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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

martedì 23 maggio 2017

Oxford murders - Teorema di un delitto - Alex de la Iglesia (film commedia)

Ho visto un solo film del regista spagnolo (basco) Alex de la Iglesia: il brillante Crimen perfecto, che mi era piaciuto molto per il suo essere al contempo originale e grottesco.
In lista d’attesa c’è peraltro La comunidad - Intrigo all’ultimo piano, ma per ora mi sono visto Oxford murders - Teorema di un delitto, film del 2008 che passa dallo stile spagnolo a quello inglese… pur mantenendo il senso del grottesco tipico del regista.

Il film mostra un’eccellente regia, e un cast davvero ben scelto: il protagonista centrale è Elijah Wood (l’indimenticabile Frodo de Il signore degli anelli, ma visto anche in Sin City e Ogni cosa è illuminata), il quale è affiancato dal bravissimo John Hurt (Alien, 1984, V per Vendetta, Harry Potter e la pietra filosofale, Hellboy, The elephant man, ) e dalla bella Leonor Watling (Paris, je t'aime, La stanza del bambino, A mia madre piacciono le donne). 

Personalmente non posso inoltre menzionare il francese Dominique Pinon, che incontro a ogni piè sospinto nei film francesi (Il favoloso mondo di AmelieUna lunga domenica di passioni, L’esplosivo piano di BazilDelicatessenLa città dei bambini perduti, e Jean Pierre Jeunet se lo era portato appresso persino in Alien - La clonazione)… e ora anche in quelli non francesi a quanto pare.

L’altra spiccata caratteristica di Oxford murders - Teorema di un delitto è la sua grande intellettualità, e non a caso i due protagonisti sono due matematici, studente e professore, alle prese con vari enigmi: matematici e investigativi.
E non a caso il regista è laureato in filosofia.

Il film dunque è film intellettuale, colto e citazionista, ma che non fa l’errore di avere un’impronta pedante e noiosa (non so, alla Umberto Eco), e anzi mescola alla cultura commedia e ironia, e anche sentimenti.

Inoltre ogni tanto spunta fuori qualche frase dal tono esistenziale, come le seguenti.

“Niente accade mai per caso.”

“- Tu sei felice. Basta guardarti per capirlo.
- Beh, ci provo.
- Come ci riesci?
- È facile, basta seguire la corrente.”

“Preferisco fallire che non agire.
È meglio sbagliare che perdere un’occasione.”

Insomma, Oxford murders - Teorema di un delitto è film ben girato, ben recitato, intrigante, dotto e intellettualmente vivace, e vivace anche in senso emotivo.
Come detto, il trio di attori protagonisti è scintillante, e il tutto scorre benissimo.

L’unica cosa: il finale è un po’ debole: il film si scioglie come una bolla di sapone che non mantiene le promesse attese… o almeno a me ha dato questa impressione.
E inoltre, pur non essendo pedante, ogni tanto si trastulla un po’ troppo nell’intellettualismo perdendo di veridicità e di mordente.

Ma, nel complesso, Oxford murders - Teorema di un delitto è un buon film, che sfiora il risultato ottimo.
E Alex de la Iglesia si conferma regista di talento.

Fosco Del Nero



Titolo: Oxford murders - Teorema di un delitto (The Oxford murders).
Genere: commedia, giallo.
Regista: Alex de la Iglesia.
Attori: Elijah Wood, John Hurt, Leonor Watling, Julie Cox, Anna Massey, Alex Cox, Dominique Pinon, Jim Carter, Burn Gorman, Alan David, Tim Wallers.
Anno: 2008.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 17 maggio 2017

The secret of Kells - Tomm Moore (film animazione)

The secret of Kells è uno dei motivi per cui continuo a guardare film: su tanti ogni tanto esce fuori un gioiello, e questo è uno di quelli.

Non a caso, il film, pur assai originale nello stile e quindi anticonvenzionale, ha ottenuto all’epoca della sua uscita una candidatura all’Oscar come miglior film d’animazione. 

Incredibilmente, il film non è mai stato portato in Italia, e infatti l’ho visto in inglese coi sottotitoli: ciò è un esempio di quanto attualmente la creatività italiana e la sensibilità alla bellezza sia ai suoi minimi storici… e infatti siamo in fondo alla lista dei paesi produttori di film d’animazione, settore che riflette la creatività e l’innovazione nel cinema e in generale in una cultura.

Ma partiamo dalla trama: siamo nell’IX secolo, nell’Abbazia di Kells. L’abate di Kells è Cellach, ed è lo zio di Brendan, il protagonista della storia.
Mentre lo zio, uomo buono ma autoritario e severo, lo vorrebbe ligio al dovere e futuro abate, Brendan tende più alle avventure e alla creatività, e non a caso rimarrà affascinato dall’arrivo all’abbazia di Padre Aidan, famoso miniaturista, che gli insegnerà come produrre l’inchiostro verde… e che soprattutto gli parlerà dell’Occhio di Crom, strumento col quale è possibile eccellere nell’arte della miniatura.

Ma l’Occhio di Crom è andato perduto, ed ecco che il temerario Brendan, affiancato dal gatto Pangur, andrà alla ricerca dell’artefatto, e nel farlo conoscerà Aisling, una bambina che rappresenta una sorta di spirito celtico della natura.

Abbiamo dunque un’abbazia cristiana, che sta costruendo delle mura per difendersi dai barbari, e abbiamo una sorta di druidismo, benché solo accennato e non spiegato (che si difende da sé, nella natura).
E inoltre abbiamo un’altra lotta, quella tra dovere-ragione e istinto-fantasia.

Ma soprattutto abbiamo un’opera visivamente bellissima: raramente ho visto un film così bello dal punto di vista visivo, animazione o meno che fosse. E poco importa che sia un’animazione vecchio stile, in bidimensione. Sembra di essere entrati in un quadro di Klimt… un quadro che parla di abbazie, natura, magia…

Il film è ugualmente intenso dal punto di vista emotivo… e tutto ciò, badate, rimanendo essenzialmente semplice: è semplice nella trama, è semplice nei dialoghi.
C’è solo l’essenza delle cose, e quella basta.

Anche il sonoro è molto bello: le voci (quelle inglesi che ho sentito) sono linde e pulite, adatte al tono fiabesco della storia, e il commento sonoro è anch’esso bello… e a tratti incantevole, vedasi la canzone di Aisling, per cui quasi non ci sono parole.

L’unica cosa che dispiace di The secret of Kells è che dura solo 70 minuti, e alla fine sembra come monco.
Ma probabilmente la scelta di non proporre qualcosa di più ampio, epico, e magari contornato anche di una morale più sostanziosa, è voluta: è stata proposta solo bellezza… e scusate se è poco.

Tra l’altro, il film si rifà a qualcosa di vero, giacché il Libro di Kells è un libro miniaturato reale, ritenuto una delle cose più meravigliose prodotte in quei decenni.

Se il film non si premura di fornirci morali o simili, contiene comunque qualche accenno interessante. 
A cominciare dalla frase “Mutare le tenebre in luce”, che è tutto un programma.
Viene citato inoltre il terzo occhio, per quanto in modo molto naif, e infatti l’oggetto della ricerca del giovane Brendan è un appunto un oggetto-occhio.

Ancora, nel film si vede una lotta contro un serpente che ha un occhio solo, centrale… e il protagonista per l’appunto glielo prende e se ne impossessa, giacché quell’occhio gli serve per vedere qualcosa. Inoltre, c’è un accenno anche ai segni-energie zodiacali.

Insomma, qualcosa buttato in mezzo c’è… ma comunque è un di più, magari solo ispirato e non meditato, e la bellezza prodotta da tale fiaba animata sarebbe stata bastevole per conto suo.

E a questo punto mi vedrò qualunque film successivo del regista irlandese Tomm Moore, a cominciare dall’unico già uscito, Song of the sea.
Regista irlandese, cosa evidente nell’ambientazione britannica, ma film di produzione franco-belga… e ancora una volta la Francia si dimostra il paese più avanti in Europa riguardo il cinema di animazione, con The secret of Kells che si aggiunge ad altri splendori come I figli della pioggia o Azur e Asmar… ma anche ad La bottega dei suicidiKirikù e la strega Karabà, L’illusionista, Appuntamento a Belleville, Un gatto a Parigi, e tanti altri film di valore.

Fosco Del Nero



Titolo: The secret of Kells.
Genere: animazione, fantastico, fantasy.
Regista: Tomm Moore.
Anno: 2010.
Voto: 8.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 16 maggio 2017

Paprika - Sognando un sogno - Satoshi Kon (film animazione)

Avevo già visto Paprika - Sognando un sogno parecchi anni fa, talmente tanti che non avevo ancora aperto il blog Cinema e film, per cui Paprika ne era rimasto escluso.
Alla luce di un ricordo positivo, però, l’ho rivisto ora, ed ecco la recensione.

Intanto, si tratta di un film d’animazione, fatto assai normale in Giappone, laddove l’animazione è pane quotidiano e fa concorrenza ai film recitati, e anzi forse li supera persino, mentre in Occidente, e in Italia in particolare, il settore dei film d’animazione è parecchio carente.
Purtroppo, aggiungo io.

La seconda cosa che occorre dire è che Paprika appartiene a quel filone di film un po’ fuori di testa, di cui ugualmente il Giappone è ricco.
Tra i film recitati in carne e ossa, cito Yaji and Kita - The midnight pilgrims, probabilmente il film più bizzarro che abbia mai visto, mentre tra i film d’animazione cito Mind game, altro film che come Paprika si muove tra realtà e sogno, mischiando i due in modo non perfettamente chiaro.

E non mi metto a citare i film di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli, se no facciamo notte.
Anzi, no, almeno La città incantata lo cito, se no poi mi vengono i rimorsi.

In sintesi, ecco la trama di Paprika - Sognando un sogno: siamo in un non lontano futuro, in Giappone, quando viene inventata dal brillante ma un po’ disadattato Tokita una tecnologia in grado di far inserire le persone nei sogni altrui, la DC-Mini.
L’ambito dell’invenzione è la ricerca e la cura psicologica, ma presto la macchina viene rubata e utilizzata per fini negativi, mettendo a rischio la vita di tante persone.

Cercheranno di risolvere la situazione il detective Konakawa, e soprattutto Paprika, personaggio onirico che svolge la funzione di terapeuta dei sogni, aiutando le persone a superare i loro blocchi interiori… essenzialmente ciò che si voleva realizzare con la tecnologia suddetta.

Va da sé che un film con queste due premesse, ossia animazione e mondo onirico, si presta a una grande vivacità, sia di trama che visiva-uditiva-sensoriale, e difatti Paprika - Sognando un sogno è così… anche se, a dire il vero, si eccede perfino, risultando a volte un po’ confuso e poco ispirato, mentre d’altro canto la trama lineare, quindi quella del mondo di veglia, non convince appieno, e anzi pare un poco pretestuosa, ossia sembra un mero pretesto per metter su l’ambaradan degli effetti visivi-spettacolaristici dei sogni, piuttosto che una trama convincente e solida.

Insomma, il mio ricordo positivo di Paprika è stato in parte offuscato da questa nuova e probabilmente più matura visione.
Comunque, gli esperimenti filmici, seppur singolarmente possono non risultare graditissimi, spesso valgono la pena di esser visti, per cui nel caso fateci un pensierino.

Di mio, vedo che la valutazione attuale di Paprika coincide con quella dell’altro film di Satoshi Kon che avevo recensito, ossia The millennium actress, per cui probabilmente questo regista non fa per me… anche se ora che mi ricordo mi era piaciuto di più in Perfect blue, film però non recensito nel blog, per cui nel caso potrei dargli qualche altra chance.

Fosco Del Nero



Titolo: Paprika - Sognando un sogno (Paprika).
Genere: anime, animazione, fantastico, psicologico, drammatico.
Regista: Satoshi Kon.
Anno: 2006.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 9 maggio 2017

Shutter Island - Martin Scorsese (film drammatico)

Spesso mi guardo film di cui so poco o niente, o perché me li ha consigliati qualcuno, o perché li trovo citati su internet.
È così che, a volte, capitano coincidenze strane, come quella per cui prima mi vedo un film con contenuti di tipo cospirazionistico, che cita apertamente l’esperimento Mk-Ultra, ossia Ipotesi di complotto, e poi pochi giorni dopo mi vedo un altro film che ha come tematica il controllo mentale, ossia Shutter Island, che poi è il film recensito quest’oggi nel blog.
Peraltro, entrambi i film vanno a sfumare l’argomento in questione, chi perché la butta sul ridicolo e sul grottesco, e chi perché la gira sullo psicologico e sul psichiatrico. 

Vediamo comunque se a Shutter Island è andata meglio che ad Ipotesi di complotto, che globalmente, al di là degli argomenti rilevanti, avevo ritenuto di scarso valore.

Intanto, il regista è di maggior fama, quel Martin Scorsese direttore di svariati film di successo che però personalmente non ho praticamente mai apprezzato. Davanti alla macchina da presa, invece, un big di Hollywood, ossia Leonardo Di Caprio, che personalmente ricordo soprattutto per The beach e per Inception (ma recensito anche in Revolutionary road, Django unchained e Celebrity).
Insieme a lui, Mark Ruffalo e Ben Kingsley, a loro volta visti il primo in Vizi di famiglia Nel paese delle creature selvagge, e il secondo in Medicus - The physician, Lezioni d’amorePrince of Persia - Le sabbie del tempo.

Ecco in breve la trama del film, perlomeno quella con cui il film parte: Edward “Teddy” Daniel, agente federale, viene mandato insieme al suo partner Chuck a investigare sulla scomparsa di una donna all’interno di un istituto psichiatrico, per persone autrici di gesti violenti, locato a Shutter Island, isola da cui non si può andare via se non col battello, ovviamente controllato dagli agenti penitenziari.
La donna, però, tale Rachel Solando (Emily Mortimer; Match point, Faccia a faccia), pare svanita nel nulla: uscita dalla cella chiusa a chiave da fuori, sparisce nell’isola, pur essendo scappata scalza, senza dare alcun segno di sé.
Mentre indagano, i due agenti federali scoprono qualcosa che sembra non quadrare, tanto che Teddy comincia a sospettare che l’isola sia teatro di qualcosa di ben più misterioso che non un normale istituto penitenziario… anche per via di visioni strane e possibili avvelenamenti ricevuti. E in effetti ha una certa ragione nel pensarlo, anche se la realtà andrà ben oltre le sue aspettative.

Come accennato, il film propone dapprima l’indagine sulla persona scomparsa, e poi la tematica del controllo mentale, mettendo di mezzo i soliti nazisti (cosa che ogni volta mi fa pensare ai film su americani ed inglesi che sarebbero stati proposti nell’Europa conquistata dai nazisti qualora questi avessero vinto la guerra)… e poi svariate altre tematiche drammatiche e violente, che non svelo per non rovinare la visione ad eventuali spettatori che non avessero ancora visto il film.

Il quale procede in modo cupo e pesante, anche nei colori scelti, oscillanti tra i grigio e il color terra, con i colori vivaci che sono praticamente banditi.

Il risultato finale è quello di un’isola davvero cupa e pesante, e parlo tanto dell’isola esteriore, quella fisica, quanto di quella interiore, quella psicologica.

In effetti, Shutter Island non mette allegria, mettiamola così (come capita di solito con Martin Scorsese alla regia), tanto che non ve ne consiglio la visione se siete facilmente contagiabili da emozioni di paura, rabbia o tristezza.
Detto questo, Shutter Island è tecnicamente un buon film, con una buona sceneggiatura e una buona recitazione, da cui la buona valuazione… sempre ammesso che vi piaccia il genere psico-drammatico-thriller.

Quanto a me, il prossimo film sarà più vivace e colorato.

Fosco Del Nero



Titolo: Shutter Island (Shutter Island).
Genere: drammatico, psicologico, thriller.
Regista: Martin Scorsese.
Attori: Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Patricia Clarkson, Max von Sydow, Emily Mortimer, Jackie Earle Haley, Elias Koteas, Ted Levine.
Anno: 2010.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

martedì 2 maggio 2017

L’amore bugiardo - David Fincher (film drammatico)

La recensione odierna è dedicata al film L’amore bugiardo, girato nel 2014 e diretto dal’ottimo David Fincher (regista di film del calibro di Fight Club, The game - Nessuna regola, Il curioso caso di Benjamin Button, The social network, Seven… quasi una garanzia, in effetti), con protagonista Ben Affleck (Dogma, La vita è un sogno, Will hunting – Genio ribelle) e Rosamund Pike (Il mondo dei replicanti, La fine del mondo).

Ecco la sua trama, perlomeno in grande sintesi, dato che si tratta di un film pieno di capovolgimenti di fronte e assai lungo, più di due ore e venti minuti: Amy e Nick Dunne sembrano una coppia modello: belli entrambi, brillanti entrambi, lei personaggio del mondo dello spettacolo e lui scrittore, anche se a dire il vero sono incappati in una situazione finanziaria difficile.
E inoltre sembrano avere qualche problema relazionale che a una prima occhiata non sembrava esserci.

Ed ecco l’essenza del film, col quale l’espressione “problema di coppia” assurge a un nuovo livello, decisamente inaspettato, oltre che improbabile.

Difatti, Nick si rivela non essere il maritino perfetto che sembrava… così come Amy mostra di avere qualche segreto da nascondere (giusto giusto qualcuno).

Il tutto tra sparizione di lei, indagini della polizia, ipotesi di rapimento, ipotesi di omicidio, indizi sparsi un po’ ovunque, misteriosi acquisti con carte di credito, violenze, sangue e assassini…
… e, quel che è ancora peggio, manipolazioni e finzioni mediatiche.

In effetti, se non si trattasse di un film, L’amore bugiardo sarebbe una specie di inferno sceso in terra, una sorta di incubo vivente.

A un certo punto del film, però, la storia si fa talmente tanto ingarbugliata e improbabile che l’atmosfera di tensione del film sparisce, si dissolve letteralmente, e tutta la sua credibilità – che fino a quel momento si reggeva su una sorta di partita a scacchi a distanza – evapora, e il film passa dall’essere un drammatico-giallo-thriller all’essere una sorta di film sentimental-grottesco.

Insomma, probabilmente L’amore bugiardo avrebbe giovato di un finale più semplice e di un minutaggio un poco più breve, anche se comunque va detto che scorre via facilmente, da film “di marca” qual è, e incuriosisce lo spettatore su come andrà a dipanarsi quella che diventava via via una matassa sempre più complicata…

… e che è stata srotolata troppo facilmente, con troppa faciloneria e in modo davvero poco credibile, a mio avviso.

Comunque, se volete un film per passare 165 minuti davanti allo schermo, e se magari amate le storie ingarbugliate o contorte, e anche un poco torbide, L’amore bugiardo potrebbe fare al caso vostro.

Per conto mio, poco men che sufficiente: da un film pretendo di più, specie se così tanto lungo… e specie se porta la firma impegnativa e brillante di David Fincher.

Fosco Del Nero



Titolo: L’amore bugiardo (Gone girl).
Genere: drammatico, thriller, sentimentale.
Regista: David Fincher.
Attori: Ben Affleck, Rosamund Pike, Neil Patrick Harris, Tyler Perry, Kim Dickens, Patrick Fugit, Carrie Coon, David Clennon, Missi Pyle, Sela Ward.
Anno: 2014.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

martedì 25 aprile 2017

L’illusionista - Sylvain Chomet (film animazione)

Il film recensito quest’oggi su Cinema e film è L’illusionista, un film d’animazione del 2010.

Da sempre sono un grande appassionato di film d’animazione, e anzi vi dirò in confidenza che, essendo esso il cinema per definizione più libero da vincoli e più capace di dar sfogo a idee e creatività, lo ritengo la cartina di tornasole dello stato di salute di un cinema e di un intero popolo a livello di innovazione, fantasia e inventiva.

E devo dire che purtroppo il cinema italiano è parecchio scarso dal punto di vista del cinema d’animazione… e infatti anche il cinema recitato ha perso la brillantezza che lo caratterizzava mezzo secolo fa, producendo solamente sporadiche opere di valore e al contrario molta spazzatura.

Viceversa, il cinema francese negli ultimi decenni si è caratterizzato per una certa vivacità nel’ambito del cinema di animazione.
Così, al volo, cito i vari I figli della pioggiaAzur e AsmarKirikù e la strega Karabà, La profezia delle ranocchie, La bottega dei suicidiAppuntamento a Belleville (quest’ultimo diretto dal medesimo regista di questo)… tutti prodotti che l’Italia cinematografica attualmente si sogna.

Anche se a dire il vero alcuni mesi fa ho visto un buon film d’animazione italiano, ossia L’arte della felicità, che difatti mi aveva fatto piacere vedere.

Ma veniamo al film di oggi.
L’illusionista, oltre al fatto di essere un film d’animazione di essere di provenienza francese (franco-britannica, per completezza d’informazione), ha anche un’altra caratteristica, ossia quella di non avere in pratica parlato.
Non è un film muto, perché c’è una colonna sonora, e anche bella, nonché qualche parolina e qualche verso sparso qua e là, ma in pratica non ha dialoghi, cosa che lo rende un’esperienza essenzialmente visiva e uditiva… nonché emotiva, giacché il film, tra i bellissimi panorami e la bella colonna sonora, nonché quanto proposto dalla trama, riesce a toccare le corde emotive dello spettatore.

Nonostante esso non abbia alcun dialogo, la trama si segue senza problemi, e come prevedibile è assai semplice, e peraltro non è pesante da seguire giacché il film è assai breve, appena 75 minuti.

Ed ecco in poche parole la sintesi del film: siamo nel 1959, e il protagonista della storia è un uomo anziano che di lavoro fa l’illusionista. Il mestiere però non attira più come un tempo, tanto che egli si trova costretto a passare dalle esibizioni nei teatri ad ingaggi sempre più modesti.
Durante uno di questi conosce una giovane cameriera, che lavora in una specie di taverna e che, presolo in simpatia, lascia il suo lavoro e lo segue.
Tra i due verrà così a crearsi una sorta di rapporto tipo padre e figlia… compreso il fatto che lei gli chiede delle cose, vestiti e scarpe, e lui cerca di procurargliele, pur dovendo fare i conti con guadagni sempre minori.

Visivamente L’illusionista è molto bello: è una sorta di fumetto d’altri tempi, e propone ambientazioni davvero d’atmosfera, sia naturali che urbane. L’animazione è fluida e ben integrata con gli sfondi “dipinti”, rendendolo un’esperienza visiva di valore.

Il film manca però di mordente, e la tara dei mancati dialoghi è pesante, e anzi rende L’illusionista più un esperimento che non un film vero e proprio.
Un esperimento gradevole, e sensorialmente d’impatto, a dirla tutta, ma a mio avviso non si può dire che sia riuscito in pieno, da cui la mia valutazione discreta ma non esaltante.

Fosco Del Nero



Titolo: L’illusionista (The illusionist).
Genere: animazione, commedia, drammatico, sentimentale.
Regista: Sylvain Chomet.
Anno: 2010.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

martedì 18 aprile 2017

La ricompensa del gatto - Hiroyuki Morita (film animazione)

La ricompensa del gatto, film d’animazione giapponese del 2002 è una sorta di seguito del precedente I sospiri del cuore, che avevo già visto e recensito in precedenza, e che aveva maturato un’ottima valutazione.

In realtà, avevo già visto anche il presente film, ma non lo avevo recensito, forse per una dimenticanza.
Poco male, provvedo ora.

Il genere del film è sempre il medesimo: siamo sulla commedia fantastica surreale, condita con un pizzico di sentimentalismo.

Ecco la trama: Haru è un’adolescente che si giostra come tutte le sue coetanee tra la scuola, le amiche e i ragazzi che le piacciono. 
Un bel giorno, l’equilibrio della sua vita viene scosso, e anzi proprio travolto, dalle conseguenze di un atto in teoria poco rilevante: la ragazza salva un gatto da un possibile investimento… 
… e poi viene a sapere che si trattava del principe del Regno dei Gatti, regno che provvederà a sdebitarsi con lei, seppure in modi inaspettati e non del tutto graditi, compresa la proposta di matrimonio del Re verso il figliol principe.

Haru, che ovviamente non vuole sposare un gatto, dietro suggerimento di una voce misteriosa (ma bella), si rivolge a un misterioso ufficio per risolvere le divergenze con i gatti, che vede come titolare Baron, che per l’appunto era uno dei protagonisti del precedente film I sospiri del cuore, col quale comunque questo non ha alcun rapporto di parentela a livello di trama.
Dell’ufficio fanno parte anche il gatto Muta e il corvo Toto.

I tre aiuteranno Haru nel suo tentativo di evitare le “ricompense” del Regno dei Gatti.

Ok, ok, detta così la trama sembra piuttosto demenziale, e in effetti il film ha una forte dose di surrealismo, come detto fin da subito, però La ricompensa del gatto non si propone come film giapponese “fuori di testa” (e Dio solo sa quanti ce ne sono, d’animazione o recitati), ma come sorta di favola dolce e un po’ bizzarra, sospesa tra mondo umano e mondo felino.

Dico la verità: La ricompensa del gatto non ha molto da offrire, se non un poco di passatempo di genere onirico-fantastico, magari a qualche appassionato di anime.
O magari a qualcuno cui era piaciuto I sospiri del cuore, decisamente superiore a questo suo seguito spurio.

Pur non essendo pessimo, La ricompensa del gatto è comunque un film d’animazione di cui si può benissimo fare a meno, senza dubbio uno dei prodotti peggiori che abbia mai visto dello Studio Ghibli
… e, per carità, se il peggio è questo ben venga il meglio.

Chiudo la recensione con una citazione di genere psicologico-introspettivo-esistenziale, che sapete che mi piacciono molto:
“Hai bisogno di riflettere su come imparare ad essere te stesso. Allora, non avrai più nulla da temere.”

Fosco Del Nero



Titolo: La ricompensa del gatto - Il ritorno del gatto (Neko no ongaeshi).
Genere: fantastico, commedia, surreale, sentimentale.
Regista: Hiroyuki Morita.
Anno: 2002.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 12 aprile 2017

Moebius - Gustavo Mosquera (film grottesco)

La recensione di oggi è dedicata a un film argentino del 1996… che peraltro dato il bassissimo budget sembra un film ben più vecchio, più o meno degli anni “80: parlo di Moebius.

Bassissimo budget, dicevo, e la perenne sensazione che sia un film fatto in casa, per così dire.

Ecco in sintesi la trama di Moebius: nella metropolitana di Buenos Aires sta succedendo un mistero: non solo alcuni semafori diventano rossi o verdi di testa loro, in contrasto con gli orari di traffico previsto, ma un intero convoglio è scomparso… passeggeri compresi.
Come se non bastasse, di tale convoglio ogni tanto si sente il rumore e la vibrazione, proprio come se stesse continuando a viaggiare nel circuito della metropolitana, ma senza essere guidato o visto.
Un mistero che porterà il direttore della metropolitana a chiedere assistenza: finirà ad occuparsene il giovane topologo Daniel Pratt, che dopo aver analizzato la questione (non molto dopo, in realtà, il ragazzo a quanto pare è svelto) formula un’ipotesi più inverosimile che strana, che non a caso viene rigettata dai suoi referenti.

Egli però insiste nelle sue indagini, e alla fine scopre il mistero della metropolitana, scoprendo che in esso era invischiato il suo vecchio professore di topologia, Hugo Mistein.

Veniamo ora al commento del film: va bene avere pochi soldi e mezzi a disposizione, però questo non è un buon motivo per mettere su un film che da un lato è noioso, e dall’altro completamente campato per aria.
Praticamente siamo nella fantascienza mistica, anche se la cosa viene affrontata in modo assolutamente naif.

Insomma, la mia valutazione di Moebius è complessivamente negativa. Non bastano in tal senso quegli unici due minuti di film con un qualche valore, durante i quali vengono enunciati alcuni principi esistenziali interessanti. In tali due minuti, peraltro, vi sono contenuti bastevoli per l’intero film, e forse da soli valgono la visione, ma la valutazione di un film deve comprenderlo per intero, e per questo è negativa.

Tornando ai minuti in questione, riassumo la scena per dare l’idea gurdjieffiana della situazione (chi non ha visto il film e vuole vederlo forse farebbe meglio a smettere di leggere): c’è un un treno fantasma che viaggia all’interno di un sistema a forma di infinito, nel quale dentro cui vi sono delle persone che sembrano come addormentate, mezze sonnambule, sveglie ma non sveglie.
Gli unici svegli sono il professore che ha capito com’è la questione e il suo ex allievo che lo raggiunge.
Il professore, quello sveglio che sa cosa sta succedendo, così definisce gli avventori mezzo addormentati: “Loro non potranno mai svegliarsi prima di rendersi conto che si sono addormentati.” 

Aggiungo inoltre che il giovane topologo cerca di spiegare la situazione ad alcuni signoroni, ognuno col suo titolone sociale di dottore, ingegnere, impresario, direttore, etc, ma nessuno capisce. Il professore commenta questo fatto dicendo al suo ex allievo, incompreso, che gli altri non comprendono perché non hanno voglia di ascoltare.

A parte questi due minuti gurdjeffiani, effettivamente molto emblematici, nulla di meritevole in Moebius, e se essi siano sufficienti per l’intera visione del film decidetelo voi.

Fosco Del Nero



Titolo: Moebius (Moebius).
Genere: fantastico, surreale.
Regista: Gustavo Mosquera.
Attori: Guillermo Angelelli, Roberto Carnaghi, Annabella Levy, Jorge Petraglia, Miguel Ángel Paludi, Fernando Llosa.
Anno: 1996.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.

martedì 11 aprile 2017

Patch Adams - Tom Shadyac (film commedia)

Come immagino un po’ tutti, conoscevo perlomeno di fama Patch Adams, intendendo con ciò sia il film omonimo, sia il personaggio dalla cui vera storia è stato tratto il film, ma finora non me lo ero mai andato a vedere.

Anche perché, a dire il vero, pur apprezzando e ritenendo simpatico Robin Williams, non sono mai stato un suo fan sfegatato, e anzi non ho visto tantissimi suoi film.
Forse l’unico suo film cui sono particolarmente legato, per via delle tematiche esistenziali che propone, ma anche per la grande bellezza visiva, è Al di là dei sogni. Mentre i vari Miss Doubtfire e L’uomo bicentenario, pur gradevoli e ben fatti, mi hanno coinvolto decisamente meno.
E poi mi ricordo Jumanji, visto quando ero ragazzino.

Quanto al regista, Tom Shadyac, lo lego viceversa a film decisamente comici come Ace Ventura l’Acchiappanimali e Un'impresa da Dio, ma anche all’ispirato Dragonfly - Il segno della libellula.

Veniamo dunque a Patch Adams, che curiosamente e tristemente comincia col personaggio di Patch Adams in crisi depressiva dopo aver tentato il suicidio, tanto che si autoricovera in un istituto per persone con problemi mentali… alcuni grossi e alcuni meno grossi.
Qui l’uomo scoprirà la sua vera missione di vita: ossia aiutare il prossimo e farlo star meglio.
Seguirà quindi il corso di laurea in medicina, in cui il lato assistenziale e umoristico di Patch emergerà sempre di più… insieme ai problemi che gli porterà il suo essere così originale.

Il mio commento sul film è piuttosto semplice: Patch Adams è un film gradevole, che parte da una storia vera (che però non conosco nei particolari, ma solo nel binomio medicina-umorismo) e propone personaggi ed eventi interessanti e coinvolgenti, tanto sul lato “didattico” quanto su quello relazionale, compresa l’affettuosa storia d’amore con la bella Carin Fisher (Monica Potter; Saw - L'enigmista, Boston legal).

A tratti il film fa ridere, e a tratti commuove, ma soprattutto propone un tipo di assistenza medica meno formale e teorico, e più legata al paziente e al suo benessere.
Quando poi, e questa è una mia aggiunta, si sarà fatto il passo verso la medicina naturale, o ancora meglio verso il benessere di base con la singola persona che si prende cura di se stessa senza aver bisogno di medici, allora il percorso sarà completato.

Per ora accontentiamoci di tale passaggio, e di tale film, simpatico anche se un po’ qualunquista e semplicistico (e infatti non è piaciuto per tale motivo al vero Adams).

Chiudo la recensione di Patch Adams con due citazioni che mi sono piaciute.
La prima è relativa al percorso di ricerca personale, che in questa formulazione può essere inteso sia come percorso umano psicologico, sia come percorso animico-interiore:
“Tutti i cuori irrequieti del mondo cercano la strada di casa. È difficile descrivere cosa provassi allora. Immaginatevi di camminare per giorni in un turbine di neve, senza neppure accorgervi di camminare in tondo. La pesantezza delle gambe nei cumuli, le vostre grida che scompaiono nel vento, con la sensazione di essere piccoli, e immensamente lontani da casa”.

La seconda è relativa all’obiettivo assistenziale di Patch Adams: “Sarà una comunità dove la gioia è uno stile di vita, dove imparare è l’ambizione più alta, dove l’amore è il principale obiettivo”.

Fosco Del Nero



Titolo: Patch Adams (Patch Adams).
Genere: drammatico, commedia.
Regista: Tom Shadyac.
Attori: Robin Williams, Daniel London, Monica Potter, Philip Seymour Hoffman, Bob Gunton, Peter Coyote, Harold Gould, Josef Sommer.
Anno: 1999.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 5 aprile 2017

Mariti e mogli - Woody Allen (film sentimentale)

Mi manca ormai poco a terminare tutta la filmografia di Woody Allen, e per l’appunto Mariti e mogli è uno dei pochi esemplari finora mancanti.

Si tratta peraltro di un film che rispecchia in toto i canoni tipici del regista newyorkese, e che anzi per tanti versi è fortemente autobiografico, non solo perché ambientato a Manhattan, non solo perché tra i protagonisti vi sono lui stesso e l’allora sua compagna Mia Farrow, non solo perché il film comincia su note jazz di clarinetto, ma anche e soprattutto perché Mariti e mogli riflette per intero le caratteristiche tipiche di Allen: intellettualismo da un lato, ironia dall’altro, e per finire idiosioncrasie e turbe psicologhe, con ovvi effetti in campo relazionale.

Nonostante nel film sia presente l’intero campionario di Woody Allen, tuttavia, questo a mio parere non è affatto uno dei suoi migliori film, giacché si perde troppo nei dilemmi psicologici dei protagonisti, finendo per risultare non eccessivamente divertente e godibile.
Tra l’altro, ciò conferma la mia sensazione passata riguardo al “periodo Farrowesco” di Woody Allen, meno brillante e più contorto-psicologico-relazionale, e senza dubbio la cosa rifletteva il suo vissuto di quegli anni.

Ma ecco la trama in grande sintesi: la coppia formata da Gaby (Woody Allen) e Judy (Mia Farrow; Rosemary’s baby, Crimini e misfatti, Hannah e le sue sorelle, La rosa purpurea del Cairo, Ombre e nebbia, Una commedia sexy in una notte di mezza estate, Broadway Danny Rose), rimane scioccata nel sapere che la coppia di amici Jack (Sydney Pollack; Eyes wide shut, La morte ti fa bella, Tootsie) e Sally (Judy Davis; Il pasto nudo, Harry a pezzi, Alice, To Rome with love) ha deciso di separarsi di comune accordo.
Il risultato è che, mentre Gaby e Judy vanno avanti, pur tra qualche difficoltà, Jack si trova una ragazzina, mentre Sally non riesce a frequentare nessuno, ancora attaccata al marito.
Entrano poi in scena Michael (Liam Neeson; Star wars 1 - La minaccia fantasma, Haunting - Presenze), che Judy presenta a Sally ma che lei per l’appunto non vede come partner, e la giovanissima Rain (Juliette Lewis; Dal tramonto all’alba, Strange days), studentessa di Gaby, che si invaghisce del suo professore, in qualche mod ricambiata.

Le cose vanno avanti in modo instabile, fino a che…

In Mariti e mogli ci sono tanti topos, tipici del cinema di Allen ma più in generale della letteratura: la coppia che prova un periodo di separazione per vedere come va e poi torna insieme, la coppia che sembra solida ma poi si separa, l’uomo avventuriero e l’uomo più dolce e sensibile, la studentessa che ha una cotta per il suo professore e in generale per gli uomini grandi (altra tematica cara a Woody Allen, e non a caso la coppia Allen-Farrow si separa nella vita reale dopo questo film, per via della relazione tra Allen e la giovanissima figlia adottiva della Farrow… non so però se fosse allieva del regista), etc.

E in effetti uno dei punti deboli del film è proprio che non presenta originalità: né nella trama, né nei dialoghi, che solitamente Allen propone più ficcanti e brillanti.
Di qualche originalità (forse inserito proprio per sopperire a una carenza di innovazione interna del film) è lo stile documentaristico di alcune parti del film, in cui i vari protagonisti della storia commentano storia e personaggi proprio come se si trattasse di un documentario… curioso e di qualche interesse.

Ad ogni modo, pur non brillando di luce propria, Mariti e mogli si fa guardare e si conquista perlomeno una risicata sufficienza.
Stando così le cose, i film migliori di Allen per me rimangono Amore e guerraManhattanLa dea dell’amoreIl dormiglioneLa maledizione dello scorpione di giada, e ci aggiungo anche il più recente e brillantissimo Midnight in Paris.

Fosco Del Nero



Titolo: Mariti e mogli (Husbands and wives).
Genere: sentimentale, commedia.
Regista: Woody Allen.
Attori: Mia Farrow, Woody Allen, Judy Davis, Liam Neeson, Sydney Pollack, Juliette Lewis, Lysette Anthony, Cristi Conaway, Timothy Jerome, Ron Rifkin.
Anno: 1992.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

martedì 4 aprile 2017

Ipotesi di complotto - Richard Donner (film thriller)

La recensione odierna è dedicata al film Ipotesi di complotto, e la ragione per cui l’ho visto risiede nella tematica del film, tutta concentrata sul cospirazionismo… ma anche nel nome del regista, quel Richard Donner già direttore di Omen - Il presagio, de I Goonies, di S.O.S. fantasmi, di Ladyhawke, di Arma letale, tutti film di ottimo successo negli anni 80…

… ma poi più niente.
O meglio, qualche altro film come Ipotesi di complotto, ma evidentemente il periodo di creazione ispirata era già terminato.

Come evidente anche in Ipotesi di complotto, nonostante il film parta col botto per via del cast: Julia Roberts e Mel Gibson, come dire il top per il 1997.

Ecco in breve sintesi la trama del film: Alice Sutton (Julia Roberts; Mangia, prega, ama, Tutti dicono I love you, Closer, Pretty woman) è assistente alla procura di New York, mentre Jerry Fletcher (Mel Gibson; Arma letale, Braveheart - Cuore impavido, Batman) è un bizzarro tassista che appesta tutti i suoi clienti con teorie di genere cospirazionistico…

… che peraltro non sono inventate di sana pianta, ma sono reali, ma usate in modo semplicistico a beneficio del film e per la costruzione di un personaggio evidentemente un po’ svitato.

Il che già chiarisce il segno del film, piuttosto ridicolizzante…
… anche se poi a dire il vero esso tira in ballo addirittura l’Mk-Ultra, con tanto di personaggi (il dottor Jonas, interpretato da Patrick Stewart) e di obiettivi concreti.

Il tutto si muove tra commedia, dramma, sentimentale, psicologico, azione, thriller e cospirazionismo… con l’elemento bizzarro-grottesco che prevale, e che rende Ipotesi di complotto, nonostante le tematiche in teoria pesanti e importanti, e nonostante scene di sangue, sparatorie e morte, una commedia grottesca con l’elemento sentimentale sullo sfondo… e infatti a fine film esso esce fuori.

Durante lo svolgimento di tale “commedia sentimentale”, si citano il nuovo ordine mondiale, gli omicidi di stato, il controllo mentale, l’Mk-Ultra, e probabilmente altro che ora non mi ricordo… insomma, mica robetta.

Peccato che il film in sé siano piuttosto banalotto e poco verosimile, tanto nella successione degli eventi (un controllato mentale che ribalta la situazione e lotta contro i controllori), quanto nella relazione sentimentale davvero improbabile che ne vien fuori. 

E non diciamo niente sulla solita tendenza nel rendere ridicole proprio quelle questioni su cui la gente dovrebbe informarsi, altro che farne filmetti tonti per gente distratta.

Fosco Del Nero



Titolo: Ipotesi di complotto (Conspiracy Theor7).
Genere: drammatico, azione, thriller, sentimentale.
Regista: Richard Donner.
Attori: Julia Roberts, Mel Gibson, Patrick Stewart, Cylk Cozart, Steve Kahan, Terry Alexander, Alex McArhthur.
Anno: 1997.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 29 marzo 2017

Il velo dipinto - John Curran (film drammatico)

Mi ero segnato il film Il velo dipinto in quanto esso è stato tratto da un romanzo, dal titolo omonimo, di William Somerset Maugham, lo scrittore inglese noto per i suoi interessi esistenzial-esoterici…

… che per l’appunto è ragione che me lo rende interessante, anche sulla scorta di un ben più vecchio film tratto da un suo romanzo, ossia Il filo del rasoio, nonché di un romanzo, Il mago, che lessi molti anni fa e che solo molto tempo dopo seppi essere ispirato (credo in modo assai ingeneroso) alla figura dell’occultista Aleister Crowley.

Ad ogni modo, veniamo a Il velo dipinto, film diretto da John Curran, regista che non ho mai incontrato, e prodotto dagli stessi due attori protagonisti della pellicola, ossia Naomi Watts e Edward Norton: siamo a Londra, negli anni venti, allorquando il timido ricercatore Walter Fane (Edward Norton; Fight club, The illusionist, Rounders - Il giocatore, Birdman o l'imprevedibile virtù dell'ignoranza) chiede in sposa l’irrequieta e viziata Kitty Garstin (Naomi Watts; La promessa dell’assassino, I heart huckabees - Le strane coincidenze della vita, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, The ring), che accetta non per amore, ma più che altro per fuggire dalla vita di famiglia, che sente come opprimente.

Il primo risultato è un veloce adulterio; il secondo un’altrettanto velocemente rovinata armonia familiare; infine, lui praticamente la costringe dietro minaccia a seguirlo in una piccola provincia cinese, dove lavorerà come medico e ricercatore per cercare di debellare un’epidemia di colera… cosa che ovviamente non entusiasta affatto Kitty.

Sta di fatto che i due ci andranno… e che le cose evolveranno in modo decisamente inaspettato.

Il velo dipinto è un film davvero ben fatto: l’ambientazione, più quella cinese che quella londinese, è accattivante e affascinante, mentre sul valore dei due attori protagonisti non si discute, e non lo si scopre certo in questo film.

Fotografia e montaggio sono buoni, come l’accompagnamento sonoro, ma ancora più delle varie componenti tecniche convince l’atmosfera generale, davvero realistica, tanto dal punto di vista sociale quanto da quello psicologico.

L’unico potenziale problema del film è il suo genere: siamo nel dramma pieno, tra relazioni sentimentali conflittuali (e l’espressione “relazione sentimentale conflittuale” assume in questa storia una nuova accezione), per non parlare di colera, sofferenza e morte…

… vi piace codesto genere, o preferite orientarvi verso altri sentieri?

Vi confesso che, se avessi saputo che la storia era priva della componente esistenziale che spesso si associa a Maugham, probabilmente non avrei visto Il velo dipinto.
Anche se, ad onor del vero, a posteriori sono contento di averlo visto: c’è tristezza e dramma, è vero, ma anche bellezza, e non poca.

Fosco Del Nero



Titolo: Il velo dipinto (The painted veil).
Genere: drammatico, sentimentale.
Regista: John Curran.
Attori: Naomi Watts, Edward Norton, Liev Schreiber, Diana Rigg, Toby Jones, Shihan Cheng, Bin Li, Marie-Laure Descoureaux, Sally Hawkins.
Anno: 2006.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

martedì 28 marzo 2017

1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra - Boris Sagal (film fantastico)

Il film proposto oggi sul blog è 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra, film del 1971 che avevo già visto, ma prima dell’apertura del blog, da cui il fatto che ancora non vi era una recensione a riguardo.  
Anticipo due cose: la prima è che al tempo – credo parecchi anni ma, ma non ricordo con precisione – il film mi fece un’impressione discreta, o comunque più che sufficiente, tanto da riguardarmelo ora.

La seconda è che il film è tratto, per quanto con alcune modifiche, dal romanzo di Richard Matheson Io sono leggenda, il quale peraltro aveva già dato luogo ad una prima trasposizione cinematografica (L'ultimo uomo della Terra) e ne avrebbe data un'altra in seguito, in tempi più recenti (Io sono leggenda).

Ecco in grande sintesi la trama del film: nell’anno in questione, allora futuro prossimo, il mondo è stato quasi del tutto liberato dall’umanità, per via di una guerra batteriologica che ha sterminato quasi tutti. In una Los Angeles quasi deserta si aggira Robert Neville (Charlton Heston; Il pianeta delle scimmie2022 - I sopravvissuti), il quale di giorno vaga per la città procurandosi quel che gli serve per vivere, mentre di notte si asserraglia nel suo appartamento per difendersi dalla cosiddetta Famiglia, razza di mutanti divenuti albini fotosensibili alla luce… nonché vagamente simili per aspetto a zombie-vampiri.

Essi considerano la tecnologia la responsabile della distruzione del mondo e della loro condizione, e considerano Robert Neville, in quanto dottore nonché forte utilizzatore della suddetta tecnologia (automobili, mitra, luci, etc), il simbolo di tutto ciò che è quasi andato distrutto… e che va distrutto completamente, tanto che dottore e mutanti si danno la caccia reciprocamente.

Questa la trama di 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra.
Quanto al commento, devo dire che si tratta di uno di quei film invecchiati davvero male, e soprattutto dal punto di vista dei dialoghi e dei contenuti, e non tanto da quello tecnologico-visivo, che pur ovviamente paga dazio ai più di quattro decenni nel mentre trascorsi.

I dialoghi sono difatti spesso puerili, così come le posizioni psicologiche dei protagonisti e molte delle loro azioni, tanto che il tutto ha un’aria quasi insopportabile di semplicismo e di infantilismo. 

Non viene data alcuna spiegazione per quanto accaduto, ma non importa tanto, giacché siamo abituati a premesse campate per aria come ipotesi di partenza, e quel che ci interessa è come si sviluppa poi la storia.
Anche se non sarebbe stato male sapere perlomeno perché Neville si considerava l’unico superstite al mondo…

Anche la conclusione del film lascia parecchio a desiderare, col suo messianismo concettuale e persino rappresentato (posizione da crocifisso, palo, sangue, “discepoli” che ringraziano e se ne vanno, etc).

Insomma, come detto 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra aveva probabilmente un certo fascino al suo tempo, ma lo ha perso quasi totalmente… e a ciò aggiungo anche che non ho mai ritenuto Charlton Heston un buon attore, nonostante la sua grande fama nella Hollywood di quegli anni.

Fosco Del Nero



Titolo: 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra (The omega man).
Genere: drammatico, fantastico.
Regista: Boris Sagal.
Attori: Charlton Heston, Rosalind Cash, Anthony Zerbe, Paul Koslo, Eric Laneuville, Lincoln Kilpatrick, Jill Giraldi, Anna Aries, Brian Tochi, DeVeren Bookwalter, John Dierkes.
Anno: 1971.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 21 marzo 2017

Cuori in Atlantide - Scott Hicks (film commedia)

Spesso mi capita che non mi ricordi come mai mi ero segnato un film… e mi è capitato anche per Cuori in Atlantide, che comunque sono contento di essermi segnato e di essermi visto.

La storia di Cuori in Atlantide è tutto sommato semplice, anche se a suo modo è curiosa e presenta qualche elemento di originalità… se pure va detto che la bellezza del film non sta tanto in una qualche innovazione, quanto nel fattore emotivo che emana, che oscilla tra il dolce e il delicato, pur se in mezzo a tanti eventi difficili.

Ecco in grande sintesi la trama del film: Bobby Garfield (Anton Yelchin; Il luogo delle ombre, Terminator salvation) è un bambino-adolescente che vive solo con la madre, giacché il padre è morto quando lui aveva cinque anni, lasciando la famiglia in difficoltà economica, tanto che la donna deve lavorare e lui spesso deve badare da solo a se stesso o alla casa.
Per sbarcare il lunario più facilmente, il piano superiore della casa viene affittato, e il nuovo inquilino è uno strano signore, tale Ted Brautigan (Anthony HopkinsInstinct - Istinto primordiale, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, La leggenda di Beowulf, Vi presento Joe Black, Il silenzio degli innocenti), il quale pare amar molto vivere in modo semplice e non vistoso… e in seguito Ted, che stringerà amicizia con lui, scoprirà il perché, e qua anticipo solo che di mezzo vi sono FBI e poteri esp, anche se tale elemento non è affatto centrale nel film, ma funge solo da contorno alla duplice storia affettiva tra Bobby e il suo primo amore Carol e lo stesso Bobby e Ted, che per un breve periodo in pratica funge da surrogato di padre.

In mezzo c’è anche la storia della madre di Bobby, donna ancora giovane e attraente, alle prese con problemi di soldi, di vanità, di uomini… e in definitiva il personaggio meno equilibrato del film.

Cuori in Atlantide non lesina difficoltà ai suoi protagonisti: il bambino che cresce senza un padre e che non può permettersi nemmeno una bicicletta, la donna che vorrebbe di più per se stessa e per suo figlio ma che si impelaga in situazioni difficili, l’uomo che fugge dal suo passato, e persino la bambina picchiata dal bullo del quartiere.

Nonostante tali scenari difficili, Cuori in Atlantide, che peraltro si apre con una scena del presente con Bobby uomo adulto e poi va indietro tramite un lungo flashback che in pratica dura quasi tutto il film, propone soprattutto la dolcezza del rapporto tra Bobby e i suoi due amici di allora, soprattutto la fidanzatina Carol, nonché quella del rapporto tra lo stesso Bobby e il bizzarro Ted, che con i suoi momenti di “visione” contribuisce peraltro a rendere il film più curioso e interessante.

In definitiva, Cuori in Atlantide è un film davvero ben realizzato, che con poco (non c’è dietro nulla di trascendentale) riesce comunque a offrire abbastanza, e che peraltro è impreziosito dalla recitazione di un grande attore come Anthony Hopkins… ma anche il piccolo Anton Yelchin si disimpegna bene, tanto che poi si è guadagnato diversi film anche da grande, cosa affatto scontata per gli attori bambini.

Chiudo il film con una frase su quello che a ben vedere è l’elemento emotivo di fondo del film: il cambiamento e lo scorrere delle cose, ciò che poi è anche un insegnamento esistenziale di discreta portata:
“Chissà perché ci aspettiamo che le cose restino sempre le stesse.
Niente resta uguale.”

Fosco Del Nero



Titolo: Cuori in Atlantide (Hearts in Atlantis).
Genere: drammatico, commedia.
Regista: Scott Hicks.
Attori: Anthony Hopkins, Hope Davis, David Morse, Anton Yelchin, Mika Boorem, Alan Tudyk, Will Rothhaar, Adam LeFevre, Celia Weston.
Anno: 2001.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 15 marzo 2017

Noah - Darren Aronofsky (film fantastico)

Il film recensito quest’oggi su Cinema e film è il recente Noah, girato nel 2014 da Darren Aronofsky.

Partiamo dal regista: Darren Aronofsky ha la tendenza ad occuparsi di argomenti di confine, che vengono quasi a contatto con temi esistenzial-interiori-spirituali… ma lo fa per l’appunto solo come tendenza, come contatto di superficie, non addentrandosi davvero nelle tematiche esistenziali.

Il che non è un male, intendiamoci: sarà utile e attirerà un certo tipo di pubblico, e pure a me non dispiace, ma, semplicemente, non fungerà come canale per energie e ispirazioni elevate, tutto qui.

Di lui ho già recensito Pi greco - Il teorema del delirio e L’albero della vita, che rappresentano in pieno quanto appena detto, mentre in passato ho visto anche Requiem for a dream, che viceversa tende più al drammatico. Di vedere The wrestler non se ne parla nemmeno, mentre Il cigno nero ha qualche speranza.

Il regista statunitense peraltro ha, dal mio punto di vista, un certo pregio: quello di portare davanti alla macchina da presa due grandi bellezze: quella ormai matura di Jennifer Connelly (l’indimenticabile protagonista di Labyrinth - Dove tutto può accadere, ma anche di Phenomena, Innocenza infranta, Dark City, A beautiful mind) e quella decisamente più adolescenziale di Emma Watson (l’Hermione dei vari Harry Potter e la pietra filosofale, Harry Potter e la camera dei segreti, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, Harry Potter e il calice di fuoco… che già al tempo si intuiva essere assai brava).

Completano il cast il protagonista centrale Russell Crowe (che peraltro era già stato impegnato in una coppia con Jennifer Connelly in A beautiful mind) ed Anthony Hopkins (Instinct, La leggenda di Beowulf, Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, Cuori in Atlantide, Il silenzio degli innocenti, Vi presento Joe Black), a far la parte di un saggio Matusalemme.

A proposito, sarebbe stata una buona occasione per chiedere a Matusalemme il segreto della durata di più 900 anni della sua vita… … ma ci saremmo accontentati anche del segreto dei 777 anni di Enoch, suo padre, ma anche in questo caso niente da fare (Noè, per la cronaca, arriva a 969, ma nel film ne dimostra di meno).

E sgombriamo subito il campo da un possibile fraintendimento: lasciamo perdere la Bibbia, quello che c’è scritto, i confronti con il film e le eventuali – e numerose – discrepanze, e guardiamo Noah semplicemente come un film di genere fantastico.

Devo dire che, sgombrato il campo da tutto ciò, Noah è un film godibilissimo: scenografia e fotografia sono di altissimo livello, costumi ed effetti speciali pure, e anche la caratterizzazione dei personaggi rende il tutto vivace e interessante.

Ecco in sintesi la trama del film (casomai servisse a qualcuno!): un bel giorno il Creatore si rende conto che l’umanità è degradata a livelli bassissimi (e non aveva ancora visto L'isola dei famosi), e decide di far piazza pulita mandando un diluvio colossale sulla Terra. Si dovranno però salvare le specie animali, e il compito di tale salvazione è affidato a Noè, che dovrà condurre la sua famiglia (la moglie Naameh, i tre figli Sem, Cam e Jafet, e la trovatella Ila) su un’arca, insieme per l’appunto a tutte le specie di animali, che si presenteranno spontaneamente una volta che l’arca è pronta ad ospitarle e il diluvio vicino ad arrivare.

In mezzo abbiamo: i Vigilanti, gli angeli caduti e puniti dal Creatore, gli uomini con i loro desideri e il loro ego, e ovviamente le tentazioni degli stessi membri della famiglia di Noè, lui per primo.

Darren Aronofsky non commette l’errore di “politicizzare” in qualche modo il film, che resta scevro da qualsiasi contenuto religioso o “didattico”, presentandosi essenzialmente come una specie di colossal di genere fantastico, misto a dramma, azione, psicologia e relazioni sentimentali.

Un bel calderone, a dirla tutta, che da un certo punto di vista non permette al film di eccellere in nessuno di questi ambiti, ma che al contempo lo consegna ad un pubblico assai vasto, e difatti ha avuto grandi incassi e anche numerosi riconoscimenti.

Meritati, per il buon lavoro svolto, e come detto Noah è un buon film di intrattenimento di genere fantastico.

Fosco Del Nero



Titolo: Noah (Noah).
Genere: drammatico, fantastico, sentimentale.
Regista: Darren Aronofsky.
Attori: Russell Crowe, Jennifer Connelly, Emma Watson, Anthony Hopkins, Ray Winstone, Logan Lerman, Douglas Booth, Julianne Moore, Martin Csokas, Jóhannes Haukur Jóhannesson.
Anno: 2014.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

martedì 14 marzo 2017

Quasi amici - Olivier Nakache, Éric Toledano (film commedia)

Mi ero segnato il film Quasi amici per qualche motivo che non ricordavo, tanto che, rileggendomi la trama, stavo per cancellarlo dai film da vedere, ma poi ho dato fiducia alla scelta precedente, e me lo sono visto.

Perché me lo ero segnato?
Non lo so, forse perché è un film francese e tendenzialmente amo molto la leggerezza e l’umorismo delicato dei film francesi.

Perché stavo per depennarlo?
Perché la trama, a una prima vista, potrebbe sembrare melodrammatica e pesante, esattamente quel tipo di film che evito: c’è un tetraplegico, un ricco francese di mezz’età che non può muovere nulla dal collo in giù, e il suo aiutante franco-maghrebino, con i due che, come suggerisce il titolo, stringono un rapporto di amicizia.

Alla fine valeva la pena vederlo?
Assolutamente sì.
Il film mantiene quell’umorismo e quel’ironia delicata tipica dei film francesi che mi piace così tanto, e non fa mai l’errore di scadere nel melodrammatico e nella retorica… cosa che viceversa sarebbe successa di sicuro in qualche altra nazione, senza fare nomi.

Detto questo, ecco in breve la trama di Quasi amici, film che inizia dalla fine, con una scena un po’ strana, e poi fa vedere come ci si è arrivati: Philippe (François Cluzet) è un ricco uomo francese, che per via di un passato incidente sportivo è divenuto tetraplegico, ossia non può muovere niente, è quindi completamente dipendente dalle cure altrui, e conseguentemente assume un badante che si prenda cura di lui durante quasi tutto il giorno.

Se parte del lavoro, quello più professionale, è svolto dalle sue segretarie-assistenti Yvonne (Anne Le Ny) e Magalie (Audrey Fleurot), la prima più ciarliera e alla mano e la seconda più algida e affascinante, serve proprio qualcuno che si occupi delle cose pratiche: fargli la barba, lavarlo, vestirlo, portarlo in giro in macchina o in carrozzella, etc.

All’appuntamento per il posto di lavoro, evidentemente ben pagato, si presentano in tanti, più o meno referenziati, e tra questi c’è anche Driss (Omar Sy), un ragazzone di colore dalla lingua lunga e dal carattere forte, ma tutto sommato un pezzo di pane. Lui è lì solo per avere una firma, in modo da potersi poi godere il sussidio di disoccupazione… ma finisce che Philippe lo prende in simpatia e lo assume.

Tra i due si creerà man mano una certa amicizia, davvero tenera, e i due si aiuteranno l’un l’altro in vario modo.

Quasi amici è tratto da un storia vera, sulla quale è stato scritto anche un libro, ed evidentemente è una storia che ha colpito nel segno, giacché il film in patria è stato campione d’incassi, e con cifre da capogiro per il paese d’oltralpe.
Svariati anche i riconoscimenti, che devo dire essere meritati: da un certo punto di vista il film non sembra proporre molto (non c’è una trama di spicco, non vi sono attori di spicco, men che meno vi sono effetti speciali o qualcosa di eclatante che possa attirare l’attenzione, e non c’è nemmeno una storia romantica, se non brevissimi accenni assolutamente marginali)… ma nonostante ciò il film finisce per proporre tanto, tanto che mi sento di consigliarlo.

Nel caso, buona visione.

Fosco Del Nero



Titolo: Quasi amici (Intouchables).
Genere: commedia.
Regista: Olivier Nakache, Éric Toledano.
Attori: François Cluzet, Omar Sy, Anne Le Ny, Audrey Fleurot, Clotilde Mollet, Alba Gaïa Bellugi, Cyril Mendy, Christian Ameri, Grégoire Oestermann.
Anno: 2011.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

martedì 7 marzo 2017

Omen - Il presagio - Richard Donner (film horror)

Non avevo mai visto il film Omen - Il presagio, il classico dell’orrore diretto da Richard Donner nel 1976… e avevo fatto bene. 

Nonostante non mi abbia mai ispirato, sono andato a vedermelo essenzialmente per la presenza in esso di Gregory Peck, attore che ho sempre stimato molto e visto volentieri in film come Il buio oltre la siepe, L’ultima spiaggia, Vacanze romane… e cito anche il più recente I soldi degli altri.

Anche il regista non era un nome nuovo per me, giacché di Richard Donner avevo già visto I Goonies… e chi non lo ha visto tra quelli della mia generazione, o un poco più avanti o un poco più indietro?
Anche se vederlo da grande non è stato poi così esaltante, come ho scritto nella recensione. Nella carriera di Donner, comunque, rientrano altri film di grande successo, come Lady Hawke, S.O.S. fantasmi o Arma letale.

Ma andiamo a parlare de Il presagio, cominciando dalla trama: siamo a Roma e Katherine (Lee Remick), moglie di Robert Thorn (Gregory Peck), ha dato alla luce un bambino morto. L’uomo, dando seguito al suggerimento di uno strano sacerdote, acconsente all’ipotesi di consegnare alla donna, in sostituzione del suo, un bambino nato quella stessa notte, la cui madre era deceduta e non aveva parenti.

Tutti felici, dunque, con un piccolo particolare: il piccolo Damien (Harvey Stephens) nel corso degli anni si rivelerà assai strano, e anzi col passare del tempo mostrerà la sua diabolicità, aiutato in questo anche dalla bambinaia, la signora Baylock (Billie Whitelaw), peraltro presentatasi e assunta in circostanze misteriose.

In pratica, tutto Il presagio è strutturato così: succedono cose misteriose se non proprio inquietanti, ma la gente fa spallucce, non se ne cura, fino a ritrovarsi ad avere davanti morti, sangue e anticristi. 

Ciò che, per la cronaca, è l’identikit dei pessimi film horror: la stupidità dei protagonisti… o, per volerla inquadrare da un altro punto di vista, il fatto che la sceneggiatura sia palesemente forzata, con l’intento di procedere in una certa direzione quando qualunque essere umano di media intelligenza (forse persino bassa intelligenza) avrebbe agito in altro modo… fosse anche solo scappando a gambe levate.

Ma i protagonisti dei film horror tonti no, vanno avanti imperterriti!

Ad aggravare il pesante bilancio de Omen - Il presagio ci si mette anche il palese tentativo di plagio de L’esorcista, nonché il probabile tentativo di cavalcarne l’onda di successo, giacché il film di Richard Donner segue di tre anni quello di William Friedkin: abbiamo la religione cristiana, abbiamo sacerdoti, abbiamo un esorcista, abbiamo un bambino/a in cui c’è il diavolo dentro, abbiamo della gente benestante che non sa affrontare il problema, abbiamo la solita escalation di episodi inquietanti, abbiamo qualcuno che si accorge della cosa ma finisce male, etc.

La cosa ridicola, peraltro, è che Il presagio non fa per nulla paura, e non è inquietante se non nelle reazioni ottuse dei protagonisti… che infatti finiscono tutti male.

Mi dispiace solo che Gregory Peck, all’epoca già abbastanza avanti con gli anni e probabilmente a fine carriera o comunque alla ricerca di qualcosa che la rivitalizzasse, si sia prestato a questo progetto davvero mediocre… e soprattutto alla ridicola scena di lotta con la tata-governante, in cui incredibilmente l'uomo non riusciva a prevalere.

Beh, non aggiungo altro, se non: cercate qualcosa di bello altrove… oppure guardatelo con l’intento di farvi due risate, e in questo modo il film potrebbe acquisire un suo senso.

Fosco Del Nero



Titolo: Omen - Il presagio (The omen).
Genere: horror, drammatico.
Regista: Richard Donner.
Attori: Gregory Peck, David Warner, Lee Remick, Billie Whitelaw, Harvey Stephens, Patrick Troughton, Martin Benson, Robert Rietty.
Anno: 1976.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.

martedì 28 febbraio 2017

A history of violence - David Cronenberg (film thriller)

Ogni tanto adocchio recente film di David Cronenberg, speranzoso di rivedere uno di quei film surreali e bizzarri che ne avevano caratterizzato la prima parte di carriera, quella che gli ha dato la fama peraltro, prima che egli svoltasse decisamente verso i film drammatici a sfondo sociale.

È con questo spirito che mi sono avvicinato a Una storia di violenza - A history of violence… anche se la descrizione della trama letta online lasciava poche speranze nel fatto che il geniale autore di Existenz o Il pasto nudo fosse resuscitato.

E, peraltro, questo non è il primo film del “secondo Croneberg” che vedo, giacché avevo già visto La promessa dell’assassino, sempre con Viggo Mortensen come protagonista (e anche quello si muoveva tra relazioni umani, drammi personali, violenze varie e cose simili), nonché Spider, questo con Ralph Fiennes (film meno action, ma più psicologico).

Andiamo subito alla trama di A history of violence: Tom Stall (Viggo MortensenLa compagnia dell’anelloLe due torri, Il ritorno del re, Carlito's way) è un brav’uomo che vive in una cittadina americana con la moglie Edie (Maria Bello; La vita segreta della signora Lee) e i due figli Jack e Sarah.

La donna è un avvocato, mentre l’uomo gestisce una tavola calda americana, e quindi si muove tutto il giorno tra caffè, torte, e cibo vario.

Un bel giorno entrano nella suddetta tavola calda due criminali, autori di efferate rapine nei giorni precedenti, e minacciano l’ennesima strage anche nel locale di Tom…
… il quale però reagisce in modo più pronto, lucido e spietato di quanto si sarebbe potuto supporre conoscendo il tranquillo uomo di provincia che era.

L’uomo sventa il tentativo di omicidio plurimo e diventa una specie di eroe locale, finendo anche su giornali e tv nazionali…
… e attirando così in paese degli uomini che sono superconvinti di averlo conosciuto in ben altre vesti, e con in mano coltelli e pistole.

Essenzialmente Una storia di violenza si muove su due binari: da un lato quello visivo, che ci racconta quel che succede nella vita di Tom e della sua famiglia, con tanto di casa, scuola, tavola calda, centri commerciali, visite non gradite, etc, e dall’altro lato quello introspettivo-psicologico, che ci mostra come un inaspettato evento esterno possa cambiare tutto, compreso il punto di vista che si ha sulle cose e che si riteneva essere solidissimo.

Il film peraltro è tratto da un fumetto, rispetto al quale è stato modificato qualcosa in termini di nomi e trama, pur essendo in buona parte ad esso fedele.

Nel complesso, A history of violence non mi ha annoiato, anche se, continuo a dire, il Cronenberg geniale che esplorava i temi della dualità tra veglia e sonno, realtà e finzione, e che aveva prodotto film come Existenz (un capolavoro), Il pasto nudo (un gran film), nonché tutta una pletora di film tra l’inquietante e il simbolico, come Videodrome o Il demone sotto la pelle, era tutta un’altra cosa, e purtroppo è ancora latitante.

Forse perché il nuovo Cronenberg, proprio per il fatto di essere meno geniale, meno bizzarro e più convenzionale piace di più al folto pubblico, e infatti si guadagna nomination e premi in quantità, che in precedenza al contrario gli sfuggivano.
Scelte della vita…

Fosco Del Nero



Titolo: A history of violence (A history of violence).
Genere: drammatico, thriller.
Regista: David Cronenberg. Attori: Viggo Mortensen, Maria Bello, Ed Harris, William Hurt, Heidi Hayes, Ashton Holmes, Peter MacNeill, Stephen McHattie, Greg Bryk, Kyle Schmid, Sumela Kay.
Anno: 2005.
Voto: 5.5.
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