nonostante scene di sangue, sparatorie e morte, una commedia grottesca con l’elemento sentimentale sullo sfondo… e infatti a fine film esso esce fuori.

Durante lo svolgimento di tale “commedia sentimentale”, si citano il nuovo ordine mondiale, gli omicidi di stato, il controllo mentale, l’Mk-Ultra, e probabilmente altro che ora non mi ricordo… insomma, mica robetta.

Peccato che il film in sé siano piuttosto banalotto e poco verosimile, tanto nella successione degli eventi (un controllato mentale che ribalta la situazione e lotta contro i controllori), quanto nella relazione sentimentale davvero improbabile che ne vien fuori. 

E non diciamo niente sulla solita tendenza nel rendere ridicole proprio quelle questioni su cui la gente dovrebbe informarsi, altro che farne filmetti tonti per gente distratta.

Fosco Del Nero



Titolo: Ipotesi di complotto (Conspiracy Theor7).
Genere: drammatico, azione, thriller, sentimentale.
Regista: Richard Donner.
Attori: Julia Roberts, Mel Gibson, Patrick Stewart, Cylk Cozart, Steve Kahan, Terry Alexander, Alex McArhthur.
Anno: 1997.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.