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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

mercoledì 16 agosto 2017

Il sale della terra - Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado (documentario)

Un amico mi aveva consigliato il film-documentario Il sale della terra, ed eccolo qui recensito dopo appena nove-dieci mesi.

Il film è per metà girato con camera da presa, e per metà costituito dalle fotografie del protagonista della storia Sebastiao Salgado, un uomo che ha viaggiato tutta la vita, fotografando mezzo pianeta… e forse anche qualcosa in più.

Ecco la sua storia in breve: Sebastiao Salgado, brasiliano figlio di un possessore di una tenuta agricola, inizia a studiare economia, ma poi lascia il settore per dedicarsi alla fotografia, di cui si era innamorato nel frattempo. Sostenuto dalla moglie Lelia Wanick, evidentemente anche lei avventurosa, i due investono in costose apparecchiature fotografiche, e poi viaggiano per il mondo.

Anche se a dire il vero è più lui che viaggia, soprattutto dopo la nascita di Juliano Ribeiro Salgado, che peraltro è co-regista del film insieme a Wim Wenders.

Sebastiao viaggia e fotografa, dunque, e in grande stile: reportage, mostre, servizi televisivi, libri, e infine anche film a quanto pare.
E per tutto il mondo: America Latina, Africa, Vicino Oriente e Asia centrale, Siberia e Antartide, dedicandosi dapprima alle condizioni umane, specialmente alle condizioni umane difficili per via della povertà, della fame, dello sfruttamento, della guerra, e poi passando man mano agli animali e alla natura.

Egli stesso diventa una sorta di simbolo della natura e del fatto che ogni territorio, anche quello più maltrattato come era stata la facenda della sua famiglia per via del disboscamento, può tornare a vivere e a rifiorire.

Anzi, a dirla tutta ciò che del film-documentario mi ha maggiormente toccato è proprio questo: il fatto che basta la volontà per ridare vita a intere foreste, come ha fatto Sebastiao, su idea di sua moglie Lelia, con la sua terra di famiglia e il suo Istituto Terra, poi divenuto luogo pubblico e simbolo di come la natura può riprendersi i suoi spazi e la sua vitalità se le si dà il tempo e la possibilità.

Per il resto, documentario interessante, anche se giocoforza un po’ lento e a tratti anche un po’ noioso, un po’ per il ritmo non sostenuto, un po’ per il bianco e nero di tutte le fotografie.

Fosco Del Nero



Titolo: Il sale della terra (The salt of the Earth).
Genere: documentario, naturalistico, geografico, storico.
Regista: Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado.
Attori: Sebastiao Salgado, Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado, Hugo Barbier, Jacques Barthélémy, Lélia Wanick Salgado.
Anno: 2014.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

martedì 15 agosto 2017

Rango - Gore Verbinski (film animazione)

Rango è stata una bellissima sorpresa.
Il fatto di averlo trovato in una classifica dei migliori film d’animazione di tutti i tempi non era prova di nulla, giacché nella medesima classifica vi era il mediocre, noioso e infantile Frozen, ma Rango viceversa meritava il posto assegnatogli… e forse anche qualcosa in più.

Parto subito con la trama del film: Rango è un camaleonte che vive in una teca, con l’unica compagnia di alcuni elementi decorativi, che ha eletto a suoi amici e colleghi di set cinematografico, giacché sogna di fare l’attore.
Un incidente d’auto però lo catapulta nel deserto del Mojave, nella zona della California, dove intraprenderà un importante viaggio.
Anzi, "il viaggio".

Il primo personaggio che incontra, l’armadillo Carcassa, dà la chiave di lettura del film, che è un film introspettivo e di ricerca interiore.
Il secondo personaggio, l’iguana Borlotta, lo introdurrà invece nella trama vera e propria della storia, all’interno del villaggio di Dust (“polvere” in italiano).

In tale villaggio, un villaggio western con tutti i crismi, Rango conoscerà una pletora di personaggi, tra tartarughe, aye-aye, topi, serpenti a sonagli, e sauri vari, ovviamente suddivisi in buoni e cattivi.

Obiattivo di Rango, che diviene presto lo sceriffo del villaggio, è quello di ritrovare l’acqua perduta, col villaggio che rischia di scomparire per la siccità.

Detto della trama, e del genere cinematografico, un’animazione comica ma anche “sostanziosa”, diciamo due parole sul regista, quel Gore Verbinski capace di girare sia film fantastici, brillanti e avventurosi come I pirati dei Caraibi - La maledizione della prima luna, o come questo stesso Rango, sia horror ben riusciti come The ring… un poliedrico, dunque.

Tornando a Rango, questo è il mio commento sintetico: il film scorre via che è un piacere, la sceneggiatura è interessante, i personaggi sono originali e accattivanti, l’umorismo è brillante e a tratti fulminante, come sono ugualmente brillanti molti dialoghi.
Persino il commento musicale è eccellente, originale esso stesso.

In una parola, Rango è ciò che dovrebbero essere tutti i film di animazione. 
O meglio, non tutti tutti, ma quelli di genere commedia-comico: non banali, non piatti, e con una certa profondità.
Rango, difatti, mostra alla perfezione come un film, perfino un film d’intrattenimento, perfino un film dalla forte valenza umoristica, possa avere un certo spessore, risultando assai significativo, e quindi anche didattico (per piccoli e grandi, cosa affatto trascurabile). 

Unico neo, a mio avviso: il film risulta meno divertente nella ultima parte, in cui però in compenso c’è più azione.

In chiusura di recensione, faccio seguire alcune frasi prese dal film, che ne mostrano l’aspetto “profondo”, e direi perfino esistenziale, giacché potrebbero essere benissimo tratte da qualche testo di genere spiritual-evolutivo.

“Devo andare dall’altra parte.
[…] È la mia missione.
Egli mi aspetta. Lui.
[…] L’illuminazione: siamo niente senza di essa.”

“- Il mio posto non è questo.
- Sarà pure vero… però sei qui.”

“Ti aiuterò a trovare quello che cerchi… e forse anche di più.”

“- La ricerca della conoscenza è irta di asperità.
- Ma io voglio solo trovare acqua.
- Se vuoi trovare acqua, devi prima trovare polvere.”

“Tutti dobbiamo compiere il nostro viaggio.”

“Non so se hai scelta.
Nessuno può tirarsi fuori dalla propria storia.”

“Per soddisfarei bisogni della collettività l’eroe deve rinunciare a se stesso.”

“Ricordate che in ognuno di noi alberga il vero spirito.”

“Pronto, c’è nessuno?”

“Chi sei tu?”

“Ma chi sei tu?”

“Chi sono io?
Non sono nessuno.”

A proposito dell’ultimo tema, il non essere nessuno, o meglio l’essere il vero spirito, o ancora la rinuncia a se stesso, proprio quando Rango “non è più nessuno”, egli arriva “dall’altra parte”… e poi perde i sensi. 

In conclusione, Rango è un gran film, che ha ottenuto un buon successo e discreti riconoscimenti, ma meno di quanto si sarebbe aspettato: d’altronde, soltanto un mago può riconoscere un altro mago, per dirla con Ursula Le Guin.

Fosco Del Nero



Titolo: Rango (Rango).
Genere: animazione, commedia, comico, avventura, western.
Regista: Gore Verbinski.
Anno: 2011.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.

martedì 8 agosto 2017

La ragazza del dipinto - Amma Asante (film drammatico)

Sono arrivato a La ragazza del dipinto, come spesso mi capita, per vie traverse: questa volta, guardandomi la filmografia di una delle protagoniste del film Il luogo delle ombre: Gugu Mbatha-Raw, per la precisione, che nell’altro film era un personaggio secondario, mentre in questo è la protagonista centrale.

Ed ecco subito la trama sommaria de La ragazza del dipinto, film girato nel 2013 da tale Amma Asante, regista mai sentita, e basato su un personaggio storico e raffigurato in un dipinto: tale Dido Elizabeth Belle, raffigurata in un ritratto nel 1779 insieme a sua cugina Lady Elizabeth Murray… e così abbiamo anche l’ambientazione storica e in parte anche umana, giacché ci muoviamo tra la nobiltà inglese e le linee di sangue miste, come suggerisce il nome esotico della protagonista.

La piccola Dido Elizabeth Belle Lindsay è la figlia naturale del capitano Sir John Lindsay e di una donna di colore di identità sconosciuta, e già morta.
Il capitano chiede che venga allevata in seno alla famiglia, e col rango di sangue che le spetta, nonostante il suo colore mulatto, cosa evidentemente assai sconveniente nell’Inghilterra di fine 800, in cui peraltro esisteva ancora la schiavitù, argomento che ci collega allo zio di Dido,  William Murray, conte di Mansfield e primo giudice della Corte Suprema inglese, incaricato di effettuare un’importante pronuncia proprio legata a un caso di schiavitù.

Più avanti negli anni, con Dido ormai ragazza in età maritabile, come peraltro la cugina Elizabeth, essa conosce due giovani: il primo è il figlio del vicario di Hampstead, John Davinier, e il secondo è Oliver Ashford, un giovane nobile, i due in qualche modo entrambi attratti dalla ragazza.

Tutto ciò in mezzo a presentazioni, corteggiamenti, proposte di matrimonio, regole di etichetta… ma anche questioni sociali, scandali, sentenze giudiziarie, principi etici, e fatti realmente accaduti.

Insomma, La ragazza del dipinto è a metà via tra un film drammatico, un film sentimentale e un film storico, anche se la seconda componente è quella che prende il sopravvento.

L’ambientazione, come spesso capita in questi casi, è molto bella a vedersi, e lo stesso i costumi.
Anzi, gli scenari cittadini ma anche delle tenute di campagna sono davvero suggestivi.

Il film in sé, però, è un po’ troppo melodrammatico, strappalacrime e amor cortese per i miei gusti, e anche la contrapposizione buoni-cattivi, pur se in piccolo, è assai banale.
Tra l’altro, a chi è stato fatto fare il cattivo della situazione? A Tom Felton, ossia Draco Malfoy di Harry Potter… a proposito di cose scontate.

In effetti, nel film non c’è molto oltre quanto detto: bellezza estetica, buoni sentimenti e basta… vedete voi se vi basta.
Per conto mio, ne esce fuori un’insufficienza… che però potrebbe diventare sufficienza qualora siate appassionati di scenografie e costumi inglesi di fine Settecento.

Fosco Del Nero



Titolo: La ragazza del dipinto (Belle).
Genere: sentimentale, drammatico.
Regista: Amma Asante.
Attori: Gugu Mbatha Raw, Tom Wilkinson, Sam Reid, Sarah Gadon, Miranda Richardson, Penelope Wilton, Tom Felton, James Norton, Matthew Goode, Emily Watson.
Anno: 2013.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 1 agosto 2017

La memoria del cuore - Michael Sucsy (film sentimentale)

Credo che mi fossi segnato il film La memoria del cuore guardando la filmografia di Rachel McAdams al momento di recensire il film Un viaggio inaspettato, film che non mi aveva entusiasmato ma in cui la suddetta attrice mi aveva colpito in positivo per la sua poliedricità: quando un attore sa muoversi bene tanto in film drammatici quanto in commedie tendenti al comico (ad esempio Mean girls, o 2 single a nozze, o Sherlock Holmes, o Midnight in Paris), allora vuol dire che è un buon attore, e non solo un caratterista di una specifica parte.

Sta di fatto che, così come non mi aveva affatto entusiasmato Un viaggio inaspettato, è stato lo stesso anche per La memoria del cuore.
E non perché il film sia mal fatto o mal recitato, ma semplicemente perché la sceneggiatura è tutto sommato trascurabile.

Ecca in sintesi la trama del film, che peraltro è tratto da una storia vera (quella dei coniugi Kim e Krickitt Carpenter): Paige Thornton (Rachel McAdams) e Leo Collins (Channing Tatum) sono una giovane coppia, sposatasi dopo una relativamente breve conoscenza.
Entrambi si occupano di arte, lui di musica e lei di scultura, sono felici, hanno buoni amici e così via: a parte il fatto di non esser ricchi, hanno tutto per essere felici.

Se non che la vita si mette in mezzo e combina loro uno scherzo assai pesante: per via di un brutto incidente in macchina Paige ha un’amnesia selettiva, e non si ricorda niente fino agli anni dell’università. Quindi, per farla breve, si ricorda la famiglia, le sue vecchie amiche, il suo ragazzo di allora, e inoltre sembra come tornata alla personalità di allora, ma non si ricorda niente del marito, che invece esce “pulito” dall’incidente e si ricorda tutto.

Paige tra l’altro non si ricorda nemmeno perché aveva tagliato i ponti con la famiglia, la quale dal canto suo sarà felicissima di quanto avvenuto, giacché per essa, soprattutto per il padre, questa sembra una seconda possibilità donata dal cielo.
E pazienza per il di lei marito, che peraltro loro nemmneo conoscevano, appunto perche Paige si era distaccata da tutto il suo passato.

Se la famiglia è felice, ovviamente lo è meno il marito Leo, il quale lotterà un po’ con la situazione, ma poi…

La memoria del cuore è evidentemente un film drammatico-sentimentale, che cerca di giostrarsela con una trama certamente non nuova, affrontata da altri film, e che evita di ricorrere al finale più banale… pur non discostandosene troppo.

Film ben confezionato, ma per l’appunto c’è poco oltre alla bella confezione e alla patinatura luccicante: film sentimentaloide di svago e basta.

Anzi, a dirla tutta uno di quei film che mi chiedo perché vengano prodotti, inflazionando un mercato reso così supermediocre… e soprattutto mi chiedo come mai tali film abbiano in rete valutazioni buone o anche solo sufficienti, dal momento che un film deve partire da un’idea di valore, da un perno centrale che meriti di essere raccontato.
Altrimenti è solo mercificazione e non arte, al massimo una banalità ben eseguita come La memoria del cuore.
Ad ogni modo, chiudo la recensione con una citazione interessante, l’unica del film:

“Un momento d’impatto e quel potenziale di trasformazione può avviare reazioni a catena molto più complesse di quanto potessimo prevedere.
Spingendo alcune particelle ad avvicinarsi, creando un legame più forte di prima.
Mentre altre sembrano allontanarsi, ruotando velocemente in spazi lontani, arrivando dove non avresti mai creduto di trovarle.
Questa è la cosa importante: non potete, per quanto proviate, controllare il modo in cui vi condizioneranno: dovete solo lasciare che le particelle che si sono allontanate arrivino dove vogliono, e aspettare fino alla prossima collisione."

Fosco Del Nero



Titolo: La memoria del cuore (The vow).
Genere: sentimentale, drammatico.
Regista: Michael Sucsy.
Attori: Rachel McAdams, Channing Tatum, Scott Speedman, Jessica Lange, Sam Neill, Jessica McNamee, Jeananne Goossen, Joey Klein, Joe Cobden.
Anno: 2012.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 26 luglio 2017

Il Vangelo secondo Matteo - Pier Paolo Pasolini (film drammatico)

Io non sono certamente un nostalgico, una di quelle persone che attribuisce lodi a qualcosa solo perché è vecchio, o perché porta una firma prestigiosa, e il film Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini è una testimonianza in tal senso.

Intanto, la collocazione storica: siamo nel 1964, in piena guerra ideologica tra destra-sinistra, tra borghesi e proletari, e all’interno di tale contrapposizione duale ogni cosa era vista in termini di “lotta di classe”. Non a caso, fece scalpore, e non piacque alla sinistra di allora, che un loro cineasta realizzò un film su Gesù, ossia sulla “concorrenza”, come sottolineò allora il giornale L’Unità.

Contrapposizioni infantili, certamente, ma che suggeriscono l’impronta del film. Così come la suggerisce il fatto che il regista Pier Paolo Pasolini per il ruolo di Gesù volle il suo amico intellettuale di sinistra Enrique Irazoqui, il quale peraltro non ne voleva sapere di interpretare il ruolo del “nemico”, e fu convinto tramite il ricco cachet, che avrebbe potuto essere messo a disposizione della “lotta del popolo”, e tramite la prospettiva di realizzare un Gesù “gramsciano”.
Un abbrivio non troppo “spirituale”, diciamo.

Tutto ciò, tra l’altro, come se la cosa fosse innovativa o curiosa: Gesù in realtà è certamente personaggio proletario e popolare, e quindi avrebbe dovuto per forza essere messo a sinistra… questo almeno se tali contrapposizioni dualistiche avessero avuto un senso per lui, ma ovviamente non le avevano (e infatti Gesù invitava al non giudizio, ossia alla non divisione, alla non dualità).
Comunque, come Cristo e cristianesimo siano finiti per essere associati alla destra e non alla sinistra è uno dei misteri della storia.

Ma proseguiamo: date queste premesse, ne esce fuori un film per forza intellettuale, come lo era il suo regista e il suo attore principale. Intellettuale, dunque freddo e cerebrale. Citazionista al massimo, ma privo di forza interiore. Letteralmente privo.

Risultato questo non solo dell’energia motrice del film, ma anche del fatto di aver messo come protagonista il Gesù meno carismatico della storia.
Amico del regista, non un attore di professione, come tanti altri “attori” del film: anche in questo, forse, si voleva evidenziare una natura proletaria del film, visto che quasi tutti non erano attori professionisti, ma conoscenti del regista o gente del popolo.

Ancora sul “popolarismo”: molte scene sono doppiate con pesanti accenti regionali italiani, cosa che abbinata all’ambientazione completamente italiana del film da un lato rende assai difficile una collocazione palestinese della storia, e dall’altro dà a Il Vangelo secondo Matteo un’impronta molto italiana, e italian-popolare.
Lo stesso Enrique Irazoqui, ossia Gesù, se era figlio di padre spagnolo, era figlio anche di madre italiana, così come era italiana la giovane Maria, etc.

A proposito di Maria: la scelta dell’attrice che impersona Maria adulta dà l’idea dell’inaccuratezza del prodotto: ambientazione lontana da quella originale, attori non professionisti e peraltro non del Vicino Oriente, ma tutti italiani… e Maria adulta che sembra un’anziana di 60-65 anni in luogo della 46enne che avrebbe dovuto essere.

Ma tante altre cose del film sono a dir poco opinabili: per esempio, la scelta di piazzare i discorsi più famosi di Gesù uno di seguito all’altro, come fossero una collezione di dipinti, e ciò al di fuori delle scene di vita e di dialogo in cui sono collocati nei Vangeli.

O ancora, la passione è resa in modo frettoloso e ridicolo, come è ugualmente ridicolo il finale.

Ancora: il commento musicale spesso è messo a sproposito. Magari musicalmente bello, ma messo a sproposito, e spesso risulta essere soverchiante rispetto a immagini e parlato.

Ma la cosa peggiore, lo ripeto ancora, è che si vede che è un film fatto da un intellettuale: manca lo spessore spirituale di Gesù, ossia del personaggio spiritualmente evoluto che era, mentre il film è tutta teoria… per non dire che Gesù sembra un represso che non fa altro che mettersi a strillare.

Insomma, ne Il Vangelo secondo Matteo non si salva quasi niente. Appena qualche primo piano e qualche sfondo… e ovviamente i discorsi di Gesù, il cui senso però si perde nelle pieghe da predicatore di strada che ha assunto il film.

Ossia, il film ha perso tutto il senso del cristianesimo… ma d’altronde se lo è perso anche la Chiesa, per cui nulla di strano che se lo sia perso anche la “sinistra” degli anni "60.

Fosco Del Nero



Titolo: Il Vangelo secondo Matteo.
Genere: drammatico, religioso.
Regista: Pier Paolo Pasolini.
Attori: Enrique Irazoqui, Margherita Caruso, Susanna Pasolini, Marcello Morante, Mario Socrate, Settimio Di Porto, Otello Sestili, Ferruccio Nuzzo, Giacomo Morante,Giorgio Agamben, Ninetto Davoli, Paola Tedesco.
Anno: 1964.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.

martedì 25 luglio 2017

Splice - Vincenzo Natali (film fantascienza)

Il primo film che ho visto di Vincenzo Natali è stato il suo primo lungometraggio, ossia The cube, film di grande successo considerando il fattore esordio e il suo genere davvero strano.
Tuttavia, l’unico suo film ad essere recensito nel blog è Cypher, giacché il precedente lo avevo visto prima dell’apertura del blog.

E ora veniamo al terzo film di Natali che vedo, ossia Splice.

Intanto, vien facile notare che nessuno dei tre titoli è stato tradotto in italiano, non so se per coincidenza o per richiesta del regista, ma tant’è.

La seconda similitudine è la tecnologia, peraltro vissuta sempre in maniera opprimente e negativa, temo evidentemente  caro al regista canadese (ma di evidente origine italiana): in The cube al centro del film vi era una tecnologia a dir poco straordinaria, il cubo per l’appunto; in Cypher si era al centro di un mondo futuristico a metà strada tra realtà e finzione; mentre in Splice siamo alle prese, sempre in un futuro prossimo, con degli studi biologici talmente tanto avanzati da riuscire a creare in laboratorio delle creature non esistenti in natura.

Ecco la trama sommaria di Splice: Clive (Adrien Brody; The village, Il treno per Darjeeling, Detachment - Il distacco, Predators, Grand Budapest Hotel) ed Elsa (Sarah Polley; La vita segreta delle parole, Le avventure del barone di Munchausen,  Mr. Nobody) sono una coppia di biologi di grande talento, tanto che sono a capo di un laboratorio di ricerca il cui obiettivo è quello di sintetizzare una proteina utile a sconfiggere praticamente ogni tipo di malattia.
Parallelamente a questo lavoro, che evidentemente per loro non era abbastanza, i due hanno un interesse ulteriore: si dilettano nel creare vita dal niente.
Lo fanno con i due esseri destinati ad essere la “fonte” della loro proteina magica, due esseri informi simili a grossi vermi tozzi. E lo fanno, soprattutto, con un essere nato da un incrocio genetico tra più razze animali, tra cui quella umana, che va oltre ogni loro previsione, divenendo una creatura senziente vera e propria, benché assai strana e anche inquietante.

I due peraltro sono coppia nel lavoro e anche nella vita, e come due novelli Adamo ed Eva si lanciano nella creazione di una terza e nuova creatura… anche in questo caso con la donna che tenta e trascina l’uomo, che non riesce a dirle di no, come fa notare il fratello di lui.
Anche in questo caso, l’esito è imprevisto ed esiziale, a sottolineare la solita morale per cui a giocare a fare Dio non si ottiene nulla di buono.

Il film, peraltro, parte come commedia con elementi sentimentali, e poi man mano muta in drammatico, thriller e persino horror… con una trasformazione eccessiva e poco motivata.

E soprattutto tramite una sceneggiatura davvero poco convincente: come sempre, nei film horror i protagonisti si comportano in modo stupido, cosa davvero poco spiegabile nel caso di due presunti cervelloni come i protagonisti di Splice.

Insomma, l’intera storia non regge… e sto sorvolando sul fatto che venga creata una creatura a metà strada tra l’essere umano, il canguro, lo scorpione, la capra, e qualcos’altro ancora.
E sto sorvolando anche sulla questione sessuale, anch’essa senza senso, messa solo per rendere più torbida la storia… un pessimo segnale per un regista, giacché significa che è alla frutta.

Insomma, Vincenzo Natali sembra aver fatto solo passi indietro dal suo primo film, davvero innovativo e ispirato, tanto che in seguito si è dedicato prevalentemente a serie tv, e non più a film.

Fosco Del Nero



Splice - Vincenzo Natali (film fantascienza)
Titolo: Splice (Splice).
Genere: fantascienza, thriller, drammatico, horror.
Regista: Vincenzo Natali.
Attori: Adrien Brody, Sarah Polley, Delphine Chanéac, David Hewlett, Abigail Chu, Brandon McGibbon, Stephanie Baird, Amanda Brugel.
Anno: 2009.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 18 luglio 2017

Orwell 1984 - Michael Radford (film drammatico)

Suppongo che chiunque abbia un’età minima conosca 1984 di Orwell, avendone letto il libro o visto una delle varie conversioni cinematografiche.
Quest’oggi andiamo a vedere proprio una di esse… l’unica girata proprio nel 1984, ossia Orwell 1984.

La trama dovrebbe essere ben nota, ma la riporto ugualmente per sommi capi: scritta nel 1948, la storia di Orwell parla del futuro, di quel 1984 in cui il mondo, successivamente a vari conflitti nucleari, è diviso in tre grandi superpotenze: l’Oceania, l’Eurasia e l’Estasia.

La capitale dell’Oceania è Londra, ed è qua che si svolge il racconto, ed è qua che governa il Grande Fratello, una sorta di apparato totalitario che non tollera alcuna dissidenza e che lavora alacremente ogni giorno, praticamente in un regime di schiavismo diffuso, affinché le persone siano non solo controllate, ma abbiano sempre meno mezzi di resistenza e ribellione…
… a cominciare dalla ribellione interiore, ragion per cui si riscrive la storia, si cancellano certi nomi, si “rieducano” i dissidenti, si modifica la lingua parlata, etc.

Il protagonista della storia è Winston Smith (il sempre ottimo John Hurt; Oxford murders - Il teorema del delittoAlien, Hellboy, Harry Potter e la pietra filosofale, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo), un uomo qualunque che nutre alcuni dubbi sul sistema in cui vive.
Così la bella Julia (Suzanna Hamilton), una ragazza più giovane ugualmente dalle tendenze sovversive.

I due si innamorano e iniziano a frequentarsi in segreto, giacché il regime non tollera le unioni tra uomo e donna e sta lavorando anche per eliminare la famiglia (suona familiare?), visto ch’essa è considerata un ostacolo all’imposizione totale della dottrina del Grande Fratello.
Ma l’occhio del Grande Fratello è onnipresente, e i suoi agenti insidiosi, e i due saranno costretti a una dura prova.

1984 di Orwell è il simbolo della letteratura distopica, così come Utopia di Moro è il simbolo-fondatore di quella utopica.
Non c’è molto da dire sulla storia, se non che essa è monito per tutti… e monito attuale, non spostato secoli nel futuro.

Detto brevemente questo, passiamo al film, che conserva l’aria di oppressione, di povertà e di ineluttabilità del libro, e che propone l’ottima interpretazione di Hurt.

Numerose le differenze tra film e romanzo, ma tutto sommato trascurabili, dovute a dettagli, mentre l’anima della storia è integra, ciò che in una conversione filmica è la cosa più importante.

Tanto educativo quanto deprimente.

Fosco Del Nero



Titolo: Orwell 1984 (Nineteen eighty-four).
Genere: drammatico, psicologico, fantascienza, distopia.
Regista: Michael Radford.
Attori: John Hurt, Suzanna Hamilton, Richard Burton, Cyril Cusack, Gregor Fisher, James Walker, Andrew Wilde, David Trevena.
Anno: 1984.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 12 luglio 2017

Elysium - Neill Blomkamp (film fantascienza)

Dopo aver visto Discrict 9 (2009), non un capolavoro ma comunque un film originale e degno di visione, ormai guardo con interesse ogni film di Neill Blomkamp, di cui difatti avevo già visto il suo terzo film, Humandroid, (2015) piaciutomi comunque decisamente meno del primo.
Sono quindi passato al secondo, Elysium, girato nel 2013, sperando in miglior sorte.

Il successo di District 9 si è fatto sentire in questo secondo film, dotato di un budget e di mezzi decisamente maggiori, come di maggiori rilievo è anche il cast: i due protagonisti centrali sono Matt Damon (DogmaRounders - Il giocatore, La leggenda di Bagger VanceI guardiani del destino, Will hunting - Genio ribelle) e Jodie Foster (Una ragazza, un maggiordomo e una lady, Contact, Inside man, Il silenzio degli innocenti), mentre a fare da contorno abbiamo Alice Braga (Io sono leggenda, Predators, Repo man, La via lattea) e Diego Luna (Y tu mama también, Mister lonely, Dirty dancing 2).

Ecco in grande sintesi la trama di Elysium: siamo nella Los Angeles nel futuro, precisamente nel 2154, e siamo immersi nella povertà, nella sovrappopolazione e nell’inquinamento della Terra di quel periodo.
Mentre il popolo, la gente comune, è rimasta sulla Terra a lottare per la sopravvivenza, comuni operai accanto a criminali e disoccupati, l’élite dell’umanità si è trasferita su Elysium, una stazione orbitante a forma di stella parcheggiata a una certa distanza di sicurezza dal pianeta, e protetta dal Ministro della Difesa Jessica Delacourt, sorta di emblema della suddetta élite dominante, incurante delle sorti del popolino.

Sulla Terra, invece, in una Los Angeles ormai completamente bilingue, anglo-ispanica, cerca di tirare avanti Max Da Costa, operaio con numerosi precedenti penali, tanto da essere tenuto d’occhio dalla polizia, composta interamente di soldati robot (ovviamente molto simili ai robot di Humandroid).

Va da sé che, con tale disparità di tenore di vita, molti terrestri ambiscono ad arrivare su Elysium, ma il viaggio è vietato, e stroncato con forza: le navette illegali vengono distrutte, e chi riesce ad arrivare alla stazione orbitante arrestato e immediatamente riportato sulla Terra.

Nonostante i grandi rischi e il grande costo del viaggio clandestino, tanti cercano di arrivare comunque su Elysium, visto che la stazione possiede una tecnologia di guarigione praticamente universale, e praticamente istantanea (qui sì che siamo nella fantascienza).

Questa è la sorte che tocca allo stesso Max, che per via di un incidente sul lavoro viene bombardato da radiazioni tossiche e può essere guarito solo su Elysium… altrimenti morirà entro pochi giorni.
Ne deriva il viaggio organizzato insieme al suo amico Julio, nel quale verrà coinvolta suo malgrado anche la bella Frey, amica d’infanzia di Max e ora infermiera.

I temi di Elysium sono più o meno gli stessi degli altri due film: una società tecnologicamente più avanzata di quella attuale ma socialmente meno evoluta, con tanti contrasti e tanta violenza. La polizia è robotizzata e violenta essa stessa, tanto che siamo sull’orlo della distopia.
In mezzo a tanta tecnologia, spuntano però dei sentimenti… e ovviamente alcuni ribelli a cui le cose non stanno bene come sono.

Ho già detto del budget superiore: Elysium stacca di gran lunga District 9, ma purtroppo non basta avere più soldi per ottenere un film migliore, tanto che i due se la giocano più o meno alla pari: District 9 prevale per un’idea di fondo decisamente più originale e intrigante, mentre Elysium si fa preferire forse per una tensione scenica maggiore, dovuta anche a un cast di attori nettamente superiore.

In generale, possiamo dire che gli effetti speciali sono convincenti, l’azione pure, lo sfondo socio-politico anche, seppur molto semplificato e per tanti versi naif, e anche le relazioni umane e i drammi risultano interessanti… anche se al film manca qualcosa, proprio come agli altri due.
Qualcosa a livello di atmosfera generale, di complessità del mondo narrato. La mia impressione è che il film sia registrato su uno sfondo superficiale, quasi fosse un cartone disegnato, e non all’interno di un mondo vero e proprio, credibile nella sua ampiezza.

Il mio preferito è ancora District 9, seppur di poco, ma di sicuro Elysium si fa preferire a Humandroid, almeno dal mio punto di vista.

Fosco Del Nero



Titolo: Elysium (Elysium).
Genere: fantascienza, drammatico, azione.
Regista: Neill Blomkamp.
Attori: Matt Damon, Jodie Foster, Sharlto Copley, Alice Braga, Diego Luna, Wagner Moura, William Fichtner, Talisa Soto, Michael Shanks.
Anno: 2013.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 11 luglio 2017

Momo alla conquista del tempo - Enzo D’Alò (film fantastico)

Di recente stavo discutendo con una persona del basso livello dell’animazione italiana, non solo se confrontata con mostri sacri come Giappone e Stati Uniti, ma anche se messa di fronte all’animazione dei nostri vicini francesi, tanto per dire, che ci fanno le scarpe, potendo vantare prodotti di livelli ottimo come I figli della pioggiaAzur e Asmar, La bottega dei suicidi, e tanti altri.

Da noi, viceversa, c’è davvero poca roba, e una delle poche cose presenti è Momo alla conquista del tempo, che peraltro non è storia originale, ma una conversione cinematografica, e non di un romanzo italiano, ma tedesco, ossia Momo di Michael Ende

Tra l’altro, si è andati a pescare una storia difficile, che da un lato, come è tipico con Ende, è storia per bambini, ma che dall’altro lato contiene temi esistenziali di una certa portata: vita, tempo, veglia, addormentamento, “signori grigi”…

Pane davvero poco adatto al cinema italiano, e specie a quello di animazione, per cui tradizionalmente i cartoni sono per bambini e basta.
Infatti, duole dirlo, Momo alla conquista del tempo è un prodotto davvero mediocre, e anzi men che mediocre.

Intanto, per il livello grafico: il film è del 2001, periodo in cui altri autori e paesi hanno sfornato film d’animazione di alto livello (per dirne una, è del 2001 il capolavoro La città incantata), e invece noi sforniamo una prodotto davvero scarso dal punto di vista tecnico…

… e inoltre lo impoveriamo dei suoi contenuti esistenziali, facendone una storiella per bambini, per l’appunto, con un tono assai naif, laddove nel libro si respirava una certa inquietudine, e si intuivano certi messaggi per precisi.

Sono state poi effettuate delle modifiche rispetto al libro: nomi cambiati, situazioni cambiate, atmosfera cambiata.

Insomma, davvero non ci siamo.
Con tutto che il romanzo Momo non mi aveva fatto impazzire, specie se messo a confronto con l’opera principale di Michael Ende, ossia La storia infinita, eppure questo film non gli rende affatto giustizia.

A dirla tutta, solo il disegno di Momo basta a bocciare questo lavoro.
Senza contare che nel film essa è una bambina qualunque, mentre nel romanzo è introdotta in modo ben diverso.
Ma vabbé, si voleva fare un prodotto d’animazione infantile, come sempre qua da noi, e lo si è fatto a dispetto dell'opera originale.

Anche sul versante audio siamo messi male: doppiaggio non all’altezza, e colonna sonora fuori luogo.
Peccato.

Fosco Del Nero



Titolo: Momo alla conquista del tempo.
Genere: animazione, fantastico.
Regista: Enzo D’Alò.
Anno: 2001.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.

martedì 4 luglio 2017

Non è mai troppo tardi - Rob Reiner (film commedia)

Quest’oggi vi propongo il film di Non è mai troppo tardi, girato nel 2007 e diretto da Rob Reiner, che mi ricordo per il mitico La storia fantastica.

Si tratta di un film a metà tra commedia e drammatico: è commedia giacché i due protagonisti, Morgan Freeman e Jack Nicholson, non fanno altro che farsi battute a vicenda, punzecchiarsi e divertirsi; ed è drammatico perché in esso si affrontano argomenti seri e dolorosi, come la malattia e la morte.
E anche le difficoltà relazionali, ma questo più di striscio.

Veniamo alla trama sommaria del film, che dura circa 90 minuti (il film, non la trama sommaria, state tranquilli): Carter Chambers (Morgan Freeman; A spasso con Daisy, Le ali della libertà, Lucy, Una settimana da Dio, Un'impresa da Dio) è un uomo sereno e tranquillo, assai colto e anche saggio, pur nel suo ruolo sociale modesto; invece Edward Cole (Jack Nicholson; Le streghe di Eastwick, Qualcosa è cambiato, L’ultima corvè, L’onore dei Prizzi, Shining, Qualcuno volò sul nido del cuculo) è un uomo di grande successo, estremamente ricco e altrettanto burbero. 
Il caso vuole che i due si trovino nella stessa stanza di ospedale, entrambi alle prese con una grave malattia, che lascerà a entrambi poco tempo di vita.

I due uomini decidono quindi di vivere al massimo i mesi che rimangono loro, mettendo a buon frutto il capitale di Edward, visitando mezzo mondo e facendo tutte le cose che avrebbero voluto fare prima di morire.

Non è mai troppo tardi si compone in pratica di due elementi.
Il primo è la coppia Morgan Freeman-Jack Nicholson, che funziona. D’altronde, sono due grandi attori, e sono credibili nel loro rapporto esperienziale e ridanciano (tra i due si inserisce ogni tanto Sean Hayes, il coprotagonista della serie tv Will & Grace).

Il secondo è la varietà scenografica del film, cosa che gratifica l’occhio dello spettatore: si va dalle Piramidi al Taj Mahal, nonché su montagne innevate e in tanti altri posti.

Dunque, ci si diverte abbastanza, e vi è bellezza visiva… vi sarebbe anche una terza componente, ma a mio avviso è la meno riuscita delle tre: il film vorrebbe essere anche didattico, uno di quei film con una morale e un senso profondo, ma in questo non riesce, nel senso che si limita a luoghi comuni e all'ugualmente comune "viviamo la vita per quanto ci è possibile", senza essere davvero evolutivo.
Ma magari qualcuno avrà pur bisogno di tale livello comunicativo e ne sarà ispirato, per cui ok.

Di mio, mi limito alla componente umoristica, discreta, e a quella visiva, interessante e variopinta, anche se al film essenzialmente manca una sceneggiatura importante nonché dei contenuti rilevanti per essere un film di grande spessore.

Comunque, Non è mai troppo tardi è un prodotto sufficiente-discreto, per chi volesse…

Fosco Del Nero



Titolo: Non è mai troppo tardi (Never too late).
Genere: commedia, drammatico.
Regista: Rob Reiner.
Attori: Jack Nicholson, Morgan Freeman, Sean Hayes, Beverly Todd, Rob Morrow, Alfonso Freeman, Serena Reeder.
Anno: 2007.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 28 giugno 2017

Toto le heros - Un eroe di fine millennio - Jaco Van Dormael (film drammatico)

Come sempre, non mi ricordo minimamente come sono arrivato al film in questione, anche perché solitamente tra un appunto o un consiglio e la visione del film in questione passano molti mesi… anche se forse è per via del regista, quel Jaco van Dormael che in seguito avrebbe diretto gli interessanti e originali Mr. Nobody e Dio esiste e vive a Bruxelles.
Ad ogni modo, in qualche modo sono arrivato a Toto le heros - Un eroe di fine millennio, per cui ora ve lo presento. 

Toto le heros - Un eroe di fine millennio è un film belga-francese-tedesco del 1991, e non si presenta certamente come un film ad alto budget, ma anzi come un film piuttosto alla buona, che propone però alcuni elementi di originalità.

Anche se, a dire il vero, le premesse sono davvero poco originali, e anzi si basano su dei cliché visti e rivisti.

Uno di questi è il classico scambio di neonati in ospedale, da cui il susseguente scambio di vite tra il bambino che ha “ricevuto” una certa famiglia, e l’altro bambino che ha ricevuto l’altra famiglia.

Il secondo topos è l’amore tra fratello e sorella, anche se in questo caso non si va nell’incestuoso, ma si rimane nel platonico, dal momento che i due protagonisti sono ancora bambini, lui soprattutto.

Il terzo elemento classico è il fatto che i figli rimangono orfani di padre, con tutte le difficoltà che ne conseguono.
Tra di esse, va sottolineata quella di un bambino down, Celestino, mentre la coppia di sorella e fratello innamorati è formata da Alice e da Thomas.

A completare il quadro dell’infanzia, oltre alla madre, è Alfred, bambino vicino di casa con cui Thomas non ha certamente un buon rapporto, dal momento che il primo prende in giro il secondo.

Il cast dei personaggi si completa più avanti nel tempo, con l’ultratrentenne Evelyne, che un giorno conoscerà il Thomas adulto.

Difatti, il film si dipana su diversi binari temporali. Tre essenzialmente: il protagonista centrale, Thomas, è o bambino o adulto o anziano, con i tre binari che si intersecano di continuo, e anzi a volte si sovrappongono anche a livello di sonoro, sfumando l’uno nell’altro.

Il film non ha una trama sostanziosa, e si gioca soprattutto sulle difficoltà familiari, sull’amore tra fratello e sorella, nonché sul desiderio di vendetta del Thomas anziano, che ce l’ha ancora con Alfred, per vari motivi che non cito in questa sede.

Anzi, la voce narrante della storia è proprio quella del Thomas anziano, che in qualche modo ripercorre le fasi salienti della sua vita, e in ciò le fa vivere anche a noi.

Ai ricordi del passati inoltre si affiancano ogni tanto delle scene di fantasia con rielaborazioni della vita reale secondo i desideri del protagonista… solitamente violenti.

Toto le heros - Un eroe di fine millennio è un film che ha una qualche vivacità, ma alla fine della fiera è un filmetto, che non ha elementi innovativi e che per tanti versi è fiacco, privo di bellezza.
La cosa più notevole è la prova della bambina-ragazzina, e anche la canzoncina di sottofondo in francese, che imperversa letteralmente in tutto il film, era carina.

Fosco Del Nero



Titolo: Toto le heros - Un eroe di fine millennio (Toto le heros).
Genere: commedia, drammatico, sentimentale, surreale.
Regista: Jaco Van Dormael.
Attori: Michel Bouquet, Thomas Godet, Mireille Perrier, Michelle Perrier, Jo De Backer, Thomas Godet, Gisela Uhlen, Pascal Duquenne.
Anno: 1991.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 27 giugno 2017

Bull Durham - Un gioco a tre mani - Ron Shelton (film commedia)

Il film cui è dedicata la presente recensione è Bull Durham - Un gioco a tre mani, un film di qualche anno fa con protagonista un trio di buoni attori: Susan Sarandon, Kevin Kostner e Tim Robbins.

Ecco la trama: Ebby Calvin Laloosh (Tim Robbins; Allucinazione perversa, Mister hula hoop, Un viaggio inaspettato, La vita segreta delle parole) è un giocatore di baseball di grande potenziale, ma non ha né testa né disciplina. Per valorizzarlo al meglio, la società offre un contratto al veterano Crash Davis (Kevin Kostner; Vizi di famiglia, Il segno della libellula - Dragonfly, L'uomo dei sogni), giocatore con grande esperienza nella serie B, e soprattutto persona con la testa sulle spalle, che dovrà fare da chioccia per il suo più giovane collega.
Anche se egli non sarà l’unico a prendersi cura di Laloosh, dal momento che Annie Savoy (Susan Sarandon; Alfie, The Rocky horror picture show, Le streghe di Eastwick, Prima pagina), sorta di manager della squadra, si prenderà cura di lui ancora più da vicino, come usa fare con un atleta ogni anno, e quell’atleta inevitabilmente avrà una grande stagione… 

Bull Durham - Un gioco a tre mani ha come sfondo il baseball, ma in realtà non è un film di genere sportivo, dal momento che lo sport serve solo a mettere in scena le vicende dei vari protagonisti.

Che, stringi stringi, sono solo i tre descritti nella sintesi: tutto si riduce al triangolo tra Annie, Crash e Ebby, col resto che configura solo dettagli di trascurabile interesse.

Essenzialmente, siamo di fronte a una commedia con delle venature sentimentali, ma il primo elemento è nettamente prevalente.

Altro elemento caratteristico del film: è infarcito di elementi new age, ma in modo decisamente pacchiano: lungi dall’essere un film con contenuti esistenziali, si limita a collezionare banalità e cose prive di sostanza.

Nell’arco dei circa cento minuti della pellicola, ci sta anche qualche battuta di spirito, e in effetti il film fa compagnia, è gradevole, pur senza avere una particolare profondità e senza rimanere memorabile.

Insomma, potete tranquillamente fare a meno di Bull Durham - Un gioco a tre mani, ma sappiate che non è malaccio.

Fosco Del Nero



Titolo: Bull Durham - Un gioco a tre mani (Bull Durham).
Genere: commedia, sentimentale.
Regista: Ron Shelton.
Attori: Kevin Costner, Susan Sarandon, Tim Robbins, Trey Wilson, Robert Wuhl, Tom Silardi, David Neidorf, William O'Leary, Henry G. Sanders.
Anno: 1988.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

martedì 20 giugno 2017

Allucinazione perversa - Adrian Lyne (film psicologico)

Ormai parecchio tempo fa avevo visto e recensito Allucinazione perversa, solo che probabilmente avevo per sbaglio cancellato la recensione, cosa che mi dispiacque per il valore del film e per quanto il testo poteva essere utile, così a distanza di un po’ di tempo me lo sono rivisto e l’ho ri-recensito.

Cominciamo partendo dal titolo: chi ha motificato l’originale “Jacob’s ladder” nell’italiano “Allucinazione perversa” andrebbe radiato da qualunque lavoro comunicativo, nel cinema o nell’editoria.
Non gli dovrebbero nemmeno far aprire un blog, per quanto il titolo svia l’attenzione e fa sembrare una cosa come un’altra.

Diciamo poi che non ci si aspetterebbe certo un film così simbolico, al contempo così oscuro e così pieno di luce, dal regista di film patinati e sensuali come Flashdance, Nove settimane e mezzo, Lolita e Proposta indecente… film che non ho mai visto ma che ovviamente conosco di fama.

Veniamo ora al film, che prima riassumerò a livello di trama, e poi riassumerò a livello di contenuti e simbolismi.
Jacob Singer, ex caporale dei Marines, è un reduce del Vietnam, ed è uno di quei reduci messi male: dopo la guerra, nonostante una laurea in filosofia e una mente brillante (veniva chiamato “il professore” dai suoi commilitoni), si mette a fare il postino per non dover utilizzare la mente, giacché ha ricordi brutti e confusi riguardo alla guerra… specialmente di un giorno in cui successe una carneficina e lui stesso fu gravemente ferito.
Dopo la guerra, inoltre, ha lasciato la moglie Sarah e i due figli Jed ed Elia, e si è messo con Jezebel, sua collega alle poste.
All’improvviso, egli sta male, sia fisicamente che interiormente, e inizia a vedere demoni ovunque, anche nel volto della sua compagna Jezebel, e dopo aver scoperto che la stessa cosa è successa anche ai suoi ex commilitoni, inizia a indagare su cosa il governo degli Usa ha loro somministrato durante la guerra… ma in questo viene “scoraggiato” da alcuni uomini dall’aria di gangster.

Detto così, Jacob’s ladder (mi rifiuto di chiamarlo col nome italiano) sembra un film drammatico di genere antimilitarista, e con qualche contenuto horror causato dalle turbe psicologiche derivanti dalle sostanze psicotrope assunte durante la guerra…
… ma l’antimilitarismo è solo una scusa, e in realtà il film ha contenuti esistenziali e simbolici.
Tanto che ricorda il più brillante Cronenberg, quello di Existenz o Il pasto nudo, e se è forse meno immaginifico, è decisamente più simbolico.
Quasi tutto, anzi, nel film ha una sua simbologia, e andiamo a vedere.

Partiamo dal titolo: “Jacob’s ladder”, ossia "la scala di Giacobbe", riferimento biblico a un sogno di Giacobbe e riferimento esistenziale al percorso spirituale di ascesa… e infatti lo stesso protagonista si chiama Jacob.

Le due protagoniste femminili invece sono Jezebel, anch’esso nome biblico, Gezabele, di origini incerte ma comunque associato a qualcosa di maligno o di insinuante, e infatti la donna del film è scura di carnagione, bruna di capelli e sensuale, e Sarah, sorella e moglie di Abramo, madre anziana e miracolata di Isacco, uno dei grandi patriarchi, la quale infatti è chiara di pelle, bionda e decisamente più rassicurante e materna. E difatti la prima è amante, mentre la seconda è madre. I figli di Jacob, inoltre, si chiamano Jed (Jedidiah, “amato da Yahweh”), Elia (il noto profeta), e Gabe (Gabriel, l’arcangelo), a conferma che l’ambientazione biblico-esoterica non è casuale.
Cosa peraltro certificata dal nome del sceneggiatore: Bruce Joel Rubin, che leggo su internet essersi interessato a spiritualità e meditazione, essere andato in Tibet ed India, e aver vissuto per un certo tempo in un monastero nepalese.
Quanto al protagonista della storia, Jacob, egli è laureato in filosofia, e anche qui siamo in tema conoscenza-sapienza-mondo interiore.

Il film chiarisce subito che si sta parlando di percorso evolutivo, ossia di risveglio, e infatti i primi personaggi che si scorgono, a parte il protagonista Jacob, sono persone mezzo addormentate, che paiono sonnambule: sono nel vagone di un metropolitana (un oggetto che percorre un percorso nel buio, e in cui poco dopo manca la luce, due simbologie in una) e sembrano mezzi morti… come peraltro è lo stesso Jacob, e infatti sono sue proiezioni, come si capirà dopo.

In quel vagone di metropolitana, peraltro, Jacob si risveglia: prima era addormentato, e ora vede mezzo addormentati quelli che ha intorno, a cominciare da una signora il cui volto assente è tutto un programma. 
A certificare la cosa, poco dopo Jacob dice: “Mi sono addormentato”.

Sempre sul tema veglia-sonno, Jacob torna a casa e dice al cane: “Ciao, Chester, torna a dormire. Hai di nuovo l’insonnia?”.
Più avanti, invece, in una scena si sente una voce che dice, parlando di Jacob: “Sta sognando”.
Ancora, Jezebel gli chiede “C’è nessuno in casa?”, e poi esclama “Se ci siete rispondete!”.
Non è finita, perché a un certo punto Jacob stesso si chiede: “Sono morto, vero?”.
E poco più vanti una voce glielo conferma: “Tu sei morto”.

Veniamo ora al settore “diavoli”.
Si comincia inquadrando, a inizio film, una mela e l’inferno, riferimento al mito dell’Eden e del serpente-diavolo.
Nel vagone della metropolitana Jacob vede che un barbone sdraiato ha una specie di coda rettiloide-demoniaca.
Poi, persosi nei tunnel della metropolitana (se non era chiara la metafora del vagone che percorre il cammino-tunnel tenebroso della metro, ecco che Jacob scende a piedi proprio in quei tunnel, e ci si perde) vede passare un vagone con tante persone addossate ai vetri, anch’esse tipo zombie, e una di queste, dagli occhi illuminati-diabolici, gli fa un segno con il braccio.
Più avanti una macchina tenta di investirlo, e dentro ci sono quegli stessi individui demoniaci del vagone della metropolitana (cioè, non so se fossero proprio gli stessi, ma vi somigliavano).
Lo stesso Jacob, parlando di loro, dirà in un momento di sconforto a Jezebel: “Sembrano dei diavoli”. 
Ancora, egli vede una donna con delle escrescenze in testa tra i capelli, simili a piccole corna.
E soprattutto, durante una festa, precisamente durante un ballo di gruppo abbastanza scatenato, si intravedono strani figuri, alcune persone fanno strane espressioni, volano corvi, molti sembrano impegnati in una specie di orgia collettiva, Jezebel compresa, e poi alcuni divengono mostri-demoni… e Jacob infine sviene, ossia perde coscienza (e il film in sintesi riguarda proprio il suo stato di coscienza).
A contorno del tutto, si inquadrano libri su sabbath, su demoni, sul male, su pentacoli e riti, nonché la Divina Commedia (lo so, va di moda metterla in mezzo, ma in effetti è stata scritta da uno “addentro”).

Passiamo ora al lato opposto, quello “angelico”.
Il massaggiatore-fisioterapista di Jacob è Louis, che gli sistema la schiena ma in realtà sembra più sistemargli l’anima e fungere da angelo custode… raggi di luce compresi.
Peraltro, notate che nella schiena risiedono i vortici dei chakra, e che sistemare l’una significa sistemare gli altri… e che nella stessa Bibbia c’è scritto di “preparare la via del Signore e di raddrizzare i suoi sentieri”, con riferimento proprio al percorso d'illuminazione dei chakra.
Jacob dice all’amico che sembra il suo angelo: “Lo sai, Louis, che sembri un angelo?”.
E non a caso a conferma della cosa più avanti Louis gli dice “Alleluia”.
E, sempre non a caso, è Louis a salvarlo dall’“ospedale” in cui era finito.

Sempre non a caso, è proprio Louis che rivela a Jacob il senso di quello che stava vivendo, e a noi il senso del film, ben prima che il finale lo mostri con chiarezza per quelli che non lo avevano capito in modo più sottile: Jacob’s ladder parla del purgatorio interiore e del passaggio dall’inferno al paradiso, che sono essi stessi interiori, ossia stati di consapevolezza.
Ergo, anche gli abitanti del primo, i diavoli, e del secondo, gli angeli, sono nostre proiezioni, e dipendono da noi.
Il film intero rappresenta la battaglia interiore, una sorta di battaglia energetica, di salto di consapevolezza, del protagonista, che si dibatte nei suoi demoni e nelle sue paure personali, in primis l’attaccamento. 

Louis glielo dice citando Meister Eckhart, il teologo mistico tedesco del 1300: “La sola cosa che brucia all’inferno è la parte di te che rimane aggrappata alla vita.”

E Louis aggiunge: “I ricordi, gli affetti… ti bruciano via tutto.
Non lo fanno per punirti, ma per rivelarti l’anima.
Se abbiamo paura di morire e ci aggrappiamo di più alla vita, vedremo i diavoli strapparcela via. Ma se raggiungiamo la pace, i diavoli diventeranno degli angeli, e ci liberano dalle cose umane.
È solo un problema di approccio.”

Si sta parlando dunque di eventi interiori, di uno scatto di consapevolezza interiore: il resto è tutta sceneggiatura dello spirito, potremmo dire.

La scena finale lo mostra con chiarezza: Jacob è stato per tutto il tempo sdraiato sul lettino di un ospedale da campo in Vietnam, mentre un dottore cercava di salvarlo, ma invano… muore lì.
E che il resto sia stato tutto un suo percorso interiore è mostrato anche dalla scena precedente in cui Jacob e suo figlio Gabe, quello morto, salgono al piano di sopra di un appartamento, tra raggi di luce. 
Gabe dice al padre: “Ora saliamo, papà”.
Salire per l’appunto sulla scala di Giacobbe, la scala evolutiva, dopo che Jacob-Giacobbe si è distaccato dai suoi attaccamenti terreni… e quindi può salire di livello, per così dire, passando dalle tenebre alla luce.

Jacob’s ladder è un gran film… e non a caso a posteriori è quello di Adrian Lyne che si è conservato meglio e che è stato apprezzato alla distanza, mentre gli altri hanno perso ben presto il loro patinato successo del momento: questo perché Jacob’s ladder-Allucinazione perversa ha un suo senso interiore ed energie significative.

Anche le scene disturbanti del film, che sono abbastanza (il finto ospedale, il ballo durante la festa, i volti degli uomini-demoni sulla metro o in macchina, l’amante il cui volto si trasfigura), non sono fini a se stesse, ma funzionali a dipingere il quadro interiore del protagonista, che si agita tra le tenebre e la ricerca dalla luce, che trova alla fine.

In conclusione, si tratta di un film ben fatto con contenuti importanti, la cui visione è davvero raccomandata.

Fosco Del Nero



Titolo: Allucinazione perversa (Jacob’s ladder).
Genere: drammatico, thriller, psicologico, esistenziale, grottesco.
Regista: Adrian Lyne.
Attori: Tim Robbins, Elizabeth Peña, Danny Aiello, Pruitt Taylor Vince, Matt Craven,Jason Alexander, Macaulay Culkin, Ving Rhames, Eriq La Salle.
Anno: 1990.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 14 giugno 2017

Il giardino delle parole - Makoto shinkai (film sentimentale)

Ultimamente non ho visto grandissimi film, oscillando tutti tra il poco meno e il poco più rispetto alla sufficienza… ovviamente a mio personale parere.
Sperando di risalire verso l’alto, mi sono visto un film d’animazione giapponese che prometteva molto bene, dal momento che, essendo di ultima generazione, visivamente si presentava come uno spettacolo per gli occhi: il titolo del suddetto film è Il giardino delle parole, diretto peraltro da Makoto Shinkai, già regista di 5 centimeters per second, film di qualche anno prima non indimenticabile per la trama ma bellissimo (e con bellissimo intendo davvero bellissimo) in quanto ad apparato visivo.

Il giardino delle parole, però, è un film breve, forse neanche ascrivibile alla categoria del lungometraggi, per via dei suoi 45 minuti circa.

Il genere: siamo decisamente sul sentimentale, e sul giovanile, come da tipica tradizione nipponica. In effetti, pare di esser davanti a un manga animato… e animato molto bene, devo dire: esteticamente, difatti, Il giardino delle parole è bellissimo, e in questo senso non delude affatto le attese.

Inoltre, il film è assai delicato nei toni, cosa che apprezzo, pur essendo caldo nelle emozioni… caldo nonostante tutta la pioggia che casca giù, la quale è quasi un coprotagonista della storia.

Ma ecco in grandissima sintesi la trama del film: Takao Akizuki è uno studente di 15 anni, che vive praticamente da solo con il fratello date le lunghe assenze della madre, e che a scuola non brilla, ma che coltiva un sogno segreto… decisamente originale, a dire il vero, e anzi non mi pare di averlo mai sentito in un altro film e nemmeno in un libro: il ragazzo vuole diventare un calzolaio artigianale, nel senso che è proprio appassionato di scarpe e sta studiando per imparare a crearle per conto proprio. 

Tanto che egli, quando piove, diserta la scuola, va in un bel parco sotto un porticato, e si mette a studiare come progettare e creare delle scarpe.

Si dà il caso che il medesimo porticato è il luogo di sosta di un’altra persona: una ragazza, tuttavia nettamente più grande del giovane, di circa 27 anni, che passa il suo tempo lì a mangiare cioccolata e a bere birra.
Il suo nome è Yukari Yukino, e i due in qualche modo bizzarro faranno amicizia.

Il modo in cui faranno amicizia in realtà va a finire in un topos del fumetto/cinema giapponese, e difatti nel prosieguo l’opera non si rivela molto innovativa, e nemmeno particolarmente meritevole: a parte la bellezza visiva, non c’è altro che regga il passo, né i dialoghi né l’originalità dei personaggi, né la trama.

Il tutto anzi sa di estremamente semplice, e anzi si ha un po’ la sensazione che la trama fosse quasi una scusa per sceneggiare il bellissimo parco e i bellissimi giochi di luce della città giapponese.

In questo senso, Il giardino delle parole non è certo un film d’animazione memorabile, ma val certamente la pena vederlo per la bellezza visiva che propone, che da sola gli fa meritare quantomeno una sufficienza larga.

Fosco Del Nero



Titolo: Il giardino delle parole (Kotonoha no niwa).
Genere: animazione, sentimentale.
Regista: Makoto shinkai.
Anno: 2013.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 13 giugno 2017

Unbreakable - Il predestinato - M. Night Shyamalan (film drammatico)

Visto che mi ero stancato di aspettare un nuovo bel film di M. Night Shyamalan, che dopo Il sesto senso, Signs e The village non ne ha imbroccata una buona (vedasi Lady in the water, E venne il giorno, L’ultimo dominatore dell’aria… anche se After Earth è perlomeno decente), sono andato a ritroso all’unico film del “periodo buono” che non avevo ancora visto, sperando che fosse rappresentativo del suddetto periodo.

Il film in questione è Unbreakable - Il predestinato, film che ha ricevuto al tempo un discreto consenso di pubblico e di critica.

Si tratta di un film drammatico di circa 100 minuti, che peraltro ha confermato l’impressione che avevo maturato nel mentre riguardo al regista indiano: sarebbe a dire che gli sono congeniali le atmosfere cupe e tristi mentre al contrario fa clamorosi buchi nell’acqua quando c’è da gestire non dico commedie, ma quantomeno un’atmosfera meno intensa e tesa.

Ecco dunque che Il sesto senso e The village funzionano alla grande, mentre Lady in the water e L’ultimo dominatore dell’aria sono quasi inseguibili (nel doppio senso del termine)… e dire che quest’ultimo visivamente è molto bello, e si vede che è diretto da un regista che ha mestiere… ma che evidentemente non ha nelle sue corde tutto ciò che non è paura e tensione psicologica.

Ma veniamo ad Unbreakable - Il predestinato, che poi è uno dei film che ha lanciato M. Night Shyamalan… e che per l’appunto fa della tensione interiore il suo elemento dominante.
Pure troppo, giacché dalla tensione presente nel film, tra sguardi, dialoghi, silenzi, commento sonoro, etc, sembra che si stia parlando della terza guerra mondiale, mentre, a conti fatti, si parla di una persona particolarmente fortunata dotata di una grande forza (il che, detto così, sembra persino una cosa bella, pensate un po’!).

La persona in questione è David Dunn (Bruce Willis; (L'esercito delle dodici scimmieIl mondo dei replicantiFBI - Protezione testimoniIl quinto elementoLa morte ti fa bella), uomo triste e disadattato, che ha dovuto rinunciare a una promettentissima carriera di giocatore professionista di football dopo un incidente stradale che ha coinvolto anche la sua futura moglie, Audrey Dunn (Robin Wright Penn; La leggenda di Beowulf, La vita segreta della signora Lee, ma soprattutto l’indimenticabile La storia fantastica).
Nella storia vediamo i due una quindicina di anni dopo, più vecchi, con un figlio a carico, Joseph (Spencer Treat Clark) ma soprattutto in piena crisi coniugale, con i due che non dormono assieme e che a malapena si parlano.

Tuttavia, sopraggiunge una circostanza utile a riavvicinare i rapporti: David rimane clamorosamente illeso in un terribile incidente ferroviario che uccide tutti i passeggeri di un treno diretto a Philadelphia… tranne lui, per l’appunto, che non solo sopravvive, ma non si fa un graffio.

Cosa che suscita la curiosità di Elijah Price (Samuel L. Jackson; Il negoziatoreDjango unchained), appassionato di fumetti che scorge in David i segni di un supereroe dotato di grande forza, quasi invincibile.

L’idea sulle prime sembra ridicola, però poi…

Unbreakable - Il predestinato è un film strano: non è fatto male, e non annoia, però si ha continuamente la sensazione che sia troppo scuro e torbido in relazione alla storia presentata, cosa che non giova certamente alla finzione scenica e alla famosa sospensione dell’incredulità dello spettatore.

Bruce Willis è perfetto per la parte in questione, giacché deve mostrare un grugno immusonito per tutti i 100 minuti, senza alcuna altra espressione, mentre Samuel L. Jackson (e il suo ottimo doppiatore italiano) ha buon gioco nello spiccare come espressività e interesse suscitato.

Nel complesso, Unbreakable - Il predestinato non mi è dispiaciuto, ma la sufficienza è appena stiracchiata, e non credo che lo guarderò mai più… persino se M. Night Shyamalan non dovesse mai più produrre un buon film, cosa a questo punto discretamente probabile.

Fosco Del Nero



Titolo: Unbreakable - Il predestinato (Unbreakable).
Genere: drammatico, fantastico.
Regista: M. Night Shyamalan.
Attori: Bruce Willis, Samuel L. Jackson, Robin Wright, Spencer Treat Clark, Charlayne Woodard, Eamonn Walker, Leslie Stefanson, Johnny Hiram Jamison.
Anno: 2000.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

martedì 6 giugno 2017

Pallottole su Broadway - Woody Allen (film commedia)

Con Pallottole su Broadway potrei aver finito i film dell’enorme filmografia di Woody Allen… ma devo controllare, giacché in cotanto grande elenco potrebbe essermi sfuggito qualcosa.

La prima cosa che valuto dei film di Woody Allen è se recita lui o meno, giacché ciò fa molta differenza, specie in relazione a chi deve “sostituirlo”, ossia a chi deve rimpiazzarlo come protagonista intellettualoide e pieno di manie, paure e tic nervosi.

Stavolta è toccato a John Cusack (che aveva già diretto in Ombre e nebbia, peraltro, e che io mi ricordo anche per L’ultimo contratto), che se la cava discretamente bene (anche se dovrei sentire la lingua originale e non il doppiaggio italiano per valutarlo appieno), attorniato peraltro da svariato attori feticcio del Woody Allen di quel periodo, come Dianne Wiest (Hannah e le sue sorelle, La rosa purpurea del Cairo) o Jack Warden (Settembre, La dea dell’amore). 

Parlando di feticci, siamo peraltro in pieno “Woody Allen’s style”, giacché la ricetta è sempre quella: un protagonista astista, in questo caso un autore teatrale, il tentativo di affermarsi professionalmente, i compromessi, le turbe psicologiche, l’intellettualismo e la cultura metropolitana, relazioni sentimentali difficili con tradimenti annessi…
… e in questo caso c’è in più la variante della mafia, ovviamente italiana. 

Il tutto in salsa umoristico-ironica, tipica del regista newyorkese, che qua non dà il massimo di sé ma che comunque si difende bene.
Sempre ovviamente che piaccia il suo tipo di umorismo tra l’intellettuale e lo psicoterapeutico.

A me diverte, specie quando ad esso sono accompagnate trovate brillanti come ne Il dormiglione, in Amore e guerra, La maledizione dello scorpione di giada, o Midnight in Paris

Altrimenti, il rischio è quello di trovarsi invischiati in un commedia metropolitana un po’ troppo cerebrale… che comunque rimane gradevole e scorrevole, laddove invece proprio non mi piacciono i film drammatici cui Allen si è convertito nell’ultima parte della sua carriera (salvo poi ottenere i risultati più brillanti con prodotti tipo Midnight in Paris, come ovvio che fosse data la natura del regista).

Ad ogni modo, a mio avviso Pallottole su Broadway, pur essendo vivace e movimentato, non si segnala come uno tra i migliori film di Woody Allen, ma nemmeno come uno dei peggiori, e anzi merita una visione… ma probabilmente non due.

Fosco Del Nero



Titolo: Pallottole su Broadway (Bullets over Broadway).
Genere: sentimentale, commedia.
Regista: Woody Allen.
Attori: Jennifer Tilly, John Cusack, Chazz Palminteri, Tracey Ullman, Jack Warden, Rob Reiner, Mary-Louise Parker, Dianne Wiest, Joe Viterelli.
Anno: 1994.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.