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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

martedì 20 settembre 2016

Hunger games 3 - Il canto della rivolta - Parte 1 - Francis Lawrence (fantascienza)

Con Hunger games 3 - Il canto della rivolta - Parte 1 mi sono visto anche il terzo film della saga di Hunger games, in attesa del quarto, uscito qualche tempo fa al cinema.

Devo dire che, nonostante il successo al botteghino strepitoso, continuo ad avere qualche riserva riguardo ai suddetti film: come scritto in recensione il primo Hunger games mi aveva in parte deluso, risultandomi un po’ forzato e artificioso, mentre il secondo Hunger games, La ragazza di fuoco, nella sua maggiore tensione scenica mi aveva convinto maggiormente.
Il canto della rivolta - Parte 1, invece, fa un passo indietro, e di nuovo mi tornano i dubbi. 

Come prima cosa, vediamo a che punto eravamo rimasti con la trama: Katniss Everdeen (la bella e brava Jennifer Lawrence, tanto bella e brava che sono arrivato agli Hunger games seguendola da Il lato positivo) si risveglia nel Distretto 13, dopo aver concluso i 75esimi Hunger games in pratica distruggendo l’arena che li conteneva, e al contempo aver dato il via a tante sommosse in vari distretti.
Presto viene messa al corrente del fatto che il presidente Snow, per rappresaglia, ha distrutto il Distretto 12, condannando alla morte molte migliaia di persone e costringendone altre alla fuga, tra cui sua madre, sua sorella, e il suo miglior amico Gale Hawthorne (Liam Hemsworth).
Quanto a Peeta Mellark (Josh Hutcherson), è detenuto come altri vincitori in Capitol City, usato mediaticamente per screditare i ribelli e accusarli di terrorismo (un “gioco” che fanno in tanti, a quanto pare…).

D’altro canto, anche la presidentessa del Distretto 13, ossia Alma Coin (l’evergreen Julianne Moore) intende fare lo stesso con Katniss, ossia utilizzarla come bandiera della rivoluzione, in modo da spingere altri distretti alla lotta contro la tirannide di Capitol City.

Questa, in breve, la trama sommaria de Il canto della rivolta - Parte 1, film il quale, a differenza dei precedenti due, molto più calati nella natura – quella vera e quella “finta” dei giochi – si presenta viceversa molto più chiuso, claustrofobico e sotterraneo, dato che il Distretto 13, tecnologia e persone, si è trasferito sottoterra per proteggersi meglio da Capitol City.
In questo senso, il tutto sa molto di Zion di Matrix, compresi discorsi pubblici e urla di motivazione.

Il problema è che ad Hunger games manca proprio il carisma del grande film, o la profondità se preferite, e in questo consta il suo non essere capolavoro, ma semplice film di intrattenimento di buona fattura, dai tanti effetti speciali e dalla grande bellezza visiva, un po’ bellezza umana e un po’ bellezza della natura.

Anche se a mio avviso vi è un altro elemento che ne ha decretato il successo, il quale forse è persino il principale: la contrapposizione tra dittatura distopica da un lato e società sottomessa prima e poi ribelle dall’altro, che le persone, pur senza studi cospirazionistici alle spalle, percepiscono come importante…
… per il semplice fatto che ci vivono dentro.

In tale senso, Hunger games riecheggia tanti altri successi del settore distopia: da 1984 di Orwell, a La fattoria degli animali dello stesso Orwell, da Fahrenheit 451 di Bradbury a Il mondo nuovo di Huxley.
Questo quanto ai libri; quanto ai film si possono citare tanti altri casi: oltre a Matrix, i vari MetropolisEquilibriumBrazil, V per vendettaL’uomo che fuggì dal futuroLa fuga di Logan, In timeAeon FluxUltravioletGattacaThe island, The giver - Il mondo di Jonas, e molti altri ancora.

E, ancora più in generale, la lotta tra bene e male, buoni e cattivi, una lotta praticamente senza tempo.

Comunque, tornando a noi, Il canto della rivolta - Parte 1 mi ha lasciato un po’ tiepido… in attesa de Il canto della rivolta - Parte 2.

Fosco Del Nero



Titolo: Hunger games 3 - Il canto della rivolta - Parte 1 (The hunger game - Mockingjay - Part 2).
Genere: fantastico, drammatico, sentimentale.
Regista: Francis Lawrence.
Attori: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Julianne Moore, Philip Seymour Hoffman, Jeffrey Wright, Stanley Tucci, Donald Sutherland, Toby Jones, Willow Shields, Sam Claflin.
Anno: 2014.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 14 settembre 2016

Settembre - Woody Allen (film drammatico)

Pensavo di aver già visto tutti i film di Woody Allen, ma me ne mancava uno: Settembre. E forse non solo questo, visto che spuntano come funghi.
Ad ogni modo, me lo sono quindi visto… anche se a dire il vero c’era un motivo se lo avevo lasciato per ultimo…

Difatti, Settembre è uno dei film drammatici di Woody Allen, una specie di psicodramma lungo 80 minuti in cui ogni singola persona ha turbe mentali da seduta psicanalitica e desideri e aspettative regolarmente delusi (oddio, questo accade anche nei suoi film comici, ma almeno quelli fanno ridere).

E con questo la recensione del film potrebbe pure terminare, ma scriviamo qualche riga in più comunque.

Il film è del 1987, ossia il periodo in cui Woody Allen stava iniziando ad introdurre qualche film drammatico in mezzo alla sua filmografia essenzialmente comico-ironica, tanto che nei decenni successivi il dramma è divenuto la regola, e la commedia l’eccezione… purtroppo.

Ma ecco in sintesi la trama di Settembre: siamo in una casa del Vermont, dove si sono riuniti per passare le vacanze alcuni parenti e amici.

Abbiamo la fragile Lane (Mia Farrow; Crimini e misfatti, Hannah e le sue sorelle, La rosa purpurea del Cairo, Ombre e nebbia, Broadway Danny Rose, Una commedia sexy in una notte di mezza estate, Alice… ma soprattutto Rosemary's baby), la di lei vivacissima madre Diane (Elaine Stritch), l’amica Stephanie (Dianne Wiest; Hannah e le sue sorelle, La rosa purpurea del Cairo, Pallottole su Broadway), lo scrittore Peter di cui la giovane donna è invaghita (Sam Waterston; Crimini e misfatti, Urla del silenzio, Interiors), l’uomo maturo Howard che viceversa è invaghito di lei (Denholm Elliott; Una poltrona per due, Camera con vista, Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta, Indiana Jones e l’ultima crociata) e infine Lloyd, l’attuale compagno di sua madre (Jack Warden; Oltre il giardino, Shampoo, Un amore tutto suo, La dea dell’amore, Le riserve).

Questo sestetto si giostra tra reciproci desideri, malcontenti e accuse, spostandosi tra fatti gravi e meno gravi, ma comunque sempre nel segno della tristezza e dei drammi psicologici.
Insomma, del Woody Allen brillante non c’è traccia, mentre sfortunatamente c’è molta traccia del Woody Allen “psicotico”, ciò che rende il film un polpettone per chi ama i drammi umani.
Non io, casomai non si fosse capito.

Fosco Del Nero



Titolo: Settembre (September).
Genere: drammatico, sentimentale.
Regista: Woody Allen.
Attori: Mia Farrow, Dianne Weist, Elaine Stritch, Denholm Elliott, Sam Waterston, Jack Warden, Rosemary Murphy, Dianne Wiest, Ira Wheeler.
Anno: 1987.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.

martedì 6 settembre 2016

Sette anime - Gabriele Muccino (film drammatico)

Non sono mai stato un grande fan della famiglia Muccino, regista e attore, e anzi finora l’unico prodotto di Gabriele Muccino che avevo visto era l’italianissimo L’ultimo bacio (piaciutomi discretamente, tra l’altro, nonostante una certa fanciullezza d’animo), in cui si agitavano i vari Giovanna Mezzogiorno, Stefano Accorsi, Martina Stella, Stefania Sandrelli, etc.

Non mi sarei pertanto visto Sette anime, nonostante la presenza in esso dell’ottimo Will Smith, attore che apprezzo fin dai tempi di Will il principe di Bel Air, se non mi fosse stato consigliato per i suoi contenuti evolutivo-esistenziali.

Che in realtà non ci sono, e francamente il fatto che vi siano persone che scambiano film drammatici come Sette anime o Gran Torino o Samsara per film evolutivo-esistenzial-spirituali fa notare quanto poco si sia capito del percorso evolutivo e dei principi dell’esistenza.

Ma mettiamo da parte questo discorso e andiamo al film in se stesso: Sette anime è un film drammatico, che racconta anzi a storia di più drammi che in qualche modo confluiscono nella stessa direzione.

Il protagonista principale è Tim Thomas (Will Smith; Io sono leggenda, Hitch - Lui sì che capisce le donne, Men in black, Hancock, After Earth, La leggenda di Bagger Vance… questi ultimi due sì film dai contenuti esistenziali), un giovane uomo dall’aria piuttosto malinconica che va in giro in qualità di agente del fisco a parlare con persone con problemi di debiti al governo per analizzarne la situazione…
… ma in realtà interessandosi a loro in modo decisamente più forte.
Fra di esse, c’è Emily Posa (Rosario Dawson; Sin City, Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo: il ladro di fulmini, Guida per riconoscere i tuoi santiMen in black 2), una giovane donna con problemi di cuore, che rischia di morire entro breve tempo se non si trova un donatore compatibile. 

Tra gli altri personaggi di rilievo, da citare Ezra Turner (Woody Harrelson; Benvenuti a Zombieland, A scanner darkly - Un oscuro scrutare, Hunger games, Larry Flynt - Oltre lo scandalo), anche lui con seri problemi fisici per via della sua cecità.

Il tema dei problemi di salute è per l’appunto centrale in Sette anime e nella vita del suo protagonista Tim Thomas, che si intuisce da subito aver attraversato un qualche dramma umano, e la cui storia personale viene descritta man mano grazie a sporadici flashback.

Il film prende e scorre via con buon ritmo, anche grazie alle virtù sceniche di Will Smith e di Rosario Dawson, belli e bravi.
Anche se, a conti fatti, la trama è davvero poco verosimile e anche eccessivamente drammatica, e anzi punta proprio tutto sul fattore dramma e tristezza, cosa in sé affatto positiva (le energie basse sono energie basse anche se le infiocchetti con nastri dorati).

Sette anime, e questo occorre riconoscerlo, è comunque un film di buona fattura, e pertanto si merita una sufficienza.

Fosco Del Nero



Titolo: Sette anime (Seven pounds).
Genere: drammatico, sentimentale.
Regista: Gabriele Muccino.
Attori: Will Smith, Rosario Dawson, Woody Harrelson, Barry Pepper, Michael Ealy, Bill Smitrovich, Elpidia Carrillo, Robinne Lee.
Anno: 2008.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

martedì 30 agosto 2016

Predestination - Michael Spierig, Peter Spierig (film fantastico)

Prima delle recensione vera e propria di Predestination, film uscito nel 2014, due premesse.

La prima è che il film è la trasposizione cinematografica del racconto All you zombies di Robert Heinlein, autore di fantascienza della cosiddetta “Età dell’oro della fantascienza” (anni “40 e dintorni), collega e amico dei vari Asimov, Van Vogt, Del Rey, etc, che poi sono in pratica gli autori con cui sono cresciuto tra infanzia e adolescenza (beh, infanzia più classici, poi loro hanno preso il largo, e dopo sono stati narrativamente sopravanzati dal fantasy, per fare la scaletta completa), avendo da sempre avuto una forte predisposizione per la narrativa di genere fantastico.

La seconda è che il film mi era stato segnalato come film interessante per i suoi contenuti esistenzial-spirituali…
… cosa che in effetti pare proprio, a considerare talune frasi, alcune delle quali riporto di seguito:

“Noi non abbiamo altro che noi stessi: noi non abbiamo mai avuto altro.”

“Io so da dove vengo.
Ma da dove venite, tutti voi zombie?”

“Il tempo ha un significato molto diverso per quelli come noi.”

“Non fare mai ieri ciò che dovrebbe essere fatto domani.
Se infine ti riesce, non farlo ancora.”

“La nostra prima missione è importante esattamente quanto l’ultima: ognuna di esse ci avvicina di più alla nostra destinazione finale. “

“Non è mai troppo tardi per essere chi potevi essere.”

Il titolo del racconto originale, che in italiano sarebbe Tutti voi zombie allude al fatto che la gran parte delle persone non ha uno scopo nella vita, e quindi vive in modo automatico e reattivo proprio come se fossero degli zombie… e in effetti ciò da solo basterebbe a qualificare quest’opera come “esistenziale”, anche se poi in concreto il racconto, e poi il film che ad esso è molto fedele, si sviluppa in senso prettamente fantascientifico, e tale fattore risulta essere quello prevalente, insieme ovviamente ai turbamenti psicologici della protagonista della storia.

Ed eccola la storia, perlomeno abbozzata per ovvie ragioni, la quale sembra svolgersi su due linee parallele: la prima è quella degli attentati di New York opera di tale Fizzle Bomber, talmente potenti da uccidere ogni volta centinaia e migliaia di persone. Per scovarlo ed eliminarlo è in azione una sorta di polizia temporale, che gli dà la caccia indietro nel tempo; tra i suoi agenti, c’è John (Ethan Hawke; Gattaca - La porta dell'universo, Waking life - Risvegliare la vita).
La seconda linea della trama è quella che vede protagonista Jane (Sarah Snook; Oscure presenze), una ragazza assai particolare, molto dotata ma anche molto poco popolare, per non dire odiata, che ha avuto una vita difficile fin dal suo avvio, essendo un’orfana depositata appena nata davanti ad un orfanotrofio.

E praticamente del film non si può dire altro senza svelare la trama, se non che esso riguarda i paradossi temporali.
Avete presente i paradossi sulla linea dello spazio-tempo di Marthy Mac Fly e Doc in Ritorno al futuro? Ecco quello che da loro era un divertissement vivace e divertente qua diventa un dramma di livello professionistico.

Anche se forse il modo migliore per definire questo film è l’Ouroboros, “il serpente che si morde la coda all’infinito”, e non a caso la figura è citata nello stesso film.

Altro tentativo: Predestination è una sorta di palazzo di cui i due registi, i fratelli Spierig, ci fanno vedere ora un mattone ora un altro mattone, senza che noi sulle prime siamo consapevoli del fatto che si tratta dello stesso edificio, cosa che ci diventa chiara man mano che il film va avanti e procede con il suo svelamento.

Nel complesso, esce fuori un’opera di grande valore, davvero bella e coinvolgente.
D’altronde, non si può simpatizzare-solidarizzare con la sfortunata Jane… e quindi poi con tutti gli altri.

L’ennesima prova che la narrativa fantascientifica di quegli anni ha dato molti spunti all’umanità… cosa che, almeno nella mia sensazione, ha poi continuato a fare il genere fantasy, come in una sorta di staffetta immaginaria e immaginifica.

Fosco Del Nero



Titolo: Predestination (Predestination).
Genere: fantastico, fantascienza, drammatico, psicologico.
Regista: Michael Spierig, Peter Spierig.
Attori: Ethan Hawke, Sarah Snook, Noah Taylor, Christopher Kirby, Madeleine West, Freya Stafford, Jim Knobeloch, Elise Jansen, Cate Wolfe.
Anno: 2014.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.

martedì 23 agosto 2016

Salto nel buio - Joe Dante (film fantascienza)

Non mi ricordo perché mi fossi segnato Salto nel buio… né me lo spiego a posteriori: il regista non è tra i miei preferiti, gli attori principali nemmeno, né la trama aveva un qualche interesse ai miei occhi.
Ad ogni modo, sta di fatto che me lo sono visto e che ora lo recensisco.

Salto nel buio è un film del 1987 diretto da Joe Dante, un mediocre regista che nonostante la lunga carriera non è mai addivenuto a un livello qualitativo decente, e che si ricorda solo, paradossalmente, per uno dei suoi primissimi film: Gremlins.
Per il resto, nessun grande titolo, e anzi molta mediocrità.

Come in questo Salto nel buio, ahimé, film che parte da uno spunto concettualmente irragionevole (un’invenzione scientifica grazie alla quale è possibile miniaturizzare una persona all’interno di un veicolo supertecnologico il quale viene iniettato all’interno di un corpo umano… che peraltro la tecnologia in questione riesce a influenzare a livello di emozioni e reazioni fisiche… e persino a modificare a livello di volto) e in seguito ad esso mischia comicità, avventura e sentimenti.

Il problema è che tutto è davvero pacchiano e modesto, sul modello del film di intrattenimento di basso profilo.

A limitare i danni non basta peraltro un cast discreto: la bella Meg Ryan (Harry ti presento Sally, C'è posta per te, La città degli angeli), l’istrionico Dennis Quaid (Great balls of fire, Pandorum - L’universo parallelo) e il folletto Martin Short (In fuga per tre, Merlino, Alice nel paese delle meraviglie). Difatti, quando un prodotto nasce come progetto mediocre, non c’è nulla da fare, e rimarrà mediocre.

Peraltro, va sottolineato che il film in pratica costituisce la versione comica di un precedente film del 1966, intitolato Viaggio allucinante, di cui nientemeno che Isaac Asimov realizzò la trasposizione letteraria.

Insomma, le vicende del tenente Tuck Pendleton, del commesso di supermercato Jack Putter e della giornalista Lydia Maxwell non hanno toccato le mie corde e anzi mi hanno annoiato per larghi tratti (in effetti sono stato vicino a non terminarlo).
Però so che il film ha avuto un discreto gradimento, per cui avrà toccato le corde di qualcun altro, e va bene così.

Fosco Del Nero



Titolo: Salto nel buio (Innerspace).
Genere: fantascienza, commedia, comico, sentimentale.
Regista: Joe Dante.
Attori: Meg Ryan, Dennis Quaid, Martin Short, Kevin McCarthy, Fiona Lewis, Vernon Wells, Robert Picardo, John Hora, William Schallert, Wendy Schaal, Kathleen Freeman,Charles Aidman.
Anno: 1987.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 17 agosto 2016

Gran Torino - Clint Eastwood (film drammatico)

Mi sono sempre tenuto alla larga dai film di Clint Eastwood, sia come attore sia come regista, valutandoli semplicemente inutili per me, al di là poi di quanto erano ben fatti nei loro generi (ma spaziando tra western, azione e drammatico, e non amando io nessuno di questi tre generi, va da sé che c’era poco spazio).
Ho fatto un’eccezione di recente, vedendolo Gran Torino, film girato e interpretato da Clint Eastwood nel 2008.

Passo subito a raccontare per sommi capi la trama: Walt Kowalski è un uomo anziano, un americano tutto d’un pezzo. Per certi versi, anzi, l’uomo americano modello: di carattere tosto, fumatore, bevitore di birra, mangiatore di carne al barbecue, e patriottico fino al midollo, tanto da avere in bella evidenza nel giardino di casa una bandiera degli Stati Uniti e tanto da essere piuttosto razzista.

Anche se forse più che razzista occorrerebbe dire misantropo, visto che quasi qualunque forma di vita umana lo infastidisce: gli asiatici, gli afroamericani, gli ispanici, i sacerdoti… anche i giovani, per il solo fatto di essere giovani e quindi diversi da lui, lo irritano… e peraltro lo stesso vale per i suoi parenti, figli compresi, con cui praticamente non ha alcun rapporto.

La morte della moglie, con cui inizia il film (con lui che ringhia fin dalle prime inquadrature), lo lascia dunque praticamente solo, ad eccezione del suo amato cane.

A dirla tutta, comunque, Walt sembra più infastidito, più che dalla morte della moglie, dal fatto di avere dei vicini di casa asiatici… e precisamente di etnia Hmong (zona della Cina del sud, Vietnam, Laos, Thailandia, Birmania), fatto che per un veterano del Corea come lui, che era stato abituato ad odiare i “musi gialli”, come li chiama ripetutamente, nonché ad ucciderli, non è un fatto gradevole.

Ad ogni modo, il caso vorrà che una sua tipica azione aggressiva venga identificata dai suddetti vicini come un atto eroico, il che avvierà una sorta di rapporto di buon vicinato, per quanto sui generis, soprattutto con i giovanissimi Thao e Sue Lor, fratello e sorella.

Ed ora veniamo al commento del film: Gran Torino è un film drammatico, e pure molto drammatico. Non tanto, o comunque non solo, per gli eventi narrati, che comunque includono teppismo, violenze varie e morte, ma anche e soprattutto per il vuoto interiore del protagonista principale, vuoto che cerca di colmare con sentimenti come rabbia, acredine, e consimili.
In questo senso, nel film vi sono energie davvero basse, fatto che basta a sconsigliarne la visione (beh, a meno che non vi piaccia abbassarvi le energie-emozioni nutrendovi di energie-emozioni basse, ovviamente).

A dire il vero il film lo avevo guardato perché mi era stato segnalato da un mio lettore come film dai contenuti evolutivi-esistenziali… ma il film, come detto, è “abbassante” in luogo di essere “elevante”, per cui proprio non ci siamo.

Anzi, dopo questo consiglio temo che dovrò iniziare a porre un filtro ai consigli filmici ricevuti.

Non che Gran Torino sia un brutto film, intendiamoci, anzi nel suo genere è ben fatto e credibile, e non a caso ha anche ricevuto dei riconoscimenti… ma semplicemente non è un cibo di cui voglio nutrirmi e che consiglio agli altri, giacché per forza o abbasserà o annoierà.

Fosco Del Nero



Titolo: Gran Torino (Gran Torino).
Genere: drammatico.
Regista: Clint Eastwood.
Attori: Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her, Christopher Carley, John Antony, Austin Douglas Smith, John Carroll Lynch, William Hill, Brooke Chia Thao, Chee Thao.
Anno: 2008.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

lunedì 15 agosto 2016

Hunger games 2 - La ragazza di fuoco - Francis Lawrence (fantastico)

Il primo Hunger games non mi aveva entusiasmato: l’idea di fondo di una società distopica-totalitaria e di un’arena di lotta intesa come giochi pubblici era molto intrigante, ma al film a mio avviso mancava una certa solidità, un po’ perché procedeva troppo veloce, un po’ perché risultava poco credibile in alcuni tratti.

Mi sono comunque visto il suo seguito, giacché il genere mi piace molto, e devo dire che con Hunger games 2 - La ragazza di fuoco le cose sono migliorate.

Forse per il cambio alla regia, dal momento che si è passati da Gary Ross (Plaesantville, Seabiscuit) a Francis Lawrence (Constantine, Io sono leggenda)… con il primo che è più un regista di sentimenti e il secondo che è più un regista di azione, e persino di azione forte e intensa, tratto di cui evidentemente si è giovato Hunger games 2.

I cui protagonisti, almeno i principali, sono gli stessi del primo episodio, ossia quelli che non sono morti: i combattenti del Distretto 12 Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence; Il lato positivo) e Peeta Mellark (Josh Hutcherson; Un ponte per Terabithia), il loro mentore Haymitch Abernathy (Woody Harrelson; Benvenuti a Zombieland), il telepresentatore dei giochi Caesar Flickerman (Stanley Tucci, forse il personaggio più efficace dei primi due film, che si ricorda con piacere anche in Il diavolo veste Prada), il cattivo Presidente Snow (Donald Sutherland; I pilastri della Terra).

Cambi forzati nei personaggi secondari, invece: al “dimissionario” Seneca Crane (Wes Bentley, al contrario il personaggio meno convincente del primo episodio, ma memorabile in American beauty) subentra Plutarch Heavensbee (Philip Seymour Hoffman, ben più in parte; recensito anche in I love Radio Rock), e ai vari morti dei precedenti giochi subentrano nuovi personaggi, tra cui spiccano Johanna Mason (Jena Malone, la ragazzina introversa di Donnie Darko, vista anche in Sucker Punch e in Into the wild) e Finnick Odair (Sam Claflin; anche lui presente nella serie I pilastri della Terra).

Nuovi giochi, dunque, perché il Presidente Snow, preoccupato per l’eccessiva popolarità di Katniss, decide l’anno seguente di costringerla a nuovi giochi con un escamotage, onde evitare che la ragazza finisca per diventare un simbolo per i rivoltosi.

Va da sé che la ragazza, sulle prime piegatasi per paura sia personale che di vendette trasversali sulla propria famiglia, finisce per divenire proprio ciò che il Presidente voleva che non divenisse, e tutto in diretta tv a Capitol City e Distretti.

Ricordando che il film è la trasposizione del romanzo di fantascienza distopica La ragazza di fuoco, scritto da Suzanne Collins, ribadisco che esso si rivela a mio avviso più efficace e riuscito del predecessore.
Certo, alla fine sa molto di punto di passaggio, visto che prepara il terreno al suo seguito, poi diviso in due film, ma è un punto di passaggio ben strutturato.

Nel quale, peraltro, si passa dal focus del primo film, ossia i “giochi”, al focus dei seguenti, la ribellione, ciò che per tutto il primo film era rimasto un fattore latente, e anzi quasi invisibile, disegnato come un lieve ma impotente malcontento.

Con Hunger games 2 - La ragazza di fuoco le cose si preparano prendere il volo (a proposito di ghiandaia imitatrice), ed è chiaro dal primo piano finale di Jennifer Lawrence, che parte dalla tristezza ma poi si risolve in determinazione e furia.

Per il resto, che dire?
Al di fuori del contesto fantastico, Hunger games è chiaramente una storia di denuncia e di critica della società dello spettacolo e del consumismo, ciò ancora più che un monito distopico su dittatura e perdita di libertà (peraltro, con un particolare accento sulla figura femminile).
E tutto ciò è riassunto da una frase di uno dei protagonisti, che sintetizza la situazione da panem et circenses: “Dovete essere una distrazione perché la gente dimentichi i problemi reali.”

Le due componenti, oltre a una spiccata patinatura dell’opera, sono bastate a valere ai film in questione incassi eccellenti nonché premi da un po’ tutte le parti, e indirizzati a un po’ tutte le componenti: sceneggiatura, regia, attrice protagonista, attore protagonista, attori secondari, costumi, scenografia… e persino miglior cattivo e miglior bacio.

Non siamo sul capolavoro, livello ben distante a mio avviso, ma perlomeno la saga si rivela vivace e interessante.

Fosco Del Nero



Titolo: Hunger games 2 - La ragazza di fuoco (The hunger games - Catching fire).
Genere: fantascienza, drammatico, sentimentale.
Regista: Francis Lawrence.
Attori: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Lenny Kravitz, Stanley Tucci, Donald Sutherland, Liam Hemsworth, Philip Seymour Hoffman, Jeffrey Wright, Willow Shields, Jena Malone.
Anno: 2013.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 10 agosto 2016

Il cielo sopra Berlino - Win Wenders (film drammatico)

Conoscevo di nome il film di Win Wenders Il cielo sopra Berlino, ma non lo avevo mai visto, se non per qualche spezzone incontrato qui e là.
L’ho fatto ora, incoraggiato in questo anche da qualche suggerimento in tale direzione, giacché il film veniva segnalato anche per i suoi contenuti esistenziali.

Ma andiamo con ordine, raccontando quel poco di trama che ha il film, girato nel 1987, e quindi due anni prima della caduta del muro di Berlino e della riunificazione delle due Germanie: in una Berlino assai desolata, tutta cemento e palazzoni popolari, e filmata tutta in bianco e nero, Damiel (Bruno Ganz, che in seguito ha interpretato Tiziano Terzani in La fine è il mio inizio) e Cassiel (Otto Sander), due angeli, si aggirano tra la popolazione comune, guardando quello che succede e potendo sentire i pensieri delle persone, condivisi dunque con lo spettatore del film.
L’impatto è praticamente scontato, e veniamo messi di fronte ai problemi e alle sofferenze della gente comune: lavoro, soldi, relazioni sentimentali, etc.
I due, ma non solo loro, visto che la città praticamente pullula di angeli, non solo vedono e registrano, raccontandosi poi tra di loro ciò cui hanno assistito, ma leniscono i dolori delle persone con la loro vicinanza ispirante e col contatto fisico, ovviamente non percepito dagli esseri umani… 
… anche se in realtà c’è qualcuno che li percepisce: i bambini li vedono proprio, mentre qualcun altro sente la loro presenza.

Tra i due, Damiel è quello più insofferente, giacché desidera provare ciò che provano gli uomini, e quindi le gioie e i dolori della materia. In ciò è ispirato anche dalla visione della bella trapezista Marion, una giovane donna un po’ malinconica.

Un altro personaggio importante nel film è l’attore Peter Falk (l’attore del Tenente Colombo, per intenderci), che nel film interpreta se stesso.
Altro cameo: il cantante Nick Cave, che allora andava per la maggiore, anche lui interpretante se stesso durante un concerto in un locale della città.

Il cielo sopra Berlino è ispirato alle poesie di Rainer Maria Rilke: ogni tanto una voce fuori campo ne legge qualcuna, e anzi tali brani diventano il motore centrale del film che, si può intuire facilmente, è piuttosto lento e introspettivo.
Ed ha un suo fascino, questo è innegabile… anche se devo dire che mi attendevo qualcosa di più, visto che il film, pur proponendo qualche frase ispirante tra le tante che vengono citate, oscilla tra mente e fascino della personalità (se mi capite) e ispirazione vera e propria, con la prima delle due che è predominante, da cui la mia valutazione non entusiastica.

Sono però praticamente tenuto a proporre alcune tra le frasi più “elevate” del film, che toccano svariati punti esistenziali (in effetti, quelli che non tocca il film con la sua “trama”).

“Quando il bambino era bambino, non sapeva di essere un bambino.
Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime eran tutt’uno.
Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione: non aveva abitudini, e non faceva facce da fotografo.”

“Quando il bambino era bambino era l’epoca di queste domande: perché io sono io e perché non sei tu? Perché sono qui e perché non sono lì? Quando comincia il tempo e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole è forse solo un sogno? Non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo quello che vedo, sento e odoro? Come può essere che io che sono io non c’ero prima di diventare, e che una volta io che sono io non sarò più quello che sono?”

“A ogni passo, a ogni colpo di vento, vorrei poter dire ora, ora, e ora!”

“Come devo vivere?
Ma forse non è questo il problema… come devo pensare?”

“In ogni monte sentiva la nostalgia di una montagna ancora più alta, e in ogni città sentiva la nostalgia di una città ancora più grande.”

“Tutto è possibile: non ho che da alzare gli occhi, e ridivento il mondo.”

“Ora, in questa piazza, ho una sensazione di felicità…
… che potrei avere sempre.”

“Mi sarebbe piaciuto essere solitaria.
Solitudine significa ‘Finalmente sono tutto’.”

“È necessario che tu ti decida.
Deciditi.
Ora il tempo siamo noi.
Decidiamo noi il gioco per tutti.”

In chiusura del film, una segnalazione negativa: gli angeli, pur essendo invisibili e incorporei per i vivi, proiettano ombre in terra e sui muri, e agiscono sulla massa degli oggetti (abbassando i materassi su cui si siedono, spostando pali su cui si appoggiano, etc)… in ciò, ovviamente, senza che i vivi si accorgano di alcuna anomalia. In questo certamente non sarebbe stata male una maggiore cura, e in fin dei conti non sarebbe servita che una certa attenzione selettiva nelle inquadrature.
Altra cosa: il film è assai lento, certamente non adatto a chi pretende un'opera vivace di intrattenimento.

Concludendo, Il cielo sopra Berlino è un film che ha di sicuro un suo valore… che dal punto di vista esistenziale è maggiore nelle voci narranti che non nell’evoluzione degli eventi (la discesa dell’angelo sulla Terra, in buona sostanza, cosa che anzi sa molto di antropocentrismo piuttosto infantile), ma questo elemento lo si può comunque vedere in “modalità intrattenimento”, riservando invece una maggiore attenzione al primo elemento.

Fosco Del Nero



Titolo: Il cielo sopra Berlino (Der himmel über Berlin).
Genere: drammatico, psicologico, esistenziale.
Regista: Win Wenders.
Attori: Bruno Ganz, Peter Falk, Solveig Dommartin, Otto Sander, Didier Flamand, Curt Bois, Lajos Kovács, Teresa Harder.
Anno: 1987.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 2 agosto 2016

Samsara - Pan Nalin (film drammatico)

Conoscevo di fama il film Samsara (e intendo il film di Pan Nalin del 2001, non il film-documentario di Ron Fricke del 2011 che porta il medesimo nome), ma non mi ci ero mai avvicinato, nonostante il mio interesse per le tematiche esistenziali e per il mondo orientale.
L’ho fatto ora giacché il mio mi era stato suggerito come film dai contenuti esistenziali importanti.

Andiamo subito a vedere, cominciando come prima cosa dalla trama del film: Tashi è un giovane monaco che vive in un monastero sui monti dell’Himalaya, e vi vive sin da quando aveva cinque anni, in pratica allevato dai monaci, in primis da Apo.
Da citare anche la sua amicizia con un altro monaco giovane, più o meno suo coetaneo, Sonam.
Tashi peraltro ha appena concluso una prova importante: una sorta di eremitaggio meditativo durato tre anni, tre mesi e tre giorni, alla fine del quale egli ha i capelli lunghissimi, le unghie lunghissime e l’intero corpo debole per via della lunga inattività (ma un fisico ben fatto e anche muscoloso, curiosamente…).

Dopo aver superato tale pesante eremitaggio, il più sembra fatto nella vita monacale di Tashi, ma in realtà lo attende una nuova prova, complice un viaggio fuori dal monastero e la visione della bella Pema, ossia il confrontarsi con la sua sessualità.

Essenzialmente Samsara (parola sanscrita che indica il ciclo delle nascite e delle morti che si ha fino all’illuminazione) racconta il conflitto tra l’aspirazione alla vita monastica di Teshi, e l’altra sua aspirazione, la vita mondana, e l’amore carnale in particolare.

A contorno di ciò, vi sono i bellissimi panorami dell’Asia centrale, tra montagne, nevi, pianure sconfinate, cavalli, sentieri di viaggio…

… e ovviamente i riti dei monaci, nonché le usanze di vita di quei luoghi, altro elemento di interesse. 

Tuttavia, devo dire che il film vale la visione soprattutto per tali contenuti culturali, diciamo così, più che per i contenuti esistenziali, che in realtà mancano quasi totalmente. Samsara, a dispetto del nome che porta, non è un film di genere spiritual-esistenziale, ma è un film drammatico-psicologico-sentimentale.

Di contenuti evolutivi ve ne sono ben pochi, e in tutti i 140 minuti del film mi sono segnato appena due frasi, queste:

“Ci sono cose che ognuno di noi deve riuscire a disimparare per poterle imparare. Così come molte altre cose dobbiamo prima possederle per riuscire a rinunciare ad esse.”

“– Bambini, vorrei che voi adesso mi diceste cosa succederà a questo bastoncino.
– Affonderà nell’acqua!
– Si potrebbe incastrare tra i sassi.
– Resterà nell’acqua fino a che non marcirà.
– Verrà risucchiato nel vortice, e dopo essere caduto nella cascata si romperà!
– Mettiamo che non accada. Allora, che succederà? Il bastone finirà il suo cammino raggiungendo il mare. Siamo tutti come bastoni, il nostro mondo è come il fiume. Il percorso è più o meno accidentato, ma prima o poi finiamo nel mare.”

Oltre a queste due frasi, è appena accennata la questione del mangiare carne, ma subito messa da parte, e poi è da citare il nome del piccolo Karma… nome che dunque fa il paio col nome del film: Samsara e Karma.
Peccato però che vi siano solo i nomi, e non energia e insegnamenti retrostanti.

Ma va bene anche così, e comunque Samsara è un film che propone molta bellezza.

Fosco Del Nero



Titolo: Samsara.
Genere: drammatico, psicologico, sentimentale.
Regista: Pan Nalin.
Attori: Shawn Ku, Christy Chung, Neelesha BaVora, Tenzin Tashi, Jamayang Jinpa, Sherab Sangey, Kelsang Tashi, Tsepak Tsangpo, Lhakpa Tsering.
Anno: 2001.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 27 luglio 2016

Radio days - Woody Allen (film commedia)

Radio days era uno dei pochissimi film di Woody Allen che non avevo ancora visto… o addirittura forse l’unico.

Perché lo avevo lasciato tra gli ultimi?
Per il motivo che, non avendo una storia unitaria ma essendo una sorta di collage di singoli episodi ed eventi, mi ispirava di meno in partenza.

Peraltro il film è parzialmente autobiografico (beh, come sempre quando c’è di mezzo Woody Allen, che difficilmente parla di qualcosa di diverso da sé e dalle sue esperienze), giacché racconta gli anni della giovinezza di Allen, quelli in cui era bambino e in cui, come suggerisce il titolo del film, la radio spopolava, ed era anzi il punto di riferimento di tante famiglie.

Radio days si cala nella realtà di una famiglia americana dei primi anni 40, e da un lato racconta di essa: il bambino vivace che desidera questo o quello (Joe, Seth Green; Party monster, Sex movie in 4D, Buffy l’ammazzavampiri), il rapporto tra i genitori, la zia perennemente in cerca di marito (Bea, Dianne Wiest; Hannah e le sue sorelle, La rosa purpurea del Cairo).
Dall’altro lato, quello più generalista, racconta invece degli eventi che hanno caratterizzato quegli anni: la seconda guerra mondiale, l’invasione aliena radiofonica di Orson Wells, la vita tra locali e night.

Ma, soprattutto, la radio, onnipresente: trasmissioni a quiz, sceneggiati radiofonici, notiziari, e ovviamente tanta musica, che nel film la fa quasi da padrone.

Insomma, tutto in Radio days, dalla colonna sonora alla scenografia, grida “amarcord”, e difatti il film ha ricevuto anche premi e nomination soprattutto per tali elementi.
E in effetti in questo senso risulta interessante, come sono sempre interessanti le finestre su altri tempi e altri mondi.

Dal punto di vista del coinvolgimento, però, Radio days concede molto nel suo essere semplicemente una somma di singoli episodi, così come concede abbastanza dal punto di vista dell’umorismo, non essendo nato come film comico, alla Woody Allen, per l’appunto, ma quasi come un documentario.
Poi, certo, è un film di Woody Allen (almeno, il Woody Allen di quegli anni), per cui c’è sempre qualcosa, ma certamente non può rivaleggiare in termini di divertimento con un Amore e guerra, La dea dell’amore, Il dormiglione, ma nemmeno con i più recenti La maledizione dello scorpione di giada o Anything else.

Nel complesso, Radio days non è malaccio, e ha una sua ragione d’essere, però sappiate che se vi attendete uno dei classici film rutilanti del Woody Allen prima maniera, rischiate di rimanere delusi. Piuttosto, accostatevi ad esso in modo più distaccato, proprio come se vi steste approcciando a un documentario su quegli anni, e vedrete allora che sarà un documentario vivace e gradevole.

Fosco Del Nero



Titolo: Radio days.
Genere: commedia.
Regista: Woody Allen.
Attori: Seth Green, Michael Tucker, Julie Kavner, Dianne Wiest, Josh Mostel, Mia Farrow, Wallace Shawn, Diane Keaton, William H. Macy, Jeff Daniels, Kenneth Mars, Kenneth Welsh.
Anno: 1987.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.